La lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis, pubblicata da papa Francesco il 19 giugno 2023 nel quarto centenario della nascita di Blaise Pascal, presenta il filosofo, matematico, fisico e teologo francese come un “compagno di strada” nella ricerca della vera felicità e nella scoperta del rapporto tra ragione, fede, verità e carità.
“Grandezza e miseria dell’uomo” formano il paradosso che sta al centro della riflessione e del messaggio di Blaise Pascal, nato quattro secoli fa, il 19 giugno 1623, a Clermont, nella Francia centrale. Papa Francesco dedica la Lettera apostolica all’opera del filosofo e teologo francese, nel quarto centenario dalla nascita, definendolo “un compagno di strada che accompagna la nostra ricerca della vera felicità” e “il nostro riconoscimento umile e gioioso del Signore morto e risorto”.
Origine e significato della lettera apostolica
Nel quarto centenario della nascita di Blaise Pascal, il 19 giugno 2023, papa Francesco dedica una Lettera apostolica allo scienziato e filosofo che, più di ogni altro, ha saputo introdurre, nel dibattito della modernità, la questione radicale della condizione umana di fronte all’infinito e al nulla. La lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis è stata pubblicata il 19/6/2023.
La lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis non si prefigge certo di offrire un’esposizione organica del pensiero di Pascal, ma di considerare la straordinaria rilevanza della sua riflessione per il vissuto e l’intelligenza di fede dell’uomo contemporaneo, facendone risaltare la sorprendente attualità. Pascal si presenta, in questa riflessione, come un uomo che, sin da bambino, compie un cammino di ricerca della verità attraverso le vie maestre della conoscenza: la scienza, la filosofia e la fede.
Si tratta di un uomo che invita i cristiani del nostro tempo, ma non solo, alla ricerca della vera felicità. “A quattro secoli dalla sua nascita, Pascal rimane per noi il compagno di strada che accompagna la nostra ricerca della vera felicità e, secondo il dono della fede, il nostro umile e gioioso riconoscimento del Signore morto e risorto”, esordisce Francesco.
La Sublimitas et miseria hominis, infatti, ci indica il viaggio di un uomo alla ricerca del vero, della giustizia, dell’amore. Essa ci indica al contempo un paradigma dell’umano che osa andare oltre una certa, diffusa, cultura del «gioco al ribasso», quella stessa cultura che rigetta fuori, da un lato, la complessità della realtà proiettandola in una sorta di metaverso e, dall’altro, la fatica del pensiero, sostituendo l’esercizio della ragione con la velocità di un algoritmo.
Blaise Pascal: una vita breve, una ricerca inesauribile
Blaise Pascal nacque il 19 giugno 1623 a Clermont, nella Francia centrale, e morì a soli 39 anni il 19 agosto 1662 a Parigi. Filosofo e matematico francese, Pascal visse nel XVII secolo. Una vita breve, solo 39 anni, ma ricca di scoperte, intuizioni, progetti.
Fin da bambino e per tutta la vita egli ha cercato la verità. Con la ragione ne ha rintracciato i segni, specialmente nei campi della matematica, della geometria, della fisica e della filosofia. Ha fatto precocemente scoperte straordinarie, tanto da raggiungere una fama notevole.
Ma non si è fermato lì. In un secolo di grandi progressi in tanti campi della scienza, accompagnati da un crescente spirito di scetticismo filosofico e religioso, Blaise Pascal si è mostrato un infaticabile ricercatore del vero, che come tale rimane sempre “inquieto”, attratto da nuovi e ulteriori orizzonti.
La forza di Pascal è stata quella di essere “un infaticabile ricercatore del vero, che come tale rimane sempre inquieto, attratto da nuovi e ulteriori orizzonti”. La sua vita, attraversata dal dilemma etico ed esistenziale, si è riconciliata nella passione della fede e nella fatica dell’amore.
La formazione e l’intelligenza scientifica
Quando sua madre muore, nel 1626, Blaise Pascal ha tre anni. Étienne, suo padre, giurista di fama, è rinomato anche per le sue notevoli doti scientifiche, in particolare nella matematica e nella geometria. Deciso a curare da solo l’educazione dei suoi tre figli Jacqueline, Blaise e Gilberte, si stabilisce a Parigi nel 1632.
Ben presto, Blaise dà prova di una mente eccezionale e di una spiccata esigenza di ricercare il vero, così come riferisce la sorella Gilberte: «Fin dall’infanzia, non poteva arrendersi se non a ciò che gli apparisse manifestamente vero; così che, quando non gli si davano buone ragioni, ne ricercava lui stesso».
Un giorno, il padre sorprese il figlio in ricerche di geometria e si accorse subito che, senza sapere che quei teoremi esistevano nei libri sotto altri nomi, Blaise, dodicenne, aveva dimostrato completamente da solo, disegnando delle figure per terra, le trentadue prime proposizioni di Euclide.
Gilberte si ricorda a tale proposito che il padre fu «spaventato dalla grandezza e dalla potenza di quell’ingegno». Negli anni che seguirono, Blaise Pascal metterà a frutto il suo immenso talento consacrandovi la sua forza di lavoro.
A partire dai diciassette anni frequenta i maggiori dotti del suo tempo. Presto si succedono le scoperte e le pubblicazioni. Nel 1642, a diciannove anni, inventa una macchina di aritmetica, antenata delle nostre calcolatrici.
| Momento della vita | Evento |
|---|---|
| 1623 | Nascita di Blaise Pascal a Clermont |
| 1626 | Morte della madre |
| 1632 | Trasferimento della famiglia a Parigi |
| 1654 | “Notte di fuoco” e conversione |
| 1661 | Avvio delle “Carrozze a cinque sols” |
| 1662 | Morte di Pascal a Parigi |
Blaise Pascal ha questo di estremamente stimolante per noi, che ci richiama la grandezza della ragione umana, e ci invita a servircene per decifrare il mondo che ci circonda. L’esprit de géométrie, che è tale attitudine a comprendere in dettaglio il funzionamento delle cose, gli sarà utile per tutta la vita.
Il suo “spirito di geometria”, un esercizio fiducioso della ragione naturale, “lo rende solidale con tutti i fratelli umani in cerca di verità” e “gli permetterà di riconoscere i limiti dell’intelligenza stessa e, nel contempo, di aprirsi alle ragioni soprannaturali della Rivelazione”.
“Questa pratica fiduciosa della ragione naturale, che lo rendeva solidale con tutti i suoi fratelli alla ricerca della verità, gli permetterà di riconoscere i limiti dell’intelligenza stessa e, allo stesso tempo, di aprirsi alle ragioni soprannaturali della Rivelazione”, sottolinea papa Francesco.
La grandezza e la miseria dell’uomo
Questa domanda è impressa nel cuore di ogni essere umano, di ogni tempo e luogo, di ogni civiltà e lingua, di ogni religione. «Che cos’è un uomo nella natura? - si chiede Pascal - Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla».
Rileggendo i Pensieri, noi ripercorriamo dunque quella stessa via in cui i paradossi esistenziali si impongono all’uomo come una realtà superiore all’idea, ricca di contraddizioni, incoerenze, in cui è delineata una vera e propria filosofia della condizione umana.
In questo modo, infatti, l’uomo può essere compreso e conosciuto nella sua miseria e nella sua grandezza. Una grandezza che consiste nella capacità di pensare, propria dell’umano, di entrare in sé e avere il coraggio di guardarsi da vicino, alla luce del vero.
La ragione umana è senza alcun dubbio una meraviglia della creazione, che distingue l’uomo tra tutte le creature, perché «l’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna che pensa».
«Conosciamo la realtà non solo con la ragione, ma anche con il cuore». È uno dei «Pensieri» più celebri di Blaise Pascal, che Papa Francesco cita nella lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis.
L’uomo è al tempo stesso, per Pascal, “giudice di tutte le cose, debole verme della terra, depositario del vero, cloaca di incertezza e di errore, gloria e rifiuto dell’universo”. Opposti inconciliabili dalla ragione umana.
«Le grandezze e le miserie dell’uomo sono così palesi - si legge nei Pensieri - che necessariamente occorre che la vera religione ci insegni che c’è nell’uomo qualche grande principio di grandezza, e che c’è un grande principio di miseria. Inoltre, occorre che essa ci spieghi questi stupefacenti contrasti».
La condizione umana, la distrazione e il vuoto
Parlando, sempre per paradossi, della condizione umana, Pascal ricorda, con realismo, secondo il Pontefice, che esiste “una sproporzione insopportabile tra, da una parte, la nostra volontà infinita di essere felici e di conoscere la verità e, dall’altra, la nostra ragione limitata e la nostra debolezza fisica, che conduce alla morte”.
La morte ci “minaccia ad ogni istante” ed è “la fine che attende la vita più bella del mondo”. Per questo l’uomo non può “rimanere solo in se stesso”, poiché “la sua miseria e l’incertezza del suo destino gli risultano insopportabili”.
Deve distrarsi, e da qui deriva “che gli uomini amano tanto il clamore e il movimento”. Lo fa con il lavoro, i piaceri e le relazioni familiari e amicali, ma anche con i vizi.
Così sperimenta la sua dipendenza, il suo vuoto e anche la noia, la tristezza e la disperazione. Nella loro corsa contro il tempo, tuttavia, gli uomini costruiscono un Io immaginario e illusorio contro l’Io reale, temono la solitudine più della morte e ricercano quella «distrazione» che copra il silenzio degli spazi infiniti.
“Un abisso infinito” definisce questa condizione umana il filosofo, che “non può essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabile, ossia da Dio stesso”. Qui può accadere che l’uomo si rinchiuda nella disperazione o si apra, attraversando il vuoto, alla fede nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, Dio di Gesù Cristo.
La ragione e i limiti della filosofia
Molti scritti di Pascal rientrano in larga parte nel discorso filosofico. In particolare i Pensieri, quell’insieme di frammenti pubblicati postumi che sono le note o le bozze di un filosofo animato da un progetto teologico, di cui i ricercatori si sforzano di ricostruire, non senza variazioni, la coerenza e l’ordine originari.
Egli ammirava la sapienza degli antichi filosofi greci, capaci di semplicità e di tranquillità nella loro arte di ben vivere, come membri di una polis. Malgrado la loro grandezza e la loro utilità, Pascal tuttavia riconosce i limiti di questi filosofi: lo stoicismo porta all’orgoglio, lo scetticismo alla disperazione.
Si comprende allora che i limiti dei filosofi saranno semplicemente i limiti della ragione creata. Democrito, infatti, aveva un bel dire: «Parlerò di tutto»; la ragione non può, da sola, risolvere le questioni più alte e più urgenti.
Il tema che più interessava l’uomo ai suoi tempi e anche oggi è “quello del senso integrale del nostro destino, della nostra vita, e della nostra speranza, protesa a una felicità che non è proibito di concepire eterna, ma che Dio è autorizzato a donare”.
«Nulla è tanto importante per l’uomo quanto il suo stato. Nulla è tanto temibile per lui quanto l’eternità». La via della riflessione filosofica, al di là della logica e della geometria, ci riconduce così alla verità di noi stessi, alla domanda ultima e radicale in grado di trasformare la questione del vero nella questione di perdere o trovare sé stessi.
La realtà è superiore all’idea
Med itando i Pensieri di Pascal, si ritrova, in qualche modo, questo principio fondamentale: «la realtà è superiore all’idea», perché Pascal ci insegna a tenerci lontano da «diverse forme di occultamento della realtà», dai «purismi angelicati» agli «intellettualismi senza saggezza».
Niente è più pericoloso di un pensiero disincarnato: «Chi vuole fare l’angelo fa la bestia». Le ideologie mortifere di cui continuiamo a soffrire in ambito economico, sociale, antropologico e morale tengono quanti le seguono dentro bolle di credenza dove l’idea si è sostituita alla realtà.
Nei Pensieri si ritrova il principio fondamentale che “la realtà è superiore all’idea”, e dovremmo ricordarlo, scrive Francesco, oggi che “le ideologie mortifere di cui continuiamo a soffrire in ambito economico, sociale, antropologico e morale tengono quanti le seguono dentro bolle di credenza dove l’idea si è sostituita alla realtà”.
Pascal rappresenta invece il coraggio della ragione, della riflessione, della stessa fede: il lento procedere di una memoria che non cancella, ma custodisce il segno del dolore e della grazia.
Ragione e fede: continuità ed eccedenza
Centrale, tra tutto, la questione dei rapporti tra ragione e fede, ridisegnati in una logica di eccedenza nella continuità, per cui Pascal scrive che «la fede dice ciò che i sensi non dicono, ma non il contrario di ciò che vedono; essa è al di sopra, non contro», per cui egli afferma ancora che «l’ultimo passo della ragione è di riconoscere che vi è un’infinità di cose che la superano».
E a riconoscere opportuno, anzi, doveroso, questo superamento, è per Pascal la ragione medesima, giacché non può essere che la ragione a poter avvertire criticamente la propria limitatezza come parte del contenuto dell’evidenza intenzionato dalla coscienza, rispetto al quale è chiamata a essere conseguente.
L’indagine dell’esprit de géométrie e delle scienze moderne in genere, tuttavia, non esaurisce il mistero dell’uomo e di Dio, rappresenta piuttosto quel piano di precisione oltre il quale riscoprire la logica del paradosso dell’esistenza e le ragioni soprannaturali della Rivelazione.
Il suo esercizio fiducioso della ragione naturale, che lo rende solidale con tutti i fratelli umani in cerca di verità, gli permetterà di riconoscere i limiti dell’intelligenza stessa e, nel contempo, di aprirsi alle ragioni soprannaturali della Rivelazione.
«Alla Chiesa fu altrettanto difficile mostrare, contro chi lo negava, che Gesù Cristo era uomo, quanto mostrare che era Dio. E le apparenze erano altrettanto grandi».
La “Notte di fuoco” del 23 novembre 1654
La conversione di Pascal si colloca soprattutto nella “Notte di fuoco” del 23 novembre 1654. Quella notte Pascal vive “l’esperienza dell’amore di quel Dio personale, Gesù Cristo”, che lo trascina “sulla via della conversione profonda e quindi della ‘rinuncia totale e dolce’, perché vissuta nella carità, all’ ‘uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli’”.
Nella lettera apostolica il Papa analizza l’esperienza mistica della “Notte di fuoco” del 23 novembre 1654, così intensa e determinante che Pascal la fissa su un pezzo di carta, “il Memoriale”, tenuto poi infilato nella fodera del mantello e scoperto solo dopo la sua morte.
Definisce il suo incontro in analogia con quello vissuto da Mosè davanti al roveto ardente. “Sì, il nostro Dio è gioia - commenta Francesco - e Blaise Pascal lo testimonia a tutta la Chiesa come pure a tutti i cercatori di Dio”.
Non è “il Dio astratto o il Dio cosmico”, scrive il filosofo e teologo francese, ma è “il Dio di una persona, di una chiamata, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio che è certezza, che è sentimento, che è gioia”.
Prima di quella notte, Pascal non ha alcun dubbio sull’esistenza di Dio. Ciò che gli manca, scrive Gouhier, “e che attende, non è un sapere ma un potere, non una verità ma una forza”.
“Ora, questa forza gli è data dalla grazia; egli è attratto, con certezza e gioia, da Gesù Cristo”. Come ogni autentica conversione, quella di Blaise Pascal avviene nell’umiltà, che ci libera “dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità”.
Il “cuore” e l’intelligenza intuitiva
In tale eccedenza prende forma lo spazio di dilatazione del “cuore”, dilatazione della razionalità stessa e non momento ad essa antagonista, termine in cui si addensa in Pascal una complessità di significati, anche di risonanza biblica, per una razionalità sapienziale dal respiro veramente umano, aperta alla novità della grazia e rimessa in gioco nella vitalità dell’esperienza.
Il filosofo analizza anche l’“intelligenza intuitiva”, che chiama il “cuore”: “Conosciamo la realtà non solo con la ragione, ma anche con il cuore”. Le verità divine, commenta Francesco, non sono dimostrabili con la ragione, ma possono essere conosciute con la certezza della fede, e passano poi dal cuore spirituale alla mente razionale, che le riconosce come vere e può a sua volta esporle.
Le verità divine, come il fatto che il Dio che ci ha fatti è amore, è Padre, Figlio e Spirito Santo, si è incarnato in Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza, non sono dimostrabili con la ragione, ma possono essere conosciute con la certezza della fede, e passano poi dal cuore spirituale alla mente razionale, che le riconosce come vere e può esporle.
Da questo incontro nasce un altro «ordine della conoscenza». Se quello della scienza scaturisce dalla osservazione dei fenomeni, sensate esperienze che conducono la ragione tra l’ipotesi e la sperimentazione, quello della filosofia può insorgere dal dolore e dallo stupore, dalla più profonda esperienza della finitezza umana, collocata tra l’inquietudine del vuoto e l’infinito nulla.
La ragionevolezza della fede e il rifiuto del fideismo
La tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione, e Pascal è profondamente attaccato alla ragionevolezza della fede in Dio.
Pascal aveva certamente la preoccupazione di far conoscere a tutti che «Dio e il vero sono inseparabili». Ma sapeva che l’atto di credere è possibile per la grazia di Dio, ricevuta in un cuore libero.
Se la fede è ragionevole, è anche un dono di Dio, e non potrebbe imporsi: “Non si dimostra che si deve essere amati esponendo con ordine le cause dell’amore. Sarebbe ridicolo” osserva Pascal con la finezza del suo umorismo.
Come hanno ricordato i padri conciliari nella dichiarazione Dignitatis humanae, Gesù ha reso testimonianza alla verità, ma “non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano”.
Se la fede è di un ordine superiore alla ragione, chiarisce ancora il Papa, “ciò non significa affatto che vi si opponga, ma che la supera infinitamente”. Leggere l’opera di Pascal, quindi, “è mettersi alla scuola di un cristiano di razionalità eccezionale, che ha saputo tanto meglio rendere conto di un ordine stabilito dal dono di Dio al di sopra della ragione”.
La fede è diversa dalla prova. Quest’ultima è umana, mentre la prima è un dono di Dio. Pertanto, è impossibile credere “se Dio non inclina il nostro cuore”.
Gesù ha testimoniato la verità ma “non ha voluto imporla con la forza a coloro che lo contraddicevano”. Per questo “c’è abbastanza luce per coloro che vogliono solo vedere, e abbastanza tenebre per coloro che hanno una disposizione contraria”.
Cristo, la Scrittura e la conoscenza dell’uomo
Sarebbe tuttavia sbagliato non vedere in Pascal che uno specialista, per quanto geniale, dei costumi umani. Il monumento che formano i suoi Pensieri, di cui alcune formule isolate sono rimaste celebri, non si può comprendere realmente se si ignora che Gesù Cristo e la Sacra Scrittura ne costituiscono al contempo il centro e la chiave.
Se infatti Pascal ha iniziato a parlare dell’uomo e di Dio, è perché era arrivato alla certezza che «non solo non conosciamo Dio se non tramite Gesù Cristo, ma non conosciamo noi stessi se non tramite Gesù Cristo. Non conosciamo la vita, la morte, se non tramite Gesù Cristo».
«Fuori di Gesù Cristo non sappiamo cos’è né la nostra vita, né la nostra morte, né Dio né noi stessi. Così senza la Scrittura, che ha per unico oggetto Gesù Cristo, non conosciamo nulla e vediamo solo oscurità».
Nel suo discorso l’umano e il divino si incontrano mirabilmente nella mediazione di Cristo, che rivela a ogni uomo la verità di sé stesso. In fondo, il percorso proposto da Pascal sembra trovare la sua più perfetta sintesi in quanto affermato in Gaudium et spes 22, che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo», per cui «Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione».
Verità, amore e carità
Come cristiani dobbiamo tenerci lontani dalla tentazione di brandire la nostra fede come una certezza incontestabile che si imporrebbe a tutti. Perciò Francesco propone a tutti coloro che vogliono continuare a ricercare la verità di mettersi in ascolto di Blaise Pascal, un uomo dall’intelligenza prodigiosa.
Pascal ha voluto ricordare che al di fuori della prospettiva dell’amore non c’è verità che valga: «Ci si fa un idolo persino della verità stessa, perché la verità fuori della carità non è Dio, ma è la sua immagine e un idolo che non bisogna amare, né adorare».
Pascal ci premunisce così contro le false dottrine, le superstizioni o il libertinaggio, che tengono tanti di noi lontani dalla pace e dalla gioia durature di Colui che vuole che scegliamo «la vita e il bene» e non «la morte e il male».
Ma il dramma della nostra vita è che talvolta vediamo male e, di conseguenza, scegliamo male. In realtà, noi possiamo assaporare la felicità del Vangelo solo «se lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio».
Inoltre, «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento». Per questo l’intelligenza e la fede viva di Pascal, che ha voluto mostrare che la religione cristiana è «venerabile perché ha conosciuto bene l’uomo», e «amabile perché promette il vero bene», possono aiutarci ad avanzare attraverso le oscurità e le disgrazie di questo mondo.
Nella carità infine, che costituisce la sintesi di un’esistenza capace di percorrere tutte le strade della ragione e del cuore, la ricerca del vero e del bene si congiungono nella breve ma significativa testimonianza di vita di un uomo come Pascal, «che aveva messo l’amore dei fratelli al primo posto».
Pascal e l’attenzione alla società
Alla base di Pascal si riconosce un atteggiamento di fondo, che papa Francesco definisce “stupita apertura alla realtà”. Apertura alle altre dimensioni del sapere e dell’esistenza, apertura agli altri, apertura alla società.
Ad esempio, egli fu all’origine, nel 1661, a Parigi, della prima rete di trasporti pubblici della storia, le cosiddette “Carrozze a cinque sols”.
La sua conversione a Cristo, a partire specialmente dalla “Notte di fuoco” del 23 novembre 1654, e il suo straordinario sforzo intellettuale di difesa della fede cristiana non hanno fatto di lui una persona isolata dal suo tempo.
Era attento ai problemi allora più sentiti, come pure ai bisogni materiali di tutte le componenti della società in cui viveva. Apertura alla realtà ha significato per lui non chiudersi agli altri nemmeno nell’ora dell’ultima malattia.
Il servizio ai poveri e agli ammalati
Di quel periodo, quando aveva trentanove anni, si riportano queste parole: «Se i medici dicono il vero, e Dio permette che mi rialzi da questa malattia, sono deciso a non avere alcun altro impiego né altra occupazione per tutto il resto della mia vita che il servizio ai poveri».
È commovente constatare che, negli ultimi giorni della sua vita, un pensatore così geniale come Blaise Pascal non vedesse altra urgenza al di sopra di quella di mettere le sue energie nelle opere di misericordia: «L’unico oggetto della Scrittura è la carità».
La lettera apostolica sottolinea alcuni aspetti meno conosciuti, «la squisita carità verso i poveri e gli ammalati, i più deboli e i sofferenti». La vita di Pascal è stata costellata di gesti concreti di carità e amore verso i deboli, i malati e i sofferenti.
Questo suo comportamento, che non rese pubblico, era certamente intriso della sua esperienza di dolore e di malattia, ma era anche la ricerca, in termini concreti, di un modo per esprimere la sua gratitudine per la Grazia divina che era entrata immeritatamente in quella che egli considerava la sua umana piccolezza.
Questo dimostra che Pascal non ha mai separato la sua fede in Dio dalle opere concrete a favore dei fratelli. Ritroviamo, ancora e soprattutto, la carità, e una carità concreta e vissuta nel tessuto delle buone relazioni umane quale ultimo orizzonte onnicomprensivo della vita di grazia.
I Pensieri e il progetto dell’Apologie
L’opera più conosciuta è Les pensées, pubblicata nel 1670, capolavoro del pensiero occidentale. I Pensieri sono un insieme di “frammenti pubblicati postumi che sono le note o le bozze di un filosofo animato da un progetto teologico”.
La lettera apostolica attinge più abbondantemente ai Pensieri, invitando a leggerli e meditarli. Si tratta dei testi pubblicati, a partire dal 1670 e in selezioni crescenti, fino a raggiungere la quasi totalità nel 1844, col titolo di Pensieri (Pensées).
Essi comprendono un migliaio di note e riflessioni, di varia estensione, fissati su carte ritagliate e già in larga parte raccolte e cucite dallo stesso Pascal in fascetti costituenti unità testuali di cui le prime 27 erano già disposte in una sequenza ordinata che restituisce il percorso progettuale dell’opera.
La loro architettura progettuale ricalca la procedura del metodo scientifico praticato da Pascal negli studi sul vuoto e la pressione atmosferica, cosicché non è possibile scindere in lui il pensatore religioso dall’uomo di scienza.
Lo stesso discorso sulle contrariétés di miseria e grandezza rappresenta il momento di osservazione del fenomeno, assumendo in tal senso il “fenomeno umano” nella sua complessità.
A questa osservazione sarebbe seguita la formulazione di un’ipotesi in grado di fornire una spiegazione adeguata, e questa sarebbe stata appunto il quadro di comprensione offerto dalla Rivelazione giudaico-cristiana, successivamente “testata” in una sorta di verifica sperimentale: vivere personalmente la fede, in tutte le sue implicazioni, sacramentali, cultuali ed etiche, e accertarsi, dall’interno del proprio vissuto personale, della sua veridicità.
Il rapporto con il giansenismo
In conclusione, Papa Francesco analizza i rapporti di Pascal con il Giansenismo. Ricorda che Jacqueline, una delle sorelle, era entrata nella vita religiosa a Port Royal, “in una congregazione la cui teologia era molto influenzata da Cornelius Jansen”. Pascal era andato in ritiro nell’abbazia di Port Royal.
Quando, nei mesi seguenti, una controversia importante, che opponeva i Gesuiti ai “Giansenisti”, si risvegliò alla Sorbona, sulla questione del rapporto tra la grazia di Dio e la natura umana, e il libero arbitrio, il filosofo, che pure non era un uomo di parte, fu incaricato dai Giansenisti di difenderli.
Lo fece, tra il 1656 e il 1657, pubblicando diciotto lettere, dette Provinciali. Il Papa commenta che alcune delle sue affermazioni, riguardanti ad esempio la predestinazione, tratte dalla teologia dell’ultimo Sant’Agostino, “non suonano giuste”.
Con un riferimento alla polemica che il filosofo francese condusse contro i Gesuiti molinisti, Francesco fa credito alla franchezza e sincerità delle intenzioni di Pascal, paragonando la sua battaglia a quella di Agostino contro i pelagiani.
Questo aiuta a comprendere la complessità del suo rapporto con le teorie gianseniste, che ha conosciuto leggendo l’Augustinus di Giansenio e frequentando il circolo di Port Royal.
L’attualità di Pascal per il mondo contemporaneo
L’influenza di Pascal fu indiscutibilmente immensa: da Giacomo Leopardi ad Arthur Schopenhauer, da Alessandro Manzoni a Martin Heidegger, pochi pensatori e filosofi dal XVII secolo a oggi non si sono confrontati con la sua antropologia.
Per il cardinale José Tolentino de Mendonça, Pascal “è un modello di riferimento per affrontare le complessità dell’uomo moderno”. Pascal rappresenta il coraggio della ragione, della riflessione, della stessa fede.
La lettera apostolica propone Pascal come un pensatore capace di interpellare credenti e non credenti. Al di là della ricerca razionale dell’indubitabile prova dell’esistenza di Dio, Pascal dischiude all’uomo di ogni tempo possibili percorsi di una riflessione costantemente in dialogo con la realtà e con i modi in cui essa può essere compresa e abitata da credenti e non credenti.
La sua riflessione interroga la nostra realtà di credenti e, al contempo, la riflessione teologica, a partire da altri saperi. Come a dire, controcorrente, che il sapere è necessario e nasce dal senso del reale, non in contrapposizione alla vita.
Da lui apprendiamo che una decisione radicale può orientare l’esistenza di un uomo in modo da interrompere il veloce corso del mondo, riconducendolo alla consapevolezza che la realizzazione di sé si compie senza idoli e falsi miti.
Senza gli schermi che la cultura odierna ha costruito come i nuovi palcoscenici da cui riemergere disperatamente sotto il peso del nulla. Alla fine, crediamo che ogni uomo sia in grado di riconoscerlo: la vera questione della vita è perdersi o trovarsi, ma questo richiede a volte il rischio della decisione, di un azzardo o di una scommessa che non temano di giocarsi fino all’ultimo momento il finito per l’eterno.
Gli ultimi giorni e la morte di Pascal
Essendo molto malato e in punto di morte, Pascal chiese di ricevere la comunione, ma non fu subito possibile. Allora pregò la sorella: «Poiché non posso fare la comunione con il mio capo [Gesù Cristo], vorrei fare la comunione con le mie membra».
Aveva un grande desiderio di morire in compagnia dei poveri. Di lui si disse, poco prima del suo ultimo respiro, il 19 agosto 1662, che morì “con la semplicità di un bambino”.
Dopo aver ricevuto i sacramenti, le sue ultime parole furono: «Che Dio non mi abbandoni mai». La sua esistenza si conclude nella carità, come nella sintesi più compiuta del cammino della verità e della conversione.
La sua opera luminosa e gli esempi della sua vita, così profondamente immersa in Gesù Cristo, ci aiutano a seguire fino in fondo il cammino della verità, della conversione e della carità. Perché la vita di un uomo è molto breve: “Gioia eterna per un giorno di sofferenza sulla terra”.

tags: #lettera #apostolica #su #pascal