La professione religiosa delle suore è l’atto formale con cui una persona si consacra a Dio nella vita religiosa, entrando in un istituto approvato dalla Chiesa ed emettendo i voti di povertà, castità e obbedienza. È una scelta libera e progressiva, maturata attraverso il discernimento, la formazione, la vita comunitaria e diverse tappe prima dell’impegno definitivo.
La professione non coincide necessariamente con un’unica cerimonia o con un unico tipo di vincolo: può essere temporanea o perpetua, semplice o solenne, secondo la forma di vita e le costituzioni dell’istituto. In generale, il percorso comprende aspirantato, postulato, noviziato, prima professione, juniorato e professione perpetua o solenne.
Che cosa significa professione religiosa
È l’atto formale con cui una persona si consacra a Dio nella vita religiosa abbracciando un istituto approvato dalla Chiesa, ed emettendo i voti di povertà, castità e obbedienza. La dedizione all’istituto e l’emissione dei voti, sebbene siano separabili in sé stesse, pure per volere della Chiesa sono inseparabili, non riconoscendo essa quale religioso se non quegli la cui dedizione è congiunta con i voti.
La professione religiosa esprime quindi due dimensioni inseparabili: l’offerta della propria vita a Dio e l’appartenenza concreta a una famiglia religiosa. La religiosa non assume soltanto impegni personali, ma entra in una comunità, accoglie un carisma, vive secondo una regola e si dispone alla missione specifica dell’istituto.
Il vescovo di Ragusa, nella sua omelia, rivolgendosi alle suore, ha detto: “I voti che oggi farete non sono una rinuncia, ma un cammino verso la piena libertà nella piena realizzazione di voi stesse, perché vi aprono ad un amore grande, vi aprono ad amare con generosità, senza egoismi, senza pensare solo a voi stesse ma a tutti coloro che incontrerete sul sentiero della vostra vita”.
I tre voti religiosi
Al termine del noviziato c’è la prima professione dei voti di povertà, castità e obbedienza secondo le costituzioni tipiche dell’istituto religioso. Sono i tre voti sostanziali e comuni alla vita religiosa, anche se alcuni istituti ne aggiungono altri in rapporto al proprio scopo particolare.
Il voto di povertà
La povertà religiosa esprime il distacco dall’attaccamento e dallo sfruttamento dei beni della terra e orienta verso una disponibilità maggiore alla condivisione e al servizio. All’attaccamento e sfruttamento ai beni della terra rispondiamo con la povertà.
Il voto di castità
La castità è la scelta di una dedizione indivisa a Dio e di un amore vissuto secondo la vocazione ricevuta. Alla ricerca sfrenata del piacere a tutti i costi noi rispondiamo con la castità.
Il voto di obbedienza
L’obbedienza consiste nell’accogliere il discernimento della comunità e dei superiori secondo le costituzioni dell’istituto. All’egoismo e arrivismo rispondiamo con l’obbedienza.
Suor Maria Faridah si è impegnata a custodire la castità, abbracciare la povertà e offrire l’obbedienza. Sono i voti che esprimono le tre forme mediante le quali d’ora in avanti seguirà Cristo “più da vicino” per essere in Lui una “creatura nuova”.
Non pochi istituti, ai tre voti sostanziali e comuni a tutti gli altri, ne aggiungono qualche altro speciale, secondo lo scopo loro proprio; così, per es., i fatebenefratelli, quello di assistere gli infermi; i gesuiti, di speciale obbedienza al papa.
Professione temporanea, perpetua, semplice e solenne
Il diritto canonico riconosce varie specie di professione: la temporanea, che dura solo un determinato tempo; la perpetua, che dura tutta la vita; la solenne, che importa una dedizione assoluta da parte del professante e l’accettazione parimenti incondizionata da parte dell’istituto, e inoltre induce talune inabilità, rendendo nulli o annullabili gli atti contrarî ai voti; la semplice, che rende illeciti, pur lasciandoli validi, gli atti contrarî ai voti, e in essa la dedizione non è immutabile, almeno nella sua accettazione da parte dell’istituto.
| Forma della professione | Caratteristiche |
|---|---|
| Temporanea | Dura per un periodo determinato e viene rinnovata secondo le costituzioni dell’istituto. |
| Perpetua | Dura tutta la vita e costituisce l’impegno definitivo. |
| Solenne | Comporta una dedizione assoluta ed è sempre perpetua. |
| Semplice | Può essere temporanea o perpetua e rende illeciti, pur lasciandoli validi, gli atti contrari ai voti. |
La solenne si fa soltanto negli ordini religiosi ed è sempre perpetua; la semplice può essere temporanea o perpetua, ed è propria delle congregazioni.
In genere dopo 6-9 anni dalla prima professione religiosa c’è la “professione solenne” dove gli impegni di appartenenza ad un ordine diventano definitivi.
La perpetua deve essere preceduta dalla temporanea almeno per un triennio; questa non può essere fatta prima del 16° anno compiuto, e la perpetua prima del 21°.
Condizioni per la validità della professione
Per la validità di qualsiasi professione si richiedono:
- l’età richiesta;
- l’ammissione da parte del superiore competente;
- aver compiuto il noviziato prescritto;
- che sia espressa;
- che sia libera, cioè non fatta per forza, per timore grave o per inganno.
La libertà della scelta è essenziale. Le giovani possono ancora ritirarsi durante le tappe temporanee se riconoscono che quella non è la loro strada, mentre anche la comunità verifica progressivamente l’idoneità e la maturità della candidata.
Il percorso per diventare suora
Il percorso per diventare suora è simile a quello per diventare frate o religioso in genere. In genere una giovane conosce nella propria esperienza di vita una comunità e un carisma legato ad un fondatore e ad una spiritualità e ne rimane attratta e affascinata.
Dal fascino iniziale comincia una frequentazione sempre più intensa di una comunità di quel particolare ordine/istituto religioso, e sono possibili dei periodi di esperienza interna in una comunità. Se una ragazza è abbastanza convinta che il Signore lo stia chiamando a consacrarsi in un determinato ordine/istituto religioso comincia il tempo del postulato: è un periodo di conoscenza dall’interno della comunità.
Entrare nella vita religiosa non è mai un gesto improvviso, non accade in un giorno. È un cammino lento, fatto di passaggi, di prove silenziose, di domande che tornano e chiedono risposta.
Aspirantato o pre-postulato
All’inizio c’è l’aspirante, o pre-postulante, una donna che si avvicina, che osserva, che prova a capire se quella vita le appartiene davvero. Non porta ancora l’abito, non ha fatto promesse. È ancora in ascolto.
Questa fase permette di conoscere gradualmente una comunità, il suo stile di vita, la sua spiritualità e il suo apostolato, senza assumere ancora impegni religiosi.
Postulato
Il postulato è un periodo per vivere insieme alle sorelle e condividere con loro la vita quotidiana e la missione. E’ il tempo per conoscersi e scoprirsi reciprocamente, il tempo del “vieni e vedi”. Dura da 6 mesi a un anno.
La scelta si fa più concreta: si entra nella comunità, si condivide la quotidianità, si impara a stare dentro quel ritmo fatto di preghiera, lavoro, silenzio. È un tempo delicato, sospeso, che di solito dura qualche mese, a volte un anno.
Dai primi documenti dell’Istituto e dall’esperienza di chi ci ha precedute sappiamo che il Postulato poteva durare da sei a dodici mesi ed è il periodo in cui la giovane sperimenta e inizia a vivere la vita fraterna francescana, realizza un cammino di graduale maturazione umana, morale, cristiana…
Noviziato
Un passo importante è l’inizio del noviziato che generalmente dura uno o due anni a seconda della comunità. Durante il tempo del noviziato le giovani sono accompagnate da una formatrice chiamata “maestra delle novizie” che istruisce sulla spiritualità e il carisma tipico di quella famiglia religiosa, verifica le motivazioni della candidata.
Il noviziato dura due anni ed è il tempo in cui si vivono i primi passi nella vita religiosa. Tempo per prendere le distanze da tutto ciò che costituiva la vita precedente: famiglia, professione e altri impegni.
Questa distanza permette di rallentare il ritmo e aiuta a mettersi in ascolto del Maestro interiore, Gesù. Il noviziato permette di scoprire dal di dentro lo spirito e la missione delle suore del Cenacolo, attraverso una vita di preghiera con la Parola di Dio, l’accompagnamento spirituale, alcune sessioni, l’esperienza degli Esercizi spirituali ignaziani e un tempo di immersione nella vita apostolica.
Si prosegue in questo modo il discernimento e, al termine di due anni di noviziato, si fanno i voti di castità, povertà e obbedienza, alla sequela di Gesù Cristo.
Poi c’è il noviziato, forse il momento più intenso. La novizia, la “nuova arrivata”, riceve l’abito, e spesso anche un nome nuovo.
Sono anni di formazione, di disciplina, di dubbi anche. E di libertà: perché in qualsiasi momento si può tornare indietro. E anche la comunità può chiedere di fermarsi, di riconsiderare. Nulla è forzato. O almeno, non dovrebbe esserlo.

La vestizione religiosa
Nel caso in cui ci sia la consuetudine ad indossare un particolare abito questo è anche il momento della vestizione.
La Celebrazione ha avuto inizio con il Rito della Vestizione durante il quale Faridah ha indossato l’abito religioso, dal particolare colore rosso scuro, che vuol significare l’immenso amore di Dio per l’umanità, indicando già la sua volontà di seguire Cristo con una vita nuova.
Il NOVIZIATO, itinerario privilegiato di formazione, comincia con la Vestizione Religiosa (Cost. art. 56 ) ,il Rito è quello approvato dalla S. Sede e riportato nel Rituale Serafico. La Cerimonia è suggestiva e solenne.
La Candidata accompagnata da due testimoni si presenta all’Altare in abito bianco (nuziale) e alla presenza del Vescovo, della Sup. generale, della Maestra di Formazione, depone l’abito nuziale e indossa il SAIO della Penitenza, si cinge con la corda della Povertà, dell’Obbedienza e della PUREZZA ; le vengono recisi i capelli (quattro ciocche) e le si copre il capo con il velo bianco segno di appartenenza a Dio e scudo che protegge dalla vanità e dalle tentazioni.
Prima professione e juniorato
Al termine del noviziato c’è la prima professione dei voti di povertà, castità e obbedienza secondo le costituzioni tipiche dell’istituto religioso.
I voti emessi all’inizio sono provvisori e sono rinnovati ogni anno o ogni tre anni (ciò significa che se uno si accorge che quella non è la sua strada può ritirarsi e non ha legami definitivi).
In genere le suore che hanno fatto la prima professione sono chiamate “juniores” e hanno ancora dei tempi specifici di formazione. Alcune giovani studiano teologia o altre materie in questo tempo; altre invece sono già inserite a pieno nell’apostolato del proprio istituto.
Si diventa così “giovane professa”. Questa tappa dura circa 6 anni. Inizia con un invio in missione per uno o due anni, in una vera ed effettiva immersione apostolica.
Segue la formazione teologica o pastorale per un periodo di tre o cinque anni. Questa formazione permette di acquistare solide basi per il servizio apostolico nelle sue diverse forme.
Il “Terz’anno” e la preparazione definitiva
Vi è infine un’ultima tappa, il “Terz’anno”. Quasi un altro anno di noviziato per prepararsi a fare la professione definitiva pronunciando i voti perpetui.
E’ una bellissima opportunità prendere del tempo per fondarsi in Cristo in tutti gli aspetti della nostra persona (la dimensione umana e quella spirituale) e impegnarsi solidamente perché altri possano fare l’esperienza della gioia che nasce dall’incontro con Cristo.
La formazione spirituale e comunitaria
La formazione spirituale è fondamentale per chi desidera intraprendere la vita religiosa. In questo capitolo, verranno presentati gli insegnamenti base della fede cristiana, approfondendo il significato dei sacramenti e delle Scritture.
Si darà particolare attenzione alla preghiera personale e comunitaria come mezzo essenziale per alimentare la relazione con Dio. La preghiera costante è uno degli aspetti fondamentali della vita monastica.
Durante questo modulo del corso, verranno insegnate diverse tecniche di preghiera contemplativa e meditativa, al fine di permettere alle future suore di approfondire la loro intimità con Dio. Si parlerà anche dell’importanza della liturgia nella vita spirituale.
Una suora vive in comunità e questa dimensione riveste un ruolo centrale nella sua vita quotidiana. Attraverso questo modulo del corso suora, le partecipanti impareranno a vivere in armonia con le altre consorelle, ad affrontare eventuali conflitti e a sviluppare relazioni di fraternità.
Verranno anche fornite nozioni pratiche riguardo alla gestione delle risorse comuni. La vita comune non è una semplice convivenza, ma una forma concreta di appartenenza, responsabilità e servizio reciproco.
Ogni ordine religioso ha un carisma specifico che caratterizza la sua missione nel mondo. In questo capitolo, verranno presentati i vari carismi religiosi esistenti e si aiuterà ogni aspirante suora a riconoscere quale è il suo carisma personale.
Sarà dato spazio anche all’approfondimento delle diverse attività pastorali cui una suora può dedicarsi.
La professione perpetua o solenne
La professione perpetua rappresenta l’impegno definitivo. Davanti all’altare, davanti agli altri, si pronuncia un sì che non prevede ritorni. Un sì pensato per durare tutta la vita.
La Professione Perpetua deve farsi com’è prescritto nel Rituale. Il Rito si svolge durante la Messa, dopo la Liturgia della Parola, Le Profitende chiedono al celebrante di essere ammesse alla Professione Perpetua, si invoca lo Spirito Santo,si prega Dio Misericordioso che protegga e difenda da ogni pericolo le candidate e che conceda loro perseveranza fino alla fine.
Quindi le profitende alla presenza di due Suore che fanno da testimoni leggono formula prescritta. Il Celebrante poi benedice l’anello e lo consegna dicendo: "Ricevi,sorella carissima, l’anello della fede, sigillo dello Spirito Santo, onde essere chiamata Sposa di Dio ed essere incoronata nell’eternità se fedelmente lo servirai".
La professione perpetua è accompagnata dalla celebrazione della consacrazione, dalla formula dei voti e dalla consegna di segni che rendono visibile l’appartenenza a Cristo e all’istituto.
Anzi, vicinissimo e coinvolgente come appare nel “Sì, lo voglio”, nella prostrazione alle Litanie dei Santi, nella formula della Professione perpetua dei Voti di castità, povertà, obbedienza che le candidate - accompagnate dalle rispettive Superiore generali e da due suore testimoni per ciascuna - pronunciano davanti all’Arcivescovo; infine, nella recita della preghiera di Consacrazione e nella consegna dei simboli - le Costituzioni, la lampada è l’anello - segni sponsali della loro fedeltà a Cristo.
Come si svolge il rito della professione religiosa
Il rito della professione è assai vario nei diversi istituti; in generale esso è connesso con la Messa; e specialmente presso le religiose suole essere molto solenne, commovente e pieno di mistico significato.
La celebrazione può comprendere l’ingresso della candidata, l’appello, l’omelia, le interrogazioni, la professione dei voti, la preghiera di consacrazione e la consegna dei simboli. Le forme concrete cambiano secondo l’ordine, la congregazione, il tipo di professione e le consuetudini liturgiche.
L’appello e l’assenso
Dopo c’è stato l’appello della Maestra, dove la giovane emoziona ma convinta ha risposto con il suo assenso e la sua prontezza: Mi hai chiamata, eccomi, Signore!
L’ “Eccomi, Signore” pronunciato dalle Candidate chiamate per nome, precede l’omelia del vescovo Mario che delinea il senso della Professione religiosa dei Voti perpetui per il mondo di oggi.
L’interrogazione e la formula dei voti
Il Rito della Professione Temporanea è avvenuto dopo l’omelia, quando il Vescovo l’ha interrogata circa la volontà. Ella ha pronunciato una formula di accettazione dicendo: “lo voglio”.
L’atto liturgico, con il quale la giovane religiosa con consapevolezza assume l’obbligo di vivere secondo i Consigli Evangelici, PRIMA del Concilio Vaticano II si celebra dopo la S. Messa.
La Candidata si presenta dal Celebrante, accompagnata dalla Maestra delle Novizie e dalla Superiora e pronuncia la Formula della Professione: "Io SR Maria Agostina, faccio voto e prometto a Dio Onnipotente, alla Beata Maria sempre Vergine, al beato Padre nostro Francesco, a tutti i Santi, a te Padre, e a te Madre, di osservare per un anno la Regola del Terz’ Ordine di S. Francesco, approvata dal S. Papa Pio XI, vivendo in obbedienza, senza cosa alcuna di proprio e in castità, secondo le Costituzioni della nostra Congregazione".
La firma e l’accoglienza della professione
Tutto questo Faridah lo ha esposto nella Professione che ha emesso nelle mani della Superiora la quale ha accolto la sua volontà di vivere la vita religiosa redentorista.
La Professione è stata firmata pubblicamente essendo un atto formale e ufficiale che resterà per i posteri negli archivi del Monastero.
I simboli della consacrazione
Infine le sono stati affidati dei segni: Il velo che ha coperto il suo capo, segno esteriore di cambiamento e di un’appartenenza radicale a Dio, il libro della Liturgia delle ore, cioè il libro con cui la neoprofessa è delegata dalla Chiesa a pregare per essere una sentinella che annuncia l’alba del nuovo giorno, che indica il Signore, unico Salvatore.
Infine ha ricevuto il Crocifisso e la Regola del nostro Ordine che è come un riconoscere ufficialmente la sua vocazione e impegnarsi a crescere sempre più nell’amore.
Una ghirlanda di fiori poi ha abbellito e coronato la sua giovane fronte, lieta e orgogliosa di essere diventata sposa di Cristo.
Il Rito prevede la benedizione del velo nero e della corona di rose da consegnare alla giovane professa, gesti e simboli della Consacrazione, accompagnati con la preghiera che coloro che li porteranno meritino di ricevere in cielo, da Cristo Signore la corona della fedeltà e della gloria.
Finita la Professione, le SUORE cantano: "Veni Sponsa Christi, accipite coronam, quam tibi Dominus praeparavit in aeternum".

Un esempio di professione perpetua
Nella basilica di Sant’Ambrogio - dove trovano posto tante religiose e fedeli - due giovani donne, Elena Bianchi delle Suore di Santa Dorotea di Cemmo e Cristina Scuccia, delle Orsoline della Sacra Famiglia, professano per sempre i Consigli Evangelici davanti alla Comunità diocesana durante la Celebrazione presieduta dall’Arcivescovo che, poco prima dell’inizio, sosta in preghiera nella Cripta presso le venerate reliquie santambrosiane.
Concelebrano il Rito una quindicina di sacerdoti tra cui il cardinale Francesco Coccopalmerio, i vescovi ausiliari e vicari episcopali per la Vita Consacrata femminile, monsignor Luigi Stucchi, e per la Vita Consacrata maschile e le forme di Nuova Consacrazione, monsignor Paolo Martinelli.
Segno di questo Regno che viene è, appunto, l’evento «solenne e commovente della Professione religiosa dei Voti perpetui».
La professione perpetua è stata presentata come un segno semplice nella sua bellezza evidente e nella sua forza docile e nascosta, un seme piccolo che, però, è un contributo per cambiare il mondo.
Ma che segno è la Vita consacrata, segno del Regno che è vicino? «Il cantico di questa Celebrazione esalta quella che chiamerei una specie di mistica della comunità.
Non stiamo, infatti, celebrando una spiritualità della solitudine, ma piuttosto dell’appartenenza; non stiamo contemplando un’avventura dell’interiorità, ma piuttosto l’affidarsi alle relazioni, non identifichiamo il più piccolo tra tutti semi come la missione individuale, ma piuttosto come la profezia offerta da un convivere fraterno»
Un esempio di professione temporanea
La comunità delle Monache Redentoriste ha celebrato la prima professione di suor Maria Faridah Vaozandry che l’ha emessa il 25 aprile 2024 nel Duomo di Sant’Agata de’ Goti.
L’Eucaristia è stata presieduta da Mons. Giuseppe Mazzafaro, Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti, e concelebrata da numerosi sacerdoti. Alla celebrazione hanno partecipato suore redentoriste della comunità locale ed alcune dei monasteri di Scala e Foggia.
Nel Duomo di S. Agata de’ Goti, suor Maria Faridah Vaozandry, ha coronato il suo sogno, ha emesso la Professione Temporanea a Cristo Redentore, nella Celebrazione Eucaristica presieduta dal nostro Pastore Mons. Giuseppe Mazzafaro, diventando monaca redentorista della Comunità di S. Agata de’ Goti.
Abbiamo scelto questa data perché il 25 aprile nel 1725 la nostra fondatrice, Beata Maria Celeste Crostarosa ha ricevuto misticamente da Cristo stesso la rivelazione dell’Istituto e la Regola.
La celebrazione della professione temporanea ha mostrato come il primo “sì” pubblico sia già un atto pieno di significato, pur restando aperto al successivo discernimento verso la professione perpetua.
Un esempio di professione perpetua e voti temporanei a Ragusa
Nella Cattedrale San Giovanni Battista di Ragusa, presieduta da S.E.R. Mons. Giuseppe La Placa, Vescovo di Ragusa, si è svolta questa sera, 9 maggio 2024, la celebrazione del Rito della Professione Religiosa Perpetua di 8 suore del Sacro Cuore di Gesù della Beata Maria Schininà: suor M. Emilienne Razanamaro Lalaonirina, suor M. Victoire Solohita Herimanampy, suor M. Viviane Rasoamampionimandefitra, suor M. Omega Rafarahanitrinia, suor M. Claudine Estella Tahinjanahary, suor M. Julienne Rafenoarisoa, suor M. Monica Ogechi Uzoma e suor M. Joy Anyin Agba.
Sono 6 suore del Madagascar e 2 suore della Nigeria. Con loro, hanno preso i voti temporanei per un anno altre 21 suore, provenienti dall’Italia, dalla Romania, dal Madagascar, dalla Nigeria e dall’India.
La Madre Generale della Congregazione, madre Ester Mazzara, nel presentare le suore al Vescovo e all’assemblea ha ricordato che “135 anni fa, da questa Cattedrale, è partita la nostra famiglia”.
Era, infatti, il 9 maggio 1889 quando la beata Maria Schininà, dopo quattro anni di preparazione, fece la consacrazione religiosa assieme ad altre cinque compagne nelle mani dell’Arcivescovo di Ragusa.
Molto toccante il momento della professione religiosa. Le suore, pur emozionate, erano gioiose e grate per il dono che stavano ricevendo e con loro le tantissime consorelle presenti al Rito.
A conclusione della celebrazione le suore hanno eseguito un ballo di ringraziamento al Signore.
La dimensione comunitaria della professione
La vita consacrata femminile non è soltanto una scelta individuale. La professione religiosa inserisce la candidata in una comunità e la rende parte di una storia, di una spiritualità e di una missione condivise.
La mistica della comunità è la “mistica” che di ritrova nell’Inno paolino della Lettera agli Efesini, definito «dell’unità».
«Noi celebriamo l’unità non in nome della simpatia, ma il nome della docilità allo Spirito; non per l’uniformità dei pensieri e degli interessi, ma nella molteplice varietà delle persone irripetibili e pure capaci di custodire i medesimi sentimenti di Gesù e di volersi bene; non perché sono tutte giovani a tutti anziane, ma perché sono tutte ardenti dello stesso amore per il Signore».
Le persone che si consacrano vincono, infatti, la tentazione di intendere la libertà come una rivendicazione di solitudine e di indipendenza, ma la propongono come decisione di costruire legami, di praticare l’obbedienza come forma di amore nella mirabile polifonia di vite che cantano.
Esse, invece, indicano lo stare insieme in maniera degna della vocazione, con ogni umiltà dolcezza e magnanimità sopportandosi a vicenda nell’amore e contestano le pretese dell’individualismo, celebrando l’irradiarsi della gioia della vita comune.
Suora, monaca e consacrata: le differenze
La distinzione tra suora e monaca aiuta a comprendere che la professione religiosa può essere vissuta secondo forme diverse di vita contemplativa, apostolica o comunitaria.
La distinzione, quella vera, diventa ufficiale nel 1917, con il Codice di diritto canonico: da una parte le moniales, le monache; dall’altra le sorores, le suore.
La monaca
La monaca è una donna che ha scelto la vita contemplativa. Appartiene ad ordini antichi: Benedettine, Carmelitane, Clarisse, Agostiniane, Domenicane.
Vive dentro un monastero, in clausura. Ma la clausura non è solo un muro. È una scelta radicale. Un modo diverso di stare nel mondo: senza attraversarlo, senza toccarlo direttamente, eppure restando lì, in ascolto, in preghiera, come un cuore che batte nascosto.
La monaca emette voti solenni: povertà, castità, obbedienza, più vincolanti, più definitivi. E da quel momento il suo spazio si restringe, si concentra. Esce solo se necessario, per motivi seri, inevitabili.
La suora
La suora, invece, appartiene a una congregazione religiosa. Una struttura più recente, nata soprattutto tra Settecento e Ottocento, organizzata, dinamica: superiora generale, noviziato, case, missioni.
Anche lei fa voto, ma voti semplici, e la sua vita è diversa. Non è chiusa: è nel mondo. La si incontra per strada, negli ospedali, nelle scuole, nelle case.
Si occupa degli altri, insegna, cura, accompagna. Porta la propria vocazione dove c’è bisogno.
Se la monaca si ritira per offrire la propria vita nella preghiera, la suora fa il percorso opposto: entra nel mondo e lo attraversa, portando con sé quella stessa offerta.
Due vocazioni diverse. Due modi di amare. Non opposti, in realtà. Piuttosto due movimenti che si cercano, come il respiro: uno che si raccoglie, l’altro che si espande.
La consacrata
Una consacrata, nella sua accezione più larga, è dunque una donna che ha offerto la propria vita a Dio attraverso voti o impegni riconosciuti dalla Chiesa.
Eppure esistono modalità di questa scelta che non passano da una congregazione, che non prevedono una vita comune, né un abito visibile.
Sono le consacrate laiche, o le vergini consacrate: donne che restano nel mondo, senza clausura e spesso senza una comunità strutturata, vivendo una consacrazione che non cambia l’apparenza, ma trasforma in profondità il senso stesso della loro esistenza.
La distinzione, a questo punto, diventa più chiara: ogni suora è una consacrata, ma non ogni consacrata è una suora.
Accanto a queste forme esistono anche gli istituti secolari: comunità di consacrati e consacrate che vivono nel mondo, esercitano professioni comuni, abitano da soli o in piccoli gruppi, e tuttavia hanno pronunciato voti di povertà, castità e obbedienza.
Non portano segni distintivi. Non si riconoscono a prima vista. La loro scelta resta nascosta, come una linea tracciata sotto la superficie delle cose.
La storia della professione religiosa
Nei primi tempi della Chiesa la professione s'identificava con la presa dell'abito religioso, la quale importava professione di vita più perfetta con l'obbligo implicito di castità e di distacco dalle ricchezze.
Quando s'introdusse la vita comune in cenobî, si aggiunse la promessa di ubbidienza; ma soltanto nella professione francescana per la prima volta si fa espressa menzione del voto di povertà e castità, implicito in tutte le altre.
Per molti secoli si professava al primo entrare in monastero, nel vestire l'abito religioso, ovvero dopo un periodo non fisso né strettamente obbligatorio di prova.
Il noviziato prima della professione divenne obbligatorio indistintamente per tutti gl'istituti dopo il concilio di Trento.
Fino al sec. XVI si conosceva soltanto la professione solenne; S. Ignazio di Loyola introdusse la semplice, riconosciuta come vera professione religiosa da Paolo III, e il suo esempio trovò in seguito molti imitatori.
Il rapporto tra clausura e missione
La monaca vive una vocazione contemplativa e la suora una vocazione generalmente apostolica, ma la distinzione non deve essere interpretata come una contrapposizione assoluta.
Pensiamo a Santa Teresa di Lisieux, una giovane monaca carmelitana, vissuta e morta dentro il suo convento, senza mai uscire davvero da quelle mura, a ventiquattro anni appena. Eppure oggi è la patrona delle missioni.
Lei, che non ha mai attraversato il mondo, è arrivata ovunque. Forse è proprio qui il punto. Il confine tra clausura e missione non è così netto come sembra.
Esistono presenze invisibili, silenziose, capaci di toccare il mondo più di quanto immaginiamo.
Il significato dei segni nel rito
L’abito, il velo, l’anello, il crocifisso, la regola, la lampada e il libro della Liturgia delle ore possono assumere un significato particolare secondo l’istituto e il rituale celebrato.
Il velo che ha coperto il suo capo è segno esteriore di cambiamento e di un’appartenenza radicale a Dio.
Il libro della Liturgia delle ore è il libro con cui la neoprofessa è delegata dalla Chiesa a pregare per essere una sentinella che annuncia l’alba del nuovo giorno, che indica il Signore, unico Salvatore.
Il Crocifisso e la Regola del nostro Ordine sono come un riconoscere ufficialmente la sua vocazione e impegnarsi a crescere sempre più nell’amore.
L’anello è presentato come segno sponsale della fedeltà a Cristo e come sigillo dell’appartenenza definitiva.
La ghirlanda di fiori poi ha abbellito e coronato la sua giovane fronte, lieta e orgogliosa di essere diventata sposa di Cristo.
La celebrazione e la cultura dell’istituto
Il rito della professione religiosa può essere solenne e commovente, ma anche caratterizzato dalle tradizioni proprie della comunità e dalla cultura delle religiose che partecipano.
La bellezza e la solennità della funzione è stata arricchita dal tocco della cultura malagasy che gioiosa e festosa, manifesta la sua fede con canti e danze espressive.
Nelle loro liturgie il tempo si ferma e tutto diventa bellezza e incanto, i malgasy pregano gioiosi e felici e tutti sono protagonisti nella celebrazione.
Le sorelle malagasy della Comunità di S. Agata e tanti confratelli e religiose malagasy che hanno partecipato, hanno espresso la fede e la gioia nella danza dell’offertorio, del canto allo scambio della pace, nella danza di ringraziamento dopo la comunione.
Insomma Sr M. Faridah ha coinvolto tutti elevando il suo “sì” a Cristo Gesù cantando e danzando.
La consacrazione come scelta libera e progressiva
La consacrazione non è un evento, è qualcosa che si costruisce, a poco a poco. E a volte costa fatica.
Dopo il noviziato arrivano i primi voti. Sono voti semplici, temporanei, durano alcuni anni. È un sì, ma ancora in divenire.
La religiosa entra pienamente nella vita della comunità, lavora, si espone, si mette alla prova, ma il cammino non è finito. Sta ancora prendendo forma.
E poi, infine, i voti perpetui. O, per le monache, la professione solenne. È lì che tutto si ferma, o forse si compie.
Eppure, anche lì, non è davvero la fine. Perché la formazione continua, sempre.
In fondo è così anche fuori da quei muri: ogni vocazione, ogni lavoro, ogni scelta vera chiede di essere imparata ogni giorno.
E forse è proprio questo il punto: una suora, o una monaca, non “arriva” mai davvero. Resta, in qualche modo, in cammino.
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