La confessione di Pietro Orlandi ruota attorno alla convinzione che la scomparsa di Emanuela, cittadina vaticana di 15 anni svanita il 22 giugno 1983, sia legata a un ricatto molto più ampio di un semplice rapimento. Pietro continua a cercare la sorella viva e considera la pista londinese una delle ipotesi più importanti, anche per il possibile trasferimento di Emanuela nel Regno Unito dopo la sua scomparsa.
Nel programma “La confessione”, condotto da Peter Gomez, Pietro ha ripercorso le principali piste investigative: il terrorismo internazionale, i rapporti tra Vaticano, criminalità organizzata e Stato, la vicenda di Enrico De Pedis, il ruolo di Paul Marcinkus, la pista della pedofilia, le dichiarazioni di Sabrina Minardi, i documenti collegati a Londra e un possibile volo riservato partito da Ciampino nell’agosto del 1983.

La scomparsa di Emanuela Orlandi
“Faceva caldissimo quel giorno a Roma e c’era lo sciopero dei mezzi. Mi chiese di accompagnarla a scuola di musica ma io avevo un altro appuntamento. Ha sbattuto la porta e se n’è andata. Non avrei mai pensato sarebbe stata l’ultima volta che avremmo parlato. Se l’avessi accompagnata avrei aspettato il suo ingresso davanti al portone della scuola e lei non avrebbe incontrato quella persona davanti al Senato che l’ha avvicinata con la scusa dell’Avon”: riparte dalla tragica ricostruzione del giorno della scomparsa di sua sorella Emanuela, Pietro Orlandi nella puntata “La confessione” condotta da Peter Gomez e andata in onda ieri sera in prima serata su Rai Tre.
Sono passati 42 anni dal 22 giugno 1983, da quando sua sorella Emanuela, cittadina vaticana di 15 anni, è scomparsa nel nulla. La scomparsa della ragazza vaticana è uno dei grandi misteri d’Italia.
Una mattina di oltre 30 anni fa, Pietro Orlandi salutava per l’ultima volta sua sorella Emanuela. Da quel momento, era il giugno del 1983, nessuna traccia e nessun indizio riusciranno a riportare a casa Emanuela Orlandi, segnando l’inizio della storia di sparizione più controversa del nostro paese.
La prima pista: il terrorismo internazionale
La prima pista percorsa per rintracciare Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa a 15 anni il 22 giugno del 1983, è stata quella internazionale, ma “Si rivelerà falsa”, come ha sottolineato anche Gomez nel ripercorrere durante la puntata tutte le piste vagliate negli anni.
Di terrorismo internazionale parlò anche Papa Giovanni Paolo II il giorno della vigilia di Natale di quello stesso anno, sei mesi dopo, quando a sorpresa si presentò a casa degli Orlandi, tra le poche famiglie residenti a Città del Vaticano.
Il padre di Emanuela, Pietro e delle altre tre sorelle era un dipendente del Vaticano così come prima di lui, suo padre. Il Papa disse agli Orlandi che il caso di Emanuela era un caso di “terrorismo internazionale”.
Alla domanda di Gomez, se avesse mentito loro, Pietro ha risposto: “Quel giorno di Natale, il Papa ha messo sul piatto della bilancia la verità sulla scomparsa di Emanuela e l’immagine della Chiesa da salvare, ha fatto una scelta. Io penso che Wojtyla fosse già al corrente di ciò che era successo.”
Il ruolo dei servizi segreti
Ripercorrendo tutte le tappe della vicenda sin dai primissimi giorni, Gomez ha analizzato il ruolo sei servizi segreti civili.
“Il 22enne Gulio Gangi, un vostro amico di famiglia, fu uno dei primi ad aiutarvi sin dai primi giorni dopo la scomparsa, collaborava col Sisde, perché intervennero subito i Servizi e non la Polizia o i carabinieri?”.
Pietro ha confermato questo dettaglio non da poco: “I servizi segreti erano sempre a casa nostra, avevamo lasciato le chiavi nella toppa perché potessero entrare quando volevano. Gangi (scomparsa pochi anni fa, ndr), venne un giorno insieme a un funzionario dei servizi, l’ufficiale Gianfranco Gramendola. Fu lui a indicarci il nome dell’avvocato a cui rivolgerci, Gennaro Egidio. Non so se lo pagassero loro il Vaticano” perché gli Orlandi dissero sin da subito che non avrebbero potuto permettersi di pagare la parcella, molto esosa, del noto legale romano.
“Anche l’idea di mettere il nostro numero di telefono sui tremila manifesti affissi su tutta Roma con la foto di Emanuela fu Gramendola a suggerircela, prima ancora dell’appello del Papa per lei (durante l’Angelus, ndr). Non c’era ancora nessuna attività da parte di Polizia e Carabinieri, ma solo dei servizi. Arrivarono tantissime telefonate, poi tutto passò all’avvocato Egidio”.
La pista della Banda della Magliana
La seconda pista venuta fuori negli anni ha coinvolto Enrico de Pedis, esponente della fazione testaccina legata alla Banda della Magliana. Questa pista fu al centro del magistrato Giancarlo Capaldo, la seconda su Emanuela e Orlandi, negli anni Duemila.
Nel corso del programma di ieri è andata in onda la nota telefonata che arrivò in diretta alla trasmissione Chi l’ha visto, in cui fu rivelato che il suo corpo (de Pedis fu trucidato nel 1990 nel cuore di Roma), era stato sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare.
La stessa Basilica in cui aveva sede anche la scuola di musica legata al Vaticano che frequentava Emanuela e da cui scomparve quel giorno. Quella telefonata era del 2005 e la tomba di de Pedis venne aperta solo nel 2012.
“Ci fu un tira e molla tra Procura e Vaticano su chi dovesse aprirla ma quella telefonata fece capire chi potesse esserci dietro”, ha dichiarato Orlandi.
L’anonimo telefonista disse infatti: “Se volete risolvere il mistero di Emanuela Orlandi, andate a vedere chi è sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare per un favore che Renatino (soprannome di Enrico de Pedis) fece al cardinal Poletti”.
Non è stata l’unica volta in cui Ugo Poletti (deceduto nel 1997) è stato tirato in ballo nella storia di Emanuela.
“Non ho mai creduto che ci fossero i resti di Emanuela in quella tomba che però voleva far capire bene il legame tra Chiesa, criminalità e Stato. Sono molto concentrati in quella sepoltura: il cardinale vicario di Roma Ugo Poletti che la autorizzò, de Pedis che fu sepolto in una Basilica e in quella scuola di musica aveva il suo ufficio il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che stava spesso nella Basilica con Poletti”, ha aggiunto Pietro.
Marcinkus, lo Ior e la pista di Solidarnosc
Peter Gomez durante la sua “Confessione” ha analizzato un personaggio molto controverso, protagonista di quel periodo: l’arcivescovo americano Paul Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior, la Banca Vaticana.
“Un personaggio rappresentativo di quegli anni. Pentiti di mafia e testimoni credibili hanno dichiarato che Emanuela fu rapita per convincere Marcinkus, sospettato di rapporti con “Cosa nostra” e con Roberto Calvi (il presidente del Banco Ambrosiano “suicidato” a Londra, ndr) a restituire i soldi persi nel crack del banco ambrosiano”, ha spiegato Gomez.
Ma a chi avrebbero dovuto restituire questi soldi? Lo Ior, lo ricordiamo, era il principale azionista del Banco Ambrosiano il cui crack fu al centro di un grave scandalo finanziario che coinvolse il Vaticano.
“Questa è una delle ipotesi, che i soldi della mafia siciliana siano passati per le casse dello Ior e del Banco ambrosiano. Soldi utilizzati da Papa Giovanni Paolo II per sostenere la causa polacca, il sindacato cattolico anticomunista Solidarnosc. Il Papa conosceva la provenienza di quei soldi sporchi di sangue della mafia anche se li ha utilizzati per una buona causa”, ha aggiunto Pietro Orlandi.
La pista della pedofilia
Nel programma è stata analizzata anche la pista della pedofilia.
“Una delle compagne di Emanuela ha svelato che aveva ricevuto pesanti avances da parte di alto prelato vicino al Papa”, ha chiesto il giornalista al fratello di Emanuela Orlandi che ha ribattuto: “Era un’amica delle elementari di Emanuela. Disse che mia sorella negli ultimi tempi era agitata perché c’era una persona vicina al Papa che ci aveva provato con lei. Emanuela quindi l’aveva identificata. L’amica non si ricorda se mia sorella gli avesse fatto un nome.
Non escludo la pista sessuale ma non si può seguire separatamente. Alla base c’è un oggetto del ricatto più grande del semplice fatto che Emanuela fu rapita perché era una cittadina vaticana, mia sorella non poteva essere solo per questo l’oggetto di un ricatto così forte da minacciare lo Stato più potente e influente al Mondo. Il vero ricatto era più forte ed è rimasto nei sotterranei, lo conosce soltanto il ricattato”.
Le dichiarazioni di Sabrina Minardi
Peter Gomez ha tirato in ballo durante la puntata, una delle testimoni della vicenda, Sabrina Minardi, amante di de Pedis.
“Lei ha sostenuto che Marcinkus abbia avuto rapporti sessuali con sua sorella”, ha detto il giornalista al fratello della 15enne scomparsa.
“La Minardi alcune cose le ha dette ma sovrapponendole, vive un po’ di confusione a riguardo ma una cosa per come l’ha raccontata è vera, ne sono convinto per come l’ha detta. Parlò (ai magistrati, ndr) di aver percorso una strada detta delle “mille curve” con una ragazzina in auto e di averla consegnata ad un’auto targata Città del vaticano ad un prelato, davanti al benzinaio del Vaticano.
Quella è l’unica parte vera del suo racconto, ne sono convinto. Credo che Emanuela sia stata riconsegnata al ricattato che ha accettato le richieste del ricattatore. In quel momento, il Vaticano non poteva darla alla famiglia perché Emanuela era la testimone vivente di quanto successo e quindi decisero di spostarla in un posto del Vaticano fuori dall’Italia”, ha risposto Pietro Orlandi.
La convinzione di Pietro: un ricattato e un ricattatore
Qual è la sua verità sulla sparizione di Emanuela?
“Io sono convinto che in questa storia ci siano un ricattato e un ricattatore. Emanuela è stata usata per ricattare qualcuno molto in alto, probabilmente del Vaticano. È stata presa perché cittadina vaticana, ma non è altro che un tassello in un puzzle infinitamente più grande. Deve essere così per giustificare un silenzio lungo quarantadue anni.
La penso. E quando la penso, penso a lei al presente. Penso che ho sempre il dovere di cercarla, viva”.
“Può essere accaduto di tutto, anche che sia ancora viva. Non me la immagino a fare shopping in giro per il mondo. Potrebbe essere stata chiusa in un luogo, come un convento di clausura. Era una bambina di 15 anni che viveva in un mondo particolare, in una bolla che è quella del Vaticano. In un istituto sarebbe stato facile manipolarla”.
La pista londinese
E da lì si arriva dritti alla pista inglese, secondo cui Emanuela avrebbe vissuto per anni in regime di segregazione in un appartamento adiacente a un convento gestito da padri scalabriniani a Londra.
In questi anni di ricerche, Pietro Orlandi è stato portato a credere sempre con maggiore convinzione alla pista londinese.
“Nasce nel 2017, dopo un incontro con Francesca Immacolata Chaouqui - ha spiegato Pietro -. Lei era a capo della Cosea, fu nominata con Monsignor Balda per seguire questo nuovo ufficio voluto da Papa Francesco per fare luce sulle finanze del Vaticano”.
La Chaouqui fu poi arrestata e processata la fuga di documenti ufficiali Vatileaks 2.
“La cercai perché avevo letto di un articolo dove diceva di un documento di Emanuela ritrovato insieme a documenti di Calvi e Sindona. Furono rubati questi documenti nelle stanze degli affari pubblici, con la fiamma ossidrica furono aperte le cassaforti da cui vennero prelevati i fascicoli. Lì c’erano anche i famosi fogli (contenenti una nota spese sostenute per mantenere Emanuela in un convento a Londra, ndr).
La Chaouqui - ha aggiunto Pietro disse: ho capito perché la verità non verrà mai fuori. Mi disse di aver portato quei documenti da Papa Francesco a cui chiese: ma la famiglia lo sa? Lui le disse, in base al suo racconto, lascia stare. Lei pensò che noi sapessimo e non ce ne parlò.
Quei 5 fogli (poi pubblicati dal giornalista Emiliano Fittipaldi in un’inchiesta) elencavano tante di quelle cose che non può averle create un mitomane”.
“Ci sono tante situazioni che possono apparire false per alcune cose ma nessuno ha avuto la volontà di analizzarle e approfondirle” ha sottolineato Pietro Orlandi che alla domanda sul perché, secondo lui, Emanuela non avesse pensato di contattare la famiglia ha risposto: “Perché non era libera di mettersi in contatto con la famiglia”.
La lettera mostrata a Verissimo
In passato infatti Pietro Orlandi aveva mostrato per la prima volta a Verissimo una lettera inedita, secondo cui - se verificata - la sorella Emanuela Orlandi sarebbe stata portata proprio a Londra dopo la sparizione nel 1983 e potrebbe essere stata incinta.
La lettera è stata data a Pietro Orlandi da una persona che ha affermato di aver vissuto nell’appartamento accanto a quello di Emanuela.
Il mittente della lettera sarebbe il cardinale Poletti, se ne venisse provata l’autenticità. Il destinatario è l’ex segretario di Stato inglese Frank Cooper che all’epoca era a capo anche dell’ente che gestiva l’ospedale di Saint Mary, in cui - secondo la pista londinese - sarebbe stata ricoverata Emanuela Orlandi.
Questo il testo della lettera:
Egregio Dott. Cooper, la ringrazio per essersi messo a disposizione in prima persona per la risoluzione immediata del problema totalmente inaspettato ed indesiderato. Come sono sicuro Le sia stato spiegato dai miei collaboratori nel Regno Unito ed ha sicuramente appreso dai giornali internazionali, la Sig.na Emanuela Orlandi è stata protagonista di vicende di primaria importanza nel panorama diplomatico internazionale e tutt’ora è di vitale importanza che la Sig.na Orlandi rimanga viva o in salute. Per quanto con l’Apostolicae Sedis è chiara la visione del Vaticano nello stabilire che anche un feto all’interno del grembo materno possiede un’anima, comprendo la Sua preoccupazione ed, essendone coinvolto in prima persona, condivido anche parte del suo pensiero. Pertanto, accetto il Suo invito a Londra, informandoLa che partirò personalmente per il Regno Unito il giorno 24 Febbraio. Cordiali saluti.
Il possibile carceriere contattato sul dark web
Pietro ha anche raccontato di essere stato contattato, tramite dark web, dal possibile carceriere di Emanuela: un uomo vicino all’organizzazione terroristica di estrema destra dei Nar, legato alla banda della Magliana.
“Disse di chiamarsi Vittorio Baioni, mi ha contattato un anno e mezzo fa, mi disse che Emanuela è stata a Londra”.
L’uomo ha fornito a Pietro dei documenti la cui veridicità non è ancora stata accertata e che in molti hanno ritenuto falsi.
“Una cosa però nessuno mi ha detto che è falsa: la foto di una mano che tiene una collanina fatta a mano da Emanuela, i difetti corrispondono a quella di mia sorella.
Un anno prima del sequestro Baioni finisce in carcere, ha sottolineato Gomez “Ma è uscito nei primi anni ‘80 quando lui e alcune persone hanno avvicinato insieme a Stefano Soderini (altro esponente dei Nar) il cardinale Poletti”, ha risposto Pietro Orlandi.

Il possibile volo Roma-Londra
Ma come sarebbe arrivata Emanuela Orlandi a Londra?
“La procura e la commissione stanno indagando su un volo partito da Roma per Londra in quella stessa estate”, ha spiegato Pietro che è stato contattato da una persona che lavorava all’epoca per il Ministero della difesa italiano, nella segreteria del ministro Giovanni Spadolini.
Pietro Orlandi torna a parlare della pista londinese, a cui di recente si sarebbe aggiunto un nuovo tassello, che se verificato darebbe una svolta al caso che riguarda la scomparsa nel 1983 della sorella Emanuela.
“Giuseppe Dioguardi, ex maresciallo dell’aeronautica - quindi una persona seria, non anonima e nemmeno un mitomane - mi ha rivelato di essere stato testimone di un fatto accaduto nell’agosto del 1983, due mesi dopo la scomparsa di Emanuela”, afferma Pietro Orlandi.
“Dioguardi allora faceva parte della segreteria del Ministro della Difesa Giovanni Spadolini. Mi ha raccontato che nell’agosto dell’83, mentre era in ufficio con Spadolini, si sarebbe presentato il cardinale Piovanelli per sollecitare la richiesta avanzata dal Vaticano al ministro della Difesa di un volo riservato. Su questo volo, in partenza da Ciampino, avrebbero viaggiato solo quattro persone: due uomini e due donne”.
Nel racconto trasmesso durante “La confessione”, il volo viene descritto come un volo Cai, dei servizi, che sarebbe dovuto partire da Ciampino di notte con a bordo due uomini e due donne, pilota e copilota.
“Questa è una cosa gravissima anche se non riguardasse Emanuela ma ci sono troppe coincidenze. Spadolini era molto legato al Vaticano, era amico del Papa, partecipava alle cene del vaticano il mercoledì sera”, ha spiegato Pietro Orlandi che in Vaticano è nato e cresciuto.
Secondo Pietro Orlandi, a bordo di quel volo potrebbe esserci stata la sorella Emanuela: “Se venisse confermato, potrebbe costituire un passo avanti nelle indagini e suggerire un possibile coinvolgimento di alcune persone legate al Vaticano e allo Stato Italiano. Inoltre permetterebbe di escludere altre ipotesi, come la morte di Emanuela la sera stessa della scomparsa”.
Lo stesso Giuseppe Dioguardi avrebbe motivo per credere che su quel volo ci sia stata Emanuela Orlandi: “Mi ha raccontato che una persona - il cui nome è stato dato alla Procura - che lavorava sopra il suo ufficio gli avrebbe detto: 'Con questa storia di Orlandi ora ci chiedono anche i voli'”.
Le dichiarazioni su Luigi Gastrini
È vero che ha provato a contattare anche il bergamasco Luigi Gastrini? Anni fa si presentò con il nome in codice “Lupo”, dicendo di aver lavorato nel Sismi e di aver saputo che Emanuela era finita in Inghilterra. Fu condannato.
“Sì, è vero. Alcune sue dichiarazioni portavano verso la pista inglese, purtroppo ho saputo che è morto qualche tempo fa. Secondo me, è una di quelle persone che non sono mai state ascoltate approfonditamente.
Sono convinto che parlasse con ambienti militari, ma è stato accusato di calunnia perché quando fai parte di gruppi coperti il tuo nome non compare, se succede qualcosa tu non esisti più.
Gastrini non ha mai portato prove, ma tante situazioni si legano a sue dichiarazioni. È stato bollato come mitomane ed è finita lì”.
La pista dello zio Mario Meneguzzi
L’ultima pista affrontata nel corso del programma è quella che coinvolge lo zio di Emanuela, Mario Meneguzzi, marito di una sorella di Ercole Orlandi.
Era stata vagliata all’inizio ed è venuta fuori un anno fa durante il Tg La 7 in cui il direttore Enrico Mentana ha diffuso una lettera del Vaticano scritta da monsignor Serra che era il padre confessore di Natalina Orlandi.
“C’era scritto che mia sorella Natalina aveva sostenuto delle avances molto leggere avances da parte di zio Mario, cinque anni prima della scomparsa di Emanuela. Natalina aveva preso da poco il posto alla Camera, era uscita dal Vaticano, quel mondo fantastico in cui sembrava che non esistesse il male. Provò imbarazzo e ne parlò con questo monsignore che gli chiese se fosse successo qualcosa. Lei rispose: no, niente.
I rapporti tra le famiglie sono poi tornati subito normali. Lei non mne parlò con mio padre, con nessuno. Quando scomparve Emanuela, monsignor Serra scrisse due righe al segretario di Stato Agostino Casaroli che telefonò al suo amico, il magistrato Domenico Sica (titolare delle indagini) che chiamò Natalina che spiegò tutto e finì lì.
Anche Nicola Cavaliere (capo della squadra omicidi, ndr) ci disse che avevano indagato sulla famiglia, come è normale che fosse e che avevano inseguito e indagato anche mio zio Mario in approfondite indagini e che lui non c’entrava nulla. Questi documenti stavano anche in Procura.
Questa “carognata” del Vaticano è stato un tentativo di fermare il voto al Senato per approvare la commissione bicamerale di inchiesta su Emanuela ma per fortuna non ci sono riusciti. Io ho fiducia nella commissione, oggi i politici non sono più come all’epoca quando tutti avevano contatti strettissimi col Vaticano, è chiaro che le cose sono cambiate”.
Le inchieste ancora aperte
Sulla sparizione di Emanuela sono aperte tre inchieste. Una in procura a Roma, una in Parlamento e un’altra in Vaticano.
Del pm Stefano Luciani (titolare dell’indagine romana, ndr) mi parlano bene. Certo, lavora nel più stretto riserbo e al momento non sappiamo granché. Nella Commissione parlamentare ho fiducia.
Prima deputati e senatori alzavano le mani, dicevano ‘se c’è di mezzo il Vaticano non m’impiccio’. Ora percepisco un cambiamento. Non c’è stata differenza tra destra e sinistra. Quando è stata votata, tutti erano convinti della necessità della Commissione d’inchiesta.
A differenza del Vaticano, che l’ha definita una ‘intromissione perniciosa’ rispetto al loro lavoro.
Il ruolo della Commissione parlamentare
Ovviamente non si sostituisce alla procura, non ha gli stessi strumenti investigativi e non può arrivare a un processo.
Ci sono delle audizioni, e durante queste audizioni si ascoltano delle testimonianze nella speranza di ottenere nuovi elementi e inoltrare una relazione al pm.
Sono ottimista, anche se all’interno della Commissione stessa c’è chi prova a rallentare e screditare il lavoro. Presto sarò di nuovo convocato e verranno ascoltate delle persone che io stesso ho indicato.
Le critiche all’inchiesta vaticana
E dell’inchiesta vaticana cosa pensa?
“Che è una farsa, quasi un atto dovuto. In quei giorni c’era parecchia pressione. Stava partendo la Commissione parlamentare, poi è uscito il documentario ‘Vatican Girl’ su Netflix.
Mi creda, ho ricevuto mail di solidarietà da ogni parte del mondo dopo quel documentario. Dal mio punto di vista, l’inchiesta vaticana è il tentativo di cercare una verità di comodo.
In Vaticano sanno la verità, ma da quarantadue anni fanno di tutto per evitarla. Sappiamo che nella segreteria di Stato c’è un fascicolo sul caso di Emanuela, ma è riservato. Mi domando: perché non viene condiviso con la procura?”.
Il rapporto con Papa Leone XIV
Da Papa Leone XIV si aspetta più coraggio?
“È il quarto Papa che si sussegue in questa vicenda. Leone ha incontrato gli sportivi, ma non mia madre che abita a duecento metri. Il 22 giugno avrebbe potuto ricordare Emanuela durante il suo primo Angelus.
Ero in piazza San Pietro, aspettavo parole di vicinanza che non sono arrivate. Non la considero una dimenticanza, ma una scelta precisa perché l’Angelus non si improvvisa, c’è una scaletta da seguire.
Questo atteggiamento, peraltro, non fa altro che alimentare dubbi nell’opinione pubblica. L’ho visto come un brutto segnale, che mi fa pensare che non sia cambiato molto. Spero di sbagliarmi.
Pietro Orlandi e il rapporto con la fede
Il suo rapporto con il Vaticano ha in qualche modo condizionato quello con la fede e con Dio?
“Io sono arrabbiato perché consideravo il Vaticano la mia famiglia. I ricordi più belli, legati alla mia infanzia, sono tutti là dentro.
Consideravo il Vaticano la mia casa, perché il mondo là fuori poteva far paura. E invece, quel mondo che pensavo ci proteggesse ci ha voltato spalle.
Su Dio nutrivo incertezze prima come adesso, ma l’atteggiamento del Vaticano non ha cambiato il mio rapporto con la fede. Quando parlo del Vaticano parlo di persone, e quando ne parlo le spoglio dell’abito che indossano.
Il cristianesimo si basa su verità e giustizia, ma non tutti all’interno dell’istituzione seguono gli insegnamenti del suo fondatore. Il cattolicesimo utilizza il cristianesimo per accrescere il proprio potere. E continua a dimostrarlo”.
“Emanuela è in cielo”
Gomez ha ricordato il primo e unico incontro pubblico degli Orlandi con Papa Francesco, a poche settimane dalla sua elezione, nella chiesetta di Sant’Anna in Vaticano.
In quell’occasione, il Papa disse a Pietro per ben due volte: “Emanuela è in cielo”.
“Mi si è gelato sangue quando lo disse, dopo tanti anni il nome di mia sorella che era sempre stato un nome tabù in Vaticano, fu nominato dal Papa. Mi disse in parole semplici che Emanuela è morta.
In Francesco ho visto la volontà, a differenza di altri Papi che hanno occultato la verità, con lui c’è speranza. Io gli dissi: spero che mi aiuti.
Ho fatto tante richieste al Papa per un incontro, ma il muro si è alzato più di prima. Il suo segretario di Stato Parolin mi ha detto: ‘Scordati che il Papa ti possa incontrare, da parte sua c’è chiusura totale’.
Il Papa ha aperto un’inchiesta su Emanuela (nel gennaio 2023, ndr) ma sa che chi guida le indagini sta cercando solo una verità di comodo? Per esempio, spostando l’attenzione sulla famiglia?”
La ricerca di Emanuela dopo 42 anni
“Dove trovo la forza di andare avanti? Semplicemente non riesco e non riuscirò mai ad accettare passivamente un’ingiustizia. Non credo sia qualcosa di straordinario, anzi: dovrebbe essere la normalità, per tutti”.
Sono passati 42 anni, ma il tempo non ha minimamente intaccato la grinta di Pietro Orlandi, Una grinta contagiosa, orientata alla perenne ricerca della verità.
Pietro Orlandi continua a cercare da 40 anni sua sorella viva: “Può essere accaduto di tutto, anche che sia ancora viva. Non me la immagino a fare shopping in giro per il mondo. Potrebbe essere stata chiusa in un luogo, come un convento di clausura. Era una bambina di 15 anni che viveva in un mondo particolare, in una bolla che è quella del Vaticano. In un istituto sarebbe stato facile manipolarla”.
Oggi Pietro, che non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia per la sorella, ha deciso di partire e mettere la sua esperienza al servizio di altre famiglie.
Il programma si chiama «Scomparsi». Con l’attenzione di un investigatore e la sensibilità di chi condivide lo stesso destino, Pietro Orlandi raccoglie i ricordi, le ipotesi, le speranze e i rimpianti di coloro che, da anni, vivono come lui condannati all’ergastolo di un’eterna attesa.
La confessione finale di Pietro
“Perché è successo proprio a Emanuela? Perché proprio a noi? Se intende questo, me lo chiede spesso anche mia madre.
Quel che so, è che quando mi chiamano nelle scuole, nei licei e nelle università vado sempre volentieri perché attraverso Emanuela ho l’opportunità di cambiare la coscienza dei ragazzi.
Ci sono quindicenni che dopo aver sentito la sua storia mi abbracciano. E quando succede, mi sembra di stringere Emanuela di nuovo tra le mie braccia. In quei momenti, capisco che il suo sacrificio non è stavo vano.
“Ti voglio bene come 41 anni fa”, ha detto Pietro Orlandi nel momento che chiude il programma, la confessione.
“Per me sarai sempre una ragazzina di 15 anni anche se ne hai 56 adesso. Quello che ti è successo non è giusto. Per quello che rappresenta la verità fa male a qualcuno, alcuni sono in vita e altri già morti.
Ti prometto che la verità verrà fuori, verrà fatta giustizia. Ti riporterò comunque a casa se sei viva, o comunque porterò a casa ciò che rimane di te”.
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