Un passo della Scrittura, ascoltato già tante volte, un giorno improvvisamente mi parla e illumina una situazione che sto vivendo. Quel versetto della Bibbia è stato scritto anche per me, secoli e secoli fa, per portarmi una parola di Dio.
La lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera - la Bibbia non può essere letta come un romanzo -, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo. La Parola di Dio va al cuore e, quando è accolta con un cuore aperto, non lascia le cose come prima, mai, cambia qualcosa.
Una parola antica che diventa viva per ciascuno
Le parole della Sacra Scrittura non sono state scritte per restare imprigionate sul papiro, sulla pergamena o sulla carta, ma per essere accolte da una persona che prega, facendole germogliare nel proprio cuore. Così ti porta la preghiera, perché è un dialogo con Dio.
A tutti i credenti capita questa esperienza: un passo della Scrittura, ascoltato già tante volte, un giorno improvvisamente mi parla e illumina una situazione che sto vivendo. Ma bisogna che io, quel giorno, sia lì, all’appuntamento con quella Parola, sia lì, ascoltando la Parola.
La Bibbia non è scritta per un’umanità generica, ma per noi, per me, per te, per uomini e donne in carne e ossa, uomini e donne che hanno nome e cognome, come me, come te. Noi, dunque, leggiamo le Scritture perché esse “leggano noi”.
Ed è una grazia potersi riconoscere in questo o quel personaggio, in questa o quella situazione. E quella parola, quel versetto, ti porta all’incontro con il Signore.
Il seme gettato nel terreno della vita
Tutti i giorni Dio passa e getta un seme nel terreno della nostra vita. Non sappiamo se oggi troverà un suolo arido, dei rovi, oppure una terra buona, che farà crescere quel germoglio (cfr Mc 4,3-9).
Dipende da noi, dalla nostra preghiera, dal cuore aperto con cui ci accostiamo alle Scritture perché diventino per noi Parola vivente di Dio. Dio passa, continuamente, tramite la Scrittura.
E riprendo quello che ho detto la settimana scorsa, che diceva Sant’Agostino: “Ho timore del Signore quando passa”. Perché timore? Che io non lo ascolti, che non mi accorga che è il Signore.
Attraverso la preghiera avviene come una nuova incarnazione del Verbo. E siamo noi i “tabernacoli” dove le parole di Dio vogliono essere ospitate e custodite, per poter visitare il mondo.

Accostarsi alla Bibbia senza strumentalizzarla
Per questo bisogna accostarsi alla Bibbia senza secondi fini, senza strumentalizzarla. Il credente non cerca nelle Sacre Scritture l’appoggio per la propria visione filosofica o morale, ma perché spera in un incontro.
Sa che esse, quelle parole, sono state scritte nello Spirito Santo, e che pertanto in quello stesso Spirito vanno accolte, vanno comprese, perché l’incontro si realizzi.
A me dà un po’ di fastidio quando sento cristiani che recitano versetti della Bibbia come i pappagalli. “Oh, sì, il Signore dice…, vuole così…”.
Ma tu ti sei incontrato con il Signore, con quel versetto? Non è un problema solo di memoria: è un problema della memoria del cuore, quella che ti apre per l’incontro con il Signore.
La Scrittura nella fede di Yeshùa e degli apostoli
Yeshùa e i primi discepoli hanno accolto il complesso della Scrittura così come era stata trasmessa loro dagli ebrei. Luca, come già aveva fatto in antecedenza il libro apocrifo dei Maccabei, divise i libri sacri in tre gruppi, secondo le parole stesse di Yeshùa che egli riporta: Legge di Mosè, Profeti e Salmi (Lc 24:44).
Questa suddivisione corrisponde alla divisione tuttora in uso presso gli ebrei: Toràh (Insegnamento o Legge), Neviìm (Profeti) e Ketuvìm (Altri Scritti); per i Ketuvìm Yeshùa cita i Salmi perché ne sono la parte più ampia.
Tutti questi libri, non solo nel loro insieme, ma anche nelle singole parti, formano “la Scrittura” o “le Scritture”, vale a dire i libri per eccellenza. “Tutte le Scritture” (Lc 24:27); “Le Scritture” (Lc 24:32,45; Mt 21:42;22:29).
Il termine “Scrittura” è anche usato per designare un singolo passo biblico. - Mr 12:10. Yeshùa e gli apostoli nutrirono verso questi scritti la medesima stima fiduciosa degli ebrei, pur eliminandone le esagerazioni rabbiniche.
«Non sono venuto a distruggere, ma a perfezionare»
Yeshùa è venuto non per abolire, ma per compiere la Sacra Scrittura. Egli realizza le Scritture Ebraiche in modo così perfetto che nemmeno uno iota o un apice sarebbe rimasto senza avveramento: “Non pensate che io sia venuto a distruggere la Legge o i Profeti. Non sono venuto a distruggere, ma ad adempiere; poiché veramente vi dico che il cielo e la terra passeranno piuttosto che una minima lettera o una particella di lettera passi in alcun modo dalla Legge senza che tutte le cose siano avvenute” (Mt 5:17,18, TNM).
Sebbene le parole di Yeshùa vengano normalmente tradotte: “Non sono venuto a distruggere, ma ad adempiere” (Mt 5:17, TNM), il senso greco è un altro. Pleròsai (πληρῶσαι) non significa semplicemente “adempiere”.
Vuol dire che egli non solo attuerà le Scritture Ebraiche, ma le condurrà alla sua perfezione. Yeshùa diede per così dire un giro di vite.
Rese la Toràh più completa, più piena, la completò esponendone il modo applicativo. Non si trattava più semplicemente di fare o di non fare (“opere della Legge”), ma si trattava di fare o di non fare con la purezza delle intenzioni (“Legge della fede”).
La Scrittura nelle parole e nelle azioni di Yeshùa
Yeshùa adopera la Bibbia nelle sue discussioni per rimuovere gli errori e per insegnare come si debba vivere in armonia con Dio. Yeshùa usa la Bibbia contro satana che lo tenta, ribattendo ai suoi ragionamenti tratti talora dalla Bibbia, con altre citazioni bibliche (Mt 4:4, cfr. Dt 8:3; Mt 4:6, cfr. Sl 91:11 e sgg.; Mt 4:6, cfr. Dt 6:16; Mt 4:10, cfr. Dt 6:13).
La usa nelle discussioni teologiche con i farisei: accusato di bestemmia perché si farebbe uguale a Dio, Yeshùa ribatte con una citazione del Salmo nel quale si legge: “Voi siete dèi” (Gv 10:34, cfr. Sl 82:6). “La Scrittura” - aggiunge Yeshùa - “non può essere annullata” (Gv 10:35).
Contro la facilità del divorzio ebraico Yeshùa richiama il detto della Toràh: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne” (Mt 19:1-6; Gn 2:24). Per dimostrare la resurrezione ricorre al passo biblico in cui Dio è detto “Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe”, al quale aggiunge: “Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi” (Mt 22:32 da Es 3:6).
Anche per dedurre la condotta morale Yeshùa richiama le Sacre Scritture. Quando gli si domanda ciò che è necessario per la vita eterna, egli rimanda l’interpellante alla Scrittura: “Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?” (Lc 10:26).
E alla risposta, nella quale si sottolinea l’amore di Dio (Dt 6:5) e del prossimo (Lv 19:18), conclude: “Fa’ questo, e vivrai” (Lc 10:25-29). Un’altra volta lo stesso Yeshùa richiamò i medesimi passi biblici per indicarli come il perno da cui dipendono tutta la Legge e i Profeti. - Mt 22:34-40.
La Scrittura come rimedio all’errore
Yeshùa afferma che l’errore proviene dall’ignoranza delle Sacre Scritture, le quali sono di conseguenza un mezzo per fugare l’errore e stabilire la verità.
Quando gli si domandò per scherno a chi sarebbe dovuta andare nella resurrezione dei morti una donna appartenuta a più mariti, Yeshùa rispose: “Voi errate, perché non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio. Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli”. - Mt 22:29,30.
La Scrittura ha un grande valore perché per mezzo suo è Dio che ci parla. Per dimostrare la superiorità del Cristo su Davide, Yeshùa ricorda che “Davide, ispirato dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: «Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra»” (Mt 22:43,44 da Sl 110:1).
Dunque è lo spirito santo che parla nella Sacra Scrittura. - Cfr. anche Mr 12:36 da 2Sam 23:2. Bisogna quindi stare bene attenti a non annullare con tradizioni umane “la parola di Dio” (τὸν λόγον τοῦ θεοῦ, ton lògon tu theù) come facevano gli ebrei: “Annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata”. - Mr 7:13.
Il contributo degli apostoli
Gli apostoli meritano il massimo rispetto sia perché ad essi fu dato di conoscere il mistero di Dio (Mr 4:11), sia perché furono guidati dallo spirito santo in tutta la verità (Gv 16:13). Gli apostoli usarono la Sacra Scrittura (Scritture Ebraiche) per suffragare il loro insegnamento dottrinale e morale.
Le Scritture nell’insegnamento apostolico
Per insegnare che la giustificazione viene dalla fede e non dalle opere legalistiche, Paolo cita più volte il passo di Abacuc: “Il giusto per la sua fede vivrà” (Ab 2:4 citato in Rm 1:17; Gal 3:11; Eb 10:38).
Secondo il metodo rabbinico, spesso insistono su di una semplice parolina, come il “seme” di Abraamo al singolare per sottolineare che la Scrittura parlava di Cristo e non di tutta la sua discendenza (Gal 3:16 da Gn 13:15;17:8).
Per dedurre l’annullamento della Legge cerimoniale antica Paolo insiste sull’aggettivo “nuovo” presentato da Geremia (Eb 8:8-13 da Ger 31:31). Per sottolineare la gratuità della giustificazione, l’apostolo insiste sulle parole “Egli [Dio] glielo attribuiva a giustizia”. - Gn 15:6, TNM, in Rm 4:3-5.
Le Scritture come autorità morale
Anche per la vita morale gli apostoli addussero di continuo suggerimenti tratti dalle Scritture Ebraiche, considerandole un’autorità ineccepibile.
Per spingere i credenti a separarsi dal mondo, Paolo cita i due passi biblici: “Uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore” e “Sarò per voi come un padre e voi sarete come figli e figlie, dice il Signore”, che sono tratti rispettivamente da Isaia e da Geremia (2Cor 6:17 da Is 52:11 e da Ger 31:1,9).
Per suggerire la necessità di perdonare e di vincere il male con il bene, Paolo (in Rm 12:19-21) ricorda l’obbligo di dar da mangiare al nemico (Pr 25:21 e sgg.) e di lasciare la vendetta a Dio (Dt 32:35).
Per mostrare l’urgenza del ravvedimento e la necessità di ascoltare la divina chiamata, l’autore della lettera agli ebrei commenta una frase biblica: “Come dice lo Spirito Santo: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori»” (Eb 3:7,8 da Sl 95:7-9).
Si noti la frase: “Come dice lo spirito santo”. Per inculcare la necessità di sostenere con il proprio contributo gli “anziani” (ossia i “vescovi”), Paolo cita il comando della Toràh trasmessa da Mosè: “Non metterai la museruola al bue che trebbia il grano” (Dt 25:4).
E l’apostolo commenta: “Forse che Dio si dà pensiero dei buoi?” 1Cor 9:9. È sempre di Paolo la frase: “La Scrittura dice” (1Tm 5:18).
La continuità tra Scritture Ebraiche e Scritture Greche
Gli apostoli, pur essendo “popolani senza istruzione” (At 4:13; “illetterati e comuni”, TNM; greco: ἀγράμματοί καὶ ἰδιῶται, agràmmatoi kài idiòtai), di fatto conoscevano la Scrittura alla quale si rifacevano di continuo e della quale citavano quasi tutti i libri ad eccezione di quattro perché non ne capitò l’occasione (vale a dire Esdra, Neemia, Ecclesiaste e Cantico).
Non è quindi possibile comprendere bene le Scritture Greche se non si conoscono le Scritture Ebraiche del cui spirito sono imbevuti tutti gli scritti apostolici. La Sacra Scrittura è parola di Dio e i suoi scrittori sono dei profeti.
È Dio stesso che ci parla attraverso le pagine della Scrittura. In Eb 1:5-14 varie citazioni sono presentate con: “[Dio (o lo spirito santo di Dio)] dice”.
La Scrittura è il mezzo con cui lo spirito santo di Dio continuamente ci parla: “Lo Spirito Santo ce ne rende testimonianza”. - Eb 10:15-17 da Ger 31:33,34.
Come pregare con la Sacra Scrittura
La tradizione cristiana è ricca di esperienze e di riflessioni sulla preghiera con la Sacra Scrittura. In particolare, si è affermato il metodo della “lectio divina”, nato in ambiente monastico, ma ormai praticato anche dai cristiani che frequentano le parrocchie.
Si tratta anzitutto di leggere il brano biblico con attenzione, di più, direi con “obbedienza” al testo, per comprendere ciò che significa in sé stesso. Successivamente si entra in dialogo con la Scrittura, così che quelle parole diventino motivo di meditazione e di orazione: sempre rimanendo aderente al testo, comincio a interrogarmi su che cosa “dice a me”.
I quattro momenti della lectio divina
In questa luce si colloca, a esempio, la cosiddetta lectio divina che è stata coniata già nel xii secolo dal monaco Guigo il Certosino e strutturata in quattro gradini progressivi.
- Innanzitutto la lectio, cioè quello che la Bibbia dice in sé.
- Poi la meditatio, ciò che la Parola dice a me.
- Subentra l’oratio, ciò che io dico a Dio dopo aver ascoltato la sua Parola.
- Infine, l’actio, l’impegno del fedele nella vita attuando il messaggio letto, meditato, pregato.
È un passaggio delicato: non bisogna scivolare in interpretazioni soggettivistiche ma inserirsi nel solco vivente della Tradizione, che unisce ciascuno di noi alla Sacra Scrittura.
E l’ultimo passo della lectio divina è la contemplazione. Qui le parole e i pensieri lasciano il posto all’amore, come tra innamorati ai quali a volte basta guardarsi in silenzio.
Il testo biblico rimane, ma come uno specchio, come un’icona da contemplare. E così si ha il dialogo.

Silenzio, ascolto e risposta
Suggestivo è anche il suggerimento che Dietrich Bonhoeffer, martire del nazismo nel 1945, proponeva nella sua Vita in comune: «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola perché i nostri pensieri siano già rivolti alla Parola.
Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto perché Dio deve avere la prima parola.
Facciamo silenzio prima di coricarci perché l’ultima parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola».
Attraverso la preghiera, la Parola di Dio viene ad abitare in noi e noi abitiamo in essa. La Parola ispira buoni propositi e sostiene l’azione; ci dà forza, ci dà serenità, e anche quando ci mette in crisi ci dà pace.
Nelle giornate “storte” e confuse, assicura al cuore un nucleo di fiducia e di amore che lo protegge dagli attacchi del maligno. Così la Parola di Dio si fa carne - mi permetto di usare questa espressione: si fa carne - in coloro che la accolgono nella preghiera.
La Parola come voce, evento e presenza
Sappiamo che per la Rivelazione ebraico-cristiana la parola è la radice della creazione ove espleta una funzione "ontologica". Infatti, si può quasi affermare che entrambi i Testamenti si aprono con la Parola divina che squarcia il silenzio del nulla.
«In principio. Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1, 1.3). Così si schiude la prima pagina dell'Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento l'ideale apertura potrebbe essere quella del celebre inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni: En archè en ho Logos, «In principio era la Parola» (1, 1).
L'essere creato non nasce perciò da una lotta teogonica, come insegnava la mitologia babilonese (pensiamo all'Enuma Elish), bensì da un evento sonoro efficace, una Parola che vince il nulla e crea l'essere.
Canta il Salmista: «Dalla Parola del Signore furono creati i cieli, dal soffio della sua bocca tutto il loro esercito. perché egli ha parlato e tutto fu, ha ordinato e tutto esistette» (Salmo 33, 6.9).
La Parola divina è, però, anche alla radice della storia, come sorgente di vita e di morte: «Mandò la sua Parola e li guarì, li scampò dalla fossa. Egli invia la sua Parola e li fa perire.
Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua onnipotente Parola dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si slanciò. portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile» (Salmi 107, 20; 147, 18; Sapienza 18, 14-15).
La Parola e la storia della salvezza
La Parola divina sostiene e giudica, quindi, anche la trama storica col suo tessuto di vicende ed eventi perché «retta è la Parola del Signore e fedele ogni sua opera» (Salmo 33, 4).
Ma questa stessa Parola interpreta il senso ultimo della storia: è, quindi, la radice della Rivelazione. Significativa, al riguardo, è la scelta aniconica di Israele che ha la sua espressione più grandiosa (e drammatica) nel primo precetto del Decalogo.
«Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto terra» (Esodo 20, 4). Via gli occhi dal vitello d'oro, dunque!
In bocca a Mosè è messa dal Deuteronomio una frase folgorante per illustrare l'esperienza sinaitica: «Il Signore vi parlò dal fuoco: una voce di parole (qol debarím) voi ascoltaste; non un'immagine (temûrah) voi vedeste, solo una voce (qól)» (4, 12).
La Parola come libro
In questa linea che privilegia la Parola, la Bibbia è chiamata dalla tradizione giudaica migra', cioè "lettura", laddove si ha il rimando al verbo gara' della "proclamazione", così come accade per il Corano, vocabolo che contiene la stessa radicale verbale.
In questa luce il rilievo "sonoro" del testo biblico è non solo una questione letteraria ma anche teologica. Suggestivo sarebbe a questo punto scoprire la dimensione estetica "fonetica" della Parola sacra.
La Parola è, dunque, voce che parla il linguaggio di Dio. Ma la parola si cristallizza anche nel Libro per eccellenza, la Bibbia.
È così che il Nuovo Testamento ama l'espressione grapèl grappa per indicare la Parola di Dio. Si ha qui una puntualizzazione del complesso rapporto tra infinito e contingente, tra Logos e sarx.
La Parola, infatti, deve comprimersi nello stampo freddo e limitato dei vocaboli, delle regole grammaticali e sintattiche, deve adattarsi alla redazione di autori umani.
La forza della Parola oltre la pagina
Eppure questa rigidità non riesce a raggelare e a spegnere l'incandescenza della Parola. Esemplare è il caso del profeta Geremia che «prende un rotolo per scrivere e scrive» su ordine divino gli oracoli del Signore (36, 2).
Ma dopo che il re Iojakim, leggendo quel rotolo, ne «aveva lacerato col temperino da scriba e aveva gettato nel fuoco» le colonne di quel testo (36, 23), il profeta non avrà esitazione su comando divino a far rinascere gli stessi oracoli.
Mostrando così che - come dichiarava Isaia (40, 8) - «secca l'erba, appassisce il fiore, ma la Parola del nostro Dio dura in eterno».
È la forza "performativa" e non meramente "informativa" della Parola che ovviamente nella poesia celebra il suo trionfo e che ha il suo apice nella Scrittura Sacra.
La voce nel silenzio
La debolezza della parola umana è stupendamente illustrata da Isaia che, in una personificazione di Gerusalemme vinta, così canta: «Prostrata parlerai da terra e dalla polvere saliranno fioche le tue parole, sembrerà di un fantasma la tua voce dalla terra e dalla polvere la tua parola risuonerà come un bisbiglio» (29, 4).
La Bibbia si affida alla povertà espressiva di una lingua pietrosa come il deserto, scarna e scabra: è l'ebraico classico che può ricorrere, tra l'altro, soltanto a un arsenale lessicale limitato, composto di soli 5.750 vocaboli.
Oppure si basa sul greco koiné, ben più modesto della lingua della classicità ellenica e il lessico greco neotestamentario ricorre a un patrimonio di soli 5.433 vocaboli.
Anzi, la kénósis procede fino al punto che il nome più importante, quello divino, si contiene in quattro consonanti, JHWH, che rimangono mute, impronunziabili.
Al vertice di questo assottigliarsi della Parola, nella miseria umana abbiamo l'esperienza straordinaria del profeta Elia al monte Horeb-Sinai. Dio non appare nel «vento impetuoso e gagliardo da spaccare le rocce», né si configura nel terremoto o nel fulmine di una tempesta assordante.
Ma, come dice l'orginale ebraico, il Signore si nasconde in una qól demamah daqqah, cioè in «una voce di sottile silenzio» (1Re 19, 11-12).
È quasi il punto zero dell'annientamento della Parola, eppure quel silenzio è "bianco", cioè racchiude in sé tutti i suoni, le lettere, le sillabe, le parole.
È il "mistero", termine che nella sua radicale greca (myein) suppone il tacere, il chiudere le labbra, non per un'assenza di significati ma per una presenza di vita e di persona.

La Parola come incarnazione e simbolo
Come accade per l'Incarnazione, anche la Parola rivela due volti, quello della "carne", del limite, della finitudine, e quello divino, dell'efficacia creatrice, della teofania.
La Parola di Dio - come anche la poesia - si avvale di un mezzo "kenotico", quello di una lingua, di un lessico, di regole e fonemi. È la prigione necessaria della Parola ineffabile per rendersi effabile.
È qualcosa di analogo alla Kénósis del Verbo di Dio così come è descritta nell'inno paolino ai Filippesi 2, 6-11: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina. , svuotò (ekénòsen) se stesso, assumendo la condizione di servo. ».
È così che la Parola divina - come per analogia anche la parola poetica - rivela la sua potenza. Si manifesta come un mezzo sontuoso e, per usare un'espressione di Teilhard de Chardin, si fa "diafanica", cioè diafana e trasparente alla Rivelazione divina.
Logos, dabar e atto
È questa la potenza riconosciuta al Logos del prologo giovanneo, già evocato, secondo la semantica semitica sottesa. In ebraico, infatti, dabar, "parola", significa contemporaneamente anche "atto, evento".
Dire e fare s'intrecciano. E sono, perciò, da assumere cumulativamente e non disgiuntamente o alternativamente, come suppone il poeta, i quattro significati che Goethe nel Faust attribuisce al Logos giovanneo: "das Wort", Parola, "der Sinn", Significato, "die Kraft", Potenza, "die Tat", Atto.
Questa efficacia che rende la parola (debole ed esile) capace di manifestare in diafania la Parola che «è stabile come il cielo» (Salmo 119, 89) si attua soprattutto attraverso il simbolo, nel senso genuino del termine (syn-ballein, "mettere insieme") e non nell'accezione popolare che lo fa sconfinare nella metafora meramente allusiva.
Il linguaggio simbolico permette di annodare finito e infinito, contingente e assoluto, temporale ed eterno, umano e divino.
Il simbolo e la lettura della Bibbia
Cristo è il grande Simbolo perfetto perché fonde in sé Logos e sarx, come si diceva, divinità e umanità, pienezza e debolezza.
E come c'è in teologia la tentazione "dia-bolica" (dià-ballein, "gettare via", "disperdere") di infrangere l'Incarnazione attraverso lo spiritualismo gnostico o il fenomenismo storicistico, così anche nell'esegesi della parola c'è il rischio di spezzare la simbolicità della Parola.
Il rischio consiste nel ridurla a mera larva spirituale o a cava da cui estrarre teoremi teologici oppure a una raccolta di testi storiografici o letterari.
In realtà il Cantico è contemporaneamente eros e amore, è celebrazione dell'abbraccio pieno umano che riflette e rivela quello divino nei confronti della sua creatura.
Ed è solo la lettura simbolica a conservare compatti i due valori senza penalizzare uno per salvare l'altro.
La Sacra Scrittura come grande codice della cultura
Kant era convinto che «il Vangelo fosse la fonte da cui è scaturita la nostra cultura», mentre Goethe non aveva esitazione nel considerare la Bibbia come «lingua materna dell'Europa».
Lo è stato e lo è tuttora in forme anche semplici e quotidiane, attraverso quella spontaneità lessicale che si esprime in locuzioni che attingono al dettato e all'immaginario della Parola sacra.
«fare da Marta e Maria», «la pazienza di Giobbe», «andare da Erode a Pilato», «lavarsene le mani», «cedere per un piatto di lenticchie», «essere una colomba», «essere uomo di poca fede», «aspettare la manna dal cielo», «essere un Cristo in croce», «chi semina vento raccoglie tempesta», «essere il beniamino di qualcuno», «nessuno è profeta in patria», «fare un'ira di Dio», un'«apocalisse» e così via in tutte le lingue con modalità e allusioni diverse.
Un linguista importante come Gian Luigi Beccaria segnalava appunto che «la Bibbia è il libro che ha dato parole all'Europa cristiana: singole voci, soprattutto locuzioni idiomatiche».
La Bibbia nell’arte e nella letteratura
Noi, però, ora vorremmo, attraverso un percorso solo emblematico illustrare il rilievo che le Sacre Scritture hanno esercitato nell'arte e, più in generale, nella cultura dell'Occidente, proprio perché esse stesse sono intessute con un linguaggio simbolico le cui parole sono già in sé immagine.
Nella prima tavola vorremmo alludere a una particolare dimensione della Bibbia che è spesso oggetto di considerazione ai nostri giorni, così com'era invece disattesa in passato: intendiamo riferirci alla qualità estetica delle Sacre Scritture.
Nella seconda tavola di questo dittico esalteremo, invece, l'influsso esercitato dalla Bibbia all'interno della storia culturale dell'Occidente in tipologie multiformi e complesse.
«Le Sacre Scritture sono l'universo entro cui la letteratura e l'arte occidentale hanno operato fino al XVIII secolo e stanno ancora in larga misura operando».
Questa affermazione del noto saggio Il grande codice di Northrop Frye (1981) sul rapporto tra Bibbia e letteratura registra un dato di fatto facilmente accessibile a chi perlustri la storia culturale dell'Occidente.
Per secoli, infatti, la Bibbia è stata l'immenso lessico o repertorio iconografico, ideologico e letterario a cui si è attinto costantemente a livello colto e a livello popolare.
E se Erich Auerbach nella sua famosa Mimesis (1946) aveva riconosciuto nella Bibbia e nell'Odissea i due modelli cruciali per la nostra cultura, Nietzsche nei materiali preparatori all'opera Aurora (1881) ugualmente confessava che «per noi Abramo è più di ogni altra persona della storia greca o tedesca.
Tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e di Petrarca c'è la stessa differenza tra la patria e la terra straniera».
Non per nulla Chagall affermava che le pagine bibliche sono «l'alfabeto colorato in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello».
La Bibbia in sé è già letteratura, è un dire Dio in modo bello, ma ha anche generato nei secoli un immenso flusso di opere artistiche che l’hanno attualizzata, trasfigurata e talora persino deformata.

Le Scritture come guida per l’identità e la salvezza
Le sacre scritture sono la parola di Dio per la nostra salvezza. Le Scritture sono fondamentali per ricevere una testimonianza di Gesù Cristo e del Suo vangelo.
Questi sacri libri portano testimonianza del Salvatore e ci conducono a Lui. Le Scritture dateci da Dio in questi ultimi giorni sono l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento, il Libro di Mormon, Dottrina e Alleanze e Perla di Gran Prezzo.
Lehi gioì e iniziò a scrutare le sacre scritture «dall’inizio» e trovò che «erano indispensabili, sì, proprio di grandissimo valore… tanto che [Lehi e la sua posterità] avre[bbe] potuto preservare i comandamenti del Signore per i [loro] figlioli».
Quando Lehi scrutò le tavole, apprese ciò che tutti noi impariamo studiando le Scritture: Chi siamo. Chi possiamo diventare. Le profezie che riguardano noi e la nostra posterità.
I comandamenti, le leggi, le ordinanze e le alleanze che dobbiamo osservare per ottenere la vita eterna. Come dobbiamo vivere per poter perseverare fino alla fine e tornare dal nostro Padre celeste con onore.
La verga di ferro e il cammino
Questi principi sono talmente essenziali che il Padre celeste diede sia a Lehi che a Nefi delle visioni che rappresentavano vividamente la parola di Dio come una verga di ferro.
Sia il padre che il figlio appresero che afferrare questa guida forte, salda e totalmente affidabile, è l’unico modo per rimanere sul sentiero stretto e angusto che conduce al nostro Salvatore.
Diversi capitoli del Libro di Mormon sono dedicati a Lehi e Nefi che mettono in pratica questa lezione: scrutano le Scritture e le citano.
Chiaramente essi vogliono che le loro famiglie e noi comprendiamo l’importanza delle Scritture, specialmente le profezie di Isaia riguardanti la restaurazione del Vangelo e la venuta alla luce dei loro annali, il Libro di Mormon, ai nostri giorni.
Quando una comunità perde la Parola
Il destino di queste civiltà, come riportato nelle Scritture, è una testimonianza a tutto il mondo: se non abbiamo la parola di Dio o non vi prestiamo attenzione, ci allontaneremo su strani sentieri e ci perderemo come individui, famiglie e nazioni.
Come con voce che sale dalla polvere, i profeti di Dio gridano a noi sulla terra oggi: studiate le Scritture! Attaccatevi ad esse, camminate secondo i loro insegnamenti e fate un banchetto con esse.
Non spiluzzicate. Esse sono «il potere di Dio per la salvezza»3 che ci riconduce al nostro Salvatore, Gesù Cristo.
Il Libro di Mormon riferisce di una serie di civiltà che presero o non presero in considerazione le Scritture, a partire dalla famiglia di Lehi.
Coloro che seguirono il retto Nefi, ossia i Nefiti, ricordarono le Scritture e «la loro anima fu illuminata dalla luce della parola eterna»2 di Dio.
Ma Laman e Lemuele, e i loro discendenti, i Lamaniti, rifiutarono le Scritture e camminarono nell’oscurità dell’ignoranza, della contesa e della distruzione.
La Parola ascoltata e praticata
La vita cristiana è opera, nello stesso tempo, di obbedienza e di creatività. Un buon cristiano deve essere obbediente, ma deve essere creativo.
Obbediente, perché ascolta la Parola di Dio; creativo, perché ha lo Spirito Santo dentro che lo spinge a praticarla, a portarla avanti.
Gesù lo dice alla fine di un suo discorso pronunciato in parabole, con questo paragone: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro - il cuore - cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
La Parola ispira buoni propositi e sostiene l’azione; ci dà forza, ci dà serenità, e anche quando ci mette in crisi ci dà pace.
In qualche testo antico affiora l’intuizione che i cristiani si identificano talmente con la Parola che, se anche bruciassero tutte le Bibbie del mondo, se ne potrebbe ancora salvare il “calco” attraverso l’impronta che ha lasciato nella vita dei santi.
È una bella espressione, questa. Le Sacre Scritture sono un tesoro inesauribile. Il Signore ci conceda, a tutti noi, di attingervi sempre più, mediante la preghiera.
La Parola di Dio nel tempo della prova
Perché quando vogliamo parlare a Dio, preghiamo. Quando vogliamo che Egli ci parli, scrutiamo le sacre Scritture; poiché le Sue parole sono espresse tramite i Suoi profeti.
Egli ci istruirà quando ascolteremo i suggerimenti del Santo Spirito. Se ultimamente non avete sentito la Sua voce, tornate con occhi nuovi e nuove orecchie alle Scritture.
Esse sono la nostra ancora di salvezza spirituale. Dietro all’isolamento della cortina di ferro, i santi sopravvissero perché udirono la Sua voce attraverso le Scritture.
In un’altra parte del mondo, i fedeli che non sono potuti andare in Chiesa per un certo periodo di tempo hanno continuato a rendere il culto perché hanno udito la Sua voce tramite le Scritture.
Durante tutte le guerre dei secoli passati e i conflitti che infuriano oggi, i Santi degli Ultimi Giorni sopravvivono perché sentono la Sua voce attraverso le Scritture.
Il Signore ha detto: «Le scritture saranno date… per la salvezza dei miei eletti; Poiché essi udranno la mia voce e mi vedranno, e non saranno addormentati, e sosterranno il giorno della mia venuta; poiché saranno purificati, proprio come io sono puro».
La Parola che conduce a Cristo
Se oggi il Salvatore fosse tra noi nella carne, Egli ci insegnerebbe tramite le Scritture, come fece quand’era sulla terra.
Nella sinagoga a Nazaret, «gli fu dato il libro del profeta Isaia… Ed egli prese a dir loro: Oggi, s’è adempiuta questa scrittura, e voi l’udite».
E dopo la Sua risurrezione, sulla strada per Emmaus, i Suoi discepoli «dissero l’uno all’altro: Non ardeva il cuor nostro in noi mentr’egli ci parlava per la via, mentre ci spiegava le Scritture?»
Ai Suoi discepoli ora e allora, le Sue parole sono chiare: «Voi investigate le Scritture, perché… esse son quelle che rendon testimonianza di me».
Una testimonianza nata dallo Spirito Santo poiché «mediante il potere dello Spirito Santo voi potrete conoscere la verità di ogni cosa».
La comprensione della Scrittura e l’esegesi
La riappropriazione, stimolata anche da una ricca bibliografia a più livelli e da eventi come la Giornata della Parola di Dio celebrata quest’anno il 21 gennaio, segue almeno tre percorsi.
Il primo è la comprensione del testo attraverso l’esegesi e l’interpretazione. Infatti, come l’Incarnazione, mistero centrale del cristianesimo, comprende l’incontro in Cristo tra il Verbo eterno e la “carne” della storia umana («Il Verbo divenne carne», Giovanni, 1, 14), così la Bibbia è la Parola divina espressa in parole umane.
Anzi, tutta la Rivelazione è storica, cioè Dio si manifesta non con tesi astratte teologiche ma, con la sua parola e azione, all’interno delle vicende dell’umanità, negli splendori e nelle miserie, negli eventi gloriosi e in quelli tragici, in guerra e pace, come si scopre aprendo le pagine bibliche.
Per scoprire questa presenza divina all’interno del groviglio storico è necessaria quella verifica che è condotta appunto dagli esegeti con le loro ricerche.
In questa navigazione all’interno del testo delle Scritture bisogna evitare i due scogli del letteralismo fondamentalista o dell’allegoria spiritualeggiante.
Il compito della corretta “esegesi” è appunto quello - come dice la matrice greca di questo termine - di «condurre (hegeomai) fuori (ek)» dal testo sacro il suo messaggio genuino.
La Parola nella vita quotidiana
Un secondo percorso è specifico del credente che considera la Parola biblica come «lampada per i passi e luce sul cammino» della vita (Salmi, 119, 105).
È ciò che accadde ai primi cristiani che, dopo aver ascoltato la Parola, «si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”» (Atti, 2, 37).
La Parola non si limita a trasmettere informazioni, ma entra nella memoria del cuore, orienta le decisioni, sostiene l’azione e apre all’incontro con Dio.
La vita cristiana è opera, nello stesso tempo, di obbedienza e di creatività. Obbediente, perché ascolta la Parola di Dio; creativo, perché ha lo Spirito Santo dentro che lo spinge a praticarla, a portarla avanti.
Quando è accolta nella preghiera, la Scrittura diventa parola vivente di Dio. Attraverso la preghiera, la Parola di Dio viene ad abitare in noi e noi abitiamo in essa.