Beato Carlo Gnocchi (San Colombano al Lambro, 25 ottobre 1902 - Milano, 28 febbraio 1956) è stato un presbitero, educatore e scrittore italiano. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica. La sua memoria è riconoscibile anche nello spazio pubblico: sono oltre 200 i comuni italiani che hanno una via, una piazza o un edificio dedicato al beato don Gnocchi.
La maggior parte delle intitolazioni si trova in Lombardia, ma sono presenti numerose testimonianze anche in altre regioni. Vie, piazze, monumenti, baite, chiesette alpine, parchi, giardini, scuole e lapidi commemorative esprimono la riconoscenza per il sacerdote che fu cappellano degli alpini, educatore e fondatore di un’opera a favore degli orfani, dei mutilati e dei bambini colpiti dalla guerra.
La beatificazione di don Carlo Gnocchi
Don Carlo Gnocchi, il sacerdote dei “mutilatini” sarà presto beato. Con un decreto pubblicato sabato 17 gennaio dalla Congregazione per le Cause dei Santi, Benedetto XVI ha infatti riconosciuto un miracolo attribuito alla intercessione di don Gnocchi, prete e fondatore dell’opera “Pro Juventute”.
Nato a San Colombano al Lambro il 25 ottobre 1902, don Gnocchi si spense a Milano a 54 anni dopo una lunga sofferenza: morendo fece dono delle sue cornee a due giovani ciechi. Cappellano militare degli alpini durante la seconda guerra mondiale, si adoperò per alleviare le piaghe di sofferenza e di miseria provocate dal conflitto.
Il 25 ottobre 2009, 53 anni dopo i solenni funerali - primo, grande attestato della devozione popolare per il “papà dei mutilatini” - nella suggestione di una piazza ancora una volta trasformata in autentica cattedrale a cielo aperto, il popolo di Don Carlo si è stretto commosso attorno a quell’urna di santità, minuscolo simulacro adagiato al centro del vasto sagrato, ai piedi di guglie imponenti, nel cuore simbolico di una città e di una Chiesa capaci del più straordinario degli abbracci.
Cinquantamila “Amis” in piazza Duomo, ed oltre tre milioni davanti agli schermi della tv, per rendere a Don Gnocchi il tributo più grande.
Lo sguardo luminoso e il sorriso avvolgente di quell’esile prete, orgoglio di un’Italia che non ha cancellato dalla memoria e nelle coscienze il dono di una vita spesa fino all’ultimo, hanno ricevuto - in una Milano inaspettatamente calda e soleggiata - la festa più attesa, segno tangibile di una riconoscenza mai venuta meno.
La celebrazione del 25 ottobre 2009
Centomila occhi, molti dei quali gonfi di lacrime trattenute a stento, hanno fissato le spoglie del novello beato. Centomila mani giunte in preghiera si sono protese verso quell’urna sorretta a spalle dai devoti alpini. Centomila piedi hanno ritmato il passo in un trionfale corteo che ha suggellato la splendida celebrazione.
L’omaggio d’amore a quei piedi che avevano sfidato il gelo fatale della Russia perché nessun soldato potesse sentirsi solo in quel tragico trionfo di odio e di morte; a quelle mani che avevano saputo accarezzare, consolare, sorreggere e ricondurre alla vita migliaia di piccoli mutilati; a quegli occhi generosamente donati a due bimbi ciechi, ennesima sfida - profeticamente vinta - a una società spesso lenta e sonnacchiosa di fronte alle nuove vie del bene.
La folla degli “amis” ha risposto all’appello “Amis, ve raccomandi la mia baracca”, aveva implorato Don Carlo al momento dell’addio. E nel giorno più bello, quand’anche la Chiesa ha certificato con la propria autorità la perfezione cristiana di un’esistenza spesa senza riserve («Non desidero che la mia santificazione…», aveva scritto don Gnocchi), quegli stessi “Amis” non sono mancati all’appello.

C’erano i concittadini di San Colombano al Lambro, paese natale, guidati dal sindaco Gianluigi Panigada e dal parroco don Mario Cipelli, fieri di accompagnare agli onori degli altari un figlio della loro gloriosa terra. C’erano gli amici di Besana Brianza, con il primo cittadino Vittorio Gatti e il responsabile della comunità pastorale don Francesco Cameroni (e insieme a loro l’associazione “Amici di don Gnocchi” di Montesiro) nel ricordo degli anni trascorsi dal giovane Carlo nella casa della zia.
C’erano centinaia di sacerdoti - concelebranti o meno -, vescovi e cardinali ad onorare quel fratello ordinato nel lontano 1925 dall’Arcivescovo di Milano Eugenio Tosi, «oscuri e ignoti fanti delle trincee di Cristo, che consumano le lampade ardenti delle loro giovinezze per far luce nel mondo a tanti giovani cuori brancolanti, che lievitano con la grandezza del loro sacrificio le generazioni del domani, ignorati e sprezzati dal mondo ma grandi dinanzi a Dio. Vorrei poter innalzare sulle ali possenti della poesia l’umile figura dei nostri sacerdoti» (don Gnocchi, “Andate e insegnate”, 1934).
C’erano migliaia di chierichetti, guidati dal responsabile diocesano don Alberto Colombo, e giovani degli oratori, a ricordo dei primi impegni apostolici del coadiutore don Carlo, prima a Cernusco Sul Naviglio (rappresentato in piazza dal sindaco Eugenio Comincini) e poi nella popolosa parrocchia milanese di San Pietro in Sala.
C’era una nutrita rappresentanza del “Gonzaga” di Milano, prestigioso istituto dove don Gnocchi, per incarico del cardinale Il defonso Schuster, fu apprezzato direttore spirituale e dove affinò la propria pedagogia alla scuola dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
C’erano migliaia e migliaia di penne nere a ringraziare il tenente cappellano don Carlo, arruolatosi con loro e con loro in trincea, prima sulle montagne fangose della Grecia e dell’Albania e poi per le lande gelide della steppa russa, nella drammatica esperienza della ritirata con gli alpini della Tridentina: «Da quel giorno, la memoria esatta dell’irrevocabile incontro mi guidò d’istinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale e profonda di ogni uomo percosso e denudato dal dolore, sul volto sacro dei miei morti e dei miei feriti».
Gli stessi alpini che in occasione dei funerali avevano portato a spalle la bara del loro cappellano, nel medesimo modo hanno portato l’urna con le spoglie del beato don Gnocchi dalla chiesa di San Bernardino alle Ossa - dove l’avevano vegliato per tutta la notte del sabato - in piazza Duomo e poi ancora, al termine della liturgia, dalla piazza alla chiesa di San Sigismondo in Sant’Ambrogio.
Accompagnata dai canti più amati di Don Carlo - eseguiti dal coro Ana di Milano - la celebrazione è stata seguita dalla quasi totalità dei presidenti delle 81 sezioni italiane, guidati dal presidente nazionale Corrado Perona e dall’intero Consiglio Direttivo Ana.
Con loro, anche Marcello Bellacicco, generale Capo di Stato Maggiore comandante delle truppe alpine; Pietro Fabbris, presidente nazionale Unione Reduci di Russia e Giuseppe Arcaroli, presidente nazionale Associazione Vittime di Guerra.
La partecipazione delle comunità e delle associazioni
C’erano gli amici dell’Università Cattolica, dove don Carlo fu assistente spirituale, guidati dal magnifico rettore Lorenzo Ornaghi; c’erano centinaia di scout, memori di straordinarie collaborazioni tra cui la ben nota Freccia Rossa, il raid Milano-Oslo in sella ai mitici Guzzini per raccogliere fondi per l’Opera dei mutilatini.
C’erano i rappresentanti di associazioni di disabili, di gruppi di volontariato, di scuole intitolate negli anni a don Gnocchi, attive in ogni parte d’Italia (oltre un centinaio i provenienti dal liceo di Carate Brianza, guidati dal preside Franco Viganò e dal presidente dell’Istituzione Culturale Giacomo Coppo, scuola subito rinominata “Beato don Carlo Gnocchi”).
C’erano i membri dell’Aido, guidati dal presidente nazionale Vincenzo Passarelli, e dal presidente regionale lombardo Leonida Pozzi, in ricordo del gesto profetico del trapianto delle cornee: Silvio Colagrande e Amabile Battistello, che da oltre cinquant’anni vedono con gli occhi di un santo, reliquie viventi del novello beato, hanno tolto il drappo che copriva l’urna con il corpo di don Carlo nel momento solenne della proclamazione della beatificazione.
Gli “Amis” e gli oltre seimila eredi dell’opera
C’erano soprattutto loro, i suoi ragazzi, orfani, mutilatini, mulattini e poliomielitici accolti negli anni nei collegi della Pro Juventute («Altri potrà servirli meglio ch’io non abbia saputo e potuto fare; nessun altro forse, amarli più ch’io non abbia fatto»), molti di loro oggi riuniti nell’Associazione Ex Allievi, presieduta da Luisa Arnaboldi: due di loro, insieme a rappresentanti delle vittime civili di guerra, hanno deposto fiori e ceri ai piedi dell’urna.
C’erano i familiari e i concittadini di Sperandio Aldeni, l’artigiano elettricista di Villa d’Adda (la cittadina in provincia di Bergamo era rappresentata dal sindaco, Adelvalda Carsaniga) protagonista del miracolo attribuito a Don Gnocchi che ha di fatto sancito la sua beatificazione: colpito nell’agosto ’79 da una mortale scarica elettrica durante un normale turno di lavoro, l’uomo - purtroppo recentemente scomparso - aveva trovato la forza di invocare l’amato Don Carlo ed era incredibilmente sopravvissuto.
E non mancavano - provenienti da ben nove regioni italiane - gli eredi di Don Gnocchi: direttori, responsabili, operatori, dei 28 Centri italiani della Fondazione che oggi porta il suo nome, insieme ad alcuni rappresentanti delle strutture aperte o avviate nei Paesi in via di sviluppo.
C’erano alcuni piccoli disabili, assistiti nei Centri di Inverigo (Co) e Falconara Marittima (An). C’erano i ragazzi dei Centri Socio-Educativi e delle comunità-alloggio di Milano, Legnano, Salice Terme (Pv), Roma. C’erano parecchi anziani delle Residenze Sanitarie Assistenziali di Milano, Pessano con Bornago (Mi), Malnate (Va), Seregno (Mb).
C’erano pazienti in cura a Rovato (Bs), Torino, Firenze, Sarzana (Sp), Marina di Massa (Ms), Salerno, Tricarico (Mt), Acerenza (Pz).
Un lungo pellegrinaggio con ogni mezzo - dalla bici al treno speciale - ha condotto a Milano oltre seimila “eredi” privilegiati di quegli “Amis” a cui don Carlo aveva affidato la propria baracca: dalla Lombardia al Piemonte, dalla Liguria all’Emilia Romagna, dalla Toscana alle Marche, dal Lazio alla Campania fino alla Basilicata.
Cartelli, striscioni, bandierine hanno colorato la loro composta presenza in piazza, atto finale di un intenso lavoro di preparazione che ha contraddistinto quest’anno particolare.
Una risposta orgogliosa ed entusiasta all’appello lanciato dal presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari, terzo successore di don Gnocchi.
Altrettanto straordinaria è stata la risposta della gente comune, accorsa in massa, ulteriore testimonianza di quella “santità popolare” di don Gnocchi mai venuta meno nel corso di questo mezzo secolo.
- «Sono qui per Don Carlo, perché se lo merita», spiegava un’anziana donna.
- «La Fondazione ha fatto tanto per mio figlio malato», aggiungeva una mamma.
- «È un esempio di passione per tutti i sacerdoti», rilanciava un fedele seduto nelle prime file.
- «Le penne nere non si dimenticano del loro cappellano», concludeva un reduce con il cappello alpino consunto.
Il significato spirituale della beatificazione
Nell’omelia il cardinale Dionigi Tettamanzi ha invitato ad imitare Don Gnocchi «nel dire di sì con tutto il cuore al progetto di santità voluto da Dio per ciascuno di noi e di viverlo nella fiducia e nell’umile e generosa carità d’ogni giorno, dalla quale dipende la salvezza del mondo. Ci doni il Signore - ha aggiunto l’Arcivescovo -di condividere la convinzione e la decisione di Don Gnocchi, che così scriveva nel 1945 ad un confratello nel sacerdozio: “Forse mi manca il coraggio delle decisioni supreme eppure comprendo che oggi solo la carità può salvare il mondo e che ad essa bisogna assolutamente consacrarsi».
Un invito rafforzato dalle parole del Santo Padre, Benedetto XVI, collegato tramite i maxi schermi posizionati in piazza, che nel saluto rivolto ai fedeli ha voluto far suo il motto che accompagna le attività della Fondazione Don Gnocchi: «Accanto alla vita. Sempre»!
Un appello che inorgoglisce e responsabilizza, che ricarica d’entusiasmo e chiama a sempre maggiori coerenze.
Quasi un’eco alle parole di don Gnocchi in una lettera al caro cugino Mario Biassoni: «Dio è tutto qui, nel fare bene a quelli che soffrono e hanno bisogno di aiuto materiale o morale. Il Vangelo non comanda altro: tutto il resto viene dopo, e viene da sé».
«Don Carlo ci ha insegnato che le disgrazie altrui sono un dovere comune - aveva ammonito il cardinale Montini, grande amico di Don Carlo, in occasione della solenne traslazione della salma dal cimitero monumentale al Centro “S. Maria Nascente”, nell’aprile del 1960 - e che non vi è opera più nobile e gioia più grande di quella che si prodiga a favore dei più fragili».
Gli occhi lucidi dei cinquantamila di piazza Duomo sono stati il grazie più sincero e la promessa più fedele di una missione che continua.
La vita di Carlo Gnocchi
I primi anni e la vocazione sacerdotale
Il Beato Carlo Gnocchi nacque a San Colombano al Lambro il 25 ottobre 1902 da Enrico e Clementina Pasta, sarta. Ultimo di tre fratelli, perse il padre nel 1907, all’età di 5 anni, a causa della silicosi, malattia causatagli dal lavoro insalubre di marmista.
Trasferitosi a Milano con la famiglia, perse in pochi anni i due fratelli, Mario, nel 1908, ed Andrea, nel 1915, a causa della tubercolosi. Carlo crebbe in un ambiente molto devoto e fervente, e l’assidua frequentazione alle funzioni, nel paese di Montesiro, frazione di Besana in Brianza, dove spesso si trasferì da parenti a causa della salute cagionevole, lo avvicinò a don Luigi Ghezzi, coadiutore, che lo affiancò nella scelta di entrare in seminario.
Venne ordinato sacerdote nel 1925, dall’Arcivescovo di Milano, Eugenio Tosi, e lo stesso anno celebrò la sua prima messa a Montesiro.
L’educatore dei giovani
La passione primaria di Carlo Gnocchi, fin dai primi anni di sacerdozio, fu la crescita e l’educazione dei giovani avvicinatisi alla chiesa e all’oratorio. Affidato prima alla parrocchia di Cernusco sul Naviglio e, nel 1926, alla popolosa San Pietro in Sala di Milano, protrasse per anni la sua vocazione, creando un profondo legame con i suoi parrocchiani.
La fama di educatore giunse al cardinale arcivescovo di Milano, Ildefonso Schuster che, nel 1936[7], lo nominò direttore spirituale del prestigioso Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
Il cappellano degli alpini
Sul finire degli anni trenta, Carlo Gnocchi venne nominato dal cardinal Schuster, assistente spirituale della seconda legione di Milano, composta da studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Istituto Gonzaga. Nel 1939 morì la madre, a cui era molto legato.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, don Gnocchi partì volontario nel Battaglione alpini “Val Tagliamento”, destinato al fronte greco/albanese. Terminata la campagna dei Balcani nel 1941, nel 1942 Carlo Gnocchi ripartì per il fronte russo, a seguito della Divisione alpina “Tridentina”, dove partecipò in veste di cappellano alla Battaglia di Nikolaevka.
Sopravvissuto al conflitto, raccolse dai feriti e dai malati le loro ultime volontà, che lo porteranno, al rientro in patria, ad un viaggio per la penisola, messaggero tra le famiglie degli scomparsi. Andò tra le valli alpine a trovare i parenti dei commilitoni caduti.
Entrato a far parte dell’O.S.C.A.R., aiutò ebrei e prigionieri alleati scappati a riparare in Svizzera. Scrisse articoli sulla rivista clandestina Il Ribelle e sul quotidiano diocesano L’Italia. Fu rinchiuso più di una volta nel carcere di San Vittore, ma ottenne la liberazione grazie all’intervento dell’arcivescovo di Milano, Ildefonso Schuster.
In quegli anni nacque l’idea di creare un centro caritatevole che potesse seguire le vittime di questa guerra, che si sviluppò in futuro con la nascita della Pro Juventute.
Il dopoguerra e la Pro Juventute
La drammatica esperienza della ritirata di Russia, vissuta come cappellano militare sempre presente sul fronte, maturò in don Gnocchi l’idea ed il fulcro della sua missione di carità; assistere le vittime della guerra, nella ricerca del riscatto del loro “dolore innocente”.
Nel 1945 don Gnocchi venne nominato direttore dell'”Istituto Grandi Invalidi” di Arosio, accogliendo così i primi orfani e mutilati di guerra. Nel 1948 fondò la “Fondazione Pro Infanzia Mutilata”, riconosciuta l’anno seguente con decreto del Presidente della Repubblica Italiana.
Lo stesso anno il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, nominò don Gnocchi consulente alla Presidenza del Consiglio per i mutilatini di guerra. Nel 1951 la Fondazione venne sciolta, ed ogni bene e struttura vennero donati alla neonata “Fondazione Pro Juventute”.
A guerra finita, don Gnocchi sentì come suo dovere di accorrere in aiuto di quella parte dell’infanzia che era stata colpita più duramente.
Egli rivolse dapprima la sua opera assistenziale agli orfani degli alpini, ospitandoli nell’Istituto Arosio; successivamente dedicò le sue cure ai mutilatini ed ai piccoli invalidi di guerra e civili, fondando per essi una vastissima rete di collegi in molte città d’Italia (Inverigo, Parma, Pessano con Bornago, Torino, Roma, Salerno, Milano, Firenze, Genova,…); e, infine, aprì le porte di modernissimi Centri di rieducazione ai bambini affetti di poliomielite.
A questa infanzia derelitta e minorata, cui egli aveva votata tutta la sua giovane esistenza, don Gnocchi dedicò una fra le sue più significative opere di educatore: Pedagogia del dolore innocente.
La morte e la donazione delle cornee
Il 28 febbraio 1956 verso le 18:45 con un crocifisso fra le mani, donatogli dalla madre anni prima, e voluto fortemente da don Gnocchi in quelle ultime ore, spirò.
La metastasi del tumore che l’aveva colpito aveva raggiunto lo scheletro e l’apparato respiratorio. Tre crisi succedutesi fra la sera innanzi ed il mezzogiorno avevano preannunciato la quarta, fatale, e nessuno più s’illudeva su una sua possibile ripresa: la fibra di don Gnocchi era troppo provata da lunghe sofferenze e dal digiuno, oltre che dall’avanzare inesorabile del male, anche se quel suo volto, spesso sorridente, ingannava i visitatori.
Morendo fece dono delle sue cornee a due giovani ciechi, ospiti della sua fondazione, Silvio Colagrande e Amabile Battistello. La donazione, allora non ancora normata, venne eseguita da Cesare Galeazzi.
Lo scalpore che suscitò nell’opinione pubblica accelerò il dibattito in materia, con la promulgazione a breve del D.L. n. 235 del 3 aprile 1957. Il suo esecutore testamentario sarà il suo amico don Giovanni Barbareschi.

Le affissioni e i segni della memoria nello spazio pubblico
L’Italia che non dimentica è capace di dedicare ai propri figli migliori segni e gesti a imperitura memoria. Non c’è quasi regione, da nord a sud, che non abbia comuni con vie, piazze, monumenti, baite o chiesette alpine, parchi o giardini dedicati al beato don Gnocchi.
Abbiamo provato a fare una panoramica: complessivamente sono oltre 200, la maggior parte dei quali in Lombardia, ma con numeri significativi anche altrove, i paesi che hanno una via, una piazza o un edificio dedicato al beato don Gnocchi.
| Forma della memoria pubblica | Presenza ricordata |
|---|---|
| Vie | Intitolazioni comunali al beato don Gnocchi |
| Piazze | Spazi pubblici dedicati alla sua memoria |
| Edifici | Strutture e istituti intitolati a don Gnocchi |
| Scuole | Istituti educativi che ne ricordano l’opera |
| Monumenti e lapidi | Segni commemorativi della sua vita e della donazione |
| Baite, chiesette, parchi e giardini | Luoghi legati alla memoria religiosa, alpina e civile |
Le intitolazioni stradali e gli altri segni presenti nei comuni italiani non ricordano soltanto il sacerdote proclamato beato, ma anche il cappellano degli alpini, l’educatore, il fondatore della Pro Juventute e il primo donatore di organi in Italia.
La lapide di Cinisello Balsamo
DON CARLO GNOCCHI
Lapide commemorativa - piazza Sacra Famiglia 1 - sul lato sinistro dell’entrata della chiesa
ISCRIZIONE BEATO DON CARLO GNOCCHI DONATORE CAPPELLANO DEGLI ALPINI IL SUO NOME RIMARRA’ SCRITTO NEL LIBRO DELLA VITA AIDO 30° ANNIVERSARIO 1980 - 2010
Domenica mattina 27 giugno 2010, in occasione del 30° anniversario della delegazione A.I.D.O. (Associazione Italiana per la Donazione di Organi, tessuti e cellule) di Cinisello Balsamo, si tenne l’inaugurazione di una lapide in memoria del beato don Carlo Gnocchi, primo donatore di organi.
Alla cerimonia erano presenti molte delegazioni dell’ A.I.D.O. della Lombardia, il decano don Luigi Bosisio, l’Amministrazione comunale e numerosi cittadini. La manifestazione iniziò alle ore 11 dopo la santa messa.
Cerimoniere fu Felice Riccardi che ricordò con orgoglio di avere la tessera numero 1 dell’A.I.D.O. di Cinisello Balsamo. Dopo lo svelamento della lapide, Gianluca Colombo, presidente della delegazione A.I.D.O. di Cinisello Balsamo, lesse la preghiera di don Carlo Gnocchi.
Seguì la benedizione impartita da monsignor Angelo Bazzari della Fondazione "Don Gnocchi" e un’esibizione del coro C.A.I. (Club Alpino Italiano).
Giuseppe Calanni Pileri (assessore a sport, tempo libero e progetto prevenzione e salute) intervenne sottolineando, anche in qualità di medico, l’importanza della donazione degli organi.
Intervennero poi monsignor Angelo Bazzari, Gianluca Colombo e il cavalier Leonida Pozzi, presidente dell’ A.I.D.O. regionale Lombardia che fece dono alla delegazione di Cinisello Balsamo di una Medaglia d’Oro con riconoscenza per il lavoro svolto in trent’anni di attività.
Gli interventi si conclusero con la toccante testimonianza di Amabile Battistello. La signora Battistello, alla quale da ragazza fu trapiantata una cornea di don Carlo Gnocchi, disse: “Quest’uomo ha steso una mano nel mio buio, prima di vedere io con i suoi occhi ha visto lui per me. Questo grande gesto mi ha restituito la vita, fatelo anche voi per altri”.
La manifestazione terminò con la consegna di alcuni riconoscimenti da parte dell’A.I.D.O. di Cinisello Balsamo ad altre delegazioni A.I.D.O., all’Amministrazione comunale, alle associazioni e alle cooperative.
DEDICATA A Beato don Carlo Gnocchi.
CHI La lapide è stata ideata da Angela Perazzi segretaria dell’A.I.D.O. e approvata nel Consiglio Direttivo dell’Assemblea annuale dei soci dell’A.I.D.O. di Cinisello Balsamo.
CARATTERISTICHE La lapide in marmo è un parallelepipedo a forma di leggio; sul libro è incisa la dedica al beato don Carlo Gnocchi.
La donazione degli organi nella memoria di don Gnocchi
L’Associazione Italiana per la Donazione di Organi, tessuti e cellule (A.I.D.O.) è un’Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale (O.N.L.U.S.), ha come scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla donazione degli organi, di fornire un’informazione sulla donazione e sul trapianto terapeutico, di sollecitare gli enti competenti ad attuare la prevenzione ed educazione sanitaria collaborando con essi.
L’A.I.D.O. è apartitica, aconfessionale, interetnica, senza fini di lucro, costituita da donatori volontari di organi che liberamente vi aderiscono (possono aderire tutte le persone dall’età di 18 anni) depositando presso le rispettive sedi la domanda di iscrizione all’A.I.D.O. e la dichiarazione di volontà in ordine alla donazione di organi e tessuti dopo la morte.
L’Associazione fornisce all’iscritto una tessera e provvede alla schedatura e conservazione della sua dichiarazione. In caso di decesso del donatore provvede a quanto di competenza affinchè le volontà dello stesso vengano rispettate e si provveda ai prelievi di quegli organi che la legge consente, nel rispetto della salma, al fine di consentire i trapianti terapeutici.
Da anni l’A.I.D.O lavora in collaborazione con l’Associazione Trapiantati Organi ( A.T.O.).
Le mostre dedicate a don Gnocchi
“La Scelta. Storia del primo donatori di organi: Don Carlo Gnocchi”
La mostra promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cusano Milanino è un omaggio alla figura del Beato don Carlo Gnocchi e al suo straordinario gesto di solidarietà.
L’esposizione racconta il coraggio e l’umanità che lo portarono a diventare il primo donatore di organi in Italia, trasformando la sua scelta personale in un simbolo di altruismo e speranza.
Il percorso espositivo mette al centro il tema della donazione degli organi, intrecciandolo alla storia di vita don Gnocchi, sacerdote che dedicò la propria vita ai più fragili, in particolare ai mutilatini e ai bambini colpiti dalla guerra.
Attraverso documenti, immagini e testimonianze, la mostra invita a riflettere sul significato profondo del dono e sul valore etico che questo gesto rappresenta ancora oggi.
La mostra diventa un’occasione preziosa per riscoprire l’eredità di un sacerdote che ha fatto della cura e dell’amore per il prossimo la missione della sua vita, lasciando un esempio che continua a ispirare.
“Con avida e insistente speranza”
Mostra multimediale promossa dalla Fondazione e inaugurata a Rimini nell’agosto 2010 al Meeting per l’Amicizia tra i popoli. Accompagnata da un catalogo, è articolata in una premessa e tre sezioni che seguono un ordine tematico.
Il percorso espositivo parte dall’esperienza della guerra e prosegue con la successiva “vita prorogata” considerata come compimento della vocazione. Frutto mirabile di questa vita è l’opera di carità, divenuta oggi Fondazione Don Gnocchi.
“Don Carlo Gnocchi Beato”
Composta da una ventina di pannelli, racconta la vita del beato Don Gnocchi e l’Opera da lui fondata, con messaggi chiari e incisivi, in gran parte attinti dai suoi scritti o dalle sue lettere.
La mostra è accompagnata da un opuscolo che riproduce fedelmente i pannelli, riassumendo anche le tappe principali del processo di beatificazione di Don Carlo.
“Il cappellano don Gnocchi e i suoi alpini”
Sei pannelli - realizzati in occasione della straordinaria Adunata nazionale Ana di Milano del 2019 - che sintetizzano in pensiero del beato cappellano della Tridentina sui valori e le caratteristiche dell'alpino.
I testi, tratti dai libri e dalle lettere di don Carlo, delineano un percorso suggestivo, con questi temi: "Là dove si muore"; "Gli alpini degni di Dio"; "Eroi della normalità"; "Lavoro e sacrificio"; "La devozione dell'alpino"; "Semplicità e forza".
“Don Carlo amico dei ragazzi”
La mostra delle tavole a fumetti sulla vita del "papà dei mutilatini" è stata allestita per la prima volta nell’ottobre 2010 all’Istituto Gonzaga di Milano, nel primo anniversario della beatificazione di Don Gnocchi.
L’iniziativa è promossa dalla Fondazione Don Gnocchi e dalla casa editrice San Paolo. L'autore delle tavole (con testi di Beppe Ramello) è Sergio Toppi, uno dei maestri del fumetto in Italia.
Le principali date della memoria di don Gnocchi
| Data | Avvenimento |
|---|---|
| 25 ottobre 1902 | Nascita a San Colombano al Lambro |
| 1925 | Ordinazione sacerdotale e prima messa a Montesiro |
| 1936 | Nomina a direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga |
| 1941 | Conclusione della campagna dei Balcani |
| 1942 | Partenza per il fronte russo con la Divisione alpina “Tridentina” |
| 1945 | Nomina a direttore dell’“Istituto Grandi Invalidi” di Arosio |
| 1948 | Fondazione della “Fondazione Pro Infanzia Mutilata” |
| 1951 | Nascita della “Fondazione Pro Juventute” attraverso il trasferimento di beni e strutture |
| 28 febbraio 1956 | Morte a Milano e donazione delle cornee a due giovani ciechi |
| 3 aprile 1957 | Promulgazione del D.L. n. 235 |
| 25 ottobre 2009 | Celebrazione della beatificazione in piazza Duomo a Milano |
| 27 giugno 2010 | Inaugurazione della lapide commemorativa a Cinisello Balsamo |
| Agosto 2010 | Inaugurazione della mostra “Con avida e insistente speranza” a Rimini |
| Ottobre 2010 | Prima esposizione della mostra “Don Carlo amico dei ragazzi” |
| 2019 | Realizzazione dei pannelli “Il cappellano don Gnocchi e i suoi alpini” |
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