Il quadro originale dell’Ultima Cena, o Cenacolo, è un dipinto parietale di Leonardo da Vinci realizzato tra il 1494 e il 1498 nel refettorio del convento domenicano annesso alla chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano. L’opera misura 460 × 880 cm ed è dipinta con una tecnica mista a secco, a tempera e olio su intonaco, non con la tradizionale tecnica dell’affresco.
Il Cenacolo rappresenta il momento in cui Gesù annuncia agli apostoli che uno di loro lo tradirà. La scena è considerata una delle più celebri rappresentazioni dell’Ultima Cena, un capolavoro di Leonardo e del Rinascimento italiano in generale.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Titolo | Ultima Cena, o Cenacolo |
| Autore | Leonardo da Vinci |
| Data | 1494-1498 |
| Tecnica | Tempera e olio su intonaco |
| Dimensioni | 460 × 880 cm |
| Luogo | Refettorio di Santa Maria delle Grazie, Milano |
| Coordinate | 45°28′00″N 9°10′15″E |
| Patrimonio UNESCO | Dal 1980 |
Il luogo e la commissione degli Sforza
Nel 1494 Leonardo da Vinci era deluso dall’abbandono forzato del progetto del monumento equestre a Francesco Sforza, a cui aveva lavorato quasi dieci anni. Quell’anno ricevette però un altro importante incarico da Ludovico il Moro, il quale aveva infatti eletto la chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie a luogo di celebrazione della casata Sforza.
Il duca di Milano aveva finanziato importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento di tutto il complesso; Donato Bramante aveva appena finito di lavorarvi, quando si decise di procedere con la decorazione del refettorio. Venne scelta una decorazione tradizionale sui lati minori, rappresentante la Crocifissione e l’Ultima Cena.
Alla Crocifissione lavorò Donato Montorfano, che elaborò una scena di impostazione tradizionale, terminata già nel 1495. In questa scena, Leonardo dovette rappresentare, verso il 1497, i Ritratti dei duchi di Milano con i figli, oggi scarsamente leggibili.
Sulla parete opposta l’artista avviò l’Ultima Cena, o Cenacolo, che lo risollevò dalle preoccupazioni economiche e nella quale riversò tutte le conoscenze assimilate nel corso di quegli anni. L’opera fu dipinta all’interno del refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano e la chiesa e il dipinto divennero due simboli del potere della famiglia Sforza.
Il soggetto e la composizione
L’opera raffigura il passo del Vangelo di Giovanni durante il quale Gesù rivela ai discepoli che uno di loro lo tradirà. L’occasione di ritrovo dell’Ultima Cena era il festeggiamento del Pesach, la Pasqua ebraica.
Dentro la scatola prospettica della stanza, illuminata da tre finestre sul retro e con l’illuminazione frontale da sinistra che corrispondeva all’antica finestra reale del refettorio, Leonardo ambientò in primo piano la lunga tavola della cena. Al centro, la figura isolata di Cristo, con le braccia distese, il capo reclinato, gli occhi socchiusi e la bocca appena discostata, come se avesse appena finito di pronunciare la fatidica frase.
Gesù costituisce l’asse centrale della scena compositiva dove ogni particolare è curato con estrema precisione. Alcuni elementari espedienti prospettici contribuiscono a rendere l’effetto di sfondamento della parete su cui si trova il dipinto, in un raffinato trompe l’oeil.
Attorno a Cristo gli apostoli, disposti in quattro gruppi di tre, generano come delle ondate che, simili a un’eco delle sue parole, si propagano a partire dalla sua figura, generando stati d’animo differenti: più forti ed espressivi negli apostoli vicini, più moderati e increduli in quelli alle estremità.
Ogni singola condizione psicologica è approfondita attraverso i moti dell’animo, sebbene la percezione complessiva dell’insieme rimanga unitaria. Nel periodo in cui lavora al dipinto, Leonardo è infatti impegnato in studi sulla luce, il suono, il movimento ma anche sulle emozioni umane e sulla loro espressione.
Di questi interessi troviamo puntuale riscontro nel Cenacolo, dove, forse più che in ogni altra opera leonardesca, è evidente l’attenzione di Leonardo per la raffigurazione - attraverso posture, gesti, espressioni - di quelli che lui stesso chiamava i “moti dell’animo”.

La tecnica: perché il Cenacolo non è un affresco
Al contrario di quello che molti pensano, l’Ultima Cena non è un affresco. Si tratta di un’opera realizzata con una tecnica molto particolare: è un dipinto parietale a tempera grassa su intonaco.
Come è noto Leonardo non amava la tecnica dell’affresco, la cui rapidità di esecuzione, dovuta alla necessità di stendere i colori prima che l’intonaco asciughi imprigionandoli, era incompatibile con il suo modus operandi, fatto di continui ripensamenti, aggiunte e piccole modifiche.
Per dipingere la sua Ultima Cena, Leonardo non adoperò la tecnica dell’affresco. Il Cenacolo infatti fu dipinto a tempera direttamente sul muro preparato con un supporto a base di gesso.
L’artista volle evitare l’affresco per non dover essere costretto alle stringenti regole obbligatoriamente imposte da questa tecnica, in quanto i colori devono essere stesi sull’intonaco ancora fresco. La tempera a secco, invece, non solo avrebbe consentito al pittore di lavorare con più calma e maggior precisione, ma anche si prestava a ricevere dettagli a olio per ottenere effetti cromatici più sorprendenti, una più spiccata luminosità.
In pratica, per poter rifinire e modificare il lavoro in corso d’opera, Leonardo Da Vinci utilizzò su una parete la stessa tecnica che utilizzava per i suoi dipinti su tela. La tempera a secco permise a Leonardo di poter eseguire uno straordinario “quadro su muro” capace di coinvolgere ancor più l’osservatore.
Scelse di dipingere quindi su muro come dipingeva su tavola: i recenti restauri hanno permesso di appurare che l’artista, dopo aver steso un intonaco piuttosto ruvido, soprattutto nella parte centrale, e steso le linee principali della composizione con una specie di sinopia, lavorò al dipinto usando una tecnica tipica della pittura su tavola.
La preparazione era composta da una mistura di carbonato di calcio e magnesio uniti da un legante proteico; prima di stendere i colori l’artista interponeva un sottile strato di biacca, bianco di piombo, che avrebbe dovuto far risaltare gli effetti luminosi.
In seguito venivano stesi i colori a secco, composti da una tempera grassa realizzata probabilmente emulsionando all’uovo oli fluidificanti. Si sono trovate tracce di lamine metalliche di oro e argento che testimoniano la volontà dell’artista di creare figure più realistiche compresi i dettagli preziosi.
Questa tecnica permise la particolare ricchezza della pittura, con una serie di piccole pennellate quasi infinite e una raffinata stesura tono su tono, che consentì una migliore unità cromatica, una resa delle trasparenze e degli effetti di luce, e una cura estrema dei dettagli, visibili solo da distanza ravvicinata.
La realizzazione e la testimonianza di Matteo Bandello
Restano numerosi studi per il Cenacolo di Leonardo, tra cui la Testa di Cristo, conservata alla Pinacoteca di Brera. Per la creazione di questo lavoro unico, Leonardo ha condotto un’indagine approfondita creando un numero infinito di disegni preparatori.
Nella novella LVIII del 1497 Matteo Bandello, che in quel periodo soggiornava per motivi di studio nell’edificio, fornì una preziosa testimonianza di come Leonardo lavorasse attorno al Cenacolo:
«Soleva […] andar la mattina a buon’ora a montar sul ponte, perché il Cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l’imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v’avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente contemplava, considerava ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava.»
«L’ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di solito partirsi e andar altrove.»
L’opera era già terminata nel 1498, quando Luca Pacioli in data 4 febbraio di quell’anno la ricordò come compiuta.
Le lunette e gli elementi decorativi
Sopra l’Ultima Cena si trovano tre lunette, in larga parte autografe, contenenti stemmi degli Sforza, racchiusi in ghirlande di frutta, fiori e foglie, e iscrizioni su sfondo rosso. Anche se molti non le notano, l’opera è arricchita da cinque lunette che raffigurano imprese degli Sforza dentro ghirlande di frutta, fiori e foglie.
All’interno della lunetta centrale, che rappresenta alcune specie botaniche, durante uno degli ultimi restauri è stata rinvenuta la figura un serpente che secondo il disegno preparatorio si sarebbe dovuto trovare esattamente sopra la testa di Gesù.
Pure il soffitto della scatola prospettica che vediamo oggi non è l’originale dipinto da Leonardo ma frutto di un totale rifacimento settecentesco che sempre secondo la restauratrice “non rispetta il sapore e il ritmo leonardeschi”.
Dell’originale rimane traccia solo in una sottile fascia a destra, che evidenzia come i cassettoni in origine fossero più larghi, profondi e caratterizzati da modanature con sottili fasce rosse e lacunari dal fondo blu-azzurro.
Il rapido deterioramento dell’opera
La tecnica sperimentale utilizzata da Leonardo si rivelò molto fragile e particolarmente soggetta a deterioramenti dovuti all’umidità. La singolare tecnica sperimentale utilizzata da Leonardo era incompatibile con l’umidità dell’ambiente.
L’opera era già stata terminata quando apparvero i primi problemi. Appena terminato il dipinto, Leonardo si accorse che la tecnica che aveva utilizzato mostrava subito i suoi gravi difetti: nella parte a sinistra in basso si intravedeva già una piccola crepa.
Si trattava solo dell’inizio di un processo di disgregazione che sarebbe continuato inesorabile nel tempo; già una ventina di anni dopo la sua realizzazione, il Cenacolo presentava danni molto gravi, tanto che Vasari, che la vide nel maggio del 1566, scrisse che “non si scorge più se non una macchia abbagliata”.
Per Francesco Scannelli, che scriveva nel 1642, dell’originale non era rimasto altro che poche tracce delle figure, e anche quelle tanto confuse che non se ne poteva ricavare alcun’indicazione sul soggetto.
Le cause che provocarono quel degrado inarrestabile erano legate all’incompatibilità della tecnica utilizzata con l’umidità della parete retrostante, esposta a nord, che è il punto cardinale più facilmente attaccabile dalla condensa, e confinante con le cucine del convento, con frequenti sbalzi di temperatura.
Lo stesso refettorio era poi interessato dagli effluvi e dai vapori dei cibi distribuiti. I fattori tecnici e l’ambiente hanno contribuito al deterioramento dell’affresco, che ha subito numerosi restauri.
Ridipinture, copie e perdita dell’immagine originale
Il rapido declino ebbe due grandi conseguenze: la prima fu una continua premura da parte di pittori anche poco dotati di ridipingere il dipinto leonardesco laddove si era deteriorato maggiormente, provocando una continua e inesorabile sovrapposizione di “falsi” sull’originale leonardesco.
L’opera subì numerosi tentativi di restauro nel tempo, che cercarono di porre rimedio ai danni, stabilizzando le cadute e spesso provvedendo a vere e proprie ridipinture. Si tentò soprattutto di evidenziare i contorni offuscati, per recuperare la leggibilità generale, e di tamponare i fenomeni di degrado.
La seconda conseguenza fu un tentativo di mantenere viva la memoria del capolavoro del genio toscano producendo un gran numero di copie, oggi sparse un po’ ovunque, affinché si mantenesse intatta l’immagine di un’opera che stava sparendo.
La fama del Cenacolo vinciano è testimoniata, oltre che dalle fonti scritte, dalle numerose copie che se ne fecero, sia a grandezza naturale, affreschi, tele e tavole, sia su supporti leggeri, come disegni e incisioni o anche attraverso sculture.
Queste copie appaiono oggi particolarmente preziose per capire come il dipinto dovesse figurare in origine. Per capire quanto siano stati devastanti i danni basta confrontare l’originale con una delle numerose copie dell’opera, come quella del Giampietrino: l’idea è quella che, ragionevolmente, i colori originali fossero sostanzialmente simili a quelli visibili nella copia, molto più brillanti e accesi.
| Autore o attribuzione | Tecnica | Data o periodo | Luogo |
|---|---|---|---|
| Giampietrino | Olio su tela | 1515 circa | Magdalen College, Oxford |
| Marco d’Oggiono | Olio su tela | 1520 circa | Musée de la Renaissance, castello di Écouen |
| Artista lombardo | Olio su tela | XVI secolo | Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo |
| Anonimo allievo di Leonardo | Copia | 1550 circa | Chiesa parrocchiale di Ponte Capriasca |
| Manifattura fiamminga | Arazzo | 1505-1515 circa | Musei Vaticani |
| Cesare Magni | Olio su tela | 1520 circa | Pinacoteca di Brera, Milano |
| Giacomo Raffaelli | Mosaico | Periodo napoleonico | Chiesa dei Minoriti, Vienna |
Il problema delle figure alterate dai restauri
Kenneth Clark, nell’introduzione al catalogo della mostra Studi per il Cenacolo, scrisse che in molti casi gli apostoli che vediamo oggi non sono più quelli dipinti da Leonardo.
“Pietro, con la fronte bassa da criminale, è una delle figure che disturbano di più nell’intera composizione; ma le copie mostrano che la sua testa era in origine piegata indietro e vista di scorcio. Il restauratore non è stato capace di seguire questo difficile brano di disegno e così ne è uscita una deformità.”
“Lo stesso insuccesso si verifica quando si tratta di avere a che fare con pose non comuni come quelle delle teste di Giuda e di Andrea. Le copie mostrano che Giuda era prima in profìl perdu, un fatto confermato dal disegno di Leonardo a Windsor.”
“Il restauratore l’ha rigirato, collocandolo in netto profilo e pregiudicandone così l’effetto sinistro. Andrea era quasi di profilo; il restauratore l’ha portato a una veduta convenzionale di tre quarti.”
“E inoltre ha trasformato il dignitoso vecchio in un tipo spaventoso di ipocrisia scimmiesca. La testa di Giacomo Minore è interamente opera del restauratore, che con essa dà la misura della propria inettitudine.”
Il bombardamento del 1943 e gli altri danni storici
All’inizio del XIX secolo le truppe napoleoniche trasformarono il refettorio in bivacco e stalla. Durante la Rivoluzione Francese, le truppe di Napoleone hanno usato la parete del refettorio per il tiro al bersaglio.
Negli anni dieci del Novecento il pittore Luigi Cavenaghi reincollò le particelle che si andavano staccando dal muro.
Danni ancora più gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento venne bombardato nell’agosto del 1943: venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase salvo tra cumuli di macerie, protetto solo da un breve tetto e da una difesa di sacchi di sabbia, rimanendo esposto per vari giorni ai rischi causati dagli agenti atmosferici.
Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, i bombardamenti hanno distrutto il tetto dell’antica sala da pranzo del convento domenicano lasciando il quadro a cielo aperto per diversi anni. Eppure il capolavoro ha resistito, salvandosi persino dal bombardamento dell’agosto del 1943.

Il grande restauro dal 1977 al 1999
Nel 1977, dopo molti studi e ricerche, prese il via un grande e delicato progetto di restauro. Un’operazione destinata a durare più di un ventennio, e a mobilitare scienziati, critici d’arte e restauratori di tutto il mondo.
L’ultimo restauro, durato dal 1977 al 1999, ha cercato di asportare tutti gli strati pittorici non autografi per riportare alla luce ciò che rimaneva dell’opera leonardesca, integrandola in maniera discreta laddove risultava ormai illeggibile.
La superficie del Cenacolo era ormai ovunque scrostata e lesionata; in milioni di interstizi microscopici si era infilata la polvere, trattenendo l’umidità delle pareti, e creando così le condizioni per la graduale e inesorabile scomparsa del dipinto.
Nel lavoro di ripulitura ci si è resi conto che il Cenacolo era stato in parte spalmato di cera per essere predisposto al distacco: un distacco che non fu mai eseguito. L’impiastro di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli in maniera disomogenea, avevano peggiorato notevolmente le condizioni, già di per sé molto delicate, della pellicola pittorica.
Il miscuglio di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli in maniera disomogenea, aveva peggiorato le condizioni della pellicola pittorica. Alla fine degli anni settanta il Cenacolo sembrava irreparabilmente compromesso.
Solo una meticolosa e rigorosa opera di restauro, sostenuta da rilievi ed esami tecnologici approfonditi, ha permesso di restituire all’umanità uno dei capolavori della storia dell’arte più travagliati.
Le scoperte del restauro
Tra le tante scoperte insperate, si è trovato il buco di un chiodo piantato in corrispondenza della testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva, il punto di fuga.
Durante il restauro fu scoperto anche il buco di un chiodo piantato nella testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva.
Si sono riscoperti anche i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli di Cristo: questa parte fu infatti distrutta nel XVII secolo dall’apertura di una porta che serviva ai frati per collegare il refettorio con la cucina.
Tra i particolari più deteriorati e irrecuperabili si segnala la parte inferiore del viso di Giovanni dove, come scrive la restauratrice Pinin Brambilla, le narici e la bocca erano ormai “ridotte a piccoli tratti scuri”.
Altre parti apparvero purtroppo irrecuperabili, come la parte inferiore del viso di Giovanni. Il restauro non ha potuto ricostruire integralmente le parti originali scomparse, ma ha cercato di distinguere ciò che rimaneva della pittura leonardesca dalle integrazioni necessarie alla leggibilità.
La prospettiva e la “pittura parlante”
Questa magnifica opera d’arte è stata considerata dagli artisti contemporanei di Leonardo come la “pittura parlante”, una cosa che non era mai accaduta prima.
L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è senza dubbio una delle più importanti opere d’arte di tutti i tempi, sia per la sua carica innovativa sia per l’impatto che ha avuto su artisti di tutte le età.
Il Cenacolo è la testimonianza più completa dell’ingegno multiforme di Leonardo da Vinci, del suo desiderio di sperimentare, della sua inesauribile curiosità. Pittore, architetto, scultore, ingegnere, inventore, matematico, anatomista, scrittore, Leonardo da Vinci incarna l’ideale uomo poliedrico sognato dal Rinascimento italiano.
“Fece ancora in Milano ne’ frati di S. Domenico a S. Maria de le Grazie un Cenacolo, cosa bellissima e maravigliosa, et alle teste degli Apostoli diede tanta maestà e bellezza, che quella del Cristo lasciò imperfetta, non pensando poterle dare quella divinità celeste, che a l’imagine di Cristo si richiede.”
Il riconoscimento UNESCO
L’opera è stata dichiarata nel 1980 patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, e insieme con essa vengono protetti anche la chiesa e il limitrofo convento domenicano.
Dal settembre 1980 il Cenacolo, insieme alla chiesa e al convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, sono stati dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità in quanto “realizzazione artistica unica, di un valore eccezionale universale che trascende tutte le contingenze storiche”.
Tra le motivazioni si legge anche che “Il Cenacolo ha esercitato un’influenza considerevole, non soltanto sullo sviluppo di un tema iconografico ma anche sul destino della pittura” e infine: “non è esagerato affermare che la sua realizzazione ha aperto una era nuova nella storia dell’arte”.
Conservare questo delicato dipinto e permettere al pubblico di ammirarlo rappresenta una sfida quotidiana per i restauratori, architetti e storici dell’arte che lo seguono e che collaborano impiegando le migliori tecnologie affinché questo capolavoro sia preservato e trasmesso alle generazioni future.
La conservazione contemporanea
Il più recente restauro è del 1999, quando vari metodi scientifici sono stati impiegati per ripristinare i colori originali e, dove possibile, per rimuovere le tracce di vernice applicata nei precedenti tentativi di ripristinare l’affresco.
Attualmente sono state prese numerose misure preventive per proteggere il deterioramento dell’affresco. La tutela del capolavoro di Leonardo richiede condizioni ambientali ottimali, garantite dal trattamento dell’aria e da un accesso contingentato.
Nel 2017 è stato annunciato un progetto di restauro ambientale per l’igienizzazione del microclima del Cenacolo. La necessità di continui interventi è dovuta alla tecnica stessa con cui Leonardo realizzò l’opera milanese: pur essendo un dipinto su muro, il Cenacolo non è un affresco in senso stretto, bensì una tempera mista su gesso.
La superficie dell’opera è molto grande, di 9 metri di larghezza per 4 di altezza. L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci è un enorme dipinto di 4,60 metri di altezza e 8,80 metri di larghezza ed è stato fatto con tempera e olio su una preparazione di gesso invece della tecnica del fresco comunemente utilizzata a quel tempo.
"Così ho restaurato l'Ultima cena"
Dove si trova il quadro originale
L’Ultima Cena di Leonardo si trova nella posizione originaria nella parete della sala da pranzo dell’antico convento domenicano annesso alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, esattamente nel refettorio del convento.
Il Cenacolo è conservato a Milano, nella chiesa e nel convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, e mantiene il rapporto originario con lo spazio architettonico per il quale Leonardo lo aveva realizzato.