Raffaello Rossi e Padre Pio: l’inchiesta del Sant’Uffizio e il giudizio sulle stigmate

Il cardinale Raffaello Carlo Rossi fu il Visitatore apostolico incaricato dal Sant’Uffizio di esaminare Padre Pio nel 1921. Arrivò a San Giovanni Rotondo prevenuto e diffidente, ma dopo otto giorni di osservazioni, interrogatori e testimonianze concluse che Padre Pio era un religioso sincero, umile ed esemplare e che gli straordinari fenomeni legati alla sua persona non avvenivano «né per intervento diabolico né per inganno o per frode».

Rossi esaminò direttamente le stigmate, interrogò Padre Pio sotto giuramento con 142 domande, ascoltò i confratelli, i superiori, il parroco e il viceparroco e studiò i sospetti relativi all’uso di acido fenico, veratrina, tintura di iodio e vasellina. La sua relazione del 4 ottobre 1921 riconobbe la solidità della fama di santità del frate, pur mantenendo la prudenza richiesta da un’indagine ecclesiastica.

L’incarico del Sant’Uffizio nel 1921

Tutto ha inizio ai primi di maggio 1921. Il futuro cardinale, da circa un anno, Vescovo di Volterra, 45 anni di età, si trova sereno nel suo vescovado. Riceve una lettera dal S. Uffizio che lo incarica, a nome del Papa Benedetto XV, di condurre un’accurata inchiesta su un frate di 34 anni, P. Pio da Pietralcina, cappuccino del convento di S. Giovanni Rotondo (“dov’è mai questo posto?”) il quale - dicono - avrebbe le stigmate.

In base alle conclusioni della sua indagine, il S. Uffizio dovrà emettere il suo giudizio e, eventualmente, prendere provvedimenti. Mons. Rossi sobbalza sulla sedia e scrive subito al Card. Merry del Val segretario del S. Uffizio, chiedendo di essere sollevato dall’incarico "di ardua gravità". Ma Merry del Val gli impone di accettare.

Mons. Rossi, ormai Visitatore apostolico, - grande Inquisitore - si reca a Roma dove esamina il voluminoso dossier di documenti sul frate, in cui lodi e accuse si contrappongono. Quindi parte per S. Giovanni Rotondo. Vi arriva, prevenuto verso P. Pio, ma quando lo vede e comincia a interrogarlo, subito gli appare "buono, sincero, semplice e perfino simpatico".

Elemento dell’inchiestaDato
IncaricoVisitatore apostolico del Sant’Uffizio
Anno dell’indagine1921
Età di Padre Pio34 anni
Età di Mons. Rossi45 anni
Numero delle domande142
Durata della permanenza a San Giovanni RotondoOtto giorni
Data della relazione sulle stigmate4 ottobre 1921
Raffaello Rossi incontra Padre Pio

L’arrivo a San Giovanni Rotondo

On June 14, 1921, a priest knocks at the convent in San Giovanni Rotondo. He is in his early forties and wears a simple cassock, but he is no ordinary priest. He is Bishop Raffaello Carlo Rossi, future cardinal and the Apostolic Visitor sent by the Holy Office to investigate secretly Padre Pio.

The Bishop Inquisitor remains with the Capuchin Brothers for eight days, interrogating and recording depositions. He also interviews Padre Pio himself and examins the mysterious wounds of Christ that he bears on his body.

Lo osserva in tutto, durante le preghiere, durante i pasti e la ricreazione, durante la celebrazione della Messa e mentre si reca a confessare. Lo interroga sotto giuramento, in modo esigente e severo: 142 domande in tutto, un vero "bombardamento".

Vuol vedere e toccare le "piaghe" che P. Pio ha alle mani, ai piedi e al petto. Prende nota di tutto.

Le deposizioni di Padre Pio

La prima deposizione del 15 giugno 1921

Padre Pio interrogato dall’inquisitore mons. Raffaello Carlo Rossi. 15 giugno 1921 In confessionale Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, S.O., Dev. Var. 1919 n. 1, Cappuccini, padre Pio da Pietrelcina, fasc. i, doc. 18, f. 130.

Prima deposizione del P. Pio da Pietrelcina, Cappuccino. 15 Giugno 1921 - Ore 17 L’inquisitore Raffaello Carlo Rossi. Davanti a me infrascritto Visitatore Apostolico, nel Convento dei Minori Cappuccini, si è presentato, chiamato, il R. P. Pio da Pietrelcina, il quale, al tocco dei SS. Evangeli prestato il giuramento di dire la verità, depose e rispose come segue:

Interr. Del suo nome e delle sue generalità. Risp. Mi chiamo P. Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, di Orazio, di 34 anni compiti. Mi trovo in questo Convento dal Settembre 1916.

Interr. Di narrare la sua vita. Risp. Entrai nel Noviziato di Morcone, Provincia di Benevento, nel 1902 o 1903 in Gennaio. L’anno appresso feci la mia professione semplice e a suo tempo regolarmente la professione solenne.

Dal Noviziato passai a S. Elia a Pianisi, Provincia di Campobasso, per farvi gli studi di Letteratura; eccettuati pochi mesi a S. Marco alla Catola, poi tutti gli studi filosofici per circa tre anni li feci nello stesso Convento di S. Elia.

Gli studi teologici a Serra Capriola, Provincia di Foggia e a Montefusco, per 4 anni. - Fui ordinato Sacerdote nel 1910, durante il corso teologico, 2º anno compito o 3º compito, come più mi pare.

In questi frattempi stetti più volte a casa per motivo di salute, febbri malariche e più tardi bronco-alveolite. Fui pochi mesi a Foggia nel 1916, poi venni a S. Giovanni, dove mi trovo tuttora.

Quanto al servizio militare, fui sotto le armi pochi giorni, sempre per ragione di salute, perché spesso mandato in convalescenza, finché, dal 1915 in cui ero stato chiamato, fui definitivamente licenziato nel Marzo antece / [96] dente all’armistizio.

I pochi giorni di servizio militare li passai a Napoli, in cura, nell’Ospedale, le convalescenze in questo Convento di S. Giovanni Rotondo.

I fenomeni mistici riferiti da Padre Pio

Interr. Quando fu abilitato al ministero delle confessioni e predicazione. Risp. Predicare non ho mai predicato; alle confessioni per qualche caso occorrente in patria fui abilitato fin dall’ordinazione sacerdotale circa (1911); qui ebbi dall’Ordinario la facoltà circa tre anni fa: a Foggia non confessavo perché per motivi di salute nemmeno avevo domandato la facoltà.

Interr. Che cosa egli dica di circostanze apparentemente ordinarie occorse intorno e a riguardo della sua persona, p. e. a Foggia. Risp. Fino circa dal 1912, sentivo rumori che a Foggia cominciarono ad essere avvertiti anche da altri che venivano da me, ammalato, a sentire di che si trattasse: e mi si presentavano suggestioni cattive in figura esterna, ora figure umane, ora di bestie, ecc. Da anni né rumori, né suggestioni si ripetono.

Interr. Se altri fatti oltre i surriferiti gli sono occorsi di apparente natura mistica. Risp. Sì, apparizioni in veglia di N. S., della Madonna, di S. Francesco.

Interr. Da quando cominciarono fatti di questa indole. Risp. Dal 1911-12 circa. Interr. Cessate le suggestioni di apparente indole diabolica, se le cosiddette apparizioni continuarono e continuano. Risp. Sì, sebbene più rare.

Interr. Le dette apparizioni erano mute o da esse provenivano avvisi, esortazioni ecc. Risp. Sì, ricevevo esortazioni a riguardo di me stesso e anche rimproveri, tutti circa la vita spirituale: così a riguardo di altri.

Il racconto della stigmatizzazione

Interr. Che narri partitamente circa le cosiddette «stimmate». Risp. Il 20 Settembre 1918 dopo la celebrazione della Messa trattenendomi a fare il dovuto ringraziamento nel Coro tutt’ad un tratto fui preso da un forte tremore, poi subentrò la calma e vidi N. S. in atteggiamento di chi sta in / [97] croce, ma non mi ha colpito se avesse la Croce, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a Lui e più da lui favoriti.

Di qui si manifestava che lui soffriva e che desiderava di associare delle anime alla sua passione. M’invitava a compenetrarmi dei suoi dolori e a meditarli: nello stesso tempo occuparmi per la salute dei fratelli.

In seguito a questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e chiedevo a lui che cosa potevo fare. Udii questa voce: «Ti associo alla mia Passione».

E in seguito a questo, scomparsa la visione, sono entrato in me, mi son dato ragione e ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo.

Interr. Se e come altri se ne accorsero, e quando. Risp. Nessuno mi fece domanda diretta, fuorché il Direttore, P. Benedetto da S. Marco in Lamis. Non era qui, forse lo seppe, mi scrisse e in seguito fu qui.

Le cure applicate alle stigmate

Interr. Che cosa abbia fatto a queste «piaghe», da quando sono apparse. Risp. Ho cercato di mettere i guanti.

Da principio per fermare il sangue usai di tanto in tanto della tintura d’iodio, ma un medico mi disse che non lo usassi più perché poteva irritare maggiormente.

Mi fecero usare un poco di vasellina quando le piaghe si scrostavano; la usai diverse volte, ma da tempo non la uso più. Saranno quasi due anni che non uso più nulla.

Si sospende brevemente la sessione. Le quali cose debitamente approvate e accettate, il Padre Pio fu dimesso col giuramento de silentio servando, che prestò al tocco dei SS. Evangeli, e in conferma di tutto ciò che precede si sottoscrisse.

P. Pio da Pietrelcina, Cappuccino. Acta sunt haec per me, Visitatorem Apostolicum. L.L S Fr. Raphael C., Episc. Volaterr. Visit. Apost.

I sospetti su acido fenico e veratrina

Nel 1920 il Sant’Uffizio venne messo in allarme una lettera del 24 luglio inviata dal Vescovo di Foggia, mons. Salvatore Bella. Alla lettera erano allegate due testimonianze giurate, una del farmacista foggiano dottor Valentino Vista e l’altra di sua cugina Maria De Vito, con le quali, in particolare con la prima datata 27 giugno 1920, venivano prospettati sospetti nei confronti di Padre Pio sull’uso di acido fenico e di veratrina.

La testimonianza del farmacista Valentino Vista

27 giugno 1920 Testimonianza giurata del dr. Valentino Vista: ". una mia cugina, la signorina Maria De Vito,. mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell’acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso.

e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro, che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell’acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».

Questo però fu «un pensiero fugace». Subito dopo pensò che l’acido fenico puro, in soluzione e correttamente dosato, poteva servire come disinfettante.

Disse alla cugina che «l’acido fenico puro non si può dare così senza la prescrizione del medico, ma che, trattandosi di Padre Pio», glielo avrebbe dato. Infatti diede alla cugina il farmaco consigliando la massima cautela.

La richiesta della veratrina

Testimonianza giurata della cugina Maria De Vito: ". «. ricevetti dallo stesso Padre Pio una lettera nella quale tra l’altro mi faceva richiesta di quattro gram-mi di veratrina. Cercai di trovarla nella farmacia di mia proprietà, senza richiederla a mio cugino, perché la prima volta verbalmente mi era stato consigliato di rivolgermi a lui per l’acido fenico, mentre questa volta nella lettera non mi diceva nulla».

Continua la testimonianza del dr. Vista: "«. Dopo poco tempo dalla richiesta dell’acido fenico venne una seconda richiesta la quale mi mise seriamente in sospetto e rafforzò il mio dubbio precedente.

Questa seconda richiesta mi venne fatta da Padre Pio. , e questa volta a mezzo di una lettera di mia cugina, lettera che ricevetti una mattina mentre ero nella mia farmacia a Piazza Lanza, 48.

Appena la lessi mi venne il sospetto che i 4 gr. di veratrina richiesti da Padre Pio servissero al medesimo per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani.

[. ] Se si fosse trattato invece di una cosa giustificata dalla presenza di qualche malattia e quindi dalla debita prescrizione del medico, non sarebbe stato più naturale il fatto di mandare a me, pur a mezzo di mia cugina, la ricetta per avere il medicamento?

Perché fare quella richiesta con tanta segretezza?».

La valutazione di Rossi sui farmaci

La relazione al Sant'Offizio del Visitatore Apostolico Mons. Raffaello Rossi, il 4 ottobre 1921, riguardo a quanto sopra, si sofferma sull’ipotesi di «una auto-stimmatizzazione procurata con mezzi fisici e chimici».

Il Visitatore, sulla base della testimonianza giurata del farmacista foggiano Valentino Vista ampiamente illustrata da P. Lemius, pone la domanda: «Che nascondeva questo mistero?».

E subito dopo: «Il “mistero” è svelato: non credo ci sia ragione per dubitarne della sincerità di P. Pio, chiamato a giuramenti che avrebbero dovuto far breccia sulla sua anima sacerdotale, e sotto la santità dei quali egli ha attestato di non aver per nulla artificialmente procurate o completate le stimmate».

Infatti, durante la seconda deposizione (ore 19 del 15 giugno), alla domanda «se abbia mai usato per sé acido fenico diluito o puro», Padre Pio risponde di no tranne nei «casi nei quali l’abbia usato il medico per sterilizzazione quando mi faceva iniezioni».

Alla domanda se ne abbia fatto richiesta a persone estranee al convento, Padre Pio risponde di averne fatto richiesta «per uso della Comunità, anzi del Collegio di cui ero Direttore, quando non se ne trovasse in convento».

Infine, alla domanda se la richiesta veniva fatta in modo che rimanesse segreta agli stessi confratelli, risponde: «No, tanto più che in passato ero quasi solo col Padre guardiano.

Se mai sarebbe stato al solo scopo di evitare che si sapesse dalle persone che dovevano portarlo [l’acido fenico] che si trattava di medicamenti richiesti senza ricetta del medico».

La spiegazione della veratrina

Il Visitatore si sofferma anche su un altro farmaco, la veratrina, che - precisa - era richiesta per «uno scherzo da farsi a ricreazione!!».

Infatti, sempre durante la seconda deposizione, Padre Pio, ad una domanda sull’argomento, aveva risposto di averne fatto richiesta «senza conoscerne neppure l’effetto, perché il P. Ignazio, Segretario del Convento, una volta mi dette una piccola quantità di detta polvere per metterla nel tabacco e allora io la ricercai più che altro per una ricreazione, per offrire ai confratelli tabacco che con piccola dose di questa polvere diviene tale da eccitare subito a starnutire».

Quindi - afferma il vescovo Rossi - «anziché la malizia, si rivelano qui la semplicità e lo spirito faceto di P. Pio».

La tintura di iodio e la vasellina

Fatto anche un accenno all’uso di tintura di iodio (per disinfettare le piaghe, affermava P. Lemius), il Visitatore conclude quanto, sull’uso dei farmaci sopra citati, risulta dalle deposizioni giurate:

«Che P. Pio usò della tintura di iodio non per disinfettare le piaghe, ma per arrestarne il sangue. “Io non ne conoscevo nemmeno l’efficacia: ho visto che altri quando si tagliavano usavano questa medicina per stagnare il sangue”».

«Che non solo usò della tintura di iodio, ma anche vasellina o glicerolato di amido, ma sempre per ragioni ovvie: “Mi fecero usare un poco di vasellina quando le piaghe si scrostavano”».

«Che dall’uso della tintura di iodio cessò proprio per evitare. quello che l’azione dello iodio poteva produrre sui tessuti cutanei. “Un medico mi disse che non lo usassi più perché poteva irritare maggiormente”».

«Che infine son quasi due anni dacché P. Pio non usa più nulla, cioè non applica più alcuna medicina alle stimmate e nonostante, il che è da notare, le stimmate permangano tuttora.

Dunque la loro permanenza è indipendente anche dall’applicazione di questi medicinali: dunque possiamo concludere che non sono state né procurate né mantenute con mezzi fisici e chimici, il che del resto sarebbe stato in assoluto contrasto colla provata virtù di P. Pio».

Dopo tanti sospetti, questa è una conclusione di rilevante importanza, formulata dal vescovo Rossi a seguito di numerose testimonianze giurate non soltanto di Padre Pio, ma anche dei suoi confratelli e dei suoi Superiori.

Stigmate di Padre Pio e indagine ecclesiastica

Le indagini sui frati e sul ministero di Padre Pio

In quelle settimane, con la stessa severità, l'inquisitore del Sant'Uffizio interroga i frati di S. Giovanni Rotondo sulla loro vita religiosa e su quanto fa il loro confratello.

Mons. Rossi è stupito nell’apprendere che Padre Pio ha convertito diverse persone, anche illustri intellettuali, dall’ebraismo e dal protestantesimo, provenienti dall’Inghilterra, dall’Olanda e persino dall’Estonia.

Incredibile a dirsi, ma vero. Convoca parroco e vice-parroco a S. Giovanni Rotondo, i quali appaiono invidiosi dell’opera del frate.

Mons. Rossi annota tutto senza che gli sfugga nulla.

Il Bishop Inquisitor interviews Padre Pio himself and examins the mysterious wounds of Christ that he bears on his body. After gathering all the evidence, the Inquisitor sketches his own evaluation of Padre Pio, which includes his reasons for believing that the stigmata are of divine origin.

Il profumo associato a Padre Pio

Il vescu Raffaello Rossi , mandatu da u Sant'Uffiziu per investigà Padre Pio in u 1921, li dumandò di u prufume chì si dice chì vene da i so stigmati.

Padre Pio rispose ch'ellu ùn sapia micca ciò chì dì à sta quistione, dicendu ch'ellu avia intesu altre persone vene à basgià a so manu, ma ellu stessu ùn pudia micca sente a differenza, è in a so cella ùn avia altru chè sapone.

In u so rapportu à i cardinali riguardu à u prufume, u Vescu Rossi dichjara ch'ellu hà sintutu l'odore , paragunabile à quellu di una viola, cum'è tutti testimonianu, durante a so visita à Padre Pio.

Dichjara ancu ch'ellu hè andatu à San Giovanni Rotondo scetticu nantu à e storie cuntate nantu à u frate di Pietrelcina, ma hè statu culpitu da certi fatti chì l'anu fattu cambià idea.

Unu di sti fatti hè u prufume , ch'ellu stessu hà sintutu, cum'è tutti l'altri facenu eccettu Padre Pio.

U vescu Rossi face parechje dumande riguardu à l' origine di u prufume. Esclude l'azione diabolica per diverse ragioni ch'ellu hà digià spiegatu.

Si dumanda s'ella hè azione divina, ma ùn osa fà una dichjarazione definitiva nantu à a materia.

Altri scenarii pussibuli includenu l'ingannu, l'usu di prufume da Padre Pio, o un casu innocente d'usu di prufume.

U vescu, però, dichjara chì l'ingannu ùn hè micca sustinutu da a bona vita è a mudestia di Padre Pio. Inoltre, durante a visita à a so cella, u vescu hà pussutu verificà chì Padre Pio ùn avia altru chè sapone.

La relazione finale di Raffaello Rossi

La relazione del Visitatore Apostolico, il 4 ottobre 1921, riguardo alle stigmate, si sofferma sull’ipotesi di «una auto-stimmatizzazione procurata con mezzi fisici e chimici».

Il Visitatore, sulla base della testimonianza giurata del farmacista foggiano Valentino Vista, pone la domanda: «Che nascondeva questo mistero?».

E subito dopo: «Il “mistero” è svelato: non credo ci sia ragione per dubitarne della sincerità di P. Pio, chiamato a giuramenti che avrebbero dovuto far breccia sulla sua anima sacerdotale, e sotto la santità dei quali egli ha attestato di non aver per nulla artificialmente procurate o completate le stimmate».

Mons. Rossi è ricco di dottrina e di saggezza, profondamente retto e agisce soltanto per la gloria di Dio. Non conosce doppiezza e non ha secondi fini. Limpido e puro di cuore.

"Segretamente", l'inquisitore del Sant'Uffizio ha sentito che in Padre Pio è presente Gesù stesso che continua la sua passione.

Così, pur con prudenza, conclude: "P. Pio è un buon religioso, esemplare, esercitato nella pratica delle virtù, dato alla pietà e elevato forse nei gradi di orazione più di quello che non sembri all’esterno; risplendente in particolar modo per una sentita umiltà e per una singolare semplicità che non sono mai venute meno, neppure nei momenti più gravi".

"Lo straordinario che avviene in P. Pio non si può dire come avvenga, ma non avviene certamente né per intervento diabolico né per inganno o per frode".

Questo è il succo della relazione che Mons. Rossi manda al S. Uffizio al Card. Merry del Val. Ma non basterà per placare gli animi dei detrattori di Padre Pio.

La testimonianza del 20 settembre 1918 nella relazione

Questo è il succo della relazione che Mons. Rossi manda al S. Uffizio dove il Card. Merry del Val e gli altri Padri Eminentissimi potranno leggere anche il racconto dettagliato della stigmatizzazione, fatto dallo stesso P. Pio:

"Il 20 settembre 1918, al mattino, in coro, mentre facevo il ringraziamento alla S. Messa… vidi Nostro Signore in atteggiamento di chi sta in croce… lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini specialmente di coloro consacrati a Lui e più da Lui favoriti… in seguito a questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e chiedevo a Lui che cosa potevo fare.

Udii questa Voce: "Ti associo alla mia Passione". Scomparsa la visione, ho visto questi segni (=le stigmate) dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo".

Chi era Raffaello Carlo Rossi

Ma chi era questo Vescovo austero, innamorato di Gesù e proprio onesto? Sì, onesto, perché anche un Vescovo per prima cosa dev’essere onesto, oggi e sempre, e non un maneggione!

Era nato a Pisa il 28 ottobre 1876 da Francesco e Maria Palamidessi. La sua famiglia benestante gli garantì un’ottima formazione.

A 15 anni, sentì di essere chiamato dal Signore, ma suo padre gli impedì di entrare in Seminario. Carlo completò gli studi classici e si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa, dove tra i suoi maestri ebbe anche Giuseppe Toniolo.

A 21 anni, però, il 3 ottobre 1897, entrò tra i Carmelitani Scalzi con il nome di fra Raffaello.

Novizio esemplare, il 20 settembre 1901, emise la professione perpetua. Il 21 dicembre dello stesso anno, fu ordinato sacerdote da Mons. Ferdinando Capponi, Arcivescovo di Pisa, e inviato a Roma a completare gli studi in Teologia Dogmatica e Morale alla "Gregoriana", dove ebbe tra i suoi docenti il futuro Card. Ludovico Billot, e strinse amicizia con illustri compagni di studio, come don Eugenio Pacelli, il futoro Papa Pio XII.

La formazione carmelitana e i primi incarichi

Fin dai primi incarichi, prima al Convento di S. Paolino a Firenze, poi come coadiutore al S. Uffizio, apparvero subito il suo sano equilibrio, la sua eccezionale dottrina, la sua santità di vita, le sue doti di governo, la sua perspicacia e saggezza, la sua dedizione totale a Gesù e alla sua Chiesa.

Per questo, al S. Uffizio, altri importanti incarichi si susseguirono uno dietro l’altro: Consultore della Congregazione dei Seminari (1910), Visitatore apostolico del Seminario di Molfetta (1919), dove si distinse per la lucidità delle risposte date a alcuni problemi; contemporaneamente, Amministratore ordinario del Collegio Inglese a Roma, in modo brillante.

Sempre, uomo di intensa preghiera, ottimo carmelitano, confessore e direttore spirituale ricercato dalle anime: dalla sua guida si usciva carichi di amore a Gesù e di configurazione a Lui.

Fu consultore del S.Uffizio e della S.Concistoriale, visitatore apostolico di numerosi seminari della penisola e infine, nel 1920, vescovo di Volterra.

La nomina a vescovo di Volterra

Il 22 aprile 1920, è nominato Vescovo di Volterra. Non vuol saperne, ma Benedetto XV lo obbliga a accettare.

Padre Raffaello si ritira in esercizi per prepararsi alla sua consacrazione episcopale. Scrive i suoi propositi:

"Da Vescovo terrò i miei occhi fissi in Gesù buon Pastore eterno delle anime, e negli esempi e negli insegnamenti del divino Maestro cercherò e troverò la norma del ministero episcopale.

Guarderò agli Apostoli, dei quali sono successore indegno, e sarà per me incitamento a ben fare la rimembranza del loro zelo e della loro fortezza evangelica fino al martirio.

Mi sarà di modello costante il santo Arcivescovo di Milano, S. Carlo Borromeo, del quale ebbi il nome nel santo Battesimo".

La spiritualità di Rossi: orazione, mortificazione e apostolato

Ancora nei suoi propositi, Mons. Raffaello Carlo Rossi aggiunge: "La mia vita di Vescovo si compendierà in tre parole: orazione, mortificazione e apostolato.

Gli occhi miei saranno sempre elevati al Signore: VOGLIO VIVERE PRESSO GESÙ IN SACRAMENTO, consumarmi dinanzi a Lui nel silenzio dell’adorazione e dell’amore.

In tutto e sempre mi mortificherò nelle grandi e piccole cose: dovere e necessità di un Vescovo più che per un religioso.

Nell’apostolato non prenderò riposo: veglierò, assisterò, richiamerò. Predicherò sempre: vorrò educato all’apostolato il mio Clero: lo esigerò con un portamento attivo alla ricerca e alla custodia delle anime".

Un Vescovo che propone di tenere gli occhi fissi su Gesù buon Pastore, stupisce assai oggi, in un tempo come il nostro in cui prevalentemente si pensa alle aperture al mondo, al dialogo con tutti e ai valori umani, dimenticando spesso Gesù Cristo e Lui Crocifisso e Eucaristico, l’unico Tesoro, l’Unico Signore e Salvatore delle anime e del mondo.

L’opera pastorale a Volterra

Giunto a Volterra, Mons. Rossi si impegna con grande fervore. Migliora la vita nelle parrocchie, favorisce le Opere Missionarie, soprattutto ravviva la devozione a Gesù Eucaristico: è il primo a dimostrare con il suo esempio l’importanza e l’efficacia della visita al SS.mo Sacramento, per i suoi preti e per tutti i fedeli.

Profonde le sue energie nel Seminario e nella santificazione del suo Clero. Segue da vicino l’ordinamento della vita seminaristica, gli studi, i superiori e gli stessi allievi del seminario, uno per uno.

Appena tre anni così - mirabile pastore di anime - a immagine di Gesù, e già nel maggio 1923, è richiamato a Roma per ricoprire il prestigioso incarico di Assessore della Congregazione Concistoriale (l’attuale Congregazione per i Vescovi).

Ormai appassionato alla vita di pastore nella sua diocesi, Mons. Rossi scrive al Card. De Lai: "Ormai vivevo della vita del ministero, che ha per me le più grandi e più sante attrattive, e sentirei il distacco dalle anime.

Non mi dispiacciono gli incomodi e i pesi dell’apostolato: esercitarmi in esso senza riposo, come gli Apostoli e come S. Carlo, è un conforto e una consolazione per me".

Traccia la sua opera a Volterra: "Non cercai l’episcopato, ma ora che per volontà di Dio sono quello che sono, consumarmi per le anime nel ministero sarebbe il mio sogno.

E consumarmi proprio qui in mezzo a questo Clero che mi sta sinceramente a fianco, a questo popolo che tante volte ho visto affollarmisi attorno e ascoltarmi, e soprattutto in mezzo ai miei buoni e cari seminaristi che sono tanta parte dell’anima mia.

Prego il S. Padre che mi lasci in mezzo a questi figlioli, che vedo crescere sotto i miei occhi in numero e virtù.

Ma Pio XV è irremovibile. Fino al 1930, Mons. Rossi ricoprirà l’incarico cui è stato destinato.

Gli incarichi a Roma e il cardinalato

Il lavoro fu molto - scrive F. Castelli nel libro citato (pp. 282-283) a causa delle condizioni di salute del Card. De Lai, suo diretto superiore.

La mole di lavoro giunse a tale livello che, impegnato come direttore spirituale di alcuni sacerdoti, fu costretto a ammettere di non avere più la possibilità di scriver loro in tempi ragionevoli.

In particolare venne coinvolto nei lavori preparatori per la stipula del Concordato tra S. Sede e Italia e per il felice esito della trattativa conclusa l’11 febbraio 1929.

Riconoscendo i suoi meriti, Pio XI lo nominò "primo rappresentante della Sede Apostolica per l’attuazione del Concordato".

Per l’altissima stima guadagnata, il 30 giugno 1930, venne elevato alla dignità di Cardinale con l’incarico di Segretario della Congregazione Concistoriale.

Da allora, gli venne affidata la ponenza di un centinaio di Cause di canonizzazione; poi divenne presidente della Commissione cardinalizia per il Santuario di Pompei, del quale promosse l’ampliamento e la diffusione del culto.

Promosse la riforma del Breviario e salvò da fine sicura la Pia Società di S. Carlo, fondata da Mons. Scalabrini. Fu per questa Famiglia religiosa una sorta di secondo fondatore.

La povertà e gli ultimi anni

In mezzo agli onori di cui fu ricoperto, il Card. Rossi continuò a essere umile e povero, come quando era semplice carmelitano.

La sua camera da letto nel Palazzo della Cancelleria a Roma dimostrava che lui non voleva essere altro che un povero frate, con un letto poggiato su due cavalletti, una povera scrivania, una sedia e nulla di più.

Ai primi del 1947, cominciò a non stare bene. Per i suoi problemi di salute, dopo tanto lavoro, il medico di Pio XII gli consigliò riposo assoluto.

Sembrò migliorare, ma il 17 settembre 1948 - 60 anni fa - a Crescano del Grappa dove era andato a riposarsi, si spense improvvisamente, con il sorriso sul volto.

Sul suo tavolo di lavoro, c’erano solo il Vangelo, l’Imitazione di Cristo e, aperto, L’arte di ben morire" del Padre Petazzi, S.J., che stava meditando in quei giorni.

Davvero, come aveva scritto nel 1920, "si era consumato davanti a Gesù, nel silenzio, nell’adorazione e nell’amore".

La causa di beatificazione e il rapporto con Padre Pio

Nel 1976 fu introdotta la causa di beatificazione e nel 1979 si concluse il processo informativo sulla vita e le virtù del Servo di Dio.

Del Card. Raffaello Carlo Rossi è in corso avanzato il processo di batificazione-canonizzazione: tra i suoi meriti anche quello di essere stato il primo a riconoscere a nome della Chiesa la verità e la santità di P. Pio.

Il suo giudizio è stato pienamente condiviso dai Pontefici Benedetto XV, Pio XII e Paolo VI, e infine confermato in pieno da Giovanni Paolo II, il 16 giugno 2002, con la solenne canonizzazione: San Pio da Pietralcina, il santo più volte inquisito, nella gloria del Paradiso con il suo primo grande Inquisitore, che merita dunque il più alto elogio per la sua "inquisizione" e per la sua santa vita.

La salma riposa nella basilica romana di S.Teresa al Corso d'Italia.

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