Il processo di beatificazione di Pio XII riguarda la verifica delle sue virtù cristiane, ma si intreccia inevitabilmente con il giudizio storico sul suo pontificato, in particolare sul comportamento della Santa Sede durante la Shoah. Eugenio Pacelli, papa dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958, è stato dichiarato venerabile il 19 dicembre 2009 da Benedetto XVI, dopo il riconoscimento dell’esercizio eroico delle virtù teologali e cardinali.
La proclamazione delle «virtù eroiche» è l’ultimo passaggio prima della beatificazione, ma non equivale ancora alla beatificazione stessa: il pontefice decide quando fissare la data della relativa cerimonia e dove tenerla. Nel caso di Pio XII, il procedimento ha suscitato un confronto internazionale sul rapporto tra santità personale, responsabilità pubblica, memoria della Shoah e accesso agli archivi vaticani.
Chi era Pio XII
Il Venerabile Pio XII, al secolo Maria Giuseppe Giovanni Eugenio Pacelli (Roma, 2 marzo 1876; † Castel Gandolfo, 9 ottobre 1958) è stato il 260º Vescovo di Roma e papa italiano a partire dal 2 marzo 1939 fino alla morte. Fu battezzato il 4 marzo nella chiesa dei Santi Celso e Giuliano.
Dopo le elementari frequentate in una scuola privata cattolica e la frequenza al liceo di Stato "Ennio Quirino Visconti", Eugenio Pacelli entrò nel Collegio Capranica e poi, dal 1894 al 1899, studiò teologia alla Gregoriana presso cui si dottorò nel 1901, quando già da due anni era stato ordinato presbitero (1899). Del 1902 è la laurea in giurisprudenza in utroque iure (vale a dire, sia in diritto civile, sia in quello canonico), anche se non ebbe mai modo di praticare l’avvocatura.
Determinante per la sua formazione fu l’influenza che ebbe, a partire dall’età di 8 anni, il reverendo Giuseppe Lais, scienziato astronomo, discendente da una storica famiglia romana di origine sassone, per molti anni precettore e mentore del futuro papa Pio XII, in seguito insignito da papa Benedetto XV della medaglia d’oro pontificia.
La formazione diplomatica e il servizio nella Curia romana
Dietro raccomandazione del cardinale Vincenzo Vannutelli, che più tardi sarebbe diventato decano del Sacro Collegio, Pacelli iniziò una rapida carriera nella Curia romana come segretario del cardinale Pietro Gasparri (futuro segretario di Stato), all’epoca sottosegretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici straordinari.
Nel 1904, dopo la specializzazione accademica in relazioni fra Stato e Chiesa, fu promosso e divenne monsignore-ciambellano del papa Pio X. Pacelli vide con favore l’introduzione del Giuramento Antimodernista da parte di Pio X, preoccupato per le influenze libertarie che stavano contagiando il clero italiano e si applicò con zelo alla stesura di un nuovo codice di diritto canonico e, a partire dal 1911, alla carica di consultore presso il Sant’Uffizio e nello stesso anno divenne sottosegretario della congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari.
In questa veste fu artefice del concordato stipulato tra il Regno di Serbia e la Santa Sede il 24 giugno 1914, pochissimi giorni prima dell’inizio della Grande Guerra. Il 13 maggio 1917 Benedetto XV lo ordinò vescovo elevandolo in pari tempo alla dignità arcivescovile col titolo di arcivescovo titolare di Sardi e lo nominò nunzio apostolico in Baviera.
Dal 1925 Pacelli fu anche nunzio apostolico in Prussia. In tale veste egli concluse i concordati con i due Länder: in Baviera nel 1924, in Prussia nel 1929. Sempre nel 1929, l’11 febbraio, Benito Mussolini e il cardinal Gasparri firmarono i Patti Lateranensi, frutto della mediazione di Domenico Barone e di Francesco Pacelli.
Contemporaneamente, dal 1920, fu primo nunzio per l’intera Germania con sede nella nuova nunziatura di Berlino. Durante questi dodici anni Pacelli si avvicinò molto al mondo tedesco e conobbe bene la realtà politica della Repubblica di Weimar.
Il rapporto con il regime nazista
Eugenio Pacelli fu nominato cardinale da Pio XI il 16 dicembre 1929; il 7 febbraio 1930 divenne segretario di Stato. Al fine di regolare le relazioni tra la Santa Sede e gli altri Stati, difendere le attività di scuole e ospedali cattolici, garantire le tasse ecclesiastiche e i beni materiali della Chiesa, negoziò diversi concordati con il Baden nel 1932, l’Austria nel 1933, la Regno di Jugoslavia nel 1935.
Il più discusso tuttavia fu quello firmato a Roma il 20 luglio 1933 con la Germania del cancelliere Adolf Hitler, il Reichskonkordat. Questo concordato, che seguiva di pochissimi giorni la sigla del Patto a quattro, avvenuta sempre a Roma, fu particolarmente discusso in quanto insieme all’altro dava - pochi mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere (30 gennaio 1933), la fine di ogni vita democratica in Germania e la proibizione di tutti i partiti politici, compreso quello cattolico del Centro (Zentrumspartei) - un ulteriore riconoscimento internazionale al regime nazista.
In ogni caso il Reichskonkordat, malgrado le apparenti garanzie per la Chiesa e i fedeli tedeschi, fu sistematicamente violato dai nazisti e Pacelli stesso inviò 55 note di protesta per la violazione da parte del Reich nel periodo 1933-1939: la Chiesa cattolica nella Germania nazista avrebbe lamentato di dover agire in condizioni difficili.
Questo tentativo fallito di venire a patti con il nazismo condusse Pio XI a stilare un’ammonitoria enciclica nel 1937, dal titolo Mit brennender Sorge (Con viva preoccupazione). Tra il 1937 e il 1939 si esplicita pienamente una differenza tra Pio XI e il suo segretario di Stato, Eugenio Pacelli, il quale è sempre deciso a seguire una via diplomatica di mediazione con il regime nazista.
Il pontificato e la questione della santità
Proclamare le «virtù eroiche» significa, nel linguaggio curiale, affermare che una determinata persona ha vissuto in modo eminente le tre virtù teologali (fede, speranza e carità) e poi le quattro cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza): cioè, sempre volendo compiere solamente la volontà di Dio e servire al bene delle anime, e mai lasciandosi guidare dallo spirito mondano o dal tornaconto personale.
La proclamazione delle «virtù eroiche» di Pio XII e di Giovanni Paolo II ha riaperto un dibattito che, partendo dai casi singoli, si allarga all’istituto stesso delle beatificazioni e delle canonizzazioni, cioè al gradino meno solenne, e più solenne, sul quale una persona viene proposta ai fedeli cattolici, dal papa, come esempio da imitare.
Un dibattito che investe una questione di fondo: che cosa significa, per la Chiesa cattolica, indicare a modello di tutti i fedeli una persona? E, per chi ha avuto in vita grandi responsabilità di governo, ed ha compiuto scelte che hanno diviso l’opinione pubblica e il giudizio degli storici, come distinguere le intenzioni soggettive dalle oggettive conseguenze positive, discutibili o negative di certe sue scelte?
In questione non è, ovviamente, l’intima convinzione di coscienza e la motivazione interiore, sulle quali solo Dio può giudicare; in questione sono le conseguenze oggettive e pubbliche - umane, sociali, ecclesiali, geopolitiche - di certe scelte, di certe affermazioni, di certi atti.
Servi di Dio, venerabili, beati e santi
Di solito - nei tempi recenti, almeno - è nei giorni prima di Natale che ogni anno la Congregazione delle cause dei santi, il dicastero della Curia romana che si occupa di tali problematiche, promulga, su mandato del papa, decreti che riguardano appunto l’iter cui sono giunti alcuni candidati e candidate per essere proposti alla pubblica venerazione.
Alcuni sono solamente «servi-serve di Dio» e, con l’attribuzione di un miracolo, diverranno beati. La proclamazione delle «virtù eroiche» costituisce il passaggio che conduce alla qualifica di venerabile; per la beatificazione è normalmente richiesto il riconoscimento di un miracolo attribuito all’intercessione del candidato, salvo i casi di martirio.
| Fase | Significato |
|---|---|
| Servo o Serva di Dio | Persona per la quale è stata avviata la causa di beatificazione |
| Venerabile | Riconoscimento dell’esercizio eroico delle virtù |
| Beato o Beata | Proclamazione normalmente legata al riconoscimento di un miracolo oppure del martirio |
| Santo o Santa | Canonizzazione, normalmente legata a un ulteriore miracolo |
L’istituto delle canonizzazioni pone naturalmente problemi teologici cruciali, ai quali qui accenniamo soltanto: infatti, nelle parabole e nelle similitudini che, nell’Evangelo di Matteo (capo 13), Gesù usa per descrivere il Regno - il campo ove crescono il frumento buono e la zizzania, la rete che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi - Egli rinvia alla fine dei tempi la separazione del buono dal tristo e il giudizio del Signore sull’uno e sull’altro.
Per evitare questo azzardo, da qualche parte si suggerisce che, invece che usare la categoria di «santo canonizzato», si preferisca quella di «testimone». Il che significa che una comunità di cristiani ritiene di aver sentito risuonare l’Evangelo in modo particolare nella vita, le opere e/o gli scritti di una determinata persona.
Il processo di beatificazione di Pio XII
Il processo di beatificazione di Pio XII ha esaminato la sua vita, la sua attività ecclesiale, le sue virtù e il suo comportamento durante i grandi conflitti politici e militari del Novecento. Il procedimento ha riguardato quindi non soltanto la pietà personale del pontefice, ma anche le decisioni assunte nell’esercizio delle sue responsabilità pubbliche.
La fase decisiva ricordata nel materiale è quella della proclamazione delle «virtù eroiche». Una tale proclamazione è l’ultimo passaggio prima della beatificazione, ed è il pontefice che decide quando fissare la data della relativa cerimonia e dove tenerla.
La qualifica di venerabile attribuita a Pio XII è indicata al 19 dicembre 2009, da Benedetto XVI. Il riconoscimento non ha però eliminato il confronto storico sul suo pontificato, soprattutto perché la beatificazione di un papa viene percepita anche come una valutazione pubblica delle sue scelte pastorali, diplomatiche e politiche.
La guerra, la Shoah e il «silenzio» di Pio XII
La questione del comportamento di Pio XII riguardo alla Shoah - la decisione nazista di sterminare programmaticamente il popolo ebraico - è ormai posta da tempo nelle sue linee essenziali. Senza riandare ad una polemica quarantennale, innescata nel 1963 dall’opera teatrale di Rolf Hochhuth, «Il Vicario», che accusava appunto Pio XII per il suo «silenzio», la controversia riguarda il significato e le conseguenze della scelta diplomatica e riservata del pontefice.
La questione centrale può essere formulata in termini teologici: Pacelli, con il suo «silenzio», visse in modo «eroico» la virtù della prudenza, se avesse denunciato i nazisti avrebbe peggiorato ulteriormente la sorte degli ebrei, o mancò alla virtù della fortezza, che avrebbe forse suggerito un gesto semplice ma decisivo?
Il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici ricordò che numerosi religiosi cattolici si adoperarono, a rischio della loro vita, per salvare dalla morte certa migliaia di ebrei, senza chiedere nulla in cambio. Per questo, il silenzio di Pio XII di fronte alla Shoah duole ancora come un atto mancato.
La stessa posizione chiedeva che gli storici avessero accesso agli archivi del Vaticano che riguardano quel periodo e tutte le vicende successive al crollo della Germania nazista. L’analisi di questo vastissimo materiale potrebbe, in teoria, portare motivi per confermare, o per smentire, la plausibilità del suo «silenzio».
Benedetto XVI ricordò invece che molti cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta.
Le azioni di soccorso attribuite alla Santa Sede
Nel dibattito sulla beatificazione sono state ricordate diverse iniziative di soccorso attribuite a Pio XII e agli ambienti ecclesiastici. Tra queste vi sono l’accoglienza nei conventi e nelle istituzioni religiose, l’assistenza agli ebrei perseguitati e alcune attività diplomatiche svolte attraverso rappresentanti pontifici.
La scoperta più importante, spiega Gary Krupp, riguarda le attività di monsignor Giovanni Ferrofino, emissario di Pio XII e segretario del nunzio Silvani. Ferrofino riceveva ad Haiti due telegrammi criptati due volte all’anno da parte di Pio XII e in seguito a quei dispacci andava con il nunzio dal generale Trujillo per chiedergli a nome del Papa ogni volta 800 visti per gli ebrei che dal Portogallo stavano scappando dall’Europa a bordo di una nave.
Questo accadde due volte all’anno, dal 1939 al 1945: vuol dire che almeno 11 mila ebrei potrebbero essere stati salvati, solo in riferimento a questo Paese. Alcuni esperti vaticani, ai quali fu mostrata tale intervista, dichiararono di non avere nessuna idea di questo fatto.
Il segretario di Stato Tarcisio Bertone citò inoltre la circolare del 25 ottobre 1943, siglata da Pio XII, che ordinava tutte le istituzioni cattoliche di salvare il maggior numero possibile di ebrei.
La testimonianza del generale Karl Friedrich Otto Wolff
Un elemento importante nel processo è costituito dalla deposizione del generale Carlo Federico Otto Wolff, nato il 13 maggio 1900, già comandante supremo delle SS e della polizia tedesca in Italia. Per motivi militari, ma anche umanitari, il generale Wolff, nell’assolvimento del suo difficile incarico, seguì ciò che egli stesso chiamò «la tattica della mano leggera», cercando cioè di evitare ogni atto di severità non assolutamente necessario.
Giunto alla convinzione che la guerra scatenata da Hitler era perduta, chiese ed ottenne una udienza segreta con Pio XII che ebbe luogo il 10 maggio 1944. In tale udienza egli propose al Santo Padre di intavolare negoziati con gli alleati al fine di ottenere una «pace onorevole».
È certo che il generale rimase grandemente impressionato dal Servo di Dio, in modo tale cioè che egli, protestante, ha dichiarato: «Desidero la beatificazione di Pio XII perché, in un’udienza segreta del 10 maggio 1944, ho imparato a conoscerlo come un uomo del tutto straordinario e a venerarlo».
Nella sua deposizione il generale Wolff descrive in quale modo questa udienza fu preparata e come essa si svolse. A tale preparazione parteciparono l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede Weizsäcker, padre Ivo Zeiger S.I. e padre Pancrazio Pfeiffer, allora superiore generale della congregazione dei Salvatoriani.
Per motivi di segretezza, avevo indossato abiti borghesi. Padre Pfeiffer mi condusse poi nell’anticamera del Papa, mi presentò e poi si ritirò, perché l’udienza fra il Papa e me avvenisse a quattr’occhi.
Gli espressi la mia convinzione che io, in lui, nel Papa, vedevo la persona indicata per mettersi in relazione con le potenze occidentali allo scopo di anticipare la fine di questa guerra divenuta insensata, pur dicendo tuttavia che le condizioni avrebbero dovuto essere onorevoli, perché non avrei voluto apparire come un traditore.
Il Papa rispose a questo che si rallegrava di sentire da me un giudizio così onesto ed aperto sulla situazione, come anche di sentire un giudizio così giusto e rispondente alla vera situazione della Germania e a quella generale dell’Occidente.
Trattando l’argomento vero e proprio del nostro colloquio, il Papa mi disse che naturalmente non era facile sondare in modo concreto il terreno circa la possibilità di trattative di pace. La principale difficoltà consisteva nel fatto che, da parte degli alleati, esisteva un atteggiamento non solo antinazionalsocialista, ma in parte anche antitedesco.
Egli mi disse che calcolava su di un termine di circa quattro settimane, necessario per lui per poter combinare un primo abboccamento con me da parte dei rappresentanti delle potenze occidentali. Egli avrebbe fatto tutto ciò che gli era possibile in questo senso, per sostenere i miei sforzi che corrispondevano alle sue idee.
Purtroppo non ci fu più un incontro personale con papa Pio XII, perché io dovetti partire per Karlsbad piuttosto improvvisamente per una cura, rivelatasi urgentemente necessaria, e quando tornai in Italia, Roma era caduta ed era avvenuta l’invasione della Normandia.
Il Papa si accomiatò da me in un modo che mi sorprese; disse infatti che avrei percorso un cammino molto difficile e pericoloso per la mia vita. Mi augurava ogni bene e voleva dare a me e alla mia famiglia la benedizione apostolica.
Il piano nazista contro il Vaticano
Durante la deposizione il generale Wolff consegnò al Tribunale anche il documento richiesto dalla Segreteria di Stato riguardante il progetto di Hitler di invadere il Vaticano e deportare il Papa.
Il progetto di Hitler di far occupare il Vaticano e far deportare il Papa mi fu reso noto sotto il suggello della massima segretezza. Non vi furono istruzioni scritte per tutti questi ordini di Hitler rigorosamente segreti.
Che Hitler avesse questo piano, può essere dimostrato anche documentariamente dopo l’avvenuta pubblicazione dei frammenti del verbale dei colloqui sulla situazione nel quartier generale del Führer, del 26 luglio 1943, dove è esplicitamente trascritta la risposta di Hitler ad una domanda, su ciò che doveva essere fatto con il Vaticano.
A motivo della segretezza, non ho però reso noto questo piano di Hitler né al Papa né a qualcuno del clero. Questo non ero in grado di farlo, per il mio onore di ufficiale.
Praticamente, questo non era nemmeno possibile in alcun modo, poiché finché ne avevo la responsabilità potevo rimandare, ed infine impedire totalmente l’esecuzione di questo piano.
Il rapporto di Wolff con la Chiesa
Il mio atteggiamento di fronte alla Chiesa durante il periodo del mio servizio in Italia era questo: a motivo della mia educazione, ho considerato la Chiesa come una potenza culturale, importante per la conservazione della cultura occidentale.
Ho proposto a ecclesiastici di mia conoscenza, padre Ivo Zeiger, padre Pfeiffer, e, più tardi, anche il cardinale Schuster e il cardinale Piazza, il seguente gentlemen’s agreement, sia pure per la mediazione di terzi.
Non avrei usato alcun inutile rigore verso la Chiesa e verso la popolazione civile. In cambio, mi sarei però aspettato dalla Chiesa che mi aiutasse a mantenere la calma e l’ordine nel Paese e ad esercitare una benefica influenza in questo senso.
In cambio, io avrei protetto e difeso l’autorità della Chiesa, la vita e i beni della Chiesa, le sue istituzioni ed i suoi diritti extraterritoriali.
In questo contesto, mi viene appunto in mente che il Papa ha apprezzato anche questi miei sforzi. Il Papa mi disse cioè, alla fine dell’udienza: «Quante disgrazie si sarebbero potute evitare se Dio l’avesse condotte prima da me!».
Il dibattito del 2008
La beatificazione di Pio XII è stata uno dei temi che più hanno coinvolto, a livello italiano e internazionale, il mondo ebraico nel corso del 2008. La querelle sul ruolo del papa nel periodo nazista è esplosa con grande asprezza tra settembre e ottobre.
A catalizzare il dibattito furono accadimenti diversi tra loro: il viaggio di monsignor Fisichella in Israele con una visita il 7 settembre a Yad Vashem, il convegno romano di Pave the Way e la partecipazione del rabbino di Haifa Shear Yshuv Cohen ai lavori del Sinodo.
La questione di papa Pacelli corse sottotraccia per tutto l’anno con una regia mediatica piuttosto evidente. A cinquant’anni dalla sua morte il calendario di eventi per ricordarne la figura e l’opera fu infatti denso di appuntamenti - convegni, mostre, libri - che, soprattutto da parte della Chiesa, riservarono un’attenzione particolare al mondo ebraico.
Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni propose una lettura da parte ebraica del pontificato di Pio XII in risposta a un appello che ne chiedeva la beatificazione per la “grande opera di carità” messa in atto nella Roma occupata dai nazisti.
Per Di Segni riemergeva una linea fortemente apologetica che interpretava, sotto un unico punto di vista, un pontificato discutibile. Nel mondo ebraico restavano forti riserve verso un orientamento cattolico che enfatizzava soltanto gli aspetti considerati umanitari di Pio XII.
Le posizioni favorevoli alla beatificazione
Da fine agosto sui giornali iniziarono a rimbalzare le prime anticipazioni del convegno di Pave the Way che, nelle parole del suo presidente Gary Krupp, prometteva testimonianze decisive per rivalutare il ruolo svolto da Pio XII a favore degli ebrei.
La sola strada percorribile per arrivare alla verità, secondo Krupp, era la testimonianza delle persone presenti durante gli eventi di quegli anni terribili. Pave the Way aveva deciso di finanziare un progetto riguardante l’incontro con persone ancora viventi, le cui testimonianze erano state videoregistrate.
Il convegno dell’associazione ebraica statunitense culminò con il discorso di Benedetto XVI. Nei lavori del convegno, disse il Papa, erano stati evidenziati i non pochi interventi compiuti da Pio XII in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il maggior numero possibile di ebrei.
Questa sua coraggiosa e paterna dedizione, continuò Benedetto XVI, era stata riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro.
Il segretario di Stato Tarcisio Bertone ribadì che Pio XII protesse ebrei e rifugiati. Paolo Mieli definì invece priva di senso la «leggenda nera» e sostenne che Pio XII era stato un grande Papa, all’altezza della situazione.
Due giorni dopo fu lo stesso Benedetto XVI a sfatare la “leggenda nera” dei silenzi di Pio XII. Egli fu un «grande servitore della pace» e un «precursore del Concilio Vaticano II».
Le critiche dal mondo ebraico
Il rabbino di Haifa Shear Yishuv Cohen espresse forti perplessità sul processo di beatificazione. «Crediamo - affermò Cohen - che Pio XII non dovrebbe essere beatificato o preso comunque come modello per il fatto che non ha levato la sua voce in nostra difesa, anche se ha cercato segretamente di aiutarci».
Riccardo Pacifici osservò che esistevano responsabilità collettive e responsabilità individuali, meriti collettivi e meriti individuali. La gratitudine per i religiosi che avevano ospitato nei conventi gli ebrei italiani era profonda, ma ciò non eliminava il problema del comportamento pubblico di Pio XII.
Amos Luzzatto sostenne che il comportamento di Papa Pacelli sull’Olocausto era stato al di sotto delle sue possibilità e chiese che il Vaticano aprisse i propri archivi, rendendo disponibili i documenti capaci di dimostrare il contrario.
L’Anti-Defamation League chiese alla Santa Sede di aprire gli archivi e rendere pubblico l’operato di papa Pacelli nei confronti degli israeliti. Sulla scia delle critiche espresse al Sinodo, giunsero dai movimenti ebraici degli Stati Uniti e d’Israele richieste di fare piena luce mettendo a disposizione degli storici il materiale d’archivio.
La questione acquistò anche una dimensione diplomatica. Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano dichiarò che non si potevano chiudere gli occhi di fronte al controverso ruolo storico di papa Pio XII e al suo comportamento nei giorni in cui migliaia di ebrei venivano quotidianamente mandati al massacro.
Il problema degli archivi e della ricerca storica
Sembrerebbe scelta prudente e saggia, per la Santa Sede, il non procedere alla beatificazione di Pio XII fino a che non siano aperti e studiati tutti gli archivi che lo riguardano.
L’analisi di questo vastissimo materiale potrebbe, in teoria, portare motivi per confermare, o per smentire, la plausibilità del suo «silenzio». La richiesta di accesso agli archivi è stata quindi posta come condizione per un giudizio storico più completo.
La questione, tuttavia, non si esaurisce nella ricerca documentaria. Anche dopo l’apertura degli archivi, il giudizio degli storici e dell’opinione pubblica, dentro e fuori la Chiesa romana, potrebbe restare diviso.
Trovo ragionevole la decisione del papa di offrire - a sé e a tutti - «un tempo di riflessione» prima di dare il via alla fase finale della causa di beatificazione di Pio XII. È opportuno del resto completare la verifica storica sulla figura di papa Pacelli.
La distinzione tra santità personale e responsabilità pubblica
La questione di fondo riguarda il modo in cui la Chiesa valuta una persona che abbia esercitato grandi responsabilità di governo. Se un pontefice fa una scelta che ha gravi conseguenze su alcune persone, queste la patiscono anche se egli ha agito in buona fede.
Perciò quale senso ecclesiale e «geoecclesiale» può avere porre sugli altari questa persona? Se la «prudenza» e la «fortezza» di un papa non sono state all’altezza di ciò che la situazione richiedeva, come ci si potrebbe riparare semplicemente sostenendo che quel papa aveva una grande pietà o era convinto di fare il bene?
La risposta fornita nel caso di Pio IX fu che la santità vive nella storia e che ogni santo non è sottratto ai limiti e condizionamenti propri della nostra umanità. Beatificando un suo figlio la Chiesa non celebra particolari opzioni storiche da lui compiute, ma piuttosto lo addita all’imitazione e alla venerazione per le sue virtù.
Applicata a Pio XII, questa distinzione porta a separare la valutazione delle sue virtù personali dalla valutazione storica di determinate scelte diplomatiche e pubbliche. Proprio questa separazione costituisce uno dei punti più discussi dell’intero procedimento.
Altri Servi di Dio canonizzati insieme a Pio XII
Il 12 giugno 1954 furono canonizzati, insieme ad altri, Gaspare Del Bufalo, Maria Crocifissa Di Rosa, Domenico Savio e Pietro Chanel.
- Gaspare Del Bufalo: sacerdote, lottò strenuamente per la libertà della Chiesa e, anche in carcere, non smise mai la sua opera di conversione dei peccatori alla retta via, in particolare attraverso la devozione al Preziosissimo Sangue di Cristo.
- Maria Crocifissa Di Rosa: vergine, consacrò i suoi beni e tutta se stessa alla salvezza spirituale e materiale del prossimo e fondò l’Istituto delle Ancelle della Carità, per l’assistenza ospedaliera e domiciliare, la cura degli anziani e dei bambini, con la fondazione di scuole, orfanotrofi e case di riposo.
- Domenico Savio: laico, a Mondonio in Piemonte, fin dalla fanciullezza di animo dolce e lieto, ancora adolescente percorse speditamente la via della cristiana perfezione; nel 1856 fondò la Compagnia dell’Immacolata e poco più tardi morì.
- Pietro Chanel: religioso, sacerdote della Società di Maria e martire, si adoperò nella cura della gente di campagna e nell’istruzione dei bambini; inviato nell’Oceania occidentale, approdò all’isola di Futúna, dove la comunità cristiana era ancora del tutto assente, e divenne il primo martire dell’Oceania.
Il significato storico ed ecclesiale della causa
La causa di beatificazione di Pio XII non riguarda soltanto la memoria di un pontefice morto nel 1958. Essa coinvolge il significato stesso delle virtù eroiche quando il candidato ha ricoperto un incarico di governo, ha preso decisioni diplomatiche in tempo di guerra e ha lasciato conseguenze ancora discusse nella coscienza storica.
La documentazione sulla sua opera diplomatica, l’assistenza ai perseguitati, le testimonianze dei sopravvissuti, le deposizioni di protagonisti come il generale Wolff e l’accesso agli archivi costituiscono elementi diversi di una valutazione complessa.
La beatificazione di Pio XII è quindi legata contemporaneamente a tre livelli: il giudizio ecclesiale sulle virtù personali, la ricerca storica sulle decisioni del pontificato e il dialogo tra cattolici ed ebrei sulla memoria della Shoah.
