Il ruolo dei sacerdoti nei matrimoni combinati

Nei matrimoni combinati il sacerdote non dovrebbe essere il soggetto che sceglie il coniuge al posto degli interessati, né un semplice esecutore di una decisione familiare già presa. Il suo ruolo riguarda piuttosto la verifica della libertà del consenso, la preparazione degli sposi, l’accoglienza dell’alleanza matrimoniale nella comunità ecclesiale e la benedizione del vincolo secondo la tradizione della Chiesa.

Nel matrimonio cristiano, infatti, i protagonisti dell’alleanza sono un uomo e una donna battezzati, liberi di contrarre il matrimonio e che esprimono liberamente il loro consenso. Il sacerdote assiste alla celebrazione, accoglie il consenso degli sposi a nome della Chiesa e dà la benedizione della Chiesa.

Matrimoni combinati e matrimonio cristiano

I matrimoni combinati nel 1700 erano una pratica diffusa principalmente tra l’aristocrazia e la borghesia emergente. Si trattava di una transazione meno romantica di quanto i film ci facciano credere e più simile a una fusione aziendale. Sì, perché i matrimoni erano spesso usati per unire terre, titoli nobiliari e incrementare il patrimonio di famiglia.

Nel Settecento la scelta del partner ideale non era lasciata al caso o all’impulso del cuore. Gli incontri erano orchestrati con precisione, spesso durante eventi sociali come balli e ricevimenti, dove i giovani potevano ‘incontrarsi’ (leggi: essere sottoposti a un’ispezione minuziosa da parte dei rispettivi genitori).

Il matrimonio combinato aveva le sue regole non scritte. Ad esempio era essenziale assicurarsi che il partito scelto avesse un blasone impeccabile, una salute ferrea (nessuno voleva eredi malaticci) e, idealmente, una faccia presentabile. Sarebbe stato troppo chiedere anche un carattere amabile? Probabilmente sì.

Ogni tanto le storie d’amore sbocciavano anche in queste unioni strategiche, dimostrando che anche il cuore ha la sua voce, benché spesso soffocata dai bilanci familiari e dagli accordi patrimoniali. Alcune coppie riuscivano a trovare un terreno comune, sviluppando un affetto sincero o, quantomeno, un mutuo rispetto.

Altre, invece, vivevano vite parallele, legate solo dai vincoli legali e sociali, ma distanti anni luce in termini di intimità e comprensione. Oggi guardiamo ai matrimoni combinati del 1700 con un misto di fascino e orrore. Da un lato, c’è la nostalgia per un’epoca di eleganza formale e di cerimonie fastose. Dall’altro la gratitudine per la libertà moderna di scegliere chi amare.

Il consenso libero come criterio essenziale

Il matrimonio nasce dal consenso personale e irrevocabile degli sposi. «Il consenso matrimoniale è l'atto della volontà con cui l'uomo e la donna, con patto irrevocabile, danno e accettano reciprocamente se stessi per costituire il matrimonio».

I protagonisti dell’alleanza matrimoniale sono un uomo e una donna battezzati, liberi di contrarre il matrimonio e che esprimono liberamente il loro consenso. «Essere libero» vuol dire:

  • non subire costrizioni;
  • non avere impedimenti in base ad una legge naturale o ecclesiastica.

La Chiesa considera lo scambio del consenso tra gli sposi come l’elemento indispensabile «che costituisce il Matrimonio». Se il consenso manca, non c’è Matrimonio.

Il consenso consiste in un «atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono». «Io prendo te come mia sposa.»; «Io prendo te come mio sposo.». Questo consenso che lega gli sposi tra loro trova il suo compimento nel fatto che i due diventano «una carne sola».

Il consenso deve essere un atto della volontà di ciascuno dei contraenti, libero da violenza o da grave costrizione esterna. Nessuna potestà umana può sostituirsi a questo consenso. Se tale libertà manca, il Matrimonio è invalido.

Questi principi sono particolarmente importanti quando le famiglie esercitano una forte influenza sulla scelta del coniuge. La presenza del sacerdote non può trasformare una decisione imposta in un consenso autentico, perché nessuna potestà umana può sostituirsi alla volontà personale dei contraenti.

La funzione del sacerdote nella celebrazione

Secondo la tradizione latina, sono gli sposi, come ministri della grazia di Cristo, a conferirsi mutuamente il sacramento del Matrimonio esprimendo davanti alla Chiesa il loro consenso.

Il sacerdote (o il diacono) che assiste alla celebrazione del Matrimonio, accoglie il consenso degli sposi a nome della Chiesa e dà la benedizione della Chiesa. La presenza del ministro della Chiesa (e anche dei testimoni) esprime visibilmente che il Matrimonio è una realtà ecclesiale.

È per questo motivo che la Chiesa normalmente richiede per i suoi fedeli la forma ecclesiastica della celebrazione del Matrimonio. Diverse ragioni concorrono a spiegare questa determinazione:

  • il matrimonio sacramentale crea diritti e doveri nella comunità della Chiesa tra gli sposi e in relazione ai figli;
  • essendo il matrimonio uno stato di vita nella Chiesa, è giusto che ci sia certezza su di esso;
  • il carattere pubblico del consenso protegge il “Sì” pronunciato una volta e aiuta a restarvi fedeli.

Per questo, «sono validi soltanto i matrimoni che si contraggono alla presenza dell'Ordinario del luogo o del parroco o del sacerdote oppure diacono delegato da uno di essi che sono assistenti, nonché alla presenza di due testimoni, conformemente, tuttavia, alle norme stabilite» dal Codice di Diritto Canonico.

Nelle tradizioni delle Chiese Orientali, i sacerdoti - Vescovi o presbiteri - sono testimoni del reciproco consenso scambiato tra gli sposi, ma anche la loro benedizione è necessaria per la validità del sacramento.

Preparazione e discernimento degli sposi

Il ruolo del sacerdote non si esaurisce nel momento della celebrazione. Il matrimonio è un’alleanza che richiede consapevolezza, libertà e disponibilità a vivere una comunione stabile e responsabile.

«In quanto gesto sacramentale di santificazione, la celebrazione liturgica del Matrimonio […] deve essere per sé valida, degna e fruttuosa». Conviene quindi che i futuri sposi si dispongano alla celebrazione del loro Matrimonio ricevendo il sacramento della Penitenza.

La preparazione dovrebbe aiutare gli interessati a comprendere il significato del consenso, l’unità del matrimonio, l’indissolubilità del vincolo, la responsabilità verso i figli e il rapporto tra amore coniugale e vita cristiana.

La Chiesa normalmente richiede per i suoi fedeli la forma ecclesiastica della celebrazione del Matrimonio. Questa prassi ha diverse ragioni: il matrimonio sacramentale crea diritti e doveri nella comunità della Chiesa tra gli sposi e in relazione ai figli.

Quando la decisione matrimoniale è stata orientata o predisposta dalle famiglie, il discernimento deve chiarire se gli sposi abbiano realmente fatto propria la scelta. Il fatto che il matrimonio sia stato proposto dai genitori o da altri familiari non è, da solo, sufficiente a dimostrare l’assenza di libertà; diventa però essenziale accertare che la volontà dei contraenti non sia stata sostituita da pressioni, minacce o condizionamenti gravi.

Il matrimonio come comunità di tutta la vita

«Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento».

«L'intima comunione di vita e di amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale [.]. Dio stesso è l'autore del matrimonio».

La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell'uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore. Il matrimonio non è un'istituzione puramente umana, malgrado i numerosi mutamenti che ha potuto subire nel corso dei secoli, nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali.

Avendolo Dio creato uomo e donna, il loro reciproco amore diventa un'immagine dell'amore assoluto e indefettibile con cui Dio ama l'uomo. È cosa buona, molto buona, agli occhi del Creatore.

Il matrimonio è una comunità di tutta la vita, non soltanto un accordo tra famiglie, un progetto patrimoniale o una forma di tutela sociale. La sua natura richiede che gli sposi si riconoscano reciprocamente come soggetti dell’alleanza e non come strumenti per raggiungere interessi esterni alla loro comunione.

L’amore coniugale è definito dal dono delle persone in quanto reciprocamente sessuate in ordine alla generazione. Nell’amore coniugale l’accettazione del dono ha un dinamismo del tutto proprio e peculiare rispetto ad altri linguaggi dell’amore: solamente nell’amore coniugale che dà identità tra l’offerta del dono e l’accettazione del dono.

La dinamica della donazione coniugale appena descritta rende evidente come l’amore coniugale non nasca in modo spontaneo ma scaturisca dalla donazione libera di ognuna delle due persone e che sia un amore dovuto, proprio perché frutto di una donazione reciproca.

Il sacerdote e il rapporto tra matrimonio e Chiesa

Essendo la comunità matrimoniale il fondamento naturale della famiglia, cellula della società, essa non appartiene esclusivamente alla sfera privata ma è un bene di interesse pubblico. La società protegge il matrimonio per mezzo della sua istituzionalizzazione legale: il matrimonio civile nella società civile e il matrimonio canonico nella Chiesa.

Il matrimonio delle origini è così rivestito di una dignità nuova: è stato istituito da Dio come segno dell’unione di Cristo con la Chiesa, in virtù del quale l’amore coniugale non solo partecipa dell’amore creatore di Dio, ma anche del suo amore salvifico, trasmettendo assieme alla vita umana anche la vita della grazia in Cristo.

Il matrimonio cristiano diventa, a sua volta, segno efficace, sacramento dell’Alleanza di Cristo e della Chiesa. Poiché ne significa e ne comunica la grazia, il Matrimonio fra battezzati è un vero sacramento della Nuova Alleanza.

Il sacerdote rappresenta quindi il ministero della Chiesa, ma non sostituisce gli sposi come soggetti dell’alleanza. Nella celebrazione latina sono gli sposi a conferirsi reciprocamente il sacramento mediante il consenso; il sacerdote accoglie, assiste e benedice questo atto.

Il sacerdozio comune degli sposi

I sacerdoti per gli ebrei, come per la maggior parte dei popoli coevi, erano coloro che avevano un contatto diretto con Dio. Erano coloro che potevano offrire sacrifici a Dio.

Ogni persona è sacerdote dal battesimo. Certo, ha il sacerdozio comune, da non confondere con quello ordinato (hanno funzioni molto diverse), ma ha questa caratteristica in sé.

Il sacerdozio comune degli sposi si esercita nell’offerta di sé all’altro. Già durante il rito delle nozze, quando pronunciamo la famosa formula Io Antonio accolgo te Luisa come mia sposa …, stiamo esercitando il nostro sacerdozio.

Ci stiamo offrendo l’uno all’altra. Siamo contemporaneamente offerta ed offerente. Il prete c’è come testimone, ma il sacramento lo celebrano gli sposi. Sono loro i sacerdoti del loro sacramento.

E così nella vita matrimoniale. Ogni volta che ci offriamo l’uno all’altro stiamo compiendo un sacrificio a Dio. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di ascolto, di servizio, non sono solo gesti d’amore ma sono veri gesti sacri, cioè gesti che appartengono a Dio.

Quindi ogni volta che esercitiamo il nostro sacerdozio nel dono reciproco stiamo compiendo un vero sacrificio a Dio. Stiamo esercitando il nostro sacerdozio.

In questo senso il sacerdote aiuta gli sposi a riconoscere che il matrimonio non è soltanto un rito amministrato dall’autorità religiosa. È una vocazione che gli sposi sono chiamati a vivere nella quotidianità, attraverso la fedeltà, il servizio, la cura reciproca e l’apertura alla vita.

Il rapporto tra il sacerdote e la coppia

Le due vocazioni, quella all’Ordine e quella al Matrimonio, hanno specificità e caratteristiche proprie che le rendono uniche e speciali davanti a Dio e per la Chiesa. Ed è bene custodire la diversità, di chiamata e di ruoli senza scimmiottarsi vicendevolmente, né usarsi reciprocamente.

La relazione spesso è vissuta solo sotto il profilo funzionale su entrambi i fronti. Il sacerdote è inteso come erogatore di servizi: deputato alla preparazione ai sacramenti in generale, funzionario del sacro, riferimento nei momenti di crisi in una relazione a senso unico, dove noi sposi attingiamo a piene mani ciò che serve per la nostra vita.

Dall’altro lato anche i presbiteri possono incorrere in un altro errore: gli sposi in parrocchia servono per portare avanti alcune attività pastorali e dunque sono funzionali al suo progetto.

Questa prassi che si realizza molto frequentemente in ambito pastorale non corrisponde alla riflessione teologica meravigliosa e ricca che la Chiesa da molti anni e grazie anche all’apporto di papi come Paolo VI e Giovanni Paolo II ha elaborato.

Non approfondendo e non traducendo in prassi pastorale questa relazione tra sacerdoti e sposi perdiamo qualcosa di importante e fondamentale nella nostra identità e missione.

Come afferma don Renzo Bonetti: “solo insieme, in modo nuziale, cioè con identità e missione chiaramente distinte ma in profonda comunione, possiamo veramente essere preti e sposi secondo il progetto di Dio”.

Ordine e Matrimonio: vocazioni diverse e complementari

“Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio”.

Ci ritroviamo non davanti all’alternativa di quale sia la vocazione più importante, l’Ordine o il Matrimonio ma qui la Chiesa afferma chiaramente che solo insieme edificano il popolo di Dio ed entrambi sono chiamati a svolgere una missione particolare nella Chiesa.

Dunque, si auspica un cammino di reciprocità e di complementarietà tra le due vocazioni. Il rapporto tra presbiteri e sposi non dovrebbe fondarsi su una subordinazione automatica degli uni agli altri, ma sulla consapevolezza che entrambi ricevono una missione particolare nella Chiesa.

Come don Silvio Longobardi ricorda: “Nella Chiesa i presbiteri sono immagine di Cristo Sposo, da Lui ricevono l’autorità, impegnandosi ad esercitarla in suo nome e secondo la sua forma, che è quella del servo che dona la vita. Gli sposi, invece, sono immagine della Chiesa Sposa, immagine della comunità dei battezzati che si raduna attorno a Cristo.”

“In quanto icona di Cristo, i presbiteri sono il segno di ciò che dura per sempre; gli sposi, invece, portano nella carne ciò che finisce. Ma tutti, sia pure in modo diverso, riflettono lo stesso mistero del Dio Uno e Trino”.

Il sacerdote può quindi sostenere la coppia senza appropriarsi della sua vocazione, mentre gli sposi possono collaborare alla vita della comunità senza ridurre il ministero sacerdotale a una funzione organizzativa o amministrativa.

Famiglia, evangelizzazione e comunità

La famiglia e il matrimonio sono stati redenti da Cristo, restaurati a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa.

Da Cristo attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare l'amore di Dio e vivere la vita di comunione.

Gli sposi non sono formati a vivere in pienezza la grazia della loro vocazione, non c’è una evidente e permanente preparazione durante il tempo del fidanzamento e manca una proposta di fede specifica, fondata sul sacramento del matrimonio.

Dall’altra parte i parroci spesso ignorano che nel loro territorio ci sono tante piccole chiese domestiche che necessitano di essere formate, coinvolte e mandate sia nell’evangelizzazione che nella carità a partire dall’alleanza coniugale.

Siamo troppo fermi nella palude della collaborazione pastorale che è poca cosa rispetto al progetto di Dio. Inoltre, si è poco attenti nel coinvolgimento degli sposi.

Non sempre emerge il tratto del matrimonio e della coniugalità, chiamando solo uno della coppia a svolgere un ministero in quanto laico, magari formato, ma non lo si aiuta in questo modo a vivere quella specifica attività come sposo e a partire dalla vocazione al Matrimonio.

Lo scambio tra i coniugi e i pastori favorisce l’azione evangelizzatrice di cui oggi abbiamo urgente bisogno. La comunità cristiana può così riconoscere negli sposi non soltanto collaboratori occasionali, ma testimoni di una vocazione sacramentale propria.

Quando il matrimonio combinato entra in conflitto con la libertà

In molti paesi è frequente che le persone convivano more uxorio senza alcun vincolo istituzionale. Le ragioni sono varie: «l’influenza delle ideologie che svalutano il matrimonio e la famiglia, l’esperienza del fallimento di altre coppie che essi non vogliono rischiare, il timore verso qualcosa che considerano troppo grande e sacro, le opportunità sociali ed i vantaggi economici che derivano dalla convivenza, una concezione meramente emotiva e romantica dell’amore, la paura di perdere la libertà e l’autonomia, il rifiuto di qualcosa concepito come istituzionale e burocratico».

Se la relazione è stabilita con una sincera volontà coniugale, occorrerà fare rilevare la necessità di legalizzare la loro situazione. Se non c’è tale volontà, bisognerà aiutarli a scoprire la menzogna di tale relazione, perché l’amore coniugale «esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro».

Nel caso dei matrimoni combinati, la questione centrale non è soltanto il carattere pubblico o familiare della scelta, ma la libertà concreta degli sposi. Il sacerdote deve prestare attenzione a ogni situazione in cui il consenso possa essere stato condizionato da minacce, ricatti, violenza, dipendenza economica o paura di conseguenze familiari e sociali.

La Chiesa può, dopo esame della situazione da parte del tribunale ecclesiastico competente, dichiarare «la nullità del Matrimonio», vale a dire che il Matrimonio non è mai esistito.

La dichiarazione di nullità non scioglie un matrimonio valido, ma riconosce che, al momento della celebrazione, mancava un elemento essenziale. Tra gli elementi da esaminare può rientrare anche la libertà del consenso.

Unità, fedeltà e indissolubilità

«Le proprietà essenziali del matrimonio sono l'unità e l'indissolubilità, che nel matrimonio cristiano conseguono una peculiare stabilità in ragione del sacramento».

Il marito e la moglie «per il patto coniugale non sono più due, ma una sola carne (Mt 19,6). Questa intima unione, come mutuo impegno tra le persone, come quello dei figli, esige piena fedeltà e richiede la sua indissolubile unità».

«L'unità del Matrimonio confermata dal Signore appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale sia dell'uomo che della donna, che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore. La poligamia è contraria a questa pari dignità e all'amore coniugale che è unico ed esclusivo».

In virtù del sacramento, per il quale gli sposi cristiani manifestano e partecipano al mistero dell’unità e del fecondo amore tra Cristo e la Chiesa, l’indissolubilità acquista un nuovo significato e si rafforza la stabilità originaria del vincolo coniugale.

«Nella sua predicazione Gesù ha insegnato senza equivoci il senso originale dell'unione dell'uomo e della donna, quale il Creatore l'ha voluta all'origine: il permesso, dato da Mosè, di ripudiare la propria moglie, era una concessione motivata dalla durezza del cuore; l'unione matrimoniale dell'uomo e della donna è indissolubile: Dio stesso l'ha conclusa: “Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi” (Mt 19,6)».

Il sacerdote davanti alle difficoltà della vita matrimoniale

Ogni uomo fa l'esperienza del male, attorno a sé e in se stesso. Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l'uomo e la donna.

Da sempre la loro unione è stata minacciata dalla discordia, dallo spirito di dominio, dall'infedeltà, dalla gelosia e da conflitti che possono arrivare fino all'odio e alla rottura.

Tuttavia, anche se gravemente sconvolto, l'ordine della creazione permane. Per guarire le ferite del peccato, l'uomo e la donna hanno bisogno dell'aiuto della grazia che Dio, nella sua infinita misericordia, non ha loro mai rifiutato.

Esistono tuttavia situazioni in cui la coabitazione matrimoniale diventa praticamente impossibile per le più varie ragioni. In tali casi la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi e la fine della coabitazione.

I coniugi non cessano di essere marito e moglie davanti a Dio; non sono liberi di contrarre una nuova unione. In questa difficile situazione, la soluzione migliore sarebbe, se possibile, la riconciliazione.

Il sacerdote può accompagnare gli sposi nel discernimento, nella riconciliazione e nella gestione pastorale delle crisi, senza confondere l’aiuto spirituale con la negazione della dignità o della sicurezza delle persone coinvolte.

La questione del celibato sacerdotale

Il celibato è intimamente connesso con l'essenza stessa del sacerdozio come partecipazione alla vita di Cristo, alla sua identità e missione. Al giorno d'oggi è una norma disciplinare - e non un dogma di fede - in uso nella Chiesa di rito latino, fonte di doni spirituali incommensurabili, come testimoniano le vite di tanti santi.

Al giorno d'oggi i ministri ordinati della Chiesa cattolica di rito latino, ad eccezione dei diaconi permanenti, devono essere celibi. Questa norma disciplinare - suscettibile quindi di modifiche nel senso di permettere l'ordinazione presbiterale di uomini sposati - si è imposta a partire dal Concilio di Trento (1545-1563), ma ha seguito un percorso storico di discernimento le cui radici risalgono fino agli albori della Chiesa.

Le Chiese orientali in comunione con Roma continuano a ordinare sacerdoti uomini sposati ma richiedono il celibato per l’episcopato oltre che per i monaci, come segno del grande valore che esso ricopre.

Attualmente, quindi, nelle Chiese orientali ci sono diaconi e sacerdoti sposati che mettono al mondo figli anche dopo l’ordinazione, pur permanendo elementi legati al celibato: come ad esempio il divieto delle seconde nozze, il divieto di sposarsi dopo l’ordinazione e soprattutto la scelta dei candidati all’episcopato fra coloro che vivono il celibato.

Nel rito orientale è già possibile ordinare sacerdoti uomini sposati, mentre non è possibile sposarsi dopo aver ricevuto il sacerdozio. La possibilità riguarda quindi una disciplina diversa, non una separazione dalla Chiesa cattolica.

Il celibato sacerdotale non coincide dunque con un rifiuto del matrimonio cristiano. Il sacerdote celibe e gli sposi vivono vocazioni differenti, entrambe orientate al servizio della Chiesa e alla salvezza degli altri.

Il significato sponsale del ministero sacerdotale

Il celibato è una libera scelta d'amore in risposta ad un invito di Dio a seguire Cristo nel suo donarsi, anche nella carne, come “sposo della Chiesa”.

La Lettera agli Efesini (5,21-33) descrive l'alleanza tra Cristo e la Chiesa con l'immagine del matrimonio, in cui lo “sposo” Cristo si è donato alla sua “sposa” per renderla tutta bella.

Il principale testo del magistero sul celibato sacerdotale è tuttavia l'enciclica di Paolo VI, Sacerdotalis caelibatus (1967) nella quale sottolinea il significato escatologico del celibato, e riconosce che “il prezioso dono divino della continenza perfetta per il Regno dei Cieli costituisce […] un segno particolare dei beni celesti” ed è indicato come “una testimonianza della necessaria tensione del Popolo di Dio verso l'ultima Meta del pellegrinaggio terrestre e incitamento per tutti a levare lo sguardo alle cose superne” (n. 34).

Giovanni Paolo II, nella esortazione apostolica Pastores dabo vobis (1992), coglie il dono del celibato nel legame tra Gesù e il sacerdote e per la prima volta menziona l'importanza anche psicologica di questo legame, ma soprattutto indica la “vita secondo lo Spirito” e il “radicalismo evangelico” come le due irrinunciabili linee direttrici del celibato.

Il sacerdote è immagine di Cristo Sposo e il suo ministero è interpretato come un’offerta della vita per la Chiesa. Gli sposi, invece, sono chiamati a rendere visibile l’amore sponsale nella comunione concreta della vita familiare.

“Matrimonio e Ordine sacro, infatti, benché in modo diverso e secondo il carisma proprio di ciascuno, sono intimamente legati perché entrambi manifestano l’amore di Dio, edificando il Corpo mistico della Chiesa”.

“Questi due sacramenti, infatti, per strade diverse ma complementari, parlano di sponsalità: da una parte la donazione totale, unica e indissolubile degli sposi, dall’altra l’offerta di vita del sacerdote per la Chiesa, sono segni dell’amore sponsale di Dio per noi”.

Il matrimonio dei sacerdoti e le differenze disciplinari

Il Papa non ha approvato in modo generale il matrimonio dei sacerdoti, ma ha affermato che il celibato sacerdotale nella Chiesa occidentale è una disciplina e non un dogma, quindi può essere rivisto.

Francesco ha inoltre ricordato che nelle Chiese cattoliche orientali esistono già sacerdoti sposati. «Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che un prete si sposi», ha detto papa Francesco al portale argentino Infobae.

La norma che impedisce di conferire il sacerdozio agli uomini sposati, spiega Bergoglio, è «una prescrizione temporanea, non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Il celibato, sottolinea, «invece è una disciplina».

«Non sono ancora pronto a rivederlo, ma ovviamente è una questione di disciplina, che oggi c’è e domani può non esserci, e non ha niente a che vedere con il dogma», ha affermato Francesco sul tema del celibato sacerdotale.

Il Papa ha ricordato che il celibato obbligatorio riguarda la Chiesa occidentale, ovvero la Chiesa latina, mentre nelle Chiese cattoliche orientali esistono i preti sposati.

Francesco, tuttavia, ha espresso una valutazione prudente sull’effetto di un’eventuale riforma: permettere ai preti di sposarsi favorirebbe le vocazioni? «Credo di no», dice a Infobae il Papa.

Il tema rimane quindi distinto: da una parte la possibilità disciplinare di ordinare uomini sposati, già prevista nelle Chiese cattoliche orientali; dall’altra la questione dell’effettivo impatto di una simile riforma sul numero dei sacerdoti.

Il sacerdote nei matrimoni combinati: responsabilità concrete

Alla luce della natura del matrimonio cristiano, il ruolo del sacerdote nei matrimoni combinati può essere descritto attraverso alcune responsabilità fondamentali:

  • verificare che gli interessati siano liberi di contrarre il matrimonio;
  • accertare che il consenso sia personale, consapevole e non sostituito dalla volontà delle famiglie;
  • preparare gli sposi alla vita matrimoniale e alla celebrazione sacramentale;
  • spiegare l’unità, l’indissolubilità, la fedeltà e la fecondità del matrimonio;
  • accogliere il consenso a nome della Chiesa;
  • impartire la benedizione ecclesiale;
  • accompagnare la coppia nelle difficoltà della vita coniugale;
  • favorire la partecipazione della famiglia alla missione della Chiesa senza trasformare gli sposi in semplici strumenti pastorali.

Il sacerdote non è il proprietario del matrimonio e non può disporre della volontà degli sposi. Il suo servizio è ministeriale: consiste nel custodire la verità del sacramento, proteggere la libertà del consenso, accompagnare la coppia e inserirla nella comunione ecclesiale.

La relazione tra sacerdote e sposi dovrebbe quindi essere una comunione tra vocazioni distinte, non una relazione di dipendenza personale o di utilità reciproca. Si necessità dunque un cambiamento di mentalità che rimette al centro la grazia dei due sacramenti, una comunione che sia alla base dell’agire pastorale, un’amicizia che sia consolazione gli uni per gli altri.

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