Prima lettera di Giovanni apostolo: testo, struttura e significato

La Prima lettera di Giovanni è uno scritto privo di intestazione, per cui si suppone che, invece di essere indirizzata a una comunità ben precisa, si tratti di una lettera circolare, destinata a tutte le comunità dell’Asia Minore di influenza giovannea. Il suo messaggio centrale è che la fede autentica in Gesù Cristo, il Figlio incarnato di Dio, si riconosce nella comunione con Dio, nell’osservanza dei comandamenti e nell’amore concreto verso i fratelli.

Nella sua forma strutturale e contenutistica rassomiglia più a un’omelia che a una lettera vera e propria, perché manca di alcune caratteristiche specifiche del documento epistolare. Il contenuto è dominato da alcuni concetti importanti, come l’antinomia tra luce-tenebre, la connessione tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, la speranza cristiana (l’agape) e le seducenti passioni del mondo.

Identità, forma e destinatari della Prima lettera

Queste tre lettere si possono considerare insieme perché sono notevolmente simili, sia per pensiero che per lingua; esse sembrano provenire da un medesimo ambiente e forse anche dalla stessa persona; infatti l’antica tradizione cristiana le attribuisce tutte a Giovanni, autore del quarto vangelo e dell’Apocalisse.

Sono tre lettere di cui la prima è abbastanza ampia, la seconda e la terza sono molto brevi. La prima non contiene gli elementi abituali di una lettera antica (mittente, destinatari, saluti). È inviata a una o più comunità determinate (1,4; 2,2.7.12-14.26; 5,13. ), ma non cita nomi di persone precise.

Forse è nata come omelia o come una serie di riflessioni. Lo stile è simile a quello del quarto vangelo, anzi a certe pagine di questo, e spesso si colloca al confine tra la prosa e la poesia: una prosa ritmica.

Il pensiero è più volte ripreso e ripetuto: le istruzioni si alternano alle esortazioni. In polemica con le dottrine di maestri bugiardi, si insiste sull’impegno cristiano a rispettare i comandamenti, a non vivere nel peccato, a credere che Cristo è identico a Gesù di Nàzaret, a sviluppare e consolidare la fede nella concreta carità verso i fratelli.

Chi scrive e chi legge sono considerati appartenenti alla comunità dei fedeli genuini: per questo si usa spesso il «noi». La data è incerta, ma sicuramente non lontana dall’anno 100 d.C.

La paternità apostolica e il rapporto con il quarto Vangelo

Nessuno di essi porta alcun nome, né alcuna indicazione certa e indiscutibile dello scrittore. Tuttavia, la paternità non è realmente dubbia. I quattro scritti, il Quarto Vangelo e queste tre Epistole, sono troppo strettamente collegati tra loro per essere separati e assegnati, alcuni a un autore e altri a un altro.

E se sono tutti di un solo scrittore, quello scrittore, al di là di ogni ragionevole dubbio, è San Giovanni apostolo. Non è stata suggerita nessun'altra persona che si adatti a questa posizione molto complessa con una precisione anche tollerabile.

Quasi tutti ammettono che il Quarto Vangelo e la Prima Epistola non possono essere recisi; Sia le prove esterne che quelle interne mostrano in modo conclusivo che sono della stessa mano. Lo stesso si può dire della Seconda e della Terza Epistola.

La chiave della posizione, quindi, è il Quarto Vangelo. In breve, il problema per quanto riguarda le Epistole di San Giovanni è molto simile a quello per quanto riguarda le Epistole Pastorali.

Allo stesso modo, l'origine apostolica del quarto Vangelo porta con sé la paternità apostolica della prima epistola, e questa quella della seconda epistola, e questa ancora quella della terza.

La Prima Epistola era nota a San Policarpo, il discepolo di San Giovanni, ed è citata come sua da Sant'Ireneo, l'allievo di San Policarpo. Papia, contemporaneo di Policarpo, ne fece uso.

È ripetutamente citata come San Giovanni da Clemente di Alessandria, e ancora più frequentemente da Tertulliano, che sembra essere stato particolarmente affezionato all'Epistola. Origene e il suo allievo, Dionigi di Alessandria, San Cipriano, e in breve tutti i Padri, greci e latini, accettano l'Epistola come quella di San Giovanni.

Il Frammento Muratoriano ne cita le parole iniziali, ed è contenuto nella versione siriaca antica. L'evidenza, quindi, sia esterna che interna, giustifica pienamente la classificazione di Eusebio, che colloca la Prima Lettera di San Giovanni tra gli ejn oJmologoumenoiv o libri cattolici del Nuovo Testamento universalmente accettati.

Per motivi di somiglianza con il quarto vangelo (vedi i temi più frequenti: luce, vita, amore, conoscere…) è tradizionale pensare a Giovanni apostolo. D’altra parte certe differenze con il vangelo sembrano suggerire l’ipotesi che la lettera sia stata scritta da qualcuno del medesimo ambiente, ma forse non dalla stessa persona.

L’occasione della lettera: la crisi dello gnosticismo

Come la maggior parte delle epistole del Nuovo Testamento, tutte e tre queste lettere sono speciali e occasionali. Non sono scritti, come i libri sono comunemente al giorno d'oggi, per chiarire qualche argomento a cui lo scrittore è particolarmente interessato, senza molto riferimento agli eventi attuali.

Sono prodotti per un'occasione speciale, per far fronte a una difficoltà e a un pericolo esistenti. La Prima Epistola è stata scritta per affrontare le insidie seduzioni dello gnosticismo antinomico, che minacciava la Chiesa in generale.

Lo gnosticismo, anche se spesso aveva molto in comune con l'ebionismo e l'ebraismo, non era, come questi, il nemico aperto del cristianesimo. Professava di dare la sua approvazione e il suo patrocinio al vangelo.

Il vangelo era molto buono per quanto riguardava; ma gli gnostici avevano "un modo più eccellente". Essi compresero il Vangelo meglio degli apostoli stessi.

Era un errore supporre che i fatti storici e i precetti morali delle Scritture dovessero essere presi alla lettera. Era un errore ancora più grave supporre che le Scritture contenessero tutto ciò che era necessario per il benessere spirituale dell'uomo.

C'era una conoscenza superiore, una gnosi più profonda; e questo lo gnostico poteva raggiungere e impartire. Illuminati da ciò, gli uomini avrebbero visto che tutto il resto era relativamente irrilevante.

Il filosofo la cui mente è stata illuminata da questa conoscenza esoterica non ha bisogno di preoccuparsi molto della sua condotta. La sua anima era intrisa di luce. Le buone azioni non potevano aumentare notevolmente la sua illuminazione; Le cattive azioni non potrebbero seriamente sminuirlo.

In effetti, c'erano molte cose comunemente considerate cattive, che il vero gnostico non avrebbe evitato, ma cercato, come mezzo per ampliare la sua esperienza. Si vedrà subito come tale insegnamento incida alla radice tutta la verità e la morale cristiana.

  • La giustizia non era di alcun valore in confronto all'illuminazione intellettuale.
  • La Scrittura non è stata resa di alcun conto in confronto a una conoscenza che in parte l'ha trasmutata e in parte sostituita.
  • L'opera di Cristo non è stata resa in alcun conto, perché non ci potrebbe essere bisogno di un'espiazione se non ci fosse vero male nel peccato.

Oltre a questa dottrina greca della supremazia dell'intelletto e dell'importanza assoluta dell'illuminazione intellettuale, la maggior parte degli gnostici insegnava anche la dottrina orientale secondo cui la materia, con tutto ciò che è materiale, è il male.

  • Se l'universo materiale è completamente malvagio, non può essere stato creato dal Dio sommamente buono, ma da qualche potere malvagio, o almeno da qualche potere inferiore.
  • Il Dio supremamente buono deve essere completamente rimosso da un tale universo.
  • L'Incarnazione è impossibile, perché la Divinità non potrebbe mai acconsentire ad essere unita a un corpo materiale, innatamente e incorreggibilmente impuro.

Nella morale si traevano conclusioni opposte da questa premessa gnostica del carattere intrinsecamente impuro di tutto ciò che è materiale.

  • Se il corpo umano è completamente malvagio, deve essere sottomesso e castigato al massimo, affinché lo spirito illuminato possa essere liberato dal peso di uno strumento così vile.
  • Se il corpo umano è completamente malvagio, è indifferente ciò che fa; e così inutile può essere fatto uno strumento per commettere qualsiasi atto da cui lo spirito possa derivare ulteriore conoscenza.

Il contenuto della lettera risponde a queste deviazioni insistendo sulla realtà storica dell’incarnazione, sulla permanenza del peccato, sulla necessità dell’obbedienza e sull’amore concreto come criterio della comunione con Dio.

Struttura della Prima lettera di Giovanni

SezioneRiferimentoTema principale
Introduzione1,1-4La Parola, noi, voi
Prima sezione1,5-2,29Camminare nella luce
Seconda sezione3,1-4,6La vita dei figli di Dio
Terza sezione4,7-5,13La fede e l’amore
Conclusione5,14-21Preghiera e peccati

La lettera non procede come un trattato lineare. Lo stile è caratterizzato da riprese, opposizioni e variazioni: luce e tenebre, verità e menzogna, amore e odio, vita e morte, Dio e mondo.

Giovanni ritorna più volte sugli stessi nuclei tematici, ma ogni ripresa aggiunge una precisazione: la comunione con Dio è inseparabile dalla vita concreta, la fede è inseparabile dall’amore, la confessione di Cristo è inseparabile dalla realtà dell’incarnazione e l’amore verso Dio è inseparabile dall’amore verso il fratello.

Il prologo: il Verbo della vita e la comunione

“Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.”

Il “Verbo della vita”, cioè Gesù Cristo, “era da principio”, cioè era già all’opera quale creatore al principio del mondo, in quanto Verbo eternamente preesistente (Gv 1,1). Lo scrittore si presenta subito come testimone oculare del “Verbo della vita” e ciò con la massima forza non solo per aver visto ma toccato con mano, cioè non si è trattato di una apparizione, ma di una realtà tangibile, qual è stata l’Incarnazione del Verbo.

Visto, toccato con mano, ma con stupore, cioè contemplato quale fonte di luce e di vita. Il plurale usato presenta la realtà di comunione della Chiesa in Cristo, e perciò con tutti gli altri testimoni oculari, più in particolare con il gruppo qualificato degli apostoli.

“E di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi”. Il plurale colloca Giovanni come appartenente vivo alla Chiesa. E’ la Chiesa una e apostolica (Ap 21,14) quella del “noi” di Giovanni.

“Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi”. L’annuncio di Giovanni sta nella sua predicazione in perfetta unione con quella degli altri apostoli scaturendo la predicazione dalla parola di Cristo.

L’annuncio è rivolto ai lettori perché “siate in comunione con noi”, cioè con la Chiesa una, santa e apostolica, rifuggendo le deviazioni insinuate dai falsi maestri, che indeboliscono e alla fine determinano la rottura con la comunione della Chiesa.

“E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo”. Si tratta di una comunione non fondata su di una appartenenza umana, ma di una comunione che viene da Dio per mezzo di Cristo.

E’ la comunione dei figli di Dio nel “Figlio suo Gesù”, e perciò comunione di fratelli. “Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena”. L’intenzione dello scritto non è quella di attirare consensi, di aumentare le proprie file, di ottenere prestigio, ma è servizio d’amore, che trova “la nostra gioia sia piena” nella viva comunione.

Dio è luce: verità, santità e purificazione

“Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna”. Il messaggio udito da Cristo, dalla presenza del Verbo incarnato, è che Dio è Luce, cioè verità, santità, amore infinito.

In lui non ci sono tenebre, oscurità, doppiezze, come Satana fece balenare ad Adamo ed Eva e continuamente fa balenare per portare gli uomini a dubitare di Dio e a ribellarsi a lui.

“Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità”. Non si può essere in comunione con Dio e nello stesso tempo accogliere le tenebre dell’errore e camminare in esse.

Si è bugiardi quando si dice che, pur disobbedendo a Dio per obbedire al peccato, si cammina nella verità, poiché “non mettiamo in pratica la verità”. L’uso del plurale indica comunione, coinvolgimento e attestazione che anche Giovanni deve attendere alla sua salvezza.

“Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato”. Dio “è nella luce”, intendendo la luce come lo splendore della sua gloria espressa in Cristo vincitore della morte e del peccato.

Camminare nella luce è camminare seguendo Cristo. Chi cammina nella luce è in comunione vera “gli uni con gli altri”, ed è purificato vieppiù dalle tristi debolezze contratte con i peccati.

Il peccato compiuto non è senza conseguenze perché non solo toglie la grazia (i peccati mortali) ma indebolisce (e qui giocano anche i peccati veniali diventati comportamento di vita) cosicché il peccatore si trova più debole di prima.

Il Sangue di Cristo purifica il peccatore rendendolo più forte poiché non solo è Sangue di perdono, ma è pure Sangue di esempio.

Il peccato, la confessione e il Paraclito

“Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.”

E’ superbia dire che si è raggiunto uno stato di impeccabilità, poiché (Gc 3,2) “Tutti pecchiamo in molte cose”. La “gnosi trasgressiva” aveva la pretesa di non contrarre peccato con le sue trasgressioni contro la verità.

Il peccato non è tuttavia una trappola da cui non si può uscire, poiché confessando a Dio con umiltà e dolore, nel sacramento della riconciliazione, la propria colpa si incontra la sua misericordia, poiché “egli è fedele e giusto tanto da perdonarci”.

Giovanni mentre prima afferma che “se diciamo” di non avere peccato inganniamo noi stessi, ora dice che in tal modo facciamo di Dio un bugiardo, poiché il dominio della carne da lui posto (Cf. Mt 16,24; 26,41; Gv 12,24; Gal 5,16; Rm 8,9) sarebbe dato con menzogna oppressiva, ma ciò non è; e se così si dice di Dio è perché “la sua parola non è in noi” (Cf. Gv 8,37).

“Figlioli miei”; Il diminutivo “teknia” è un’espressione di paternità dell’anziano Giovanni, che non valica assolutamente la consapevolezza che essi sono figli di Dio, già generati a Dio mediante l’evangelizzazione e il Battesimo (Cf. Gv 1,12).

“Vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paraclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto”. Il plurale di comunione, di compartecipazione nel seguire Cristo approda a un dolcissimo “Figlioli miei”. Giovanni passa al singolare personale per stabilire una ancor più intensa comunicazione personale: il filo conduttore della lettera è l’amore.

“Un Paraclito” (avvocato): è Cristo. Anche lo Spirito Santo è detto “Paraclito”, ma è “un altro Paraclito” (Gv 14,16) perché ha una missione diversa ma pienamente concordante.

“È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”. Giovanni ritorna al plurale di comunione, focalizzando i lettori a Cristo, “vittima di espiazione per i nostri peccati”.

“Di tutto il mondo”, è l’affermazione chiara della portata universale dell’opera della salvezza, che non esclude nessun popolo o razza. La realtà è però ben altra, ed è che Cristo è morto per tutti, ma il suo sangue sceso su tutti cuori ne ha trovati tanti e ne ha visti tanti nel futuro, chiusi ad esso.

Conoscere Dio significa osservare i suoi comandamenti

“Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti”. La virtù più specifica di Cristo è l’obbedienza alla volontà del Padre.

Così senza l’obbedienza a Dio, la cui Parola suprema è Cristo (Eb 1,2) non c’è salvezza. (Mt 7,21): “Non chiunque mi dice: ‹Signore, Signore›, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.

Il comandamenti non sono altro che comandamenti d’amore, nessuno eccettuato sia che espresso in forma positiva, che in forma negativa. Il Vangelo di Giovanni presenta la indissolubile connessione tra amore a Cristo e obbedienza ai suoi comandamenti.

“Chi dice: ‹Lo conosco›, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità”. Per la terza volta Giovanni usa la parola bugiardo, una parola netta che coglie la malafede di chi rinnega la verità.

“Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui”. La parola di Dio è rivelazione del suo amore e comandamento d’amore, chi la osserva “in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”.

“Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato”. Non si può sfuggire poiché chi dice di “rimanere in lui”, i falsi maestri volevano vantarsi di questo, ma la realtà li smentiva perché “comportarsi come lui si è comportato” significa obbedire all’Amore (4,8).

Il comandamento antico e nuovo dell’amore

“Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udito. Eppure vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera.”

Il comandamento è antico perché appartiene alla Parola ricevuta fin dall’inizio, ma è nuovo perché in Cristo assume una forma piena e definitiva. La novità non consiste nell’abbandonare ciò che è stato ricevuto, ma nel viverlo alla luce dell’amore manifestato da Gesù.

“Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo.”

“Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi”. L’opposizione tra amore e odio rende visibile la differenza tra una professione religiosa astratta e una vita realmente trasformata dalla comunione con Dio.

La linfa vitale che tiene viva la fede è la legge dell’amore, della carità, dell’agape del cristiano, che impone due cose fondamentali: ama Dio e ama tuo fratello; non puoi amare Dio che non vedi, se non ami tuo fratello che vedi.

Il rapporto con il mondo e la lotta contro l’anticristo

“Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita - non viene dal Padre, ma viene dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!”

Giovanni si rivolge ai padri e ai figli, ai giovani e agli anziani e a tutte le categorie sociali, affinché scelgano di camminare nella strada illuminata dalla luce della grazia di Dio.

I cristiani devono vincere le fascinose ma ingannevoli appetizioni di questo mondo (la superbia della vita, gli agi della ricchezza, l’orgoglio di manovra del potere) e scegliere di camminare nella dritta via “dell’amore del prossimo come quello di se stessi”.

“Figlioli, è giunta l’ultima ora. Come avete sentito dire che l’anticristo deve venire, di fatto molti anticristi sono già venuti. Da questo conosciamo che è l’ultima ora.”

“Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri.”

Giovanni utilizza spesso il termine “figlioli”, derivato dai libri sapienziali dell’Antico Testamento. In questo caso, l’autore usa il termine per esortare i suoi fedeli a guardarsi bene dalla tentazione della figura dell’anticristo, che rappresenta l’incarnazione simbolica del rifiuto di Cristo.

In questo caso può rappresentare la polemica demolitoria del messaggio cristiano, attuata deliberatamente dai “falsi maestri”. Appare evidente che qui c’è un netto contrasto tra la verità della rivelazione portata da Cristo e la menzogna, barattata a basso prezzo dai “falsi maestri” probabilmente esponenti della cultura gnostica.

“Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.”

Ora chi nega Cristo, nega il Padre, nega l’incarnazione e perciò stesso non può essere in comunione, né col Padre, né col figlio perché possa ottenere la loro stessa vita nello spirito. Chi ha fede nel Figlio incarnato, ha anche fede nel Padre che l’ha mandato.

“Ora voi avete ricevuto l’unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza. Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità.”

“Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.”

La vita dei figli di Dio

“Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.”

“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.”

Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. La speranza cristiana non è una semplice attesa futura, ma orienta già nel presente il comportamento di chi crede.

“Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato.”

“Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto. Figlioli, nessuno v’inganni. Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giusto.”

Il cristiano, essendo stato generato da Dio, non pecca, non può peccare, perché Dio lo custodisce e il maligno non lo tocca. La distinzione tra chi è da Dio e chi appartiene al male si manifesta nella pratica della giustizia e nell’amore verso il fratello.

“In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, e neppure lo è chi non ama il suo fratello.”

“Poiché questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello.”

“Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui.”

L’amore concreto: non a parole, ma con i fatti

“In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli.”

“Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?”

“Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.” L’amore di Giovanni non è un sentimento generico né una formula astratta: è la partecipazione concreta alla logica del dono di Cristo.

Da questo brano impariamo che l’amore di tipo agapē, quello che ha origine in Dio, è strettamente legato a un credere ortodosso. Similmente ogni concetto d’amore che non prende a modello il sacrificio propiziatorio del Figlio di Dio è un amore diverso da quello che i discepoli di Gesù sono chiamati a manifestare.

È di fondamentale importanza riconoscere che la famosa definizione “Dio è amore” (1Gv 4:8) non può essere invertita: “l’amore è Dio”. Bisogna seguire il resto del brano per sapere ciò che Giovanni intendeva con l’attributo divino “amore”.

Infatti l’essere amore di Dio trova la sua massima e inscindibile espressione nel sacrificio propiziatorio del Figlio di Dio. Il sacrificio di Gesù, espressione dell’amore di Dio, serviva per soddisfare la sua giustizia.

Quindi l’amore vero si manifesta in uno spirito di sacrificio, al servizio della giustizia e della verità. Inutile dire che uno spirito di tolleranza per ciò che è contrario alla volontà di Dio non è l’amore che Gesù ha manifestato e che comanda ai suoi discepoli a praticare.

“Dio è amore”: il vertice teologico della lettera

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.”

“In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.”

Questo brano proclama una verità splendente nella sua semplicità: «Dio è amore», e ci invita ad amarci gli uni gli altri. Nella Lettera il comandamento dell’amore viene a più riprese fortemente sottolineato.

In questo brano, per evidenziarne la dimensione teologica: «Dio è amore». Siamo al vertice rivelativo della Lettera.

Si tratta di una constatazione, non di una definizione filosofica. Con questa frase - che è unica nell’intera Bibbia - Giovanni riassume quanto la Storia della salvezza continuamente testimonia: Dio sceglie, Dio perdona, Dio rimane fedele al suo popolo nonostante i tradimenti, e in Gesù Cristo si manifesta come amore che si dona e si lascia crocifiggere.

È soprattutto attraverso la storia di Gesù, infatti, che si comprende chi sia veramente Dio. Non si può partire dal nostro povero amore umano per poi concludere che Dio è amore.

Il cammino è alla rovescia, perché l’originario non è il nostro amore, ma quello di Dio. E lo scopo e l’esito dell’iniziativa di Dio che per amore invia nel mondo suo Figlio, è l’eliminazione dei nostri peccati per realizzare la piena comunione di vita con Lui.

La conseguenza di questa presa di coscienza della manifestazione dell’amore di Dio è un serio impegno all’amore reciproco. “Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.”

Discernere la verità e mettere alla prova gli spiriti

“Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo.”

“In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo.”

“Provare gli spiriti” significa praticare “il discernimento degli spiriti”. Tutto ciò che non è in armonia con la verità rivelata, va riconosciuto per quello che è: errore.

Il brano sotto esame, invece, associa “errore” con gli aspetti principali della fede ortodossa e cioè, il miracolo dell’incarnazione e l’opera compiuta da Cristo per la remissione dei peccati.

Chi rimane ortodosso, ovvero crede rettamente, riguardo a questi grandi temi, non accetterà nessun vangelo falso né peccherà di orgoglio. Piuttosto diventerà un araldo del vero vangelo della grazia e manifesterà l’amore di Dio.

Nel momento in cui Giovanni scrisse la sua lettera, i falsi profeti negavano la realtà dell’incarnazione del Figlio di Dio. Secondo loro la sua umanità era soltanto apparente.

Il modo principale per individuare i falsi profeti è di esaminare la loro dottrina di Cristo e come valutano l’opera della croce. Chi non dà il primato a Cristo oppure nega la realtà dell’incarnazione avente lo scopo di offrirsi come sacrificio propiziatorio, non è da Dio.

Al contrario una tale persona è mossa dallo “spirito dell’anticristo”. Vuol dire che opera in modo molto insidioso, spesso all’interno del gruppo di persone che dovrebbero rappresentare e insegnare la verità.

“Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo.” Il riferimento è allo Spirito Santo che ci è stato dato, il quale è infinitamente più grande degli spiriti che spingono i falsi profeti a negare la verità di Cristo.

“Essi sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio: chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.”

La prova suprema dell’amore

Il versetto più conosciuto del Nuovo Testamento, Giovanni 3:16, dà come misura dell’amore di Dio il fatto che egli “ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna”. Il nostro brano ribadisce questa grande verità ed insiste sul significato del verbo “dare”.

Non si trattava soltanto di prestare il Figlio a noi per un certo periodo come Maestro, bensì di volere la sua incarnazione in vista di consegnarlo alla morte della croce.

“In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.”

Gesù, l’eterna Parola di Dio, che ha vita in sé stesso, è stato mandato nel mondo affinché noi, che eravamo spiritualmente morti, potessimo avere vita per mezzo di lui.

“In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.”

Meditando sull’opera di redenzione compiuta da Cristo, con cui egli soddisfece la giustizia divina come il vicario dei peccatori, Giovanni scrive ora: “In questo è l’amore”.

“Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.” Chi non ama evidentemente non conosce Dio perché Dio è amore in questa maniera.

La comunione con Dio e l’amore per il fratello

“Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.”

“In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito.”

“Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio.”

“E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.”

La professione di fede e l’amore concreto non sono due percorsi separati. La fede custodisce la verità su Cristo, mentre l’amore rende visibile nella comunità la presenza di Dio.

“Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.”

“E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.”

La fede in Gesù Cristo e la vittoria sul mondo

“Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.”

“In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.”

“Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.”

“E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”

La fede non è presentata come un’idea privata, ma come la forza mediante cui il credente rimane nella verità, resiste all’influenza del mondo e vive nella libertà dell’obbedienza.

La testimonianza dell’acqua, del sangue e dello Spirito

“Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.”

“Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi.”

“Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio.”

“Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio.”

La testimonianza converge sulla persona del Figlio e sulla vita che Dio comunica attraverso di lui. La fede cristiana è quindi legata a una rivelazione concreta, storica e incarnata.

“E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.”

“Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.”

Preghiera, peccato e custodia della fede

“E questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo chiesto.”

La fiducia nella preghiera non è separata dalla volontà di Dio. La preghiera cristiana nasce dalla comunione con lui e si orienta verso ciò che è conforme al suo disegno.

“Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a coloro, cioè, il cui peccato non conduce alla morte.”

“C’è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato. Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte.”

“Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio non pecca: chi è stato generato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca.”

“Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta in potere del Maligno.”

“Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.”

La lettera termina con un’esortazione breve e incisiva: “Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!” La custodia della fede richiede di rimanere nel Figlio, nella verità dell’incarnazione, nella comunione ecclesiale e nell’amore concreto.

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