Astronomia nella Bibbia: cosmologia, astri e significato spirituale

L’astronomia nella Bibbia non costituisce un trattato scientifico moderno, ma riflette il modo in cui gli antichi osservavano e interpretavano il cielo, la terra, i mari e i fenomeni celesti. Il suo scopo principale non è descrivere la struttura fisica dell’universo, bensì parlare di Dio, della creazione, della potenza divina e del rapporto tra l’uomo e il cosmo.

Per comprendere correttamente i riferimenti astronomici biblici occorre quindi distinguere tra il linguaggio poetico, simbolico e religioso dei testi e le conoscenze dell’astronomia contemporanea. Le immagini del firmamento, delle acque superiori, delle colonne del cielo, del sole immobile e della stella di Betlemme appartengono a una visione antica del mondo, ma sono utilizzate per comunicare significati teologici e spirituali.

Il mistero dell’universo e dell’uomo

Da sempre l'uomo si è posto il tema del rapporto tra il suo essere, mutevole, imperfetto, fragile e mortale ed il mondo celeste , immutabile, perfetto, definitivo, immortale : lo attestano le diverse cosmologie, cosmogonie e miti dell'antichità. Il mondo celeste- i " Cieli" - in tutti i miti dell'antichità, è considerato la "dimora degli dèi" .

Le diverse narrazioni hanno in comune alcune intuizioni come la dualità tra Terra e Cielo, la separazione della Terra e del Cielo come due regni distinti con la Terra immaginata come un disco piatto e il Cielo come una cupola a più strati. Molte culture nella loro comprensione dell'universo hanno intrecciato i miti della creazione con le storie delle divinità .

Queste storie spiegavano l'origine del mondo, il movimento dei corpi celesti e il ruolo degli dèi nel cosmo. In sintesi, le cosmologie antiche cercavano di rendere comprensibile la relazione tra la condizione umana e l’ordine celeste.

La struttura tripartita del cosmo biblico

Nell’antichità, la gente credeva di essere al centro dell’universo, indipendentemente da dove si trovassero. L’universo, secondo loro, si componeva di tre livelli o dimensioni: cielo (שָׁמַיִם - shamàyim), terra (אֶרֶץ - èrets) e mari (יָם - yam).

Gli antichi immaginavano la terra come un disco piatto galleggiante sul mare cosmico o supportato da enormi colonne. Sotto la superficie terrestre, si pensava vi fossero caverne e catacombe, un regno oscuro abitato dai morti, insieme a fiumi sotterranei, divinità ctonie e demòni.

Il “firmamento” (רָקִיעַ - raqia’) era sospeso sopra la terra, supportato da pilastri, pali da tenda o corde di piombo e separava i cieli inferiori da quelli superiori, dove i corpi celesti occupavano i primi e le divinità i secondi.

I cieli avevano finestre che regolavano il flusso di pioggia, grandine e neve dalle riserve d’acqua sopra. Le acque circondavano la terra, formando gli oceani, sorgenti, fiumi, ruscelli e laghi.

L’insieme di questi elementi era chiamato “i mari”. In sintesi, i tre livelli - cielo, terra e mari - fornivano il modello strutturale di base per spiegare l’intero cosmo.

Livello cosmicoSignificato nella cosmologia antica
CieloDimora divina e spazio dei corpi celesti
TerraRegione dell’uomo, degli animali e della vita terrestre
MariAcque cosmiche, oceani, fiumi, sorgenti e laghi

La cosmologia di Genesi 1

Il racconto della creazione in Genesi 1 unisce cielo e terra, utilizzando la frase “cieli e terra” come riferimento alla totalità dei fenomeni cosmici. Questo primo cosmo, descritto come “senza forma e vuoto - (תֹהוּ וָבֹהוּ - tòhu wavòhu)” indicava un ambiente disabitato e improduttivo, sommerso nell’oceano cosmico chiamato “abisso” (תְּהוֹם - tehom).

Solo Dio poteva rendere ospitale questo ambiente oscuro, facendolo diventare una struttura tripartita con cielo, terra e mari. Il secondo giorno introdusse i cieli, separando le acque, mentre il terzo giorno vide il raduno delle acque sotto i cieli per rivelare la terra.

Questa struttura tripartita, chiave della cosmologia di Genesi 1, è presente anche in altre parti dell’Antico Testamento. Il secondo comandamento (Esodo 20,3-6) proibisce la fabbricazione di idoli raffiguranti esseri nei cieli, sulla terra o nell’acqua.

Gli inni della creazione nei Salmi seguono questa struttura (Cfr. Sal 74,12-17; 95,3-5; 104,2-6; 136,5-6), e nel libro dei Proverbi, la saggezza divina è la forza dietro la creazione (Prv 3,19-20).

La cosmologia dell’Antico Testamento è sostanzialmente quella di Genesi 1, un cosmo ordinato da Dio e dichiarato “buono” o “molto buono.”

Creazione biblica cielo terra mari

Il firmamento e le acque superiori

Il cielo stellato, visibile agli uomini, nell'astronomia ebraico-cristiana si trova molto al di sotto della sede di Dio, e non è uno spazio infinito ma - come appare ad occhio nudo - una volta solida (in ebraico raqià) dello spessore di pochi pollici, che Ezechiele definisce una superficie di ghiaccio.

Nella traduzione latina il vocabolo raqià verrà reso con firmamentum, ossia "sostegno", poiché esso sostiene la grande massa delle "acque superiori". Dunque, tra il cielo di fuoco e il firmamento ghiacciato si trova "il ricettacolo della pioggia e della grandine" Giobbe (38, 22) che Dio ha diviso, nella creazione, dalle acque inferiori (Genesi 1,6-7), cioè dai mari, che a loro volta formano i fiumi.

Il firmamento è sostenuto da quattro montagne e ha delle aperture (cateratte) per l'uscita della pioggia e della grandine, con saracinesche manovrate dalla mano di Dio. Sotto di esso, a livello dei monti, vi sono i serbatoi dei quattro venti (Geremia 10,13; Daniele 8,8) anch'essi regolati da Dio.

Al firmamento sono appesi, come lampade, i corpi celesti, tutti alla medesima distanza dalla Terra, che secondo la Mishnà (tradizione orale codificata nel I secolo d.C.) equivale ad un viaggio di 500 anni, e la maggior o minore luminosità degli astri dipende solo dalla loro differente grandezza.

Questa concezione delle acque celesti compare anche nella riflessione cristiana antica. Basilio (329-379) nelle sue Omelie sostiene che la acque superiori sono state create da Dio per mantenere fresco il cielo sidereo e anche la Terra, e impedire che siano arsi dal fuoco dell'empireo.

Severiano, vescovo di Cabala (+ 408), condivide il parere di Basilio e aggiunge che per questo motivo le acque sono ghiacciate. Sant'Agostino (354-430) ha qualche dubbio in proposito, ma lo risolve disinvoltamente: "Dicono taluni che l'acqua per sua natura non può stare sopra il cielo, ma data l'onnipotenza di Dio è necessario credere che ciò avvenga. Se Dio volesse che l'olio restasse sotto l'acqua, ciò avverrebbe" (De Genesi).

La terra, il mare e il mondo sotterraneo

Il mare, attorniante la terra, incuteva un certo timore agli ebrei: “Quelli che scendono al mare nelle navi, facendo commercio su vaste acque, sono quelli che hanno visto le opere di Geova e le sue meravigliose opere nelle profondità; come egli dice [la parola] e fa sorgere un vento tempestoso, così che fa levare le sue onde. Salgono ai cieli, scendono alle profondità. A causa della calamità la loro medesima anima si strugge. Vacillano e si muovono in maniera instabile come un ubriaco, e anche tutta la loro sapienza è confusa”. - Sl 107:23-27, TNM.

Gli ebrei pensavano che all’estremità del mare vi fossero “le isole delle nazioni”: “La popolazione delle isole delle nazioni si sparse nei loro paesi, ciascuno secondo la sua lingua, secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni”. - Gn 10:5, TNM. “Non sobbalzeranno le isole?”. - Ez 26:15, TNM.

Più oltre, gli ebrei pensavano ci fossero le “montagne eterne”: “Colli di durata indefinita”. - Dt 33:15, TNM. “I monti eterni furono frantumati; i colli di durata indefinita si inchinarono”. - Ab 3:6, TNM.

Queste “montagne eterne” erano dette anche “colonne del cielo”: “Le medesime colonne del cielo si scuotono”. - Gb 26:11, TNM. Nella concezione dell’epoca, queste “colonne del cielo” sostenevano la solida volta del firmamento.

Sotto la terra si trova una specie di carcere sotterraneo (sheòl) destinato ad accogliere i trapassati: “Le vie dello Sceol sono la sua casa; scendono alle stanze interne della morte”. - Pr 7:27, TNM; cfr. Ez 26:19,20; Is 14:9.

La rappresentazione del mondo sotterraneo non è soltanto geografica, ma anche religiosa: la discesa sotto la terra indica la separazione dalla vita, dalla luce e dalla comunità dei viventi.

Immagini diverse della forma della terra

Questa cosmologia non è però sempre consistente: talora la pioggia viene fatta scendere dalle nubi esistenti in cielo. - Dt 33:26; Gb 36:27 e sgg.

Talora la terra, anziché essere presentata come disco, è ritenuta un quadrilatero con quattro angoli: “Certamente alzerà un segnale per le nazioni e raccoglierà i dispersi d’Israele; e radunerà gli sparsi di Giuda dalle quattro estremità della terra”, “Dall’estremità del paese”. - Is 11:12;24:16, TNM.

Anziché farla poggiare su colonne, a volte si è anche pensato che fosse sospesa nel vuoto: “Fa scuotere la terra dal suo luogo, così che le sue medesime colonne vacillano”. - Gb 9:6, TNM. “Egli distende il nord sullo spazio vuoto, sospende la terra sul nulla”. - Gb 26:7, TNM.

Si vede quindi come la presentazione biblica del cosmo sia ben diversa dall’attuale, meglio conosciuta oggi grazie alla cosmonautica e alla ricerca spaziale. Dovrebbe anzi farci riflettere il fatto che nella Bibbia vi sono varie presentazioni cosmologiche, anche presso il medesimo autore.

A meno di tacciarlo d’incongruenza e di controsenso, occorre concludere che egli non dava eccessiva importanza alle sue affermazioni cosmologiche, che spesso erano solo dei dati poetici per meglio sottolineare il suo insegnamento spirituale.

Di esse si serviva secondo le concezioni del tempo, quale mezzo espressivo per formulare verità spirituali riguardanti Dio, la sua potenza e il suo intervento nella storia umana.

Il sole e la luna nella Bibbia

Entro la volta celeste vagano gli astri tra cui anche il sole che gira attorno alla terra: “È come lo sposo [il sole] quando esce dalla sua camera nuziale; esulta come un uomo potente per correre nel sentiero. Da un’estremità dei cieli è la sua uscita, e il suo giro [completo] è fino alle loro [altre] estremità; e non c’è nulla di nascosto al suo calore”. - Sl 19:5,6, TNM.

“Anche il sole ha rifulso, e il sole è tramontato, e viene ansimando al suo luogo da dove rifulgerà”. - Ec 1:5, TNM. Essendo la Terra immaginata un disco piatto, anche gli Ebrei come gli altri popoli antichi risolvevano il problema del tramonto del Sole pensando che di notte attraversasse gli abissi sotterranei (Salmi 19,6-7).

Ma l'astro per eccellenza era naturalmente il Sole, creato da Dio dopo la luce, unitamente alla Luna, nel quarto giorno della creazione (Genesi 1,14) e che Dio a propria volontà poteva anche fermare nel suo cammino, come infatti avvenne, pregato da Giosué, onde permettergli di continuare la strage degli Amorriti (Giosué 10,12-13).

Quando leggiamo nella Scrittura che Giosuè ordinò al sole: “Sole, fèrmati!” e che “il sole si fermò in mezzo al cielo e non si affrettò a tramontare per quasi un giorno intero” (Gs 10:12,13), non occorre che il nostro animo si ponga domande fuori luogo.

Ma il sole si fermò o no? Quel giorno fu più lungo degli altri oppure no? Questa domanda non ha senso. E il porla denota, per l’ennesima volta, che della Bibbia non si è compreso molto se si continua a leggerla con mente occidentale.

Le domande corrette - di fronte ad un testo che ci crea difficoltà - sono sempre due: Siamo sicuri di intendere il testo come lo intendevano gli ebrei nella loro mentalità semitica? Cosa significavano per loro quelle parole? Siamo sicuri della traduzione che è stata fatta del testo originale?

Accadde che il popolo di Israele fu soccorso da Dio. Questo accadde. E il sole? E la durata di quel giorno? Non ci interessa indagarlo astronomicamente.

Non è quello il messaggio di Gs 10. Il messaggio è: “Il Signore combatteva per Israele” (v. 14).

La luce come immagine divina

Il Cielo è per gli Ebrei, e quindi per i cristiani, la parte più eccelsa dell'universo, al di là dello spazio, sede della divinità. Esso è puro splendore, e la parola Luce ricorre spesso nell'Antico e nel Nuovo Testamento per indicare Dio e la sua dimora.

Il profeta Ezechiele, vissuto nella deportazione a Babilonia, scrive di aver visto in estasi il Cielo come un immenso fuoco ardente al cui centro era il trono di Dio sorretto da quattro Esseri che, come gli dei astrali babilonesi, avevano aspetto di animali, fomiti di ali e di mani d'uomo.

Di qui l'idea dei cherubini, plurale di karub, dall'arcadico karubu, protettore, raffigurati sull'Arca dell'alleanza, a cui la mitologia cristiana si ispirerà per simboleggiare i quattro evangelisti.

Il cielo, nella prospettiva biblica, non è soltanto un luogo fisico situato sopra la terra: è anche il simbolo della trascendenza, della presenza divina e della luce che irrompe nella storia umana.

Stelle, pianeti e “milizia dei cieli”

Già altri popoli conoscevano bene le costellazioni, mentre gli Ebrei avevano al proposito nozioni piuttosto vaghe. La "milizia" dei cieli (tsebà) era per essi misteriosa (Salmi 147,4), sebbene, almeno fino ai tempi del re Giosia (640-609 a.C.), a quanto attestano numerosi passi della Bibbia, gli Ebrei avessero continuato a praticare il culto degli astri e alcuni re di Giuda, dopo la separazione da Israele, avessero ufficialmente eretto loro altari.

Un cenno alla venerazione di Saturno è anche nell'opera cristiana Atti degli apostoli (7,43) e il nome di quell'antico dio (in ebraico Shabbataj) ha lasciato un ricordo nel nome e nella solennità del Sabato, rispettata persino da Jahve, cessando il lavoro dopo i sei giorni della creazione.

Gli Ebrei non facevano distinzione tra stelle e pianeti, ma di questi solo tre sono citati nell'Antico Testamento: Saturno, che gli Atti degli apostoli chiamano col nome persiano Kaivan o Refan; più frequentemente è nominata la Luna, e una o due volte Helel, "il dio dell'aurora" (lsaia 14,12) l'egiziana "stella del mattino" ossia Venere.

Venere è però tutt'altra cosa dalla Venere del tramonto, e dai Romani era detta Lucifero (portatore di luce), poi identificato dai Padri della Chiesa con Satana, l'angelo (o Dio?) cacciato da Jahve.

Nel linguaggio biblico, gli astri possono essere presentati come elementi della creazione, come oggetti di ammirazione, come potenze simboliche oppure come falsi dèi contro i quali si rivolge la critica profetica.

Le costellazioni nominate nella Bibbia

Delle costellazioni sono nominate soltanto, nei libri di Amos e di Giobbe, il Kimal, il Kesil, che probabilmente corrispondono alle Pleiadi e a Orione, molto note agli antichi poiché la loro apparizione segnava l'inizio o la fine della stagione delle piogge.

Giobbe cita anche l'ash, che la versione greca dei Settanta traduce con Espero, la Vulgata latina con Arcturum, e più esattamente quella italiana con Orsa, dato che l'identica parola ash anche in arabo significa Orsa.

Nome biblicoPossibile identificazioneTesti associati
KimalPleiadiAmos e Giobbe
KesilOrioneAmos e Giobbe
AshOrsaGiobbe
HelelVenere, “stella del mattino”Isaia 14,12

Lo zodiaco e le stagioni

Solo dopo il 538 a.C. si conobbe lo Zodiaco, costruito per la prima volta in quell'anno dai Babilonesi. Prima di allora i Babilonesi stessi fissavano le stazioni solari in corrispondenza di 36 stelle o costellazioni, divise in gruppi di tre per ciascun mese.

I simboli degli asterismi del nuovo Zodiaco corrispondevano a quelli attuali, eccetto il Capricorno, che era detto Cinghiale, e la Vergine, chiamata Spiga (nome rimasto ancora oggi alla sua stella α) rappresentata come una fanciulla con due spighe in mano.

La tradizione mesopotamica è ben visibile in un mosaico della sinagoga di Bethalpha: in esso le spighe della Vergine sono sintetizzate in due elementi decorativi ai fianchi della figura, mentre ritorneranno esplicite nelle raffigurazioni cristiane, diventando infine attributi della Madonna.

Prima di conoscere le stazioni zodiacali del Sole, gli Ebrei ne dividevano il corso annuale soltanto nei quattro momenti degli equinozi e dei solstizi, e anche a questi attribuivano significati religiosi.

Per questo, Gesù Cristo verrà fatto nascere il 25 dicembre, quando il Sole, cessando il solstizio, ha ripreso il suo cammino ascendente. Comunque il culto ebraico per i due solstizi è rimasto nel cattolicesimo: il solstizio d'inverno corrisponde alla nascita di San Giovanni evangelista, quello d'estate, in cui il Sole ricomincia a discendere, è invece la natività di Giovanni Battista.

Infatti nel Vangelo si fa dire al Battista: "Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca" (Gio.3,30).

I punti cardinali e il corso del sole

Secondo la rivoluzione diurna del Sole, gli Ebrei derivavano i punti cardinali: mizrach, il levante; jam, il mare, e quindi l'occidente; tsafon, le tenebre, il nord; darom, la zona illuminata, il sud (Genesi 13,14).

Ma per la sacralità che aveva l'Oriente nel culto del Sole, a cui sempre si rivolgevano nella preghiera sia gli Ebrei che i primi cristiani, l'Est era il punto cardinale di riferimento, era il qedem, il davanti, e di conseguenza l'Ovest era l'achor, il di dietro, il Nord era semol, a sinistra, e il Sud theman, a destra.

Questa terminologia mostra come l’orientamento geografico fosse legato all’esperienza quotidiana del sorgere del sole e, nello stesso tempo, alla direzione simbolicamente associata alla luce e alla sacralità.

Eclissi e oscuramento degli astri

Gli astronomi babilonesi già sapevano prevedere le eclissi, quali effetto di cause naturali, mentre gli Ebrei le accoglievano ogni volta come una novità, e con spavento, in quanto segni dell'ira divina.

I profeti approfittavano di questa superstizione per annunciare terribili oscuramenti futuri del Sole e della Luna, allorché Dio avrebbe deciso di porre fine all'umanità per i suoi peccati.

L'interpretazione apocalittica delle eclissi sarà accolta anche dagli evangelisti, per immaginare un'eclissi totale al momento della morte di Gesù, e di nuovo, naturalmente, alla fine del mondo.

In questo contesto, l’oscuramento del sole e della luna non svolge necessariamente la funzione di una descrizione astronomica precisa, ma comunica l’idea di una crisi cosmica e di un intervento divino decisivo.

La stella di Betlemme

La stella di Betlemme è uno dei più noti riferimenti astronomici del Nuovo Testamento. Il Vangelo di Matteo racconta: «Alcuni magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Matteo, 2,1-2).

Gli antichi astronomi babilonesi - chiamati anche magi - avevano previsto una congiunzione dei pianeti Giove e Saturno intorno al 6 a.C. e che questa particolarissima configurazione si sarebbe manifestata nell’area del cielo corrispondente alla costellazione dei Pesci.

Eventi come questi di solito annunciavano la nascita di un personaggio che avrebbe cambiato per sempre i destini dell’umanità. Altri pensano che si trattasse della cometa di Halley apparsa tra i 12 e l’11 a.C., che però rappresenta una data improbabile per la nascita di Gesù.

Il problema di fondo è che nessuna di queste ipotesi tiene conto del fatto che il vangelo parla semplicemente di una stella, in greco aster. In generale, le luci del firmamento (cfr. Genesi, 1,14-19) e certamente non se ne aveva la precisa cognizione scientifica che abbiamo noi oggi.

Ecco perché qualsiasi fenomeno luminoso che appariva in cielo poteva essere chiamato stella. La tesi di una congiunzione tra Giove e Saturno appare così la più probabile, perché potrebbe aver prodotto un’intensa luminosità dovuta a una specie di fusione tra le luci emesse dai pianeti.

È quanto potrebbero aver visto gli astronomi chiamati magi intorno al 6 a.C. e aver poi calcolato che la zona del cielo corrispondente a questo singolare fenomeno corrispondeva alla Giudea.

Simboli Pianeti: La Stella Del Mattina: La Storia di Venere

La profezia della stella e l’interpretazione astronomica

Per alcuni la comparsa dell’astro a Betlemme rappresenterebbe il compimento della profezia contenuta nel libro dei Numeri: «Lo vedo, ma non ora; lo intravedo, ma non da vicino. Una stella spunterà da Giacobbe, uno scettro si leverà da Israele» (24,17).

L’astro in cielo coincide perciò con la nascita di un re e potrebbe essere una semplice proiezione della nascita di Gesù mutuata dall’Antico Testamento. In poche parole, una stella non sarebbe mai apparsa a Betlemme nel luogo dove nacque Gesù.

Stavolta, però, è difficile capire il motivo per cui i primi cristiani abbiano scelto proprio questa immagine per parlare della nascita di Gesù. Secondo me, la spiegazione più logica è che si verificò qualche strano fenomeno astronomico nel quale si riconobbe poi il compimento della profezia contenuta nell’Antico Testamento.

La tesi della congiunzione planetaria di Giove e Saturno che sarebbe avvenuta intorno al 6 a.C. è veramente plausibile, poiché fu formulata non solo dai magi, ma anche dal grande matematico ed astronomo Keplero, nel 1603.

Il problema è solo uno: il Vangelo parla di una singola stella. Ma cosa intendevano i primi cristiani con questo termine?

Astrologia, libertà umana e influsso degli astri

Questa strana coincidenza solleva molti quesiti sul rapporto tra ciò che avviene in cielo e ciò che invece accade sulla terra. L’interrogativo di fondo, antico e nuovo, è il seguente: le configurazioni astrali influenzano la vita degli uomini?

In altre parole, era già stato prestabilito dalle stelle che Gesù sarebbe nato in Giudea e proprio in quell’anno? A questa domanda gli astrologi più avveduti citano la frase attribuita a Tommaso d’Aquino: Astra inclinant sed non necessitant, ossia gli astri influenzano, ma non determinano.

Infatti, gli astrologi in genere citano questa frase per controbattere alla diffidenza della Chiesa cattolica nei confronti dell’astrologia. Bisogna anzitutto capire cosa pensava Tommaso dell’astrologia.

Nell’antichità si pensava che Dio potesse governare i corpi inferiori - tra cui gli esseri umani - mediante i corpi celesti. Tuttavia le stelle e i pianeti non possono esercitare alcuna influenza sull’intelligenza o sul libero arbitrio umani.

Di qui Tommaso sviluppò la sua teoria secondo la quale solo l’uomo che si lascia trascinare dalle passioni del proprio corpo può subire l’influsso astrale. Chi, invece, le domina attraverso la ragione sarebbe libero da qualsiasi influsso esterno, astri compresi.

Così dicendo, però, ammette una certo influsso degli astri sull’uomo. È in tale contesto che va inserita la frase attribuita a Tommaso: gli astri influenzano (l’uomo), ma non determinano (il suo comportamento).

Se proviamo ad applicare questa teoria al caso della stella di Betlemme, noteremo subito che gli astri non possono annunciare un evento storico sulla terra.

La stella di Betlemme come simbolo

Del resto, solo l’evangelista Matteo parla di una stella che apparve nei cieli della Palestina intorno al 6 a.C. Luca, per esempio, non menziona una stella, bensì dice che i pastori - non i magi - andarono a far visita a Gesù bambino, guidati da un angelo circonfuso di luce (2,9).

Ancora una volta ci imbattiamo dunque in un fenomeno che, aldilà del dato astronomico o astrologico, è compreso nella sua piena verità attraverso ciò che esso simboleggia.

Per diversi popoli dell’antichità, il cielo era una specie di tenda, mentre le stelle erano viste come delle aperture da cui filtrava la luce. Esattamente ciò che appare ai pastori che si recano a Betlemme.

Si dice, infatti, che quella luce era la gloria (cfr. Luca 2,9). Ebbene, il termine gloria - in greco doxa - nel Nuovo Testamento indica il mondo misterioso e luminoso di Dio (cfr. anche Ezechiele 1,28).

I magi la chiamano stella, i pastori vedono un angelo luminoso. Questa sovrapposizione di immagini è presente anche nel Vangelo apocrifo dell’infanzia arabo siriaco - del vi sec. d.C. - dove si legge: «[una volta giunti sul luogo della nascita] in quello stesso momento apparve loro un angelo, sottoforma di quella stella che prima era stata loro guida nel viaggio».

Le interpretazioni medievali della stella di Betlemme sanno esprimere simbolicamente ciò che il Vangelo di Matteo e di Luca vogliono comunicarci aldilà della diversità delle immagini usate.

Qui come là qualcosa del mondo di Dio (la luce) comunica (l’angelo) con il mondo dell’uomo. Si tratta dello stesso mondo da cui era venuto il messaggio diretto a Mosè e da cui proviene anche l’indicazione del luogo dove nascerà Gesù di Nazareth.

Il mondo luminoso di Dio si fa sentire. Ancora una volta, questa misteriosa ed eccezionale comunicazione tra le due dimensioni avverrebbe dunque in momenti cruciali della storia umana.

Cosmologia biblica e conflitto

La cosmologia dell’Antico Testamento è sostanzialmente quella di Genesi 1, un cosmo ordinato da Dio e dichiarato “buono” o “molto buono.” Tuttavia, in alcuni passaggi emergono indizi velati in cui l’atto creativo di Dio è interpretato anche in termini conflittuali, generando un mondo caratterizzato dalla lotta.

Infatti, il quinto giorno vede la creazione di mostri marini, chiamati tanninim (תַּנִּינִים), che in seguito sono associati a draghi mitologici come Rahab (Is 51,9; Sal 89,10) e Leviathan (Gb 3,8; 41,1-34).

Questi esseri diventano avversari cosmici di Yahweh in diversi passaggi dell’Antico Testamento. Il tema della lotta contro le acque e contro le creature marine conserva quindi tracce di immagini mitologiche presenti nell’ambiente culturale dell’antico Vicino Oriente.

Nel sesto giorno, Dio crea animali terrestri di ogni genere e dichiara che tutto è “buono.” Tuttavia, la tradizione biblica non sostiene una creazione vegetariana, ma una creazione buona che comprende anche animali predatori, come evidenziato da vari passaggi che esaltano il ruolo dei predatori nell’ecosistema.

In conclusione, l’Antico Testamento presenta un cosmo creato da Dio, ordinato e dichiarato buono, ma con sfumature di conflitto e lotta, soprattutto quando si parla di creature marine mitologiche e degli animali predatori.

Il cosmo biblico e le cosmologie del mondo antico

La cosmologia celtica ad esempio le informazioni sono frammentarie ma suggeriscono un focus sul tempo ciclico, con un Altromondo rispecchiato e connesso con questo nostro mondo . La natura aveva un significato profondo, con alberi come la quercia visti come pilastri sacri che collegavano i due regni.

La cosmologia norrena ( Vichinghi) era incentrata su Yggdrasil, un albero gigante che collegava mondi diversi. Questi regni includevano Asgard (casa degli dei), Midgard (il mondo umano) e Jotunheim (terra dei giganti).

In oriente l'antica cosmologia indiana è radicata principalmente nell'induismo dove offre una visione vasta e intricata dell'universo. Il Tempo è ciclico e l'universo subisce cicli infiniti di creazione, conservazione e distruzione, governati dal divino.

Loka è il concetto di di diversi regni o piani di esistenza. L'idea più comune è il Triloka, composto da Bhuloka (Terra), Bhuvaloka (atmosfera) e Swargaloka (cielo).

Greci e Romani avevano eleborato cosmologie fortemente influenzate dall'astronomia mesopotamica ed avevano sviluppato un approccio più oggettivo : discutevano sulla forma della Terra (alcuni la credevano sferica) e collocavano gli dei sul Monte Olimpo, quindi non in un altromondo, in un regno separato.

Il confronto con queste tradizioni mostra che la visione biblica appartiene al più ampio mondo culturale dell’antichità, ma se ne distingue per il ruolo centrale attribuito a un unico Dio creatore e ordinatore del cosmo.

Il microcosmo e il macrocosmo

« Il modo forse più semplice e basilare di considerare l’uomo come microcosmo è quello di considerarlo come costituito dagli stessi elementi componenti il cosmo».

L'idea dell'uomo come microcosmo è presente in forma embrionale già presso Anassimene (VI sec. a.C.), il quale considerava l’anima umana come il fiato che mantiene in VITA il corpo e questa stessa aria è quella che sostiene l’universo.

Fiato // aria è inteso come Principio ἀρχή - arkè di tutto. Sarà, tuttavia Empedocle a sviluppare il microcosmismo: nella sua teoria, infatti, i quattro elementi che saranno poi considerati “classici”, cioè terra, acqua, aria e fuoco, e che lui definisce “radici” (ῥυζώματα), sono i componenti fondamentali di ogni cosa, quindi non solo dell’uomo, ma anche dello Sfero ( o Kosmos ).

Le quattro “radici” cosmiche - letteralmente o metaforicamente - si rispecchiano nell' uomo- microcosmo e nel corpo umano sono rappresentate dalla carne ( terra), dai fluidi (sangue in primis, corrispondenti all’acqua), dal respiro (aria) e dal calore corporeo (fuoco).

Secondo un’altra interpretazione più elaborata di questa teoria microcosmistica, quella di Aristotele, l’uomo partecipa della natura del resto del cosmo non solo per quanto riguarda gli elementi fisici, nel senso empedocleo, ma anche dal punto di vista psichico.

Con il corpo, egli è partecipe della solidità dei minerali, inoltre condivide con le piante facoltà quali la nutrizione e la riproduzione, mentre con gli animali condivide i sensi, le passioni e la capacità di movimento.

Ciò che lo distingue e che lo pone sopra gli altri esseri è l’attività che è a lui peculiare, vale a dire quella intellettuale.

Nel corso della tarda Antichità e soprattutto nell’alto medioevo, infatti, si renderà sempre più complesso un sistema di corrispondenze che porrà in relazione alle quattro “radici” empedoclee (terra, acqua, aria e fuoco) non solo i quattro umori (bile nera, flemma, sangue e bile gialla) e i temperamenti relativi (melanconico, flemmatico, sanguigno e collerico), ma anche quattro diversi abbinamenti delle qualità di caldo, freddo, secco e umido, nonché le stagioni dell’anno, le età dell’uomo , e così via.

In genere, secondo questa interpretazione, l’uomo si ritrova ad occupare la posizione centrale, quale mediatore fra cielo e terra.

La melotesia zodiacale e planetaria

La melotesia - che significa letteralmente «disposizione delle membra»- è un tipo particolare di microcosmismo. Con questo termine , si intende una rete di corrispondenze fra i diversi elementi celesti e terrestri del cosmo.

Si parla di “melotesia zodiacale” come di una presunta corrispondenza biunivoca fra una parte del corpo umano da un lato e dall’altro una costellazione, quasi sempre dello Zodiaco.

Si parla di “ melotesia planetaria” come di una presunta corrispondenza biunivoca fra una parte del corpo umano da un lato e dall’altro un pianeta in una sequenza che associa l’Ariete al capo, il Toro al collo, i Gemelli alle braccia e così via fino alla costellazione dei Pesci, posta in relazione con i piedi.

Per “pianeti”, in generale, si intenderanno i cinque pianeti visibili ad occhio nudo dell’astronomia premoderna, nell’ordine: Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno.

La simpatia cosmica

« La simpatia è la profonda comunanza e armonia di tutte le cose in quanto costituite dall’unico Principio Cosmico.

Nelle filosofie antiche il concetto di simpatia inteso come azione reciproca tra le cose o loro capacità di influenzarsi a vicenda acquista cittadinanza filosofica principalmente con lo stoicismo.

Dallo stoicismo, specialmente per opera di Posidonio, il concetto passa al neoplatonismo di Plotino, che nelle Enneadi sviluppa l’idea dell’Universo come organismo animato, ogni parte del quale influisce sulle altre ed è soggetta al loro effetto non per un’azione meccanica, ma in virtù della simpatia reciproca.

Plotino utilizzò il principio cosmico della simpatia per spiegare la possibilità della magia, dell’astrologia e delle profezie paragonandolo a «un’unica corda tesa che quando viene toccata ad un capo trasmette anche all’altro capo il movimento».

A questa interpretazione della simpatia come Principio Cosmico si affiancava già nell’antichità un’interpretazione di tipo fisiologico.

Nello scritto di Ippocrate Sul nutrimento, il concetto viene utilizzato per designare la cooperazione funzionale di tutte le parti del corpo.

Analogamente Galeno, nel contesto della teoria degli umori mutuata da Ippocrate, definiva la simpatia come "malattia di un organo causata dalla malattia di un altro organo".

Il Logos e l’ordine del cosmo

Nello stoicismo il termine Lògos ( Calcolo , Discorso, Ragione, Disegno, Progetto.) era talmente importante da aver ispirato una "filosofia del Logos".

Cleante, richiamandosi ad Eraclito, afferma : il Logos spermatikòs, la "Ragione seminale" , è il Principio Vivente ed attivo (poioun) - che si diffonde nella materia inerte - animandola - e portando alla vita i diversi enti.

Dal punto di vista fisico il Logos è identificato col fuoco, che contiene in sé le diverse "ragioni seminali" individuali. Analogamente l'anima dell'uomo è il suo Principio Vivente ed attivo, il Logos spermatikòs, la "Ragione seminale" che dà vita, forma alla materia di cui è composto il corpo, che è la stessa di cui è composto il cosmo.

Aristotele afferma che ogni ente è materia-forma: la materia non potrebbe sussistere senza una forma, e quindi senza un dio che, in quanto Atto puro, è la Causa prima dello strutturarsi della materia in un certo modo.

Dio è l’Anima della materia quindi è l’Anima del Mondo. Il Logos non è semplice corporeità, ma è la radice di ogni corporeità: è un Pensiero che, nel pensare se stesso, pensa e crea anche l'universo, in un'unità inscindibile di spirito e materia.

Il Logos è presente in tutte le cose, dalle più grandi alle più piccole, dalle cose terrestri alle stelle garantendo così l'unità razionale dell'intero cosmo.

In virtù di questo Principio tutto l'universo risulta concepito come un unico grande organismo, regolato da intime connessioni fra le sue parti.

I sette cieli

La cosmografia tradizionalmente attribuita ad Aristotele non è opera di lui solo ma è il risultato di una graduale evoluzione, che parte, anch’essa come la cosmologia biblica, da Babilonia.

Furono i Babilonesi, infatti, a immaginare, probabilmente per primi, il cielo suddiviso in sette diverse sfere concentriche, ognuna dedicata a un pianeta-divinità.

La scuola pitagorica elaborò il modello babilonese e lo arricchì con speculazioni aritmetiche e musicali e successivamente lo schema dei sette cieli planetari sarà attestato presso importanti autori greci del IV sec. quali l’astronomo Eudosso di Cnido, nonché Platone ed Aristotele.

I cieli sono tre, oppure, nel giudaismo più tardivo, sette (Testamento di Levi 3). A quale idea aderisce Paolo? In 2Cor 12:2 egli dice di essere stato rapito in estasi “al terzo cielo”.

Forse aderiva alla seconda idea; egli, infatti, identifica il “terzo cielo” con il “paradiso” (v. 4), che era diverso dal cielo divino.

Nel Timeo di Platone, la tripartizione fra corpo, anima e intelletto dell’uomo corrisponde ad una analoga tripartizione a livello cosmico: Mondo, Anima del mondo e Intelletto.

La struttura dell'anima dell'uomo, divisa in sette circoli, rispecchia, anche nelle proporzioni numeriche, quella dell’Anima del mondo, divisa in sette sfere.

Dalla cosmologia biblica alla cosmologia cristiana medievale

Per diversi secoli i Padri della Chiesa difenderanno con accanimento le idee astronomiche dell'Antico Testamento, condannando come false ed eretiche tutte le altre ipotesi.

Per essi, la Terra è un disco piatto, immobile al centro dell'Universo, formato dai quattro elementi (terra, aria, acqua e fuoco); il firmamento o cielo sidereo una cupa solida e fredda come ghiaccio, perciò detta anche cielo cristallino; sul firmamento le acque sopracelesti; sopra di queste l'empireo, tutto luce, fuoco e calore.

Le spiegazioni diverse vengono confutate con argomentazioni a volte stupefacenti per la loro ingenuità. "Come si può credere ai filosofi greci - scrive Lattanzio (250-325) - che immaginano il cielo rotondo e la Terra simile a una sfera, con antipodi in cui pure si innalzano monti e si distendono pianure e mari? Come potrebbero gli uomini camminare con la testa all'ingiù?"

Oltre un secolo dopo, il monaco egiziano Cosma nella sua Topographia christiana dà questo quadro dell'Universo: la forma dell'Universo può essere capita solo esaminando il disegno del tabernacolo che Mosé costruì nel deserto.

La cortina equivale al firmamento; la tavola della presentazione dei pani rappresenta la Terra, la quale è pertanto piana e rettangolare; le pareti del firmamento sono quattro piani perpendicolari che poggiano sulla Terra al di là dell'Oceano, e il loro tetto, cioè il firmamento è semicilindrico.

In esso il Sole, la Luna e le stelle sono trasportate da angeli; a nord c'è un'immensa montagna conica che sale dalla Terra al Cielo, e dietro di essa il Sole trascorre la notte.

Fino al secolo XIII l'autorità delle Sacre Scritture è ancora così impegnativa, che anche persone di grande ingegno, pur accettando, attraverso la mediazione degli Arabi, l'astronomia aristotelica, non riescono a liberarsi dal problema delle "acque superiori".

Non possono fare a meno di aggiungere un nono cielo, l'Empireo, sede di Dio, o Primo mobile, secondo la concezione tolemaica.

Il simbolismo dell’uovo cosmico

Intanto si fa strada tra gli autori cristiani un curioso simbolismo per rappresentare l'Universo. L'uovo, che già nel culto di Dioniso era un simbolo solare: il tuorlo (Sole), l'albume (l'etere in cui esso si muove), il guscio (l'eclittica), e come tale è passato nell'usanza cristiana delle uova pasquali, venne allora assunto anche come modello dell'Universo.

Secondo Abelardo, e poi Guglielmo di Conches (a metà del secolo XII), la Terra è il tuorlo, l'Oceano intorno è l'albume, l'aria è la pellicola dell'uovo, e la sfera del fuoco è il guscio.

Onorio di Autun, contemporaneo di Guglielmo di Conches, dice invece nel suo De imagine mundi: il cielo è il guscio, l'etere è l'albume, l'aria è il tuorlo, la Terra e la goccia di grasso che si trova nel tuorlo.

Sono anche interessanti alcune etimologie dello stesso Onorio: il cielo si chiama così perché assomiglia a un recipiente celato, cioè coperto di stelle; le costellazioni derivano il loro nome latino sidera dalla considerazione in cui sono tenute dai naviganti e dai viaggiatori.

La Bibbia e la scienza moderna

Occorre essere onesti. Se usiamo l’argomentazione del tutto giusta che la Bibbia non è un libro di scienze, dobbiamo usarla fino in fondo.

Questo comporta che non dobbiamo pretendere, secondo la moderna visione occidentale delle cose, che tutto quanto scritto nella Bibbia sia assolutamente in armonia con la scienza attuale.

La Scrittura non ha per nulla bisogno di questa difesa da parte nostra. Voler forzare il testo biblico per dimostrare che la Bibbia sia “moderna” e che sostenga la vera scienza è un sintomo che caratterizza una fede malaticcia.

Il vero intendimento della Scrittura deve partire dal presupposto che - proprio perché la Bibbia non è né un trattato di scienza né un libro di storia - Dio parla all’umanità, e lo fa impiegando esseri umani che, ispirati, mantengono pur sempre non solo la loro mente, ma anche la loro mentalità.

Occorre però semplicemente capire che gli scrittori della Bibbia si esprimono secondo la mentalità del tempo. Questo fatto non tocca minimamente il messaggio biblico.

Questa cosmologia non è per niente un trattato astronomico in linea con le più recenti scoperte scientifiche né, tanto meno, le anticipa. Non è neppure una negazione dell’astronomia che possa essere presa a dimostrazione che la Bibbia sbagli.

Niente affatto. È solamente un’indicazione di ciò che la gente del tempo credeva.

Tuttavia le scoperte più recenti non possono servire per denigrare la Bibbia, la quale aveva qualcosa di ben più importante da insegnarci.

La lettura astronomica della Bibbia richiede quindi attenzione al genere letterario, al contesto storico e al linguaggio simbolico: il cielo biblico è insieme scenario cosmico, immagine della trascendenza e strumento per parlare dell’azione di Dio nella storia.

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