San Basilio e i Marando: storia, narcotraffico e controllo del territorio

San Basilio è un quartiere di Roma nel quale le inchieste hanno ricostruito, nel corso degli anni, una forte presenza della ‘ndrina Marando, originaria di Platì, in provincia di Reggio Calabria. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe trasformato la zona in una delle principali piazze di spaccio della Capitale, collegando il mercato romano a una rete internazionale di narcotraffico.

Le indagini hanno descritto un’organizzazione con rapporti con broker sudamericani, gruppi albanesi e altre realtà criminali italiane, oltre a una strategia fondata sul controllo del territorio, sull’intimidazione e sulla ricerca del consenso. Nel quartiere, il cognome Marando avrebbe assunto un peso tale da essere considerato, per alcuni, un elemento di paura e, per altri, un lasciapassare.

Il quartiere di San Basilio e la presenza dei Marando

San Basilio è caratterizzato da un dedalo di vie che comprende via Montegiorgio, via Recanati, via Morrovale, via Fabriano e via Fiuminata. In questa parte del quartiere campeggia la Lupa, il murale con il simbolo e i colori della AS Roma.

Le inchieste hanno ricostruito il predominio dei Marando tra i vicoli che danno su via Montegiorgio, via Recanati, via Morrovale, via Fabriano e via Fiuminata. Rosario Marando non si è mai nascosto, almeno in certi ambienti.

Le inchieste hanno ricostruito come, negli ultimi 25 anni, sia riuscito a creare una roccaforte nel quartiere che, nonostante gli arresti, sembrerebbe ancora sotto il suo controllo. A San Basilio, nonostante le inchieste e gli arresti, il cognome Marando ha un peso.

È uno di quelli che fa paura pronunciare. Per qualcuno, gli alleati si intende, è invece un lasciapassare.

Mappa del quartiere San Basilio Roma

L’operazione di sgombero degli alloggi popolari

«L’operazione di oggi a San Basilio, che ha consentito di liberare tre alloggi di edilizia popolare occupati da soggetti riconducibili alle famiglie dei Marando, Pupillo e Delle Fratte, assume grande importanza.

Persegue difatti l’obiettivo di tutelare il patrimonio edilizio pubblico, rendendo così possibile riassegnare gli immobili a famiglie che ne hanno realmente diritto, e al contempo realizza sul territorio una forte e concreta azione di contrasto alle organizzazioni criminali, che utilizzano tali locali come basi per i loro traffici delittuosi.

Questa attività rappresenta l’ultima di una lunga serie di interventi, già avviati in tutto il Paese, che proseguiranno con determinazione», ha dichiarato il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, commentando gli sgomberi realizzati oggi a Roma, in via Corinaldo, dalla Polizia di Stato, durante i quali sono state rinvenute e sequestrate numerose dosi di sostanze stupefacenti, già pronte per essere immesse sul mercato, e materiale per il loro confezionamento.

L’operazione Anemone

Un maxi-blitz condotto dai Carabinieri del ROS, denominato “Operazione Anemone”, ha inferto un duro colpo alla ‘Ndrangheta, portando all’arresto di 28 persone tra italiani e albanesi, gravemente indiziate di far parte di un’associazione criminale di matrice ‘ndranghetista con base a Roma e ramificazioni su tutto il territorio nazionale.

L’operazione, scattata l’8 luglio 2025 su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Roma, ha rivelato la pervasiva influenza del clan Marando, in particolare nella zona di San Basilio, e la sua capacità di gestire un imponente traffico internazionale di stupefacenti.

Al centro dell’inchiesta c’è la figura di Rosario Marando, 57enne calabrese, già noto alle forze dell’ordine per la sua appartenenza alla ‘Ndrangheta e ritenuto un elemento apicale della “locale” di Volpiano (TO), promanazione di quella di Platì (RC).

Trasferitosi a Roma all’inizio degli anni 2000, Marando avrebbe assunto il controllo dell’area di San Basilio, promuovendo la nascita di un’associazione criminale che vedeva coinvolti anche i suoi tre figli.

Il traffico internazionale di droga

Le indagini hanno evidenziato come il clan Marando avesse stabilito legami solidi con una paritetica struttura criminale albanese. Questa alleanza si è rivelata fondamentale per la gestione logistica del traffico di droga, dall’estrazione dei carichi dai porti spagnoli e olandesi al successivo trasporto e smercio del narcotico in altre zone della Capitale.

La cocaina, proveniente dal Sud America, giungeva in Europa tramite container, sbarcando in porti spagnoli, a Rotterdam (Olanda) e a Gioia Tauro (RC), anche grazie all’interazione con altri broker calabresi, per poi raggiungere il mercato romano.

Questa sinergia garantisce canali alternativi di approvvigionamento e la possibilità di utilizzare porti stranieri per diversificare le rotte del narcotraffico, con il porto di Gioia Tauro che mantiene un ruolo centrale per le importazioni di cocaina.

L’inchiesta ha svelato la logistica dello smercio di grandi quantità di cocaina sull’asse Colombia-Rotterdam-Gioia Tauro. Viaggiava sui container per poi finire nel mercato di Roma.

Una cassa comune tra ‘ndrangheta e organizzazioni criminali albanesi finanziava i grandi carichi di cocaina. I rappresentanti delle mafie dell’Est si recavano ai funerali a Platì, nel cuore dell’Aspromonte, per rispetto degli alleati in una simbiosi di affari e di simboli che disegna le nuove traiettorie del narcotraffico internazionale.

SostanzaQuantità contestata
Cocaina1019 kg
Hashish1497 kg

L’operazione ha permesso di contestare agli indagati circa 80 capi di imputazione relativi al traffico di oltre una tonnellata di cocaina (1019 kg) e 1497 kg di hashish.

Una tonnellata è stata sequestrata e mappata dai carabinieri dei reparti speciali. Un’altra, sempre tonnellata, era di hashish.

Una quantità impensabile per famiglie, pur rinomate della mala capitolina non per l’erede-fratello di Pasqualino Marando, il Pablo Escobar italiano ucciso in una faida a cavallo dell’entrata in vigore dell’euro.

Rosario Marando e il ruolo attribuito dagli investigatori

Per la ‘ndrangheta guida Rosario Marando, 57 anni, pedigree d’eccezione nelle ferree gerarchie delle cosche calabresi trapiantate al Nord. È arrivato a Roma, nel quartiere bunker di San Basilio, direttamente da un’altra roccaforte colonizzata al Settentrione: Volpiano, provincia di Torino.

Quarto di sette fratelli e tre sorelle, è stato condannato per mafia dopo molti anni di militanza e sostanziale, sempre per mafia, immunità dalle aule di giustizia, fino a quando non è incappato nel processo Minotauro, babele di accuse della Dda contro le cosche torinesi.

Secondo gli inquirenti, Rosario Marando, nonostante fosse agli arresti domiciliari, sarebbe stato in grado di “riavviare” la piazza di spaccio a San Basilio a partire dall’estate del 2020.

L’egemonia dei Marando era tale che, ben consapevoli di dominare e condizionare il mercato della droga romano, avrebbero utilizzato metodi mafiosi per raggiungere i loro obiettivi e consolidare il monopolio delle vendite.

La vasta organizzazione criminale garantiva ai suoi adepti introiti in denaro considerevoli, con profitti che crescevano proporzionalmente ai ruoli ricoperti all’interno della struttura piramidale.

L’alleanza con la criminalità albanese

Accanto a Rosario Marando figura Arjan Sagajeva, un pezzo grosso che aveva attivato canali personali con la Colombia. Uno che, per dirla con le parole dei professionisti del Ros dei carabinieri, si muoveva allo stesso livello di Marando.

L’indagine ha confermato l’infiltrazione della ‘Ndrangheta nel territorio romano e l’ormai strutturale alleanza tra clan calabresi e albanesi.

L’inchiesta ha anche evidenziato l’esistenza di accordi tra organizzazioni criminali di diversa matrice per la spartizione delle più redditizie aree di smercio del narcotico nella Capitale, e l’utilizzo sistemico di strumenti tecnologici evoluti per le comunicazioni operative.

Il patto tra le due organizzazioni avrebbe avuto una funzione logistica e finanziaria: da una parte i collegamenti con i broker e le rotte internazionali, dall’altra la distribuzione della droga sul mercato romano.

Torture, intimidazione e criptofonini

Tra i reati contestati spicca un raccapricciante episodio di tortura aggravata dal metodo mafioso, in cui quattro esponenti del gruppo sono accusati di aver sequestrato e picchiato per ore uno spacciatore.

Le torture sono state riprese con un telefonino per diffondere il video, con l’obiettivo di instillare paura, omertà e assoggettamento al volere del gruppo dei Marando tra la vittima e gli altri pusher di San Basilio.

Nella lunga sfilza di accuse ne figura una particolare: un caso di presunta tortura aggravata dal metodo mafioso, contestato a quattro indagati, a danno di uno spacciatore maltrattato anche con scosse elettriche.

L’inchiesta ha inoltre rivelato l’uso sistematico di criptofonini, dispositivi difficilmente intercettabili, per le comunicazioni operative. Una vera e propria centrale di smistamento di questi telefoni criptati è stata individuata a Roma, gestita da un 46enne albanese.

Non mancano, agli atti dell’indagine del Ros, i criptofonini dedicati per riuscire a comunicare sfuggendo ai controlli delle forze dell’ordine e alle intercettazioni.

Sistemi sofisticatissimi raccontano come le organizzazioni criminali utilizzino tecnologie difficili da penetrare per proteggere le comunicazioni e coordinare le attività operative.

'Ndrangheta a Roma: La DDA chiude le indagini dell'operazione Anemone contro le cosche di Platì

Gli arresti in Spagna

Da narcos di San Basilio a latitanti in Spagna, a Ibiza, usando documenti falsi. Così tre luogotenenti dei Marando, la famiglia che da Platì, a Reggio Calabria, si è presa il quartiere dove campeggia la Lupa, il murale con i colori della Roma, si nascondevano.

Erano riusciti, un mese e mezzo fa, a sfuggire al maxi blitz della procura di Roma e dei carabinieri del Ros che aveva portato all’arresto di 28 persone.

A Ibiza Marco Lenti, Alessio Di Pietro detto ‘Bruscolino’ e Federico Mennuni, i tre latitanti arrestati, avevano trovato riparo.

Sono gravemente indiziati di essere elementi di spicco di un’organizzazione criminale di matrice ‘ndranghetista dedita al narcotraffico con a capo Rosario Marando, 57enne calabrese.

L’estesa cooperazione internazionale, che ha visto il coinvolgimento di diverse polizie estere, della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (DCSA), del Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia (SCIP), Interpol, progetto I-CAN, @ON Network, Europol e Eurojust, ha permesso di localizzare e arrestare in Spagna cinque latitanti per reati legati agli stupefacenti.

La storia della ‘ndrina Marando

La ‘ndrina Marando è un nome storico e temuto nel panorama della ‘Ndrangheta calabrese, originaria di Platì, un feudo della criminalità organizzata in provincia di Reggio Calabria.

La loro storia è intrisa di traffici illeciti, faide sanguinose e una costante espansione territoriale.

Anni Ottanta: eroina e sequestri

Già negli anni ’80, i Marando si distinguevano per il controllo del traffico di eroina proveniente dal Pakistan.

In questo periodo si registrano anche sequestri di persona, come quello di Marcellino Talladira nel 1979 e di Lorenzo Crosetto nel 1981, quest’ultimo tragicamente conclusosi con la morte dell’impresario stradale nonostante il pagamento di un riscatto.

Francesco Marando, figura di spicco del clan, fu arrestato nel 1984 per possesso di ingenti quantitativi di eroina.

Secondo suo fratello Rocco, già collaboratore di giustizia che aveva reso ampi interrogatori ai pm di Torino dal 2010 in poi, la famiglia era riuscita a scalare a piè pari i livelli dell’organizzazione iniziando a partecipare alla stagione dell’Anonima Sequestri e in particolare al rapimento, in verità al trasporto in Calabria, di Cesare Casella.

Mai contestazioni sono seguite alle sue dichiarazioni, ma l’ombra di questa storia continua ad aleggiare sui Marando nonostante il tempo trascorso.

Anni Novanta: la faida di Volpiano

Gli anni ’90 sono stati segnati da una violenta faida tra i Marando di Volpiano (TO), guidati da Pasqualino Marando, e le cosche liguri, in particolare gli Stefanelli.

La contesa, scaturita da una partita di droga, portò a una serie di omicidi efferati.

Nel 1993, a Volpiano, venne scoperto un vasto traffico internazionale di droga che coinvolgeva anche la malavita turca, criminali portoghesi e pachistani.

La faida culminò con la morte di Francesco Marando nel 1996, trovato carbonizzato, e con gli omicidi di Antonio e Antonino Stefanelli e del loro guardaspalle Francesco Mancuso nel 1997, per i quali Domenico Marando, fratello di Pasquale, fu condannato a 30 anni di carcere.

Solo nel 2013, Rosario Marando rivelò di aver aiutato a seppellire i corpi delle vittime nei boschi di Condove.

Anni Duemila: l’espansione verso Roma

Nel 2002, l’operazione “Igres” portò all’arresto di esponenti dei Marando per traffico internazionale di droga, in collaborazione con i Trimboli, il trafficante Roberto Pannunzi e Cosa Nostra.

È in questi anni che i Marando iniziano a consolidare la loro presenza a Roma.

Pasquale Marando, dopo essere stato condannato a 30 anni di carcere nel processo “Riace” e aver beneficiato di un cavillo processuale, si trasferì a Roma nel quartiere San Basilio, da cui riprese a gestire il traffico internazionale di droga.

Pasqualino fu il primo a trasportare la droga dal Sudamerica in Europa con un sottomarino. Insieme al suo fido scudiero Roberto Pannunzi, altro broker di livello internazionale, comprarono addirittura una nave, la Mirage 2, per trasportare in tutta tranquillità carichi di cocaina.

Anche le rotte di Rosario portano in Colombia, da dove i suoi avi erano partiti. Rosario avrebbe anche ereditato l’impero di contatti del parente vittima di lupara bianca, il cui corpo non fu mai trovato.

Le operazioni Minotauro e Coffee Bean

Nel 2012, i Marando sono stati coinvolti nell’operazione “Minotauro”, che ha fatto luce sulle strutture e le attività della ‘Ndrangheta in Piemonte.

Nel 2014, Rosario Marando è stato assolto dall’accusa di riciclaggio di 33 milioni di euro, frutto di sequestri di persona e traffico di droga, ma il processo è stato rinviato.

Più recentemente, il 17 febbraio 2022, un’operazione ha portato all’arresto di 65 persone per spaccio di droga a San Basilio, Roma.

Si è scoperto che il traffico, del valore di 200 milioni di euro, era gestito da Alfredo e Francesco Marando, nipoti dei boss Marco Marinsaldi e Luigi Marando, figli di Rosario, con la collaborazione di un giovane esponente noto come AK.

Il loro raggio d’azione si estendeva dal Lazio al resto d’Europa, fino al Marocco e all’America Latina, con contatti primari albanesi e camorristi.

Il processo “Coffee Bean” ha confermato nel marzo 2024 le condanne a 14 anni di carcere per Alfredo e Francesco Marando.

Il ruolo del calcio nel consenso territoriale

«Abbiamo dimostrato chi siamo, sia nel campo che fuori dal campo», dice sicuro ai microfoni Alfredo Marando, patron del Real San Basilio, intervistato nel dopo partita.

La sua squadra ha appena infilato un poker di goal al diretto avversario per il vertice della prima categoria, il Fidene.

È domenica pomeriggio, il questore per motivi di sicurezza aveva imposto di giocare il match sul terreno del Francesca Gianna e non ai Pionieri, nella tana del Real.

Circostanza che non ha impedito agli ultras di dare il consueto buongiorno agli avversari: «Fidene trema. Davanti a te c’è San Basilio! Benvenuti all’inferno!», così lo striscione sugli spalti.

Alfredo Marando, giovane presidente arrivato dalla Locride e impiantato tra i lotti delle case popolari, pur non avendo un lavoro stabile, è riuscito nella scalata societaria.

Prima di Natale ha invitato squadra e staff alla cena per gli auguri, ha fatto acquisti e portato il team in cima alla classifica. Tutti lo rispettano e tutti gli sono devoti.

Passa qualche ora, giusto il tempo di brindare all’ennesima vittoria e incassare gli elogi dei tifosi, che i carabinieri, nella notte, bussano a casa sua e lo arrestano.

Per gli investigatori del Nucleo Operativo della Compagnia Montesacro, coordinati dalla Dda, infatti, è lui, spalleggiato dal fratello Ciccio e dai cugini Domenico e Paolo Perre, a capeggiare un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, ormai padrona incontrastata della piazza di San Basilio e in grado di rifornire di grossi quantitativi di droga gruppi ritenuti amici.

I militari erano sicuri che non si sarebbe allontanato da Roma nel week-end, perché non si sarebbe mai perso la sfida più importante del campionato.

Calcio, consenso e controllo del territorio

Non è la prima volta, del resto, che i clan emergenti individuano nel calcio uno straordinario veicolo di consenso attraverso cui accrescere il proprio prestigio personale, offrire protezione e farsi riconoscere rispetto.

Il tutto nell’ambito di una precisa strategia di controllo del territorio.

Era finito nelle mani dei Gambacurta il Montespaccato Calcio ed era piombato nella sfera di influenza di epigoni della vecchia banda della Magliana, il Morandi di Ostia.

Non solo questione di carisma e consenso. Attorno al mondo del calcio girano molti soldi, spesso al nero, e le squadre possono rappresentare una lavatrice perfetta per soldi esentasse, compresi quelli provento di criminalità.

Tra schiere di ragazzini appassionati e tifosi galvanizzati è probabilmente più facile reperire pusher e clienti. Tanto che nelle intercettazioni di Coffee Bean le dosi migliori di cocaina vengono indicate come capitani.

La cooperazione investigativa internazionale

L’estensione internazionale dell’inchiesta ha richiesto la collaborazione tra forze di polizia italiane e straniere.

La cooperazione ha coinvolto la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, il Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia, Interpol, Europol, Eurojust e altri organismi impegnati nel contrasto al narcotraffico.

Le attività hanno riguardato l’individuazione delle rotte della droga, il monitoraggio dei collegamenti tra le organizzazioni e la localizzazione dei latitanti all’estero.

La presunzione di innocenza

Le accuse descritte nelle inchieste devono essere valutate nel corso dei procedimenti giudiziari, nel rispetto della presunzione di innocenza.

L’operazione di ieri, fatta salva la presunzione di innocenza, è stata indicata come un’ulteriore conferma della capacità della ‘ndrina Marando di adattarsi, stringere nuove alleanze e mantenere un ferreo controllo sul territorio e sul lucroso mercato della droga.

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