Prospero Lorenzo Lambertini nacque a Bologna il 31 marzo 1675 da Marcello e Lucrezia Bulgarini, all’interno di un ramo cadetto dell’antica famiglia senatoriale bolognese Lambertini. Fu arcivescovo di Ancona dal 1727, cardinale dal 1728 e arcivescovo di Bologna dal 1731, prima di essere eletto papa il 17 agosto 1740 con il nome di Benedetto XIV.
La sua formazione giuridica, l’esperienza nelle Congregazioni romane e l’attività pastorale svolta a Bologna definirono una personalità caratterizzata da moderazione, sensibilità istituzionale, interesse per la cultura e attenzione concreta alla vita delle diocesi. Il pontificato di Benedetto XIV, durato fino al 3 maggio 1758, fu tra i più significativi dell’età moderna per l’apertura verso le scienze, le arti, la riforma ecclesiastica e la diplomazia concordataria.
Origini familiari e formazione
I Lambertini sono una delle stirpi nobili più antiche e prestigiose di Bologna, città dove possedettero diversi palazzi e torri, e dalla quale uscì il membro più illustre della famiglia: Prospero Lambertini, che esercitò l’incarico tra il 1740 e il 1758 con il nome di Benedetto XIV. Prospero Lorenzo Lambertini nacque a Bologna il 31 marzo 1675 da Marcello Lambertini e Lucrezia Bulgarini.
Fu educato presso i padri Somaschi a Bologna e poi, dal 1688, proseguì gli studi a Roma nel Collegio Clementino. Qui conseguì il dottorato in teologia e diritto civile e canonico nel 1694. La sua grande conoscenza giuridica gli spianò la carriera curiale sino a fargli assumere, nel 1720, il ruolo di segretario della Congregazione del Concilio.
La preparazione giuridica gli spianerà la carriera curiale, finché raggiungerà, nel 1720, la carica di segretario della Congregazione del Concilio. Una grande esperienza delle Congregazioni romane, tra l'altro di quella dei Riti, nella quale sarà, dal 1708, promotore della fede, e una particolare sensibilità per gli aspetti istituzionali della vita ecclesiastica contrassegnano questo primo periodo di attività del futuro pontefice.
La carriera ecclesiastica prima del pontificato
Si delineano già in lui taluni atteggiamenti che resteranno costanti: un impegno semplificatore nell'alveo della intricata legislazione post-tridentina, che esprimerà nei pareri per la Congregazione del Concilio, raccolti più tardi nelle Quaestiones canonicae et morales; una tendenza alla moderazione, che permetterà all'esperto canonista di condurre a termine gli spinosi negoziati con Carlo VI d'Asburgo per la “monarchia sicula” e con Vittorio Amedeo II di Savoia per il concordato del 1727.
Il tenue rigorismo e le simpatie per gli orientamenti maurini lo spingeranno a pronunciarsi, nello stesso 1727, nella Congregazione dei Riti, contro la nuova devozione al Cuore di Gesù. Vescovo titolare di Teodosia nel 1724, il Lambertini diviene arcivescovo di Ancona il 20 gennaio 1727. Cardinale il 30 aprile 1728, passa alla più importante archidiocesi della città natale il 30 aprile 1731.
| Anno | Incarico o evento |
|---|---|
| 1694 | Conseguimento del dottorato in teologia e diritto civile e canonico |
| 1708 | Promotore della fede nella Congregazione dei Riti |
| 1720 | Segretario della Congregazione del Concilio |
| 1724 | Vescovo titolare di Teodosia |
| 1727 | Arcivescovo di Ancona e Numana |
| 1728 | Cardinale |
| 1731 | Arcivescovo di Bologna |
| 1740 | Elezione al soglio pontificio con il nome di Benedetto XIV |
| 1758 | Morte a Roma il 3 maggio |
L’episcopato di Bologna
La personalità del Lambertini si arricchisce intanto della diretta esperienza pastorale, che egli modella sulle linee della riforma tridentina e sull'esempio del Borromeo e del Paleotti. Qui durante i suoi vent’anni di episcopato, il cardinal Lambertini s’impegnò a normalizzare i rapporti tra Chiesa e Senato cittadino, a migliorare la qualità della pastorale, senza tralasciare i provvedimenti necessari per il decoro cittadino e gli interventi volti a promuovere la cultura, l’arte e la scienza.
Fin dalla prima notificazione il Lambertini dichiara di non voler “far novità, ma di rimettere in piedi lo stabilito dalle sacre leggi ed il praticato altre volte in questa nostra diocesi, con aggiugnervi ancora qualche moderazione e qualche segno di ogni maggiore equità”.
Egli insisterà, in generale, sul potenziamento dell'attività parrocchiale e sul dovere di residenza per gli ecclesiastici beneficiati con cura d'anime, sulla vita spirituale e la sana amministrazione dei conventi femminili, sul riordinamento della materia beneficiaria e sui problemi attinenti al foro ecclesiastico.
Attribuì inoltre particolare importanza all’utilità delle missioni popolari, con cui concluderà la visita della città il 21 marzo 1733. Di qui la simpatia con cui da pontefice accompagnerà le missioni di san Leonardo da Porto Maurizio e di san Paolo della Croce.
Fondamentale per la comprensione e il commento della sua attività bolognese resta la Raccolta di alcune notificazioni, editti ed istruzioni pubblicate per buon governo della sua diocesi, pubblicata in cinque volumi a Bologna tra il 1733 e il 1740 e successivamente ristampata a Venezia e a Roma.
Il progetto del sinodo diocesano
Alla conferma unitaria delle singole disposizioni pastorali attraverso un sinodo diocesano il Lambertini pensò presto, se nella prefazione ai De Synodo dioecesana libri tredecim, editi a Roma solo nel 1748, egli allude all'esperienza bolognese e all'intento di farla culminare nel sinodo.
Nella stessa prefazione richiama le difficoltà avanzate dai difensori di una troppo rigida ossequienza “romana” e la prima stesura dell'opera, nata come pacato riesame della questione e lasciata imperfetta al momento dell'ascesa al soglio papale. Determinanti nella genesi dello scritto dovettero essere il richiamo al Tridentino, la fioritura dei sinodi diocesani durante il pontificato di Benedetto XIII e la diretta partecipazione del Lambertini, come canonista, al celebre sinodo romano di papa Orsini del 1725.
Completato più tardi e rimaneggiato nelle successive edizioni, il De Synodo assume importanza centrale se colto in prospettiva negli orientamenti del Lambertini, proponendo il suo ideale pastorale di vescovo e di pontefice, in un'ultima duttile sistemazione della tradizione tridentino-borromeiana.
Egli mira a recuperare aspetti della vita ecclesiastica e religiosa che si erano come cristallizzati nella prassi curiale e a ridare soprattutto valore e spontaneità all'esperienza pastorale diocesana. In complesso dal De Synodo scaturisce una posizione equilibrata, coerentemente sviluppata dal Lambertini negli anni di pontificato, stimolante fermenti e suggestioni di vita ecclesiastica e religiosa.
L’opera tende a “liberare” quelle forze che sembravano soffocate dalla istituzionalizzazione e dall'eccessivo monopolio curiale configuratosi con la piena età della Controriforma.
Le opere liturgiche e canonistiche
Ancora in ambiente bolognese maturano le altre opere del Lambertini, arricchite in successive edizioni: le Annotazioni sopra le feste di nostro Signore e della beatissima Vergine, di carattere liturgico-devozionale, e il “trattato istruttivo” Della S. Messa, anch'esso di carattere liturgico-devozionale, con un'appendice critico-agiografica.
Ma l'opera che doveva dare fama grandissima al Lambertini e dalla quale, come dal De Synodo, si dipartono altre linee prospettiche del pontificato benedettino è il De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, pubblicato a Bologna tra il 1734 e il 1738 in quattro volumi articolati in cinque tomi.
In questo scritto il Lambertini riversa un'esperienza ventennale maturata nella Congregazione dei Riti, presentando una summa della prassi venutasi formando da Urbano VIII in poi, ma insieme volge lo sguardo a tutta la tradizione ecclesiastica.
L’opera affronta temi che vanno dalle collezioni degli Atti dei martiri, con i relativi problemi di critica storica, all'ufficio e alla messa dei santi, con i problemi connessi alla riforma del Breviario Romano, che saranno affrontati negli anni di pontificato.
Nello sfondo sono compresenti le suggestioni della più matura cultura cattolica del primo Settecento, dall'opera dei bollandisti alla critica maurina e alle posizioni muratoriane. Sono trattati anche temi quali le estasi e i rapimenti mistici, le visioni, le rivelazioni, i miracoli e i fenomeni abnormi.
Anche i rapporti con medici bolognesi furono, sotto questo profilo, di grande significato, come egli stesso accennerà più tardi in una lettera al cardinale de Tencin del 3 novembre 1745. Non mancheranno favorevoli ripercussioni dell'opera nel mondo protestante attraverso un'ampia recensione apparsa sugli Acta eruditorum di Lipsia.

L’elezione al soglio pontificio
Al conclave, apertosi il 19 febbraio 1740 dopo la morte di Clemente XII, il Lambertini non si presenta, nonostante la duplice esperienza curiale e pastorale, come uno dei cardinali “papabili”. La sua candidatura si impone quale compromesso dopo sei mesi di estenuanti trattative e di giochi di forza tra i partiti di Curia e le potenze politiche.
Il conclave si aprì con la presenza di cinquantasei cardinali divisi in varie correnti. Il gruppo corsiniano e l'ala di opposizione capeggiata dal camerlengo Alessandro Albani misurarono, attraverso uno dei più lunghi conclavi della storia della Chiesa romana, il grado di crisi raggiunto dal papato.
Solo il 17 agosto, al 255° scrutinio, sbloccata la situazione, il Lambertini vedrà convergere su di sé, di colpo, cinquanta voti. Prenderà il nome di Benedetto XIV per gratitudine verso Benedetto XIII, cui doveva la porpora.
Ai cardinali disse: «Se desiderate eleggere un santo scegliete Gotti; se volete eleggere uno statista Aldobrandini; se invece volete un uomo onesto eleggete me». A un certo punto dei lavori, l'ingegnoso e bonario cardinale Lambertini commentò: «Volete un santo? Prendete Gatti. Un politico? Prendete Aldovrandi. Ma se volete un uomo buono, prendete me!».
Le caratteristiche del pontificato
I primi anni del pontificato lambertiniano sono segnati da uno slancio eccezionale, che indica in Benedetto XIV la precisa volontà di rinvigorire e ringiovanire le strutture e le istituzioni ecclesiastiche, di recuperare rapidamente posizioni perdute e di creare possibilità nuove per la Chiesa romana.
Scioglierà dubbi e incertezze sul piano canonistico e dell'attività missionaria; mirerà a portare un soffio animatore nell'intero mondo cattolico, trasferendovi le ansie pastorali del suo episcopato bolognese.
Procederà a numerose riforme, accogliendo soprattutto esigenze che erano venute maturando e imponendosi in larghi settori, dall'opera muratoriana tesa a una “regolata devozione” alla pietà benedettina e agostiniana sviluppatasi nel mondo tedesco.
Durante il primo periodo del suo pontificato, dal 1740 al 1750, mostrò una notevole apertura nei confronti del mondo laico, abbandonò i pregiudizi verso metodi di governo e politiche religiose perseguite dai predecessori e impose una linea riformatrice dal punto di vista pastorale e amministrativo, simile a quella intrapresa a Bologna e in linea con quell'Illuminismo cristiano di cui l'interprete maggiore fu Ludovico Antonio Muratori.
Nel secondo periodo di pontificato, dal 1750 al 1758, la politica dottrinale e legislativa di Benedetto si fece più cauta, discostandosi dall'Illuminismo anche per la sua deriva anticlericale e tendendo a un conservatorismo che poi avrebbe caratterizzato i pontificati successivi.
Le difficoltà della Curia e i collaboratori
Se grande è il fervore di Benedetto XIV, difficili sono le condizioni entro cui la sua opera prende a svolgersi e scarsi gli appoggi su cui egli potrà contare. Più volte scriverà al cardinale de Tencin manifestando la sua diffidenza per il Sacro Collegio, la cui configurazione non riuscirà mai a modificare sostanzialmente.
Su questa situazione pesavano una tradizione che egli stesso in fondo avvertiva, le pressioni esercitate dalle potenze cattoliche a favore di cardinali nazionali, il lento funzionamento delle Congregazioni e gli interessi politici dei più alti esponenti di Curia.
La tendenza di Benedetto XIV non fu quella di incidere duramente su forze e consuetudini solidissime, il che non era nella sua natura e nelle sue possibilità di azione, ma di aggirare le situazioni e di trascurare piuttosto la prassi delle Congregazioni per volgersi a ristretti gruppi di consiglieri o di esperti di fiducia.
Per gli aspetti diplomatico-politici del pontificato incontrò collaboratori di eccezione, da quel brillante diplomatico che fu Silvio Valenti Gonzaga, segretario di Stato sino al 1751 e in parte sino al 1756, all'Aldrovandi, che Benedetto XIV nominerà prodatario e che, con il Valenti Gonzaga, contribuirà a tracciare le grandi linee di un rinnovato ed efficace sistema concordatario.
La politica concordataria
L'orientamento concordatario costituisce l'aspetto più sintomatico del papato lambertiniano al suo aprirsi e trova il suo centro nel lucido spirito conciliativo di Benedetto XIV.
Esso nasce dalla preminenza di interessi più propriamente religiosi di fronte a preoccupazioni istituzionali ed ecclesiastiche ormai superate dalla logica dell'azione statale e dalla coscienza dei contemporanei.
Benedetto XIV prese consapevolezza di nuove realtà politiche e si impegnò a far uscire la Chiesa cattolica da un isolamento pericoloso e da una subordinazione alle potenze cattoliche, cui una sostanziale debolezza la condannava.
Il concordato con il Regno di Sardegna
Il primo a essere concluso sarà il concordato con il Regno di Sardegna. Entrato in crisi da tempo il concordato del 29 maggio 1727, Benedetto XIV riaprirà le possibilità di un accordo mediante passi diretti presso il ministro marchese d'Ormea e il sovrano.
Adotterà cioè quel metodo che preferirà spesso in analoghe trattative di politica ecclesiastica: avviare o facilitare le discussioni con un personale intervento e deferirle poi, per la conclusione, a collaboratori di fiducia.
Il 5 gennaio 1741 Valenti Gonzaga da una parte e il cardinale Alessandro Albani, come protettore della Corona, con il plenipotenziario sardo de Rivera dall'altra, possono firmare due convenzioni circa i feudi pontifici in Piemonte e la materia beneficiaria.
Rimasti insoluti i punti riguardanti la giurisdizione e l'immunità ecclesiastica, il pontefice, per superare gli scogli del rigido giurisdizionalismo sabaudo, emanerà una particolare istruzione il 6 gennaio 1742.
Il concordato con il Regno di Napoli
Maggiore importanza assume, nella politica concordataria lambertiniana, la definizione del concordato con il Regno di Napoli, dove non si trattava di operare revisioni, ma di superare essenziali difficoltà scaturite da opposte intransigenze.
Già nel gennaio 1741, contemporaneamente alle trattative con la Sardegna, l'Aldrovandi presenta a Benedetto XIV un piano completo di compromesso. I negoziati tra Valenti Gonzaga, Aldrovandi, Gotti e Corradini da una parte, e il cardinale T. Acquaviva e Celestino Galiani dall'altra, si prolungano per la rigidezza del Corradini, il quale impersona le più strette vedute curiali e la politica del vecchio entourage corsiniano.
Tuttavia, il 2 giugno 1741, Valenti e Acquaviva sottoscrivono il documento che appare favorevolissimo allo Stato nei delicati settori dell'immunità reale, locale e personale.
Per facilitare gli accordi, discussi nelle ultime tre congregazioni alla sua stessa presenza, Benedetto XIV si piegò a talune estreme richieste regalistiche napoletane, come al riconoscimento dell'exequatur regio per le bolle papali e i brevi.
Due bolle, del 1741 e del 1745, secondo le promesse di Benedetto XIV al momento della firma del concordato, amplieranno le competenze del cappellano maggiore. I nuovi rapporti, seppure manterranno una situazione di equilibrio, non elimineranno tuttavia gli antichi attriti tra Roma e Napoli.
Il concordato con il Portogallo
Un particolare concordato con il Portogallo, del 30 agosto 1745, definirà il concordato del marzo 1736 e una convenzione precedente. La nuova convenzione intendeva compensare la Dataria di numerose pensioni ecclesiastiche divenute di patronato regio.
In questa occasione Benedetto XIV riconobbe di essersi dovuto piegare a “esorbitanti concessioni”. Nei non facili rapporti con l'aggressivo regalismo portoghese, respingerà poco più tardi la richiesta di istituire vescovadi di nomina regia nelle Indie, stanti i tradizionali diritti e interessi della Francia in quelle terre di missione.
Cultura, scienze e riforme educative
Prospero Lorenzo Lambertini diede al suo pontificato un'atmosfera della massima apertura, promuovendo un'intensa attività culturale che, a differenza dei suoi predecessori, non rimase circoscritta al campo delle arti.
Promosse, tra le altre cose, la riforma dell'Università La Sapienza, istituendo cattedre di fisica sperimentale, chimica per la classe medica e matematica superiore. Fautore del mecenatismo non solo umanistico ma anche scientifico, patrocinò lavori e restauri di chiese e di edifici monumentali di Roma.
Fu promotore dell'apprendimento scientifico, delle arti barocche, della rivitalizzazione del tomismo e dello studio della forma umana. Istituì le cattedre di fisica, chimica e matematica all'Università di Roma e attivò una moderna scuola di chirurgia a Bologna, dove fondò l'Accademia Benedettina.
Con un motu proprio del 1742 il pontefice istituì la prima scuola di chirurgia pratica all’interno dell’Università di Bologna e affidò la realizzazione della Stanza di anatomia allo scultore Ercole Lelli, con l’intento di unire la funzione didattico-scientifica al valore estetico e al contenuto morale.
I due stupendi scheletri dei progenitori Adamo ed Eva, armati di falce, concludono la serie delle figure in cera. Benedetto XIV contribuì ad arricchire anche la camera di Geografia e Nautica col dono di due globi celeste e terrestre, in legno e cartapesta, e del vascello di III rango San Antonio da Padova.
Il rapporto con Bologna e l’Istituto delle Scienze
Benedetto XIV rilanciò in ambito internazionale il prestigio di Bologna, di cui era divenuto vescovo nel 1731 e il cui mandato mantenne fino al 1754. Protesse l’Istituto delle Scienze fondato da Luigi Ferdinando Marsili e promosse il lavoro di studiosi e ricercatori.
Il suo interesse per le scienze naturali e sperimentali comprese anche l’attività di ricerca svolta dalle donne, tra le quali si distinsero la fisica Laura Bassi e l’anatomista Anna Morandi.
Donò la sua biblioteca personale, composta da 25.000 volumi, a Bologna. Acquisì preziosi volumi per la Biblioteca Vaticana e fece tradurre le opere più significative della letteratura inglese e francese.
Uno dei simboli iconici della generosità di Benedetto XIV è rappresentato dall’Aula Magna della Biblioteca Universitaria di Bologna, la cui progettazione fu affidata a Carlo Francesco Dotti.
La biblioteca fu arredata con una libreria in radica di noce per conservare adeguatamente, oltre ad alcuni fondi librari di famiglie bolognesi, l’imponente raccolta del cardinale Filippo Maria Monti e la biblioteca donata con un motu proprio del 6 settembre 1754.
Con un documento del 20 luglio 1755 il pontefice introdusse l’obbligo di dare una copia di ogni opera stampata a Bologna alla Biblioteca, che fu aperta al pubblico il 12 novembre 1756 con un’orazione tenuta da Ludovico Montefani Caprara.
Benedetto XIV contribuì anche alla crescita delle collezioni scientifiche e naturalistiche. Tra i pezzi più curiosi spicca il coccodrillo del Nilo trasferito per volere del papa dal Palazzo Pubblico a Palazzo Poggi.
Nel Museo Aldrovandi si può ammirare anche il ritratto di Benedetto XIV in mosaico, realizzato nel 1744 con la tecnica degli smalti tagliati e inviato per mare da Roma.
Archeologia, monumenti e tutela del patrimonio
Benedetto XIV fu un valido archeologo: favorì gli scavi a Roma, cooperò con Winckelmann alla fondazione dell'Accademia Archeologica e istituì la Calcografia Pontificia.
Raccolse diverse collezioni e dotò i Musei Capitolini di una pinacoteca. Patrocinò inoltre lavori e restauri di chiese e di edifici monumentali di Roma.
Riuscì ad arrestare il degrado del Colosseo, avvilito a cava di pietra, consacrandolo alla Via Crucis. In occasione del Giubileo fece erigere quattordici edicole e una grande croce nel mezzo dell’arena in nome delle migliaia di martiri cristiani.
Nel 1750 inaugurò il Giubileo aprendo la nuova Porta Santa di San Pietro e durante le celebrazioni organizzò un imponente servizio di assistenza ai poveri. Fu grande la sua attenzione per i meno fortunati.
Dottrina, disciplina ecclesiastica e missioni
Benedetto XIV fu prudente e apprezzato uomo politico: fondò la sua azione sulla moderazione e sul dialogo. In un periodo di grandi tribolazioni, causate principalmente dalla disputa tra Santa Sede e nazioni cattoliche, riuscì ad appianare le dispute con il Regno di Napoli, il Regno di Sardegna, la Spagna, Venezia e l’Austria.
Eminente canonista e autore di numerose opere, encicliche e lettere pastorali, fu rigoroso difensore della dottrina della Chiesa, di cui ristrutturò l’apparato giuridico. Riformò l’educazione dei sacerdoti, il calendario delle festività, il Breviario Romano e molte istituzioni ecclesiastiche.
Fu autore della Ubi Primum, indirizzata ai vescovi del mondo e generalmente considerata la prima enciclica papale. Il testo trattava dei doveri dei vescovi e trasferiva sul piano universale le preoccupazioni pastorali già maturate durante l’episcopato bolognese.
Il suo libro sulla creazione dei santi, il De servorum Dei, fu ristampato spesso e rimase per molti anni il trattamento classico dell’argomento.
Si mantenne equanime nelle controversie sul giansenismo, ma condannò la massoneria e la pratica dei riti cinesi e malabarici tollerati dai gesuiti. Sciolse dubbi e incertezze anche sul piano dell’attività missionaria e accompagnò con simpatia le missioni popolari.
Il rapporto con l’Illuminismo e la Compagnia di Gesù
Uomo politicamente realista e moderno nell'affrontare i rapporti con gli atei e i non cattolici, Benedetto XIV mise in pratica una serie di decreti destinati a colmare le lacune politico-amministrative lasciate dai papi precedenti.
Sebbene fosse un uomo della sua epoca dal punto di vista teologico e spirituale, molti protestanti e studiosi agnostici lo rispettavano per l'ampiezza dei suoi interessi accademici e per il suo sostegno alle arti e alle scienze.
Intrattenne rapporti epistolari con Caterina di Russia, Federico II, Voltaire e Montesquieu; fu stimato anche dai protestanti, in particolare in Inghilterra.
Benedetto XIV cambiò atteggiamento a partire dal 1750, quando le tendenze anticlericali dell'Illuminismo, che vedevano l'ordine dei gesuiti come il loro principale antagonista, divennero sempre più allarmanti.
Verso la fine del suo pontificato fu costretto ad affrontare questioni relative alla Compagnia di Gesù. La espulse dal Portogallo su richiesta di Giuseppe I nel 1758, poco prima della sua morte. Il papato acconsentì con riluttanza alle richieste antigesuitiche, sebbene fornisse una giustificazione teologica minima alle soppressioni.
La famiglia Lambertini e la senyera catalana
Chi osservi lo stemma dei Lambertini vi troverà un elemento sorprendente per una famiglia italiana senza alcuna parentela conosciuta con la regalità della Penisola Iberica: i quattro pali di rosso su fondo d'oro, la senyera, segnale reale della Casata di Barcellona e della Corona catalano-aragonese.
L'emblema araldico dei Lambertini è quello della casa reale catalana. Il fatto che Benedetto XIV portasse nel proprio stemma i quattro pali catalani si spiega con una concessione araldica, non con una parentela di sangue con la monarchia iberica.
Lo stemma originale e il cambiamento del 1390
Prima di questo episodio, lo stemma familiare dei Lambertini era diverso: portava un “leopardo illeonito”, un leone o leopardo passante, secondo la tradizione genealogica conservata dalla stessa famiglia, oppure uno stemma con le lettere L e B, secondo altre fonti.
Tuttavia, secondo quanto raccontano i cronisti bolognesi, principalmente Pompeo Scipione Dolfi, autore della Cronologia delle famiglie nobili di Bologna del 1670, nell’anno 1390 la famiglia ottenne il privilegio di cambiare radicalmente il proprio stemma e di adottare il disegno “d’oro, a quattro pali di rosso”.
Il motivo furono i servizi militari prestati “in terra iberica” da Aldrighetto Lambertini, figlio di Egano Lambertini, al re catalano Giovanni il Cacciatore, Giovanni I d’Aragona, che regnò tra il 1387 e il 1396.
I principali titoli di Giovanni il Cacciatore erano re d’Aragona, di Maiorca, di Valencia, di Sardegna, di Corsica, conte di Barcellona, del Rossiglione e della Cerdagna e duca di Girona.
Successivamente, la famiglia Lambertini ottenne dalla monarchia catalano-aragonese anche alcuni feudi nel Regno di Napoli, sebbene la cronologia esatta di questo secondo legame non sia rimasta del tutto chiarita.
Il significato dell’aumento d’onore
Gli esperti spiegano che la pratica chiamata “aumento d’onore” era relativamente comune nell’Europa medievale e moderna e non implicava alcuna parentela di sangue con la famiglia reale.
Si trattava di un premio prestigioso, trasmissibile ai discendenti, che un monarca concedeva a nobili e militari che lo avevano servito fedelmente, come segno visibile e permanente del favore reale.
La Corona d’Aragona ne fece un uso particolarmente frequente, data la sua natura territorialmente dispersa tra Aragona, Catalogna, Valencia, Maiorca, Sardegna, Sicilia e, più tardi, Napoli.
Concedere il segnale reale a nobili locali o stranieri era un modo efficace per fidelizzarli senza dover cedere loro terre o titoli aggiuntivi. Altre famiglie italiane, soprattutto siciliane e napoletane, portano ancora oggi le barre catalane nei loro stemmi per lo stesso motivo.
In questi casi, come in quello dei Lambertini, l'onore araldico riflette un legame di servizio, non di parentela. La frase latina Quae nunc regnum dono è il motto che accompagna sempre lo stemma dei Lambertini e può essere tradotta letteralmente come “La quale ora dono come regno” oppure “Alla quale ora dono un regno”.
Le incertezze sulla concessione del 1390
Questa ricerca ha permesso di confermare il fatto centrale, cioè la concessione del 1390, il beneficiario e il re concedente, ma lascia aperte diverse domande.
A quale campagna militare concreta partecipò Aldrighetto Lambertini? Le fonti consultate parlano soltanto, in modo generico, di “successi militari ottenuti in terra iberica”, senza precisare il conflitto, la battaglia o l’anno esatto.
Lo stemma di Benedetto XIV: quattro o tre pali?
Sebbene nel mausoleo funerario appaia lo stemma di Benedetto XIV con i quattro pali della Corona catalano-aragonese, esistono ritratti e libri nei quali appare soltanto con tre pali.
Nel Regno di Napoli, le brisure, cioè i segni di differenziazione araldica tra rami di una stessa famiglia o stirpe, erano effettivamente una pratica ben consolidata e documentata.
Lo conferma, per esempio, uno studio sui Ruggi d’Aragona, che spiega come diversi rami della famiglia napoletana con radici aragonesi portassero varianti dello stesso stemma originale, differenziate mediante brisure.
Inoltre, il numero dei pali dello stemma catalano veniva rappresentato in maniera variabile a Napoli. Nel Codice Miniato della Confraternita di Santa Marta, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, lo stemma di Ferdinando I d’Aragona appare rappresentato con soltanto due pali di rosso invece dei quattro originali.
La stessa fonte qualifica la rappresentazione come erronea, ma dimostra che la fissazione del numero esatto dei pali non era rigida nella pratica araldica napoletana reale, nemmeno nei documenti ufficiali della corte.
Non è stata trovata una fonte che documenti specificamente i “tre pali” come brisura riconosciuta e diffusa nel Regno di Napoli. L’esempio concreto disponibile è quello dei due pali di Ferdinando I, non dei tre.
Ciò non esclude l’ipotesi, dato che la logica araldica è la stessa: ridurre il numero degli elementi come forma di differenziazione oppure per variazione o errore di trasmissione.
Questa spiegazione della brisura napoletana è la più verosimile per spiegare perché lo stemma di Benedetto XIV mostri, in alcuni casi, tre pali invece di quattro.
Il mausoleo in San Pietro
Il mausoleo ufficiale di papa Benedetto XIV in San Pietro a Roma mostra quattro pali, coincidendo esattamente con lo stemma originale della concessione del 1390 da parte della Corona catalano-aragonese.
Ciò rafforza significativamente la lettura secondo cui lo stemma della famiglia Lambertini, con i quattro pali della Corona catalana, fu mantenuto in modo coerente e visibile fino alla fine della vita di Benedetto XIV, culminando nel suo monumento funerario nella basilica più importante della cristianità.
L'ipotesi dei “tre pali”, sia per brisura napoletana sia per qualsiasi altro motivo, rimane una variazione puntuale e meno rappresentativa, mentre i quattro pali sono la forma consolidata e ufficiale dello stemma familiare.

I Lambertini nella storia di Bologna
I Lambertini furono per secoli una delle grandi famiglie guelfe di Bologna, con un ruolo da protagonisti nelle lotte tra fazioni della città medievale. Furono determinanti, per esempio, nell'espulsione dei Lambertazzi, la fazione ghibellina rivale, nell'anno 1274, dopo quaranta giorni di scontri, incendi e saccheggi.
Questo peso politico si tradusse in un notevole patrimonio immobiliare all'interno della stessa Bologna. La più celebre delle loro proprietà è la Torre Lambertini, completata nell'anno 1242 e costruita originariamente in modo isolato.
Nel 1294 il Comune di Bologna la acquistò per ampliare la propria residenza istituzionale, integrandola nel complesso formato dal Palatium vetus, l’antecedente del Palazzo del Podestà, e dal Palatium novum.
La famiglia Lambertini contribuì a bandire la famiglia Lambertazzi nel 1274 dopo quaranta giorni di lotta. Sembra inoltre che abbia posto fine alla vicenda del re Enzo di Sardegna, figlio dell’imperatore Federico II, che trascorse il resto della sua vita imprigionato nel palazzo che in seguito prese il suo nome.
Attualmente, l’unica cosa che ricorda l’esistenza della famiglia Lambertini a Bologna è la loro torre. La torretta, le porte, le finestre e l’ingresso del piano terra furono costruiti in epoche diverse.
La piccola porta con il balcone e la finestra più piccola sul lato orientale della torre dovrebbero far parte dell’edificio originale. La porta grande e le finestre più grandi sono più moderne e si presume che siano state costruite quando la torre fu ceduta al Capitano del Popolo nel 1255.

Il legame con Pianoro
Nel percorrere la storia dei personaggi di Pianoro si incontra Prospero Lorenzo Lambertini, futuro papa Benedetto XIV. Il cardinale, nato a Bologna il 31 marzo 1675, apparteneva alla famiglia bolognese dei nobili Lambertini e nell’aprile del 1731 ebbe la sede arcivescovile di Bologna, che conservò anche quando divenne papa il 17 agosto 1740.
Durante i periodi estivi il cardinale risiedeva nella villa oggi conosciuta come Villa Neri-Montezemolo, posta sul crinale occidentale del Bivio di Pian di Macina. Il cardinale era legatissimo a Pianoro, dove, nella Villa di Fungarino, trascorreva le ferie estive.
Nel 1735 Pianoro, con in testa il suo Massaro, insorse contro l’esercito spagnolo in transito verso la Toscana. I soldati compirono razzie di ogni genere, un ufficiale spagnolo venne ucciso, il paese fu condannato a essere raso al suolo e gli abitanti a essere sterminati.
Pianoro fu salvato dall’intervento del cardinale Lambertini, allora arcivescovo di Bologna. In quel frangente il cardinale salvò Pianoro dall’ennesima distruzione, testimoniando il grande legame con quella terra.
La personalità e la memoria pubblica
Papa amabile, gioviale e di spirito arguto, Benedetto XIV rimase famoso per i giochi di parole e le battute estemporanee, dietro cui si celava un’acuta percezione dei problemi del suo tempo.
Si racconta che al mattino, senza alcun cerimoniale, andasse a celebrare la messa in questa o quella chiesa romana e che nel pomeriggio, sbrigati gli affari di Stato, passeggiasse da solo per le vie di Roma, prediligendo i quartieri popolari e intrattenendosi con la gente anche di più umile condizione.
La sua bonomia faceta ispirò all’inizio del Novecento la commedia Il cardinale Lambertini, scritta da Alfredo Testoni nel 1905. L’opera fu riproposta in versione cinematografica in varie occasioni.
Tra le interpretazioni più note figura quella del bolognese Gino Cervi nel film del 1954, diretto da Giorgio Pàstina. Cervi prestò il suo volto anche allo sceneggiato televisivo del 1963.
Gli ultimi anni e la morte
La salute di Benedetto XIV divenne incerta negli ultimi anni del pontificato. Morì a Roma il 3 maggio 1758, all’età di 83 anni, per una malattia renale, febbre e infiammazione dei polmoni.
Le sue ultime parole furono: «Nostro Signore morì sotto Pilato, io morirò sotto Ponzio», con riferimento a Ponzio, il suo medico.
Fu sepolto nella basilica di San Pietro in Vaticano, dove è commemorato da un imponente monumento di Pietro Bracci. Il mausoleo, sormontato dallo stemma della sua famiglia con i quattro pali catalani, fu eretto grazie ai contributi finanziari dei sessantaquattro cardinali creati durante il suo pontificato.
Il monumento funerario, scolpito da Pietro Bracci nel 1769, mostra dunque la forma araldica più solenne e stabile dei Lambertini: lo stemma d’oro a quattro pali di rosso, memoria della concessione attribuita alla famiglia dalla Corona catalano-aragonese.
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