Confessione di un teppista è una raccolta poetica di Sergej Aleksandrovič Esenin, poeta russo nato nel 1895 nella regione di Rjazan’ e morto a San Pietroburgo il 28 dicembre 1925. Pubblicata nel 1921, l’opera esprime il conflitto interiore di un poeta diviso tra le proprie radici contadine, la vita cittadina, gli eccessi personali e la trasformazione della Russia dopo la rivoluzione bolscevica.
La raccolta mostra un Esenin volutamente provocatorio, spettinato e irregolare, ma anche profondamente nostalgico della famiglia, dei campi, degli animali e della Russia rurale. Il “teppista” del titolo non è soltanto una figura di ribellione: è un personaggio poetico che nasconde, dietro l’insolenza e il linguaggio dissacrante, un animo fragile, affettuoso e tormentato.
Chi era Sergej Esenin
Sergej Aleksandrovic Esenin, poeta russo, nasce il 3 ottobre 1895 a Konstantinovo (oggi Esenino), nella regione di Rjazan, figlio unico di genitori contadini, Cresciuto con i nonni nel cuore della Russia rurale, entra subito in contatto con la cultura contadina russa ed inizia a scrivere poesie già all’età di nove anni.
Nel 1912 si trasferisce a Mosca dove si guadagna da vivere lavorando come correttore di bozze presso una casa editrice. Nel 1915, si trasferisce a San Pietroburgo, avendo modo di collaborare con alcuni tra i poeti più influenti della scena russa del momento, quali Aleksandr Blok, Sergej Gorodeckij, Nikolaj Alekseevič Kljuev e Andrej Belyj, che contribuiscono a divulgarne l’opera e ad indirizzarlo verso una maturazione della personalità poetica.
Nascono così le sue prime raccolta, Radunica, pubblicata nel 1915, seguito da Rito per il morto apparso nel 1916, opere che gli garantiscono subito una certa popolarità, grazie alla sua prosa, fondata sui temi principali della poesia amorosa (vista ora in termini sensuali, ora come lente d’esplorazione spirituale) e della vita delle plebi contadine delle campagne russe.
Rispettivamente del 1916 e del 1918 sono le prime due raccolte, “Festa dei defunti” e “Azzurrità”. Un anno più tardi fu tra i fondatori, insieme a Mariengof e a Šeršenevic, della nuova scuola degli ‘imma - ginisti’.
La poetica di Esenin tra campagna e città
Quest’ultimo, in particolare, diviene il nucleo ispiratore prevalente della sua poesia, tanto che Esenin assurge immediatamente ad una delle figure simbolo (divenendone poi l’esponente più importante) della cosiddetta scuola dei poeti contadini; dalla sua poesia infatti, traspare il mondo rurale della Russia di inizio Novecento e le sue parole esaltano la bellezze della natura e l’amore verso il mondo degli animali, spesso utilizzato come vera metafora della vita comunitaria, a causa dello stretto legame che si viene a creare tra contadini ed animali nella vita delle campagne.
Oltre che grande cantore della natura e della terra russa, è un profondo conoscitore delle tradizioni e delle leggende del mondo contadino, che sa descrivere con accenti di accorato lirismo, rappresentando fedelmente anche la mentalità di quell’universo ancestrale, tratteggiandone la visione quasi primitiva ed ancora patriarcale, esaltandone la vita frugale e dipingendone lo spirito religioso, con tutte le sue contraddizioni.
Proprio questa origine contadina rimane il centro della sua identità poetica anche quando Esenin si trasferisce nelle grandi città e viene accolto negli ambienti letterari. Il contrasto tra la semplicità della campagna e la modernità urbana diventa uno dei motivi fondamentali della sua inquietudine.
In fondo, tale distonia è anche il riflesso di un’inquietudine personale strisciante che lo accompagna in tutta la sua vita intellettuale, da quando si distacca dalla sua realtà contadina ed entra in contatto da un lato con la dimensione cittadina e l’intelligentija del suo tempo e dall’altro con il resto del mondo (nel periodo del suo secondo matrimonio con l’attrice statunitense Isabella Duncan viaggia costantemente all’estero), esperienze che inevitabilmente - pur continuando a nutrire l’afflato per l’universo contadino - lo pongono in una condizione di straniamento verso il suo cosmo di provenienza (e gli fanno comprendere anche certi limiti di quell’orizzonte chiuso), smarrendo quasi impalpabilmente il senso delle sua stessa anima poetica.
La rivoluzione e il conflitto interiore
La sua matrice rimane però profondamente legata alla tradizione della sua terra, tanto che la rivoluzione bolscevica rappresenta per Esenin un avvenimento sconvolgente: pur accettandola a livello razionale, il poeta avverte che essa rappresenta la fine della vecchia Russia patriarcale.
Dopo aver esaltato l’avvento della rivoluzione, manifesta le prime perplessità in una sorta di conflitto interiore descritto in Confessione di un teppista (1921) e in Mosca delle bettole (1924), composta a conclusione di un periodo particolarmente tormentato della sua vita irrequieta.
È in quegli anni, appena a ridosso della rivoluzione, che la fama di Esenin cresce, al punto da poter arrivare a competere con l’altro astro nascente della nuova poesia russa, Vladimir Majakovskij; e se fra i due vi fu rispetto, e forse anche stima non solo ostentata, pure sarebbe difficile immaginare due poeti di una stessa epoca più distanti fra loro, eppure accomunati da uno stesso, tragico destino.
Al 1921 appartengono lo straordinario poemetto Pugacëv - forse la sua opera più vicina alla poetica degli ‘immaginisti’ - e la raccolta Confessione di un teppista; del 1924 è Mosca delle bettole.
Con gli anni si approfondiva tuttavia il suo disagio esistenziale. Con alle spalle una rivoluzione nella sostanza mai amata né compresa e, davanti a sé, il costante e consapevolmente utopico desiderio di un ritorno alle origini, alla sua Rus’ natale e contadina, Esenin scontava il dramma della sua solitudine, della sua ‘estraneità’ («Nel mio paese io sono ancora uno straniero…»).
Il significato del titolo
Il titolo Confessione di un teppista unisce due elementi apparentemente opposti. Da una parte c’è la confessione, cioè l’esposizione diretta della propria fragilità, dei ricordi e dei sentimenti; dall’altra c’è il teppista, una figura ribelle, aggressiva e irriverente, che rifiuta le convenzioni sociali e letterarie.
Non a tutti è dato cantare, Non a tutti è dato cadere Come una mela ai piedi degli altri. È questa la più grande confessione Che possa fare un teppista.
In questi versi iniziali il poeta presenta la propria vulnerabilità come una forma di coraggio. Cantare non è un diritto concesso a tutti e “cadere” ai piedi degli altri significa abbandonare l’orgoglio, offrire sé stessi e accettare la possibilità del rifiuto.
La confessione non assume quindi il tono di una dichiarazione ordinata e composta. È piuttosto un autoritratto frammentario, attraversato da immagini rurali, provocazioni, ricordi d’infanzia, nostalgia e slanci improvvisi di tenerezza.
Il poeta spettinato e la provocazione
Io vado a bella posta spettinato, Col capo, come un lume a petrolio, sulle spalle. Mi piace rischiarare nelle tenebre Lo spoglio autunno delle vostre anime.
L’aspetto spettinato è scelto deliberatamente: non indica soltanto trascuratezza, ma diventa una dichiarazione di indipendenza. Il poeta si presenta come una presenza scomoda, capace di illuminare le “tenebre” interiori degli altri con una luce povera, domestica e quasi rurale, simile a quella di un lume a petrolio.
Mi piace che i sassi dell’ingiuria Mi volino addosso come grandine Di eruttante bufera. Allora stringo solo con le mani più forte La bolla dondolante dei capelli.
L’insulto viene trasformato in una tempesta. Esenin non nega di essere bersaglio di aggressioni e giudizi, ma reagisce stringendo ancora più forte la propria identità. L’immagine dei capelli, raccolti come una “bolla dondolante”, rende il gesto insieme comico, teatrale e difensivo.
La famiglia contadina e la memoria dell’infanzia
M’è così dolce allora ricordare Lo stagno erboso e il fioco stormire dell’alno, Che ho un padre e una madre lontani, Cui non importa di tutti i versi miei, Cui son caro come un campo e la carne, Come la pioggerella, Che a primavera fa soffici i verdi.
Alla violenza delle ingiurie il poeta contrappone il ricordo dei genitori. Il padre e la madre non vengono descritti come critici letterari né come persone interessate alla fama del figlio: lo amano in modo immediato, concreto e naturale, come si ama un campo, la carne o la pioggia che rende morbida la terra.
Loro verrebbero a infilzarvi Con le forche per ogni vostro grido Scagliato contro me. Poveri, poveri genitori contadini! Siete di certo diventati brutti, Temete Iddio E le viscere palustri.
La difesa immaginaria dei genitori è espressa con un’immagine ruvida e contadina. Le forche, gli acquitrini e la paura di Dio appartengono a un universo arcaico, lontano dal mondo urbano e letterario nel quale il poeta ora vive.
Potreste almeno capire che vostro figlio in Russia è il miglior poeta!Non vi brinava il cuore Per la sua vita, Quando coi piedi nudi si bagnava Nelle pozze autunnali?
Il poeta desidera che i genitori comprendano il valore della sua fama, ma subito riporta il discorso alla vita concreta dell’infanzia. La gloria poetica non cancella la memoria del bambino che camminava a piedi nudi nelle pozze autunnali.
Oh! poteste capire Che vostro figlio È il miglior poeta di Russia! Il cuore non vi si copriva di brina per la sua vita, quand’egli si bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?
La distanza tra il riconoscimento pubblico e l’affetto familiare rimane essenziale: Esenin può essere considerato il migliore poeta di Russia, ma per i suoi genitori resta soprattutto il figlio esposto al freddo, alla pioggia e ai pericoli dell’infanzia.
Il ritorno del monello di campagna
Ora invece cammina in cilindro E scarpe di vernice. Ma vive ancora in lui l’antica foga Del monello campagnolo, Che ogni cosa vuol rimettere a posto.
Il cilindro e le scarpe lucide simboleggiano la trasformazione sociale del poeta, ormai inserito negli ambienti cittadini. Tuttavia, sotto l’apparenza elegante sopravvive il ragazzo della campagna, impulsivo e incapace di rinunciare alla propria energia originaria.
Ma sopravvive in lui l’antica foga del monello di campagna. Ad ogni mucca delle insegne di macelleria di lontano egli manda un saluto.
Il saluto rivolto alla mucca dipinta sulle insegne di una macelleria è una delle immagini più ironiche e significative della poesia. L’animale, separato dal campo e trasformato in simbolo commerciale, risveglia nel poeta la memoria della vita rurale.
Ad ogni mucca sulle insegne di macelleria Egli manda un saluto di lontano. Ed incontrando in piazza i vetturini E ricordando l’odore di letame Dei campi natali, È pronto a reggere la coda a ogni cavallo, Come lo strascico d’un abito nuziale.
L’odore del letame, i vetturini e la coda dei cavalli hanno per Esenin una dignità poetica pari a quella degli oggetti celebrati dalla letteratura tradizionale. Il gesto di reggere la coda del cavallo come uno strascico nuziale trasforma una scena ordinaria in un’immagine affettuosa e visionaria.
L’amore per la patria rurale
Io amo la patria, Amo molto la patria! Anche se copre i suoi salici Rugginosa mestizia. Mi sono cari i grugni imbrattati dei maiali E nella quiete notturna la voce Risonante dei rospi.
Io amo la patria, Amo molto la patria! Anche se una mestizia rugginosa avvolge i suoi salici. Mi sono gradevoli i grugni imbrattati dei maiali e la voce dei rospi sonante nella quiete notturna.
L’amore per la patria non è idealizzato. La Russia di Esenin comprende malinconia, povertà, fango, animali e paesaggi umili. Il poeta non sceglie una patria monumentale o celebrativa, ma quella dei salici, dei maiali e dei rospi.
La patria appare quindi come uno spazio fisico e affettivo, non come un’astrazione politica. Il legame con essa passa attraverso gli odori, i rumori, la vegetazione e gli animali che hanno formato la sensibilità del poeta.
Il ricordo dell’acero e del cane
Io sono teneramente malato Dei ricordi d’infanzia, Sogno la bruma Delle umide sere d’aprile come per riscaldarsi Il nostro acero si è accoccolato Al rogo del tramonto.
Sono teneramente malato dei ricordi d’infanzia, sogno la bruma delle umide sere d’aprile. Come per riscaldarsi il nostro acero s’è accoccolato al rogo del tramonto.
L’acero assume una presenza quasi umana: sembra accoccolarsi davanti al fuoco del tramonto per proteggersi dal freddo. La natura non costituisce uno sfondo passivo, ma partecipa alla vita del poeta e conserva la memoria del passato.
Quante volte mi sono arrampicato sugli rami a rubare le uova dai nodi dei corvi! È sempre lo stesso, anche ora, Con la sua cima verde? La sua corteccia è dura come allora?
Oh, quante volte mi sono arrampicato sui rami a rubare le uova dai nidi dei corvi! È ora sempre lo stesso, con la cima verde? La sua corteccia è dura come prima?
Le domande rivolte all’albero mostrano il desiderio di verificare se il luogo dell’infanzia sia rimasto immutato. Il poeta, invece, è cambiato: il viaggio, la fama e la vita urbana lo hanno allontanato dalla campagna, ma il ricordo continua a ricondurlo ai suoi luoghi originari.
E tu, mio prediletto, Fedele cane pezzato?! Per la vecchiaia ora sei stridulo e cieco E vaghi nel cortile, Trascinando la coda penzolante, Senza più ricordare Dove sia la porta e dove la stalla.
E tu, mio diletto, fedele cane pezzato?! La vecchiezza ti ha reso stridulo e cieco e vaghi per il cortile, trascinando la coda penzolante, senza piú ricordare dove sia la porta e dove la stalla.
Il cane è il simbolo più doloroso della distanza temporale. Il poeta ritrova nell’animale invecchiato il passare degli anni e la trasformazione irreversibile della casa natale. Il cortile, la porta e la stalla restano gli stessi elementi concreti, ma il cane non riesce più a riconoscerli.
La complicità e il pane condiviso
Come mi son care quelle birichinate, Quando rubato alla mamma un cantuccio di pane, Lo mordevamo insieme, uno alla volta, Senza lasciar cadere una briciola L’uno all’altro.
Come mi sono care quelle birichinate quando, sottratto a mia madre un cantuccio di pane, lo mordevamo insieme uno alla volta, senza avere ribrezzo l’uno dell’altro.
Il ricordo del pane condiviso con il cane riassume l’intimità della vita contadina. È un gesto povero, ma anche una scena di reciproca fiducia, nella quale uomo e animale partecipano allo stesso piccolo piacere.
La poesia di Esenin attribuisce agli animali una dignità affettiva e morale. Essi non sono semplicemente elementi del paesaggio rurale, ma compagni di vita, interlocutori silenziosi e custodi della memoria.
Il poeta non è cambiato
Io non sono mutato. Non è mutato il mio cuore Come i fiordalisi nella segala, Fioriscono gli occhi nel viso. Stendendo stuoie dorate di versi, Sì, voglio dirvi una parola tenera.
Io non sono cambiato. Non è cambiato il mio cuore. Come fiordalisi nella segala fioriscono gli occhi nel viso. Stendendo stuoie dorate di versi, vorrei dirvi qualcosa di tenero.
L’affermazione di non essere cambiato è insieme sincera e problematica. Esenin è ormai un poeta conosciuto, veste abiti cittadini e vive lontano dalla sua terra, ma considera ancora intatto il nucleo emotivo della propria identità.
I fiordalisi nella segala rappresentano la persistenza della bellezza dentro un ambiente semplice e agricolo. Allo stesso modo, i versi diventano “stuoie dorate” distese davanti agli altri: una forma di ospitalità, una protezione e una dichiarazione d’affetto.
Buona notte! A tutti, buona notte! Più non tintinna nell’erba del crepuscolo La falce del tramonto.
Buona notte! A voi tutti buona notte! Piú non tintinna nell’erba del crepuscolo la falce del tramonto.
Il saluto sembra rivolto alla famiglia, agli animali, alla campagna e forse all’intera comunità perduta. La falce del tramonto, che non tintinna più nell’erba, introduce un’atmosfera sospesa, prossima al silenzio e alla fine.
L’ironia, il corpo e la morte
La sera ho tanta voglia di pisciare Dalla finestra mia contro la luna. Azzurra luce, luce tanto azzurra! In quest’azzurro anche il morir Non duole.
Stasera ho tanta voglia di pisciare dalla finestra mia contro la luna. Azzurra luce, luce cosí azzurra! In quest’azzurro anche il morir non duole.
Il passaggio dalla tenerezza all’insulto osceno è improvviso e caratteristico della raccolta. Esenin accosta l’immagine della luna, tradizionalmente associata alla bellezza lirica, a un gesto corporeo e dissacrante.
La provocazione non cancella il sentimento poetico: lo altera, lo rende fisico e lo sottrae alle convenzioni. La luce azzurra attenua persino il dolore della morte, trasformando l’idea della fine in una visione stranamente calma.
Che importa Se ho l’aria d’un cinico Dal cui sedere penzola un fanale!
Che importa se ho l’aria d’un cinico dal cui sedere penzola un fanale!
Il poeta accetta l’immagine grottesca del cinico e la porta all’estremo. L’autoritratto non cerca dignità secondo i canoni tradizionali: preferisce il ridicolo, l’eccesso e l’autoderisione come strumenti di libertà.
Il vecchio Pegaso e la poetica dei topi
Mio vecchio, bravo Pegaso spossato, M’occorre forse il tuo morbido trotto? Io son venuto come un maestro austero A decantare e celebrare i sorci.
Vecchio e bravo Pegaso straccato, mi occorre forse il tuo morbido trotto? Sono venuto come un maestro austero a decantare e a celebrare i sorci.
Il Pegaso della tradizione poetica è stanco e non serve più a Esenin. Al suo posto compaiono i sorci, animali umili e sgradevoli, ma perfettamente coerenti con la poetica del poeta contadino e con il suo rifiuto dell’enfasi retorica.
Son venuto come un servo maestro A decantare e celebrare i topi. La mia testa, come un agosto, Si effonde in vino di capelli ribelli.
Simile a un agosto, la mia zucca si effonde in vino di capelli tumultuosi.
La testa del poeta è paragonata ad agosto, mese della maturazione e dell’abbondanza, ma anche a un recipiente colmo di vino e capelli. L’immagine riunisce vitalità, disordine e un senso di ebbrezza creativa.
La vela gialla verso un paese sconosciuto
E voglio essere una gialla vela Per quel paese verso cui navighiam.
Io voglio essere una gialla vela Per il paese verso cui navighiamo.
Ho voglia d’essere una gialla vela Per il paese verso cui navighiamo.
La conclusione introduce un’immagine di movimento. La vela gialla è fragile ma visibile, sospinta verso un paese non definito. Può rappresentare il desiderio di cambiamento, la ricerca di una nuova patria o l’avvicinamento a una dimensione oltre la vita.
Il viaggio verso quel paese conserva un’ambiguità decisiva: non è soltanto un itinerario geografico, ma anche un attraversamento esistenziale. La tensione tra il desiderio di partire e l’attaccamento alla terra natale rimane irrisolta.
La struttura tematica della raccolta
| Elemento | Funzione nella poesia |
|---|---|
| Il teppista | Figura di ribellione, provocazione e autodifesa. |
| I genitori | Simbolo dell’affetto originario e dell’appartenenza contadina. |
| La patria | Russia rurale fatta di salici, animali, acquitrini e ricordi. |
| L’acero | Testimone della memoria e del passaggio del tempo. |
| Il cane | Compagno dell’infanzia e immagine della vecchiaia. |
| Il Pegaso | Simbolo della poesia tradizionale ormai stanca. |
| I sorci e i topi | Emblemi di una poesia anti-retorica e volutamente umile. |
| La vela gialla | Immagine del viaggio verso un futuro o una dimensione sconosciuta. |
Lo stile: lirismo, oralità e immagini visionarie
Successivamente vira verso la corrente degli “imaginisti”, più legati ad un linguaggio simbolico e non mediato dai canoni linguistici, quasi di impronta futuristica.
La sua poesia alterna un linguaggio vicino all’oralità contadina a immagini visionarie e simboliche. L’accostamento di oggetti quotidiani, animali, gesti corporei e metafore cosmiche crea una voce riconoscibile, capace di passare rapidamente dal comico al tragico.
La raccolta non segue un tono uniforme. La tenerezza per i genitori può essere accostata a una battuta oscena, la nostalgia per il cane a una dichiarazione di orgoglio, la malinconia per la patria a un’immagine grottesca. Questa instabilità è parte integrante della sua poetica.
Con il tempo, vengono ad aggiungersi alla sua versificazione anche temi legati agli eccessi che contornano la sua esistenza, consumata tra passioni fulminanti (tanto da sposarsi tre volte ed avere diverse e diversi amanti), e frequentazioni di bordelli ed abbandoni all’alcol.
Con il passare degli anni la lirica di Esenin perde di intensità e di respiro visionario: i toni dei suoi versi diventano più retoricamente malinconici, perdendo la tensione vitalistica e paganeggiante del periodo iniziale, ma nell’ultima fase della sua produzione (dal già citato Confessione di un teppista del 1924, fino a Al cane di Kačalov dell’anno seguente, passando attraverso altre due brevi sillogi), il poeta pare ritrovare un guizzo di nuova linfa, rappresentando nella sua poetica la riemersione delle antiche speranze perdute, pur permanendo, insuperabile, nel suo animo, la tragedia interiore legato alla dicotomia tra la sua visione del mondo ed il destino verso cui vede incamminato il suo paese.
La vita inquieta del poeta
Con il tempo si approfondiva tuttavia il suo disagio esistenziale. A nulla valsero la fama letteraria, i tre matrimoni, fra i quali quello ‘scandaloso’ con la celebre stella della danza Isadora Duncan, il viaggio con lei prima in Germania e poi negli Stati Uniti, soltanto tappe di una vita di vagabondaggio tesa ormai vorticosamente verso il suo epilogo più tragico.
Questo disorientamento diviene causa delle inquietudini e della instabilità che ne contrassegnano l’esistenza, insieme alle difficoltà creategli dall’essersi inimicato gli esponenti del potere sovietico, per aver evidenziato l’ingiustizia e la spregiudicata carica di violenza della loro azione pubblica.
La figura del teppista poetico nasce anche da questa condizione di estraneità. Esenin non appartiene più completamente al mondo contadino, ma non si sente nemmeno integrato nella cultura urbana e politica del suo tempo.
La morte e l’ultima poesia
Tutto ciò, costituisce la premessa del drammatico epilogo della sua breve vita e della sua parabola di artista, con il suicidio avvenuto 28 dicembre 1925 in una camera dell’Hotel Angleterre di San Pietroburgo, per quanto alcune ipotesi giornalistiche emerse successivamente, non escludano la teoria della morte come conseguenza di un’azione del GPU, la polizia segreta sovietica.
La raccolta e la poesia di Esenin vengono spesso lette alla luce di questo epilogo, ma la sua scrittura non si riduce alla profezia della morte. Essa conserva una forte vitalità, fatta di desiderio, ironia, ricordi, animali, paesaggi e immagini di trasformazione.
Arrivederci, amico mio, arrivederci, Tu sei nel mio cuore. Una predestinata separazione Un futuro incontro promette. Arrivederci, amico mio, Senza strette di mano e parole, Non rattristarti e niente Malinconia sulle ciglia: Morire in questa vita non è nuovo, Ma più nuovo non è nemmeno vivere.
Arrivederci, amico mio, arrivederci è l’ultima poesia scritta da Esenin il giorno precedente la sua morte. La semplicità dell’addio, l’idea della separazione predestinata e l’equivalenza paradossale tra morire e vivere conferiscono ai versi una particolare intensità.
Rimane, la poesia di Esenin, la testimonianza di un animo fragile, indifeso di fronte alla violenza del mondo a lui contemporaneo, rifugiatosi nel limbo di un mondo antico, ormai trasfigurato dalla storia.
La lettura critica della sua estraneità
Come affermato da Trockij all’indomani della sua morte: « Esenin si sentiva sempre estraneo. Il nostro tempo è un tempo severo, magari uno dei più severi della storia dell’uomo cosiddetto civilizzato. Esenin non era un rivoluzionario. Le radici di Esenin sono profondamente popolari: lui e la rivoluzione non erano fatti della stessa pasta. Esenin era intimo, tenero, lirico; la rivoluzione è pubblica, epica. Per questo la breve vita del poeta si è troncata in maniera così catastrofica ».
La contrapposizione tra l’intimo e l’epico chiarisce il nodo centrale dell’opera eseniniana. La rivoluzione appartiene alla dimensione pubblica della storia, mentre la poesia del poeta nasce dalla memoria personale, dalla natura e dalla comunità rurale.
«Dai tempi di Kolkov la terra russa non aveva prodotto nulla di più connaturato, di più radicato, di più consono e congeniale a sé di Sergej Esenin, dono offerto alla sua epoca con rara disinvoltura, senza gravami di zelo populista. Di più, Esenin era una particella viva, palpitante di quell’artisticità che noi definiamo, sull’esempio di Puškin, principio mozartiano, elemento mozartiano. Esenin considerò la propria vita come una fiaba: come Ivàn, il figlio dello zar, egli sorvolò l’oceano su un lupo grigio; come nell’Uccello di fuoco egli afferrò le piume di Isadora Duncan. Anche i suoi versi li scrisse alla maniera delle fiabe, ora facendo dei solitari con le parole, quasi fossero carte, ora vergandole con il sangue del cuore. Di più prezioso in lui vi è l’immagine della boscosa natura della terra nativa, della Russia centrale, della zona di Rjazan’, resa con stupefacente freschezza, come gli era data nell’infanzia».
Il giudizio di Boris Pasternak sottolinea il radicamento di Esenin nella terra russa e la capacità di trasformare la propria vita in una fiaba. La natura della regione di Rjazan’ resta il nucleo più prezioso della sua immaginazione, anche quando il poeta attraversa città, paesi stranieri e ambienti culturali lontani dalla campagna.
Le traduzioni italiane di Confessione di un teppista
Data la grande popolarità dell’autore, esistono diverse traduzioni italiane delle sue poesie, la maggior parte delle quali miscellanee, che in teoria potrebbero rappresentare il giusto approccio per approfondire l’opera di Esenin.
Tuttavia, in questo caso, il nostro consiglio cade invece sulla traduzione di una singola silloge del poeta russo, essendo disponibile in italiano, quella che è probabilmente la raccolta più significativa di Esenin, da cui traspare emblematicamente tutto lo spirito della sua poesia, vale a dire, Confessione di un teppista (con l’aggiunta di poesie tratte da altre raccolte) peraltro di recente edizione, essendo stato pubblicato nel 2021 dall’editore Passigli, con la curatela e la traduzione di Bruno Carnevali.
La raccolta permette di avvicinarsi ai principali motivi eseniniani: la nostalgia per la campagna, il rapporto con i genitori, l’amore per gli animali, l’ironia, il senso di estraneità e l’oscillazione tra vitalità e malinconia.
La fortuna musicale di Esenin
Esenin è tuttora uno dei poeti maggiormente amati di tutti i tempi, tradotto in varie lingue ed apprezzato in varie parti del mondo, grazie alla semplicità delle immagini e dei concetti espressi, accompagnati al tempo stesso da una sapiente costruzione lirica.
Proprio il suo lirismo è a sua volta alla base delle varie trasposizioni della sua opera in vari ambiti musicali.
Ricordiamo in particolare, nell’ambito della musica classica le opere del compositore russo Georgij Vasil’evič Sviridov ispirate ai versi del poeta, nell’ambito della musica folk i brani di Angelo Branduardi (vero esteta dell’opera di Esenin) Confessioni di un malandrino (trasposizione particolarmente fedele de Confessione di un teppista) e La cagna (tratta da La canzone di una cagna) ed infine nel settore del metalcore, il pezzo della band britannica Bring me the Horizon, It was written in blood, tratta dalla bellissima Arrivederci amico mio, arrivederci, ultima poesia composta da Esenin prima della sua morte.
