Arredo liturgico secondo Treccani: spazi, altari e arredi della chiesa medievale

L’arredo liturgico comprende l’insieme degli oggetti destinati al culto e all’ornamento dell’altare, della chiesa e della persona del sacerdote. La liturgia e il suo svolgimento costituiscono la chiave per comprendere la funzione dell’arredo all’interno della chiesa medievale, perché l’edificio chiesastico e la sua decorazione furono concepiti per la liturgia.

Gli arredi liturgici non hanno quindi una funzione esclusivamente estetica: organizzano lo spazio sacro, rendono possibile lo svolgimento delle celebrazioni e traducono materialmente significati teologici e simbolici. Ne fanno parte l’altare, l’ambone, la cattedra, il coro, i cibori, i pulpiti, i ceri, le transenne, i banchi, il confessionale, l’acquasantiera, i vasi sacri, i paramenti, il calice, la patena e il crocifisso.

La definizione di arredo liturgico

Insieme degli oggetti che servono per il culto, per adornare sia l’altare e la chiesa sia la persona del sacerdote. Fanno naturalmente parte degli arredi i vasi sacri per la consacrazione e conservazione dell’Eucarestia e tutto ciò che entra in contatto con essa.

I materiali utilizzati sono preferibilmente preziosi: seta e lino per i paramenti, per lo più oro e argento per i vasi. L’arredamento liturgico è sempre stato parte integrante dei luoghi di culto come chiese, creando un ambiente adeguato al ritrovo e alla preghiera dei fedeli.

Questo non solo ha una funzione pratica, ma ha anche un profondo significato simbolico nell’ambito della pratica religiosa e delle celebrazioni liturgiche. Non solo estetica sacra, gli arredamenti ecclesiastici sono anche funzionali.

Liturgia, architettura e organizzazione dello spazio sacro

Immaginare l’interno di una chiesa paleocristiana o altomedievale comporta un enorme sforzo di immaginazione, dovuto sia alla difficoltà di entrare in una diversa e lontana mentalità religiosa, sia allo stato frammentario in cui versano le testimonianze superstiti. Questo discorso vale soprattutto per l’arredo liturgico di un’antica chiesa medievale, da cui ci separa un’incolmabile distanza nella concezione e nello svolgimento della liturgia sacra, che si sviluppava in modo decisamente più articolato, solenne e scenografico rispetto a oggi.

La liturgia è però proprio la chiave per la comprensione del ruolo di primo piano svolto dall’arredo liturgico all’interno di una chiesa medievale. La liturgia infatti e, di conseguenza, il mobilio a essa collegato non sono in semplice correlazione con l’architettura sacra e il suo apparato decorativo, ma ne costituiscono il nodo centrale, perché l’edificio chiesastico e la sua decorazione furono concepiti per la liturgia.

Quello che sappiamo della cultura medievale ci racconta dell’esistenza di una tripartizione dello spazio sacro nelle chiese medievali d’Occidente, ovvero della presenza di uno spazio dell’altare, il vero santuario, di uno riservato al clero, il coro, e di uno destinato ai laici, ai fedeli quindi, cioè la navata.

SpazioFunzione principaleUtenti
SantuarioCelebrazione eucaristica presso l’altareCelebrante e ministri
CoroCanto, preghiera e offici quotidianiClero e cantori
NavataPartecipazione dei fedeli, offerte e comunioneLaici

Nell’architettura paleocristiana non è ancora apertamente dichiarata una netta divisione tra uno spazio dell’altare e uno spazio per il coro, mentre viene avvertita da subito l’esigenza di separare il santuario vero e proprio dai fedeli attraverso cancelli o transenne. Già Eusebio di Cesarea nella sua descrizione della basilica di Tiro, dedicata nel 317, menziona l’alto recinto di legno che impedisce alla folla dei fedeli di avvicinarsi all’altare.

Anche nell’Africa mediterranea e in Grecia, dove a volte la nave centrale era riservata al clero, è sentita questa necessità, e le navatelle, destinate ai fedeli, vengono separate con transenne da quella principale. Tuttavia, dal momento che i fedeli sono parte viva e integrante della cerimonia liturgica, i cancelli di separazione tra la zona dell’altare e quella dei laici non sono più alti di un metro.

In origine dunque, data la netta divisione tra fedeli e membri del clero, questi ultimi trovano posto in un lungo banco che segue l’andamento dell’abside, posto dietro l’altare e caratterizzato dalla presenza della cattedra papale o vescovile, ovvero un seggio, mobile o fisso, dotato di dossale e appoggi per le braccia.

La cattedra e il potere episcopale

La cattedra individua un’insegna del potere vescovile, tanto da essere derivato dalla sua presenza il nome di cattedrale all’edificio che la ospita. La sua attribuzione al vescovo è un fenomeno precoce, già stabilizzato agli inizi del IV secolo, come parallelo tra la funzione ammaestrante del vescovo e il tradizionale attributo della docenza.

Una riflessione sulla precoce separazione vigente negli edifici di culto cristiani tra clero officiante e fedeli può venire dall’esistenza nell’antica basilica romana di San Giovanni in Laterano di una struttura chiamata fastigium argenteum, citata dal Liber Pontificalis come dono dell’imperatore Costantino e posizionata proprio tra la zona dell’altare e quella della navata.

Ci sfugge purtroppo in dettaglio la sua ricostruzione, ma dalle fonti si può dedurre che era composta da quattro colonne bronzee dorate che, con i loro capitelli, raggiungevano gli otto metri di altezza e su cui doveva poggiare una trabeazione sulla quale si trovavano nel lato verso l’ingresso le statue in argento di Cristo e degli apostoli, mentre sul lato verso l’abside quelle di Cristo in trono con quattro angeli.

Dalla descrizione potrebbe sembrare una monumentale quinta di divisione tra i due spazi della chiesa, ma alcuni studiosi hanno ipotizzato che potesse avere una forma più simile a un ciborio, come quello che doveva vedersi sopra la tomba dell’apostolo Pietro nella basilica vaticana.

È probabile quindi che il fastigium, che anche il Liber Pontificalis non lega all’altare della chiesa, sia da vedere come un’architettura di prestigio, una sorta di porta triumphalis che separa il presbiterio dalle navate.

La solea e le barriere liturgiche

In questo dispositivo liturgico trova il suo contesto ideale, nella basilica lateranense come in altri edifici della Roma paleocristiana, il lungo corridoio recintato, largo dai due ai tre metri, che si estende al centro della nave maggiore, lungo l’asse della chiesa, per mezza navata o fino alla porta d’ingresso.

In questo corridoio, che gli archeologi chiamano solea, perché leggermente sopraelevato rispetto al pavimento dell’edificio, fanno il loro ingresso solenne il vescovo e il clero all’inizio della celebrazione, ma, soprattutto, da queste barriere i fedeli osservano lo svolgersi della liturgia, offrono i loro doni e ricevono l’eucarestia.

Sible de Blaauw, studioso dell’arredo liturgico delle chiese di Roma, ritiene che dal fastigium del Laterano possano essere derivate le pergulae altomedievali, ovvero quei monumentali colonnati, sormontati da un architrave, che si estendevano per tutta la lunghezza del presbiterio davanti all’altare, solitamente destinati anche a ospitare immagini sacre.

Pergole di questa tipologia sono attestate tra VII e IX secolo in San Giovanni in Laterano, in San Pietro e in Santa Maria Maggiore, e un esempio ben conservato si può ancora vedere oggi nella chiesa di San Leone a Capena vicino Roma. Naturalmente allo sviluppo delle pergulae non può essere estranea l’influenza del templon bizantino, che dopo il 500 si trova con grande frequenza nelle chiese della Grecia e di Costantinopoli.

Pianta di basilica paleocristiana con spazi liturgici

Il coro e la schola cantorum

Quello che invece nel Medioevo chiamiamo comunemente coro e che trova la sua collocazione canonica davanti all’altare deve probabilmente la sua nascita alla formazione a Roma della cosiddetta schola cantorum. Questa, la cui fondazione si lega per tradizione alla figura di papa Gregorio Magno, era un’istituzione pontificia, con il principale compito di accompagnare le varie fasi della liturgia con il canto, rendendole più solenni e sacrali.

La “scuola dei cantori” trova posto, dunque, nelle chiese romane e si materializza in un recinto, delimitato da transenne, che occupa lo spazio compreso tra l’altare e la metà approssimatamente della navata centrale. Nasce così a partire circa dal VII secolo il chorus medievale e prende forma quella tripartizione dello spazio sacro propria delle chiese cristiane d’Europa.

Il coro, il cui primo esempio noto è in Sant’Adriano a Roma (625-638), oltre a essere il luogo destinato ai cantori e agli offici quotidiani, viene a costituire una sorta di tramite, materiale e spirituale, fra i fedeli e l’altare, spazio sacro del santuario. Delle piccole porte lo mettevano infatti in comunicazione con il resto della navata e lì i fedeli facevano le loro offerte e ricevevano la comunione.

Le disposizioni del concilio di Toledo del 633 descrivono esplicitamente questa organizzazione: sacerdos et levita ante altare communicent, in choro clerus, extra chorum populus, cioè “il sacerdote e il levita si comunicano davanti all’altare, il clero nel coro, oltre il coro il popolo”.

A Roma quindi, siamo lontani da ciò che avveniva ad esempio in Gallia, dove il concilio di Tours (567) aveva prescritto che i laici potessero accedere all’area dell’altare per prendere la comunione. Tuttavia la situazione creatasi a Roma e presente, secondo le ricostruzioni degli studiosi, già in San Pietro in Vaticano intorno al 600, si irradia ben presto in tutta Europa.

Paolo Piva ritiene che il mediatore sia stato Crodegango, vescovo di Metz tra il 742 e il 766, promotore dell’introduzione a Metz del canto liturgico e della messa romano more, con la conseguente importazione della schola cantorum. Il fatto poi che Crodegango sia stato l’autore di una Regula per i canoni della sua chiesa, divenuta subito la base delle regole canonicali occidentali, ha permesso al coro di divenire uno dei punti fermi dell’arredo liturgico cristiano.

L’altare: centro della celebrazione eucaristica

Per la Chiesa cristiana l’altare è la struttura su cui si compie il rito eucaristico. L’altare costituisce l’elemento più significativo dell’arredo della zona absidale o del presbiterio di una chiesa cristiana.

L’altare rappresenta il luogo per eccellenza della celebrazione dell’Eucaristia in ricordo del sacrificio di Cristo. L’altare costituiva materialmente e formalmente il punto di riferimento della celebrazione eucaristica.

In età apostolica la celebrazione eucaristica, come commemorazione dell’Ultima Cena, si svolgeva come un’autentica cena, ma, in seguito agli abusi che si verificarono, in epoca tardo o post-apostolica, più in generale sul finire del sec. 1°, scomparve il rapporto tra le agapi vespertine e l’eucaristia.

I commensali non si riunivano più in questi particolari banchetti, accovacciati o distesi su triclini intorno a piatti comuni, ma piuttosto stavano in piedi, come circumstantes, disposti a semicerchio intorno a un tavolo, mensa poggiante su tre o quattro sostegni, che costituì in seguito, idealmente anche se non sempre fisicamente, il punto centrale della celebrazione eucaristica.

Il presbitero o il vescovo doveva stare con ogni probabilità dietro a questo tavolo, nella parte rettilinea della mensa semicircolare, rivolto verso la comunità, celebrando in questa posizione l’eucaristia. Al posto dell’originaria associazione tra agape ed eucaristia, che aveva avuto luogo all’epoca degli apostoli, si costituì un nuovo legame tra liturgia della parola e liturgia eucaristica, dato dai tre successivi momenti: preparazione delle offerte, consacrazione e rito della comunione.

Si può presumere che la liturgia della parola, nei riti mattutini, avesse come punto di riferimento una sorta di cattedra o seggio del celebrante e che la relativa liturgia dell’eucaristia avesse come centro il suddetto piccolo tavolo; entrambi erano mobili, come risulta dai ritrovamenti nella più antica chiesa cristiana a Dura Europos, in Siria, risalente alla metà del sec. 3°, dove, sul piano di calpestio, nella parte orientale dell’aula di riunione della comunità, non si sono trovate assolutamente tracce di incassi.

Origine e sviluppo della forma dell’altare

È particolarmente significativo il fatto che l’altare cristiano derivi dal tavolo di arredo domestico e non dall’altare utilizzato per i sacrifici pagani. La teologia cristiana, che vede nell’eucaristia il sacrificio, non entra in contraddizione con quanto detto benché, a partire dall’epoca successiva all’età cristiana, il fatto che l’altare fosse in pietra e fissato al suolo in un punto centrale, visibile alla comunità, ha potuto talvolta suggerire associazioni di questo genere.

L’altare cristiano, sviluppatosi dal tavolo su sostegni, alto cm. 90-100 ca., di lunghezza e larghezza variabili, spesso a forma di cubo o di parallelepipedo, costituisce l’elemento più significativo dell’arredo della zona absidale o del presbiterio di una chiesa cristiana.

In epoca precostantiniana, a causa delle anguste dimensioni degli ambienti, esso era necessariamente piccolo e mobile e, nei primi esemplari, con ogni probabilità realizzato in legno. A partire dall’età costantiniana e con l’edificazione delle grandi basiliche, la larghezza e la profondità dell’altare aumentarono; l’altezza invece dovette necessariamente mantenersi relativa alle dimensioni umane, così da permettere al celebrante, vescovo o presbitero, di muoversi presso l’altare dietro di esso, pur rimanendo visibile ai fedeli.

L’aumento delle dimensioni era anche connesso con lo sforzo teso a mantenere una certa proporzione tra lo spazio della grande aula e il significato simbolico dell’altare stesso, di misure relativamente ridotte. Anche la scelta dei materiali si modificò in epoca post-costantiniana e per l’altare si preferirono sempre più la pietra o il marmo.

Il termine mensa indicò, a partire dal Medioevo, esclusivamente il piano dell’altare, per distinguerlo dallo stipes di sostegno. L’Oriente greco fino a oggi si è attenuto alla denominazione τϱάπεζα. L’Occidente latino conosce, accanto alla definizione di mensa, certo per influsso di una più evoluta teologia del sacrificio, quella di altare.

Le tipologie dell’altare

Dal punto di vista tipologico gli altari possono essere suddivisi in tre gruppi: a mensa, a cassa e a blocco.

TipologiaCaratteristicheFunzione o sviluppo
Altare a mensaPiano con relativi sostegniForma più antica dal punto di vista storico e liturgico
Altare a cassaStruttura chiusa con incavo e fenestella confessionisCustodia e venerazione delle reliquie
Altare a bloccoSupporto chiuso e compattoForma adatta alla solidità e alla monumentalità

Altare a mensa

La forma a mensa è la più antica dal punto di vista storico e liturgico; consiste di un piano con relativi sostegni, quattro o cinque e, per gli esemplari di piccole dimensioni, anche uno solo, o con due lastre ortogonali a esso, come a Torcello, nella cattedrale.

Questa è la tipologia più consueta in epoca precarolingia, fino a tutto il Medioevo. Per conferire alla struttura una visione più omogenea, si inseriva tra i due sostegni anteriori un elemento mediano, antependium, così da ottenere visivamente una struttura più compatta che ricorda l’altare a cassa o a blocco.

Altare a cassa e altare a blocco

Anche per l’altare a cassa, particolarmente adatto alla custodia di reliquie in epoca tardoantica, il punto di partenza era il tavolo. Al di sotto dell’altare partiva un incavo verticale, cataracta, che verso il basso arrivava fino alla sepoltura del santo o del martire, confessio, o al reliquiario posto in profondità.

Il fedele in adorazione delle reliquie poteva vedere il reliquiario grazie a questo tipo di incavo oppure, calandovi un pezzetto di stoffa o altro materiale legato a una corda, entrare in contatto fisico con l’oggetto di culto e ottenere delle reliquie per contatto, brandea.

I piani posti tra i sostegni creavano una vera e propria struttura “a cassa”, da cui la denominazione dell’altare, che sulla fronte spesso veniva corredata di un’apertura richiudibile per mezzo di una grata, fenestella confessionis, che permetteva il contatto visivo o fisico con le reliquie, per esempio a Cividale del Friuli, San Martino.

L’altare a cassa, nella sua forma originaria, entrò in disuso con la scomparsa di questa forma di culto delle reliquie e quando si cominciò a conservarle nell’altare, tra la mensa e il sostegno, e in ultimo nella mensa stessa.

Altare e reliquie dei martiri

L’importanza dell’altare in epoca post-costantiniana si delineò anche in conseguenza dello stretto rapporto che lo legava alle reliquie dei martiri, poste in un sepolcro a nicchia nella struttura sottostante l’altare o subito sotto la mensa vera e propria, a partire dall’epoca altomedievale, quasi sempre nella parte anteriore della stessa, punto che solitamente il sacerdote baciava in principio di messa.

Fu Felice I (269-274) che stabilì l’usanza di celebrare il sacrificio eucaristico sulle tombe dei martiri; così sembra doversi interpretare il passo “hic constituit supra memorias martyrum missas celebrare”. Nel sec. 3° l’anonimo trattato De aleatoribus accenna ai “martirybus praesentibus super mensam dominicam”.

Paolino di Nola, nel 402 ca., ricorda reliquie della Croce all’interno dell’altare. Prudenzio, alla fine del sec. 4°, notò che l’altare della cripta di Ippolito, nel cimitero sulla via Tiburtina, era addossato e non sovrapposto alla tomba del martire.

Nella cripta dei papi nel cimitero di Callisto, l’altare fu invece collocato in posizione isolata, come dimostrano le tracce sul pavimento; questo perché l’ambiente conteneva più deposizioni nei loculi rettangolari aperti sulle pareti e i pontefici martiri erano più d’uno.

Questi altari naturalmente non contenevano reliquie di martiri, stante il costume della Chiesa romana e, in generale, della Chiesa in Occidente, fatte le debite eccezioni come Milano e la Gallia, di mantenere intatta la tomba.

Proprio alla intangibilità dei sepolcri venerati e allo sviluppo del culto dei martiri tramite le reliquie ex contactu si deve la nascita della confessio, un organismo architettonicamente definito cripta semianulare, che permetteva di raggiungere il luogo della tomba.

L’altare ad corpus, posto cioè direttamente sopra la tomba del martire e comunicante con essa attraverso aperture, cataractae, umbilici, è anch’esso, come la confessio, un esito dell’architettura funzionale alla liturgia, con la costruzione del martirium o santuario impostato sulla tomba venerata.

Consacrazione, titulus e simbolismo dell’altare

A partire dal Medioevo la consacrazione obbligatoria dell’altare denota l’alta considerazione in cui esso era tenuto. Mentre nella fase iniziale della storia della Chiesa ciascun altare poteva considerarsi consacrato dopo la prima celebrazione di una messa, talvolta anche solo dopo la deposizione delle reliquie, con l’epoca carolingia divenne necessaria una vera e propria dedicazione o consacrazione.

Il rito riprendeva in certo modo quello dell’iniziazione dei battezzandi ai sacramenti, con la cerimonia dell’abluzione, battesimo, dell’unzione, cresima, e con la celebrazione di una messa, eucaristia. La deposizione delle reliquie era strettamente connessa, così come altri elementi cerimoniali, a questa consacrazione.

Inoltre, l’unzione della parte superiore dell’altare rimaneva viva nella memoria, grazie ai segni di croce che venivano incisi, di solito quattro agli angoli e il quinto al centro del piano della mensa, così come anche grazie al panno di lino incerato e resistente all’olio, crismale, che, dall’epoca medievale, era d’obbligo porre sotto le altre tovaglie, di solito tre.

La sacralità conferita all’altare attraverso questo rito poteva nuovamente annullarsi, esacrazione, nel caso di una evidente devastazione dell’altare stesso o di una separazione arbitraria della mensa dal sostegno, con conseguente violazione della confessione o, per finire, a causa di assassinii o spargimenti di sangue avvenuti presso l’altare; esacrazioni del genere rendevano necessaria una nuova consacrazione.

Ciascun altare, in particolare quello maggiore fissato al pavimento, aveva, inizialmente spesso, in seguito sempre, lo stesso titolo della chiesa. Esso non doveva corrispondere necessariamente alle reliquie deposte nell’altare, poteva anche derivare dai misteri, annunciazione, assunzione di Maria, o da nomi di angeli e così via.

Numerosi altari minori, laterali, della chiesa avevano il loro titulus, spesso legato al nome del patrono delle confraternite e corporazioni che li utilizzavano. Con l’introduzione del pontile, jubé, tra il presbiterio e il corpo longitudinale, l’altare comune, che si trovava di fronte a tale struttura, era quasi sempre dedicato alla santa Croce, altare della Croce, come mostra la pianta ideale dell’abbazia di San Gallo in Svizzera, di epoca carolingia.

Nella simbologia prevalente durante il Medioevo, l’altare, soprattutto quello realizzato in pietra, era considerato quale emblema di Cristo stesso, da un lato per il suo stretto legame con l’eucaristia che vi si celebrava, dall’altro per la definizione che Cristo ha dato di sé, quale “pietra angolare”.

Era l’onore del popolo di Dio essere in comunione con l’altare; colui che partecipava della mensa partecipava anche della divinità. Tutte le forme di venerazione riservate all’altare, bacio, incenso, candele, si trasmettevano al Cristo stesso.

Moltiplicazione degli altari nel Medioevo

In epoca paleocristiana e altomedievale ogni chiesa possedeva di norma un unico altare, posto in origine nella zona più avanzata del presbiterio. Questa situazione comincia però a modificarsi ben presto; gli altari vengono addossati sempre di più alla parete dell’abside, con la cattedra e il posto per il clero spostati davanti, e il loro numero inizia ad aumentare.

Rispetto all’età paleocristiana e altomedievale, si assiste nell’edificio chiesastico, monastico o secolare che sia, soprattutto a una moltiplicazione degli altari, tanto che alla singola ara maggiore, posta nel punto focale del santuario, si aggiungono uno o più altari secondari, sistemati nelle adiacenze o in spazi periferici, come attesta già nel IX secolo la pianta della chiesa abbaziale di San Gallo.

Per la prima metà del IX secolo la pianta della chiesa abbaziale di San Gallo testimonia di altari secondari posti nelle vicinanze di quello maggiore o in spazi periferici. La funzione dell’edificio religioso, cattedrale, chiesa abbaziale, pieve, oratorio, collegiata, chiesa conventuale, e la destinazione dello stesso a utenti diversi, vescovi, monaci, conversi o laici, sono comunque fattori che condizionano una serie di componenti legate all’architettura, alla decorazione e, naturalmente, all’arredo liturgico.

Il ciborio

Nel corso del Medioevo il ciborio assume sempre più il ruolo di copertura dell’altare, che costituisce naturalmente l’elemento più significativo dell’arredo di una chiesa cristiana, in quanto punto di riferimento della celebrazione eucaristica.

Una sorta di ciborio doveva invece coprire e insieme aulicamente evidenziare la sepoltura di san Pietro nella basilica vaticana al tempo dell’imperatore Costantino: la memoria dell’apostolo era recintata da una serie di transenne sui cui poggiavano quattro colonne tortili, a loro volta sostenenti due costoloni ad arco incrociati, alle quali si aggiungevano altre due colonne con architravi che collegavano il baldacchino all’abside.

Le colonne tortili, di cui si può cogliere ancora suggestiva memoria in quelle dell’attuale baldacchino del Bernini, erano più antiche di circa un secolo ed erano state portate dall’Oriente per espressa volontà di Costantino.

Questa ricostruzione, ipotizzata su basi letterarie e iconografiche, come la capsella eburnea di Samagher, Venezia, Museo Archeologico, che nella sua decorazione si ritiene presenti una riproduzione fedele del presbiterio di San Pietro, è stata confermata dagli scavi effettuati intorno alla confessione della chiesa tra il 1940 e il 1949.

Riguardo alla struttura-ciborio in generale, essa invece non riscosse un immediato successo nell’arredo liturgico delle chiese. Per trovarne una menzione nel Liber Pontificalis bisogna arrivare infatti alla fine del V secolo, quando vengono citati due tyburia, termine che probabilmente anticipa e coincide con cyburia.

Nella vita di papa Simmaco vengono citati due tyburia in argento, uno nella rotonda di Sant’Andrea presso San Pietro, l’altro super altare nella chiesa dei Santi Silvestro e Martino. La seconda menzione fornita dal Liber Pontificalis si trova circa un secolo dopo nella vita di papa Gregorio Magno, che copre l’altare di San Pietro con un cyburium ex argento puro.

Proseguendo in tal senso la lettura del Liber Pontificalis ci si accorge che fino alla fine del VII secolo i cibori menzionati sono in argento e che solo tra VIII e IX secolo compare, accanto alla presenza di cibori in argento, anche la menzione di qualche struttura in marmo.

Struttura e materiali

Queste strutture presentano una tipologia abbastanza standardizzata: sono infatti composte da quattro grandi lastre con arcata inferiore semicircolare e profilo superiore rettilineo e con lati verticali pure rettilinei; questi a loro volta vengono uniti ad angolo retto a formare una struttura quasi cubica e i piedi delle arcate, congiunti a coppie, si poggiano su quattro capitelli angolari, sostenuti da altrettante colonne.

La variante maggiore sembra essere stata nella copertura, che poteva essere a piramide quadrata o ottagonale, a calotta, o a semplice telaio. Esempi di cibori altomedievali in marmo si conservano comunque anche in Italia, nella chiesa di Santa Maria a Sovana, presso Grosseto, in quella di San Prospero a Perugia e in Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, dove si trova il ciborio proveniente dalla distrutta Sant’Eleucadio.

Al contrario, la descrizione di Paolo Silenziario del ciborio della Santa Sofia giustinianea di Costantinopoli, la possibilità di ricostruzione di quello di Sant’Eufemia a Costantinopoli e l’eccezionale conservazione in situ di quello della Katapoliani di Paros ci garantiscono l’esistenza di cibori in marmo in Oriente.

Anche in Francia la situazione dei cibori non cambia, dal momento che fino al X secolo inoltrato sono ampiamente attestati soprattutto cibori in materiali preziosi. Un deciso rinnovamento nella tipologia del ciborio è segnato dall’esempio di Sant’Ambrogio a Milano, del X secolo, in cui la decorazione, abbandonando il consueto repertorio a intrecci vegetali, si apre alla figura umana.

I cibori romanici

Una nuova tipologia, all’interno della quale si possono individuare due modelli fondamentali, viene elaborata a Roma dai marmorari romani. Il primo tipo, con quattro colonne architravate con una galleria di colonnine su cui poggiano un secondo architrave e un tetto a capanna con timpani triangolari si vede in San Clemente a Roma e in Sant’Elia a Castel Sant’Elia presso Nepi, al principio del XII secolo.

Il secondo modello prevede, invece, il passaggio dalla struttura quadrangolare della base a quella ottagonale della copertura attraverso almeno due ordini di colonnine architravate, l’inferiore parallelepipedo, il superiore prismatico a sezione ottagonale; la copertura è costituita da un tetto a piramide tronca, sormontata da una lanterna a sua volta a più ordini di colonnine e con conclusione piramidale.

Di questo tipo esistono numerose testimonianze e tra i primi esempi va annoverato quello di San Lorenzo fuori le mura a Roma, realizzato nel 1148 da Angelo di Paolo. Vicini alla tipologia romana ma costituenti un capitolo a parte per le caratteristiche iconografiche e strutturali, in particolare per l’uso, al posto dell’architrave, dell’arco gemino o trilobo, sono i cibori abruzzesi in stucco della bottega del maestro Ruggero.

I cibori hanno vasta diffusione in tutta Europa, seppur con qualche variante, come i baldacchini lignei dipinti che, a partire dall’XI secolo, abbondano sugli altari spagnoli.

Antependium e paliotto

L’altare accoglieva solitamente addobbi mobili, come le tovaglie, dalle quali si svilupperanno poi gli antependia, o paliotti in materiale rigido, che recano nel nome che li designa la traccia della loro origine tessile.

Da un punto di vista tipologico, comunque, dopo il Mille si impone rapidamente la formula dell’altare-cassa quadrangolare, già presente ad esempio nell’altare di Ratchis, che avrà come conseguenza immediata lo sviluppo di un decoro sul prospetto anteriore, quello rivolto verso la navata e i fedeli.

Questo rivestimento della fronte dell’altare, chiamato antependium o paliotto, può essere in metallo, pietra, legno o tessuto. In origine, infatti, la mensa è ricoperta da un drappo, un pallium appunto, che ricade, ovvero pende, davanti alla fronte dell’altare: una situazione da cui chiaramente derivano i termini paliotto e antependium.

Degli anni intorno al Mille si conservano due esempi di alta fattura: l’antependium della cattedrale di Aix-la-Chapelle e quello, donato dall’imperatore Enrico II, in oro, pietre preziose e perle un tempo nella chiesa principale di Basilea.

Un caso eccezionale, che ai materiali e alle pietre pregiate unisce anche smalti cloisonné, è la famosa Pala d’oro di San Marco a Venezia, di fattura essenzialmente costantinopolitana e con verosimiglianza concepita in origine come un paliotto.

Testimonianza importante, anche se perduta, è quella del paliotto fatto eseguire a Costantinopoli dall’abate Desiderio per l’altare di Montecassino con ben 36 libbre d’oro. Dalle parole del cronista Leone Ostiense il risultato doveva destare meraviglia: la tavola, smagliante d’oro e lucente di gemme e smalti, era ornata con episodi evangelici e quasi tutti i miracoli di san Benedetto.

Tuttavia la maggior parte degli antependia in metallo tuttora esistenti, almeno diciassette, è curiosamente conservata in area scandinava. Il fatto che siano stati realizzati in bronzo dorato, e non in oro o argento, ne ha favorito la sopravvivenza.

L’esempio più antico è l’antependium di Lisbjerg, nei pressi di Aarhus, nello Jutland, databile al 1140 ca.; l’altare, sia per l’antependium sia per la pala sormontata da una Crocifissione in un grande arco, offre un esempio di quello che è probabilmente un modello di altare romanico diffuso in tutta Europa.

In verità esistono nel mondo occidentale anche numerosi antependia realizzati in materiali meno importanti, come il legno, sia dipinto, sia scolpito. Molti di essi si conservano nella penisola iberica.

In Catalogna ne restano due tra loro molto simili e di grande importanza, dipinti nel secondo quarto del XII secolo, l’uno proveniente da Hix e l’altro da Seu d’Urgell. Entrambi sono incorniciati da una ricca bordura ornamentale e mostrano nel pannello centrale un imponente Cristo in maestà con i dodici apostoli ai lati.

Il più antico tra quelli scolpiti, probabilmente della seconda metà del XII secolo, proviene invece da San Pedro di Ripoll e presenta al centro, come di consueto, la figura di Cristo in maestà in una mandorla, con i simboli degli evangelisti e i dodici apostoli.

Discreta è anche la presenza in tutta Europa di paliotti dipinti, come quello proveniente dalla chiesa delle canonichesse agostiniane di St. Walpurgis a Soest, databile intorno al 1175 e oggi conservato a Münster.

Dal paliotto al dossale

Il progressivo declino dell’antependium è segnato, secondo qualche studioso, da alcuni significativi cambiamenti liturgici, quali lo spostamento verso l’abside dell’altare e l’uso dell’officiante di celebrare la messa non più dietro a questo, bensì davanti, con le spalle rivolte ai fedeli.

Rimanendo in tal modo l’antependium quasi completamente nascosto, si fa strada la tendenza a spostare la decorazione sopra l’altare, nella sua parte posteriore. È questo forse l’atto di nascita del dossale o pala d’altare, un pannello decorativo per lo più mobile, in metallo, legno, stoffa, pietra o anche avorio.

Tuttavia una parte della critica ritiene troppo semplicistico questo passaggio dall’antependium al dossale, convinta del fatto che la posizione del celebrante non dipenda da generali trasformazioni liturgiche ma, semplicemente, dal variare della collocazione dell’altare nello spazio architettonico.

La proliferazione delle messe sugli altari laterali ha, infatti, spinto questi ultimi verso il fondo di un’abside o di una cappella, con il prete costretto, quindi, a celebrare messa con le spalle ai fedeli. La decorazione sopra l’altare o sulla fronte dello stesso, come del resto la posizione del celebrante, deriva, pertanto, secondo questi studiosi, dallo specifico contesto architettonico e non da una modifica nel modo di dire messa.

Il Dossale della Pentecoste, di fattura mosana, mostra come la configurazione strutturale dei primi dossali del XII secolo doveva essere principalmente rettangolare, con poco sviluppo verticale e qualche variante nel coronamento, ora semicircolare, ora trilobato, ora triangolare.

Esistono, tuttavia, nel contesto europeo anche episodi isolati di un uso congiunto dell’antependium e del dossale, come nel caso dell’altare maggiore della cattedrale di Santiago de Compostela, dove l’insieme era per di più sovrastato da un ricco ciborio.

Candelieri, incensieri e croce

Del ricco apparato ornamentale dell’altare fanno parte anche i candelieri e gli incensieri. I primi possono essere due, quattro o sette, disposti sopra o dietro la mensa, con una complessa elaborazione simbologica chiarita dal teologo Onorio d’Autun nel XII secolo.

Sempre Onorio spiega, invece, come l’incensiere rappresenti il corpo del Signore, l’incenso corrisponda alla sua divinità e il fuoco che lo consuma allo Spirito Santo. Questi oggetti, spesso realizzati in rame e in bronzo, anche se non mancano esempi in materiali più pregiati, conoscono fra XI e XII secolo un deciso apogeo.

Il massimo grado di complessità della lavorazione e del programma iconografico è attestato dai due candelieri d’argento legati al nome di Bernardo di Hildesheim e dall’incensiere in bronzo dorato del tesoro della cattedrale di Treviri.

Un elemento decorativo altrettanto interessante è costituito dalla croce, che viene solitamente sistemata sopra l’altare, come si vede nell’affresco della Basilica superiore di Assisi con san Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano, o nelle sue immediate vicinanze.

Ad esempio, nella celebre abbazia parigina di Saint-Denis, intorno al 1140, una grande croce in oro di più di due metri, posta su un piede alto circa quattro, troneggiava proprio dietro l’altare maggiore.

Oltre all’immagine di Cristo crocifisso, un ricco programma iconografico interessa anche il supporto sottostante, come già nel piede di croce proveniente dall’abbazia francese di Saint-Bertin del Nord del 1150-1160.

Recinzioni, iconostasi e tramezzi

È con l’avvento del nuovo millennio, infatti, che si rafforza l’esigenza di una più netta divisione degli spazi fra clero e laici all’interno dell’edificio religioso. Stando alle fonti coeve, questa rigorosa scansione degli ambienti non deve, tuttavia, essere intesa come una chiusura gerarchica del clero verso i fedeli, quanto un modo per consentire a entrambi la massima concentrazione spirituale.

La separazione tra la zona presbiteriale e la navata può essere affidata a un’alta parete in muratura oppure a un articolato insieme di transenne, colonnine e cornici. Nel primo caso, ben testimoniato dall’affresco assisiate del Presepe di Greccio, le alte recinzioni murarie, poste su tre lati, ospitano lungo le pareti interne i sedili per il clero e si aprono verso la navata attraverso una porta centrale, utile anche per il rientro nel coro delle processioni dei religiosi.

Ancora ad Assisi, l’affresco raffigurante il Presepe di Greccio mostra una croce di grande formato, il cui peso presupponeva quindi una struttura muraria di sostegno, posta sopra un possente tramezzo in muratura, destinato a separare il presbiterio dalla navata.

Ricostruzione di coro e presbiterio medievali

L’ambone e la liturgia della Parola

In seguito, l’altare a mensa e il luogo da cui si predicava, cattedra, più tardi ambone o pulpito, contrapposti, rappresentarono punti focali della liturgia della parola e dell’eucaristia, anche quando, con l’andar del tempo, ebbero diversa ubicazione.

Non meno importante è l’ambone, dal quale vengono letti i testi sacri durante la liturgia della Parola. L’ambone rappresenta la proclamazione della Parola di Dio e l’importanza della sua presenza nella vita dei fedeli.

L’ambone appartiene dunque all’insieme degli arredi che rendono visibili le diverse funzioni della liturgia: l’altare concentra la celebrazione eucaristica, mentre l’ambone organizza e rende solenne la proclamazione dei testi sacri.

Gli arredi destinati ai fedeli

Spostandoci dalla zona adibita all’altare ed avvicinandoci al lato dei fedeli, troviamo i banchi da chiesa, elementi anche questi essenziali nell’arredamento liturgico, fornendo un posto confortevole per i fedeli dove sedersi durante le celebrazioni.

Diversi sono i modelli di banchi: dalle semplici panche senza schienale alle versioni più sofisticate con schienale e poggiapiedi. Alcuni banchi possono essere dotati di cuscini imbottiti per un maggiore comfort durante la seduta prolungata.

Sempre dalla parte dei fedeli, è generalmente presente anche il confessionale, luogo intimo e riservato in cui potersi confessare e ricevere l’assoluzione dei peccati. Oltre ad essere uno spazio adibito alla confessione, questo è anche luogo in cui il sacerdote offre consigli spirituali, guida il penitente nella riflessione e nella comprensione del proprio cammino di fede.

Tra i vari elementi appartenenti ai mobili da chiesa, non dobbiamo dimenticare l’acquasantiera. In genere i fedeli entrando in chiesa fanno il segno della croce con l’acqua santa prelevata dall’acquasantiera, in segno di benedizione.

Questo gesto ricorda il battesimo, ma anche la purificazione, intesa come rinnovamento spirituale. Ogni elemento, che sia l’altare, l’ambone, il banco da chiesa, il confessionale o l’acquasantiera, contribuisce a creare un ambiente adeguato al ritrovo e alla preghiera.

Vasi sacri, paramenti e altri oggetti del culto

Al mobilio ecclesiastico si abbinano anche arredi liturgici come ad esempio il calice, la patena e il crocifisso. Tutti oggetti questi che richiamano alla memoria l’eredità spirituale e l’esperienza di comunione dei credenti nel corso dei secoli.

Fanno naturalmente parte degli arredi i vasi sacri per la consacrazione e conservazione dell’Eucarestia e tutto ciò che entra in contatto con essa. I materiali utilizzati sono preferibilmente preziosi, con seta e lino per i paramenti e per lo più oro e argento per i vasi.

La varietà degli arredi ecclesiali, antependia, cattedre, cibori, pulpiti, ceri, riflette la complessità della liturgia medievale e la necessità di associare ogni momento della celebrazione a uno spazio, a un oggetto e a una precisa funzione.

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