I piedi d’altare con grifoni appartengono alla tradizione dell’arredo sacro e celebrano una creatura composita formata dall’unione del leone e dell’aquila. Il grifone è una creatura con corpo, zampe e coda di leone e con testa, ali e spesso anche zampe anteriori artigliate d'aquila.
Il leone è il vertice tra gli animali, l'aquila è il vertice tra gli uccelli. Unisci i due sovrani in un solo corpo e ottieni una belva che governa al tempo stesso la terra e il cielo. Da qui nasce tutta la sua simbologia: doppio potere, doppia vista acuta, doppia forza.
Che cos’è il grifone
La logica dell'immagine è semplice e potente. Il grifone unisce il re degli animali e il re degli uccelli in un solo corpo, e questa idea ha attraversato l'Antico Oriente, la Persia, le steppe scite, i miti greci, gli stemmi medievali ed è arrivata fino al pendente moderno appeso a una catenina.
A volte gli si aggiungono orecchie appuntite, a volte una cresta o un ciuffo. Le zampe anteriori sono più spesso d'aquila, con gli artigli, più di rado leonine.
Non è una stranezza fine a se stessa. È un simbolo funzionale del potere supremo e della custodia. La sfinge, il centauro, la chimera, il pegaso, tutti sono assemblati da parti secondo lo stesso principio. Ma il grifone si distingue perché entrambe le sue metà sono predatori al vertice della catena alimentare.
Il significato del grifone
Il significato principale del grifone, nel corso dei millenni, non è cambiato: è un custode. Protegge il tesoro, la soglia, il trono, il segreto, la persona.
Gli Sciti seppellivano grifoni nei loro tumuli, e l'oro di quelle tombe riposa ancora dietro le vetrine dei musei. I Greci credevano che i grifoni custodissero i giacimenti d'oro ai confini del mondo e dilaniassero con gli artigli chiunque allungasse la mano sull'altrui.
Questa belva veniva scolpita sui tesori dei templi e incisa sugli anelli-sigillo con cui si sigillava ciò che aveva valore. Corpo di leone, ali e testa d'aquila, e uno sguardo che non dorme mai.
Dall’Oriente antico alla tradizione europea
Antico Oriente, Egitto e Creta
L'immagine di una creatura con corpo di belva e testa di uccello rapace è comparsa molto prima dei Greci. Le raffigurazioni più antiche si trovano nel Vicino Oriente e in Egitto e hanno circa cinquemila anni.
In Elam, in Mesopotamia e nel Levante si scolpivano e si incidevano leoni alati con teste d'uccello, custodi di templi e palazzi. Stavano ai lati degli ingressi e dei troni, scacciando il male e le persone malintenzionate.
In Egitto il leone alato con testa di falco veniva associato alla forza solare e alla figura del re. Il falco è l'uccello di Horus, dio protettore del faraone, e il leone è il re stesso in forma ferina.
A Creta, nel palazzo di Cnosso, i grifoni custodiscono la sala del trono. Gli affreschi ai lati del trono di pietra mostrano belve alate distese, rivolte verso il posto del sovrano.
Persia e mondo scita
In Persia il grifone diventa un motivo costante dell'arte di corte. A Persepoli, capitale dell'impero achemenide, grifoni e tori alati ornano i capitelli delle colonne e i rilievi degli scaloni di rappresentanza.
Il grifone persiano è un segno della potenza imperiale, della forza che tiene insieme un vasto dominio. Attraverso l'arte persiana l'immagine si diffonde poi sia verso oriente, in Asia centrale, sia verso occidente, presso i Greci.
Tra i popoli delle steppe il grifone divenne uno dei motivi centrali. I nomadi delle steppe del Mar Nero e del Mar d'Azov fecero del grifone una delle immagini principali del loro stile animalistico.
Placchette d'oro, frontali per i cavalli, pettini, pettorali, foderi, tutto questo è coperto di figure di animali, e tra esse il grifone occupa un posto speciale. Il grifone scita molto spesso dilania la preda, un cervo o un cavallo, conficcandovi becco e artigli.

La Grecia e il custode dell’oro
I Greci si affezionarono al grifone e gli diedero la sua leggenda più celebre. Secondo i loro racconti, da qualche parte nel lontano nord-est, presso gli Iperborei, tra le montagne giacciono giacimenti d'oro sterminati.
A custodire quell'oro sono i grifoni. E a cercare di sottrarlo è il popolo degli Arimaspi, dotati di un solo occhio, e tra i grifoni e gli Arimaspi è in corso una guerra eterna per il tesoro.
Il grifone presso i Greci è legato ad Apollo, dio del sole e della luce. Traina il suo carro o lo accompagna, e in questo ruolo il grifone diventa una creatura solare, luminosa, nemica di ogni tenebra e disonestà.
Al tempo stesso è il compagno di Nemesi, dea della giusta punizione: il grifone custodisce la ruota del destino e punisce chi ha varcato il limite, ha mostrato avidità o superbia.
Nell'arte greca i grifoni venivano scolpiti sui tesori dei templi, incisi sulle monete, sbalzati sul vasellame e, naturalmente, intagliati sugli anelli-sigillo con cui si sigillavano i beni.
Roma e il cristianesimo
Roma ereditò il grifone dai Greci e ne fece ornamento di altari, mobili, armi e armature. Il grifone accompagnava il culto di Apollo e della dea Nemesi, rimanendo segno di giusta punizione e di custodia.
I Romani facoltosi mettevano grifoni in coppia ai piedi dei tavoli e ai braccioli delle sedie, trasformando la belva in custode domestico dei beni.
Il primo cristianesimo accolse il grifone in modo ambivalente. Una parte dei teologi vi vedeva un'immagine pagana pericolosa. Ma col tempo si affermò una bella interpretazione.
Poiché il grifone unisce il re degli animali e il re degli uccelli, la terra e il cielo, lo si cominciò a leggere come simbolo della duplice natura di Cristo, umana e divina.
In questa veste il grifone finisce nell'intaglio ecclesiastico, sui capitelli delle colonne nelle cattedrali, sulle legature dei libri. L'esempio letterario più celebre è il grifone di Dante nella “Divina Commedia”: traina il carro-Chiesa ed è interpretato apertamente come immagine di Cristo nelle sue due nature.
I piedi d’altare con grifoni
La presenza del grifone come sostegno di mobili e arredi è documentata già nella tradizione romana. I Romani facoltosi mettevano grifoni in coppia ai piedi dei tavoli e ai braccioli delle sedie, trasformando la belva in custode domestico dei beni.
Nel caso di un altare, il motivo assume un valore particolarmente solenne: il grifone sostiene materialmente la mensa e, nello stesso tempo, ne protegge simbolicamente la funzione. La coppia di creature alate può essere collocata frontalmente, in posizione simmetrica, oppure affrontata ai lati dell’elemento portante.
Il grifone nello stemma si leggeva sempre come custode e combattente, mai come belva pacifica. Questa caratteristica si trasferisce anche alla decorazione degli arredi: il sostegno figurato non è soltanto ornamentale, ma comunica forza, vigilanza e autorevolezza.
Struttura e riconoscibilità del motivo
Il grifone canonico si riconosce all'istante. Testa d'aquila con becco adunco, occhio acuto, ali poderose sul dorso, corpo di leone con forti zampe posteriori e coda leonina.
In una struttura destinata a sostenere un altare, le zampe leonine accentuano la stabilità e il rapporto con il suolo, mentre le ali e la testa d’aquila introducono un elemento ascensionale e celeste.
Più piccolo è il gioiello, più l'immagine viene semplificata. Su un pendente grande si può rendere ogni piuma e ogni artiglio. Su un anello sottile o un orecchino il grifone si riduce a una silhouette: la curva dell'ala, il becco, l'arco della coda.
Un buon designer conserva tre segni di riconoscimento anche in miniatura, il becco, l'ala e il treno posteriore leonino, altrimenti la belva si legge semplicemente come “uccello” o “leone”. Gli stessi elementi sono essenziali quando il grifone viene scolpito come piede o sostegno d’altare.
Il grifone nella Basilica di San Marco
Un esempio particolarmente significativo della funzione simbolica del grifone si trova a Venezia, sulla Basilica di San Marco. Sulla facciata volta a settentrione della Basilica di San Marco a Venezia, nella fascia superiore, è inserito un bassorilievo: si tratta di una figura rappresentata frontalmente che porta sulla testa una mitra regale; le braccia sono aperte e la figura sta in piedi sopra un carro a cui sono aggiogati due animali fantastici: corpo di leone, testa e ali di grifo.
I grifoni alati, rappresentati di profilo, sono in posizione araldica: rivolgono lo sguardo in direzione opposta, verso l’alto, tesi verso le prede infilzate sulle punte di due pertiche che la figura regale tiene nelle mani.
Il rilievo è indicato come una lastra lapidea della Basilica di San Marco, sulla facciata nord. La sua datazione è stata riferita agli inizi del XIII secolo, al ritorno dalla IV crociata.

San Marco tra Oriente e Occidente
La definizione del progetto generale della rinnovata chiesa marciana si basa sul modello della saccheggiata Hagia Sophia di Costantinopoli. Il carattere ‘greco’ della fabbrica è evidente già al Sabellico che nel 1474, a proposito delle cupole di San Marco, nota: “Altissimae testitudines graecanici operis”.
Il tema delle maestranze greche convocate nella progettazione e nella costruzione della basilica era fuori discussione per Sansovino che descrivendo la pianta della chiesa “fatta in forma di croce e alla maniera greca”, aggiungeva che essa era stata “per certo da ottimo et Eccellentissimo Maestro ordinata, et fu uno dei principali architetti che all’hora [. ] in Costantinopoli fiorivano”.
Cicognara è invece incline a riconoscere come predominante nello stile architettonico e decorativo marciano un influsso arabo, per la contaminazione di gusto che i veneziani avevano assorbito nelle loro scorrerie commerciali nel Mediterraneo arabizzato, e comunque da un Oriente oramai “più arabo che greco”.
I modelli che interferiscono nell’edificazione della nuova chiesa marciana sono dunque la basilica costantinopolitana, ma anche l’archetipo ierosolimita. Ma San Marco ha tuttavia una particolare qualità, funzionale e simbolica: nasce infatti, com’è noto, come cappella del Doge, annessa strutturalmente al Palazzo Ducale, e manterrà per secoli questa precisa funzione.
Chiesa, tempio, teatro del potere cerimoniale del doge: basilica anche in senso antico e letterale, come ‘spazio deputato alle cerimonie e alle funzioni del basileus’, luogo destinato ad accogliere e fondere le funzioni dei rituali politici e religiosi.
Il rilievo con il carro e i due grifoni
Dobbiamo ipotizzare che all’inizio del XIII secolo, quando il bassorilievo con i grifoni fu collocato con gli altri sulle facciate della chiesa marciana, il suo significato dovesse essere chiaro e perspicuo: perfettamente leggibile per tutti.
Per secoli non si trova alcuna testimonianza, né scritta né figurativa, sulla presenza della lastra dei grifoni sulla fiancata della Basilica. Forse una traccia dell’immagine di quegli animali fantastici, così forti da poter sollevare in aria un carro con dentro un uomo, è in una pagina del Milione di Marco Polo.
La fonte della suggestione di Marco Polo potrebbe dunque essere proprio il rilievo marciano che il viaggiatore-mercante veneziano non poteva non aver visto e ammirato. Senza alcun dubbio Marco Polo aveva osservato a Venezia raffigurazioni di grifoni.
Subito ci sovviene del rilievo raffigurante il viaggio celeste di Alessandro, posto sulla faccia di San Marco.
Il viaggio celeste di Alessandro
Il bassorilievo viene interpretato come una raffigurazione del viaggio celeste di Alessandro: una figura regale, in piedi su un carro, viene portata verso l’alto da due grifoni alati attratti dalle prede collocate sulle pertiche.
Il soggetto unisce il potere regale, la tensione verso il cielo e la forza degli animali fantastici. La disposizione araldica dei grifoni crea una composizione rigorosamente simmetrica, mentre la direzione degli sguardi e delle ali suggerisce il movimento ascensionale.
La scena non presenta quindi una divinità femminile su un carro, ma una figura regale trascinata in aria da due creature composite. Le prede infilzate sulle pertiche funzionano come esche per i grifoni.
Le interpretazioni errate di Cicognara
Soltanto nel XIX secolo, con il rinascere dell’attenzione e delle curiosità antiquarie, gli studiosi si posero il problema dell’identificazione del soggetto del bassorilievo.
Ancora verso la metà del secolo XIX, nelle molte ristampe dell’importante opera di Cicognara, si legge: “singolarissimo sul fianco della basilica verso l’orologio, è il basso rilievo di Cerere coi pini accesi nelle mani sul carro tirato da draghi o ippogrifi volanti”.
Cicognara dunque stigmatizza la “singolar bizzarria di stile“, che caratterizza la composizione della basilica. A proposito delle sculture che ornano la facciata riporta una citazione del Temanza in cui si evidenzia che si tratta “Per così dire [di] un grottesco, ma un grottesco magnifico. C'è di tutto”.
La confusione tra Cerere, Demetra e Cibele
L’interpretazione proposta da Cicognara può essere compresa solo considerando l’assimilazione tra postura e attributi propri della romana Cerere con postura e attributi propri della greca Demetra.
Cerere viene solitamente rappresentata in trono e tiene in mano una o più spighe di grano, associate o meno ad altri simboli di fecondità; Demetra invece viene convenzionalmente rappresentata seduta in trono o stante, con in mano una o due lunghe torce, le luci con cui la dea illumina la via della sua ricerca negli Inferi della figlia Persefone.
Il sincretismo religioso tardo antico assimila le due figure divine, i loro nomi, i loro attributi: ecco che allora Cicognara può immaginare una Cerere, pro Demetra, con torce.
Sta di fatto che Cicognara legge le due aste tenute in mano dalla figura sul carro come “pini accesi”, mentre, in realtà, si tratta con tutta evidenza di lunghe pertiche alle cui estremità sono infilzate due lepri, esche per i grifoni.
Ma c'è un ulteriore elemento fuori posto rispetto alla, pur sintetica e sommaria ipotesi iconografica di Cicognara: il carro “tirato da draghi o ippogrifi“, un oggetto del tutto estraneo alle immagini relative a Cerere e/o Demetra.
La dea madre della fertilità-fecondità infatti, quando viene rappresentata seduta, è posta su un trono e non su un carro. Qui interviene con tutta probabilità un’ulteriore sovrapposizione e confusione.
Un carro tirato da leoni, non da draghi o ippogrifi, e pini accesi come torce si trovano infatti come elementi dell’iconografia di un’altra importante divinità femminile: Cibele, la Grande Madre che arriva dall’Oriente, su un carro trascinato da leoni aggiogati.
A quanto pare di capire, dunque, l’immagine del bassorilievo marciano, con tutta probabilità già malamente leggibile nei dettagli, pare essere implicitamente interpretata da Cicognara come il prodotto di una contaminazione tra gli attributi e l’iconografia di tre, diverse, antiche divinità femminili: Demetra, Cerere e Cibele.
La lettura corretta degli elementi figurativi
Resta il fatto che un’interpretazione di quel tipo tradiva l’evidenza stessa degli elementi compositivi della raffigurazione, distorcendone il senso: pertiche con lepri infilzate come “pini accesi“; grifoni come “draghi o ippogrifi“; la figura frontale come Demetra-Cerere seduta non su un trono, ma su un carro, come una Cibele.
Si tratta insomma di una lettura molto poco precisa, per non dire confusa. E comunque del tutto errata.
La svista macroscopica di Cicognara, inspiegabile per l’osservatore odierno, si può giustificare ipotizzando che nei primi decenni del XIX secolo la leggibilità dei dettagli fosse molto peggiore rispetto all’attuale.
L’ipotesi diventa plausibile se si confrontano le fotografie scattate agli inizi del XX secolo, in cui si nota la presenza di una spessa patina scura nelle zone interstiziali del bassorilievo.
“Piuttosto per pompa che per allegoria”
Cicognara, pur concedendo tanta attenzione a queste inquietanti presenze “gentili“, espressamente rifiuta qualsiasi interpretazione “allegorica”. Al contrario Cicognara si accanisce, con particolare aire, contro il tentativo di cercare un significato, e tanto peggio un significato coerente e unitario, per gli “ornamenti” della facciata.
Sculture di quella forma sono disgiunte affatto dal resto delle opere, e unicamente poste per interrompere il nudo muro della facciata, acciò splendesse l’arte dovunque è la magnificenza, ivi collocate piuttosto per pompa che per allegoria.
Il motivo dell’inserzione è, per lo studioso, semplicemente la “pompa”, ovvero l’auctoritas formale conferita dalle vestigia antiche al nuovo edificio. A questa prima motivazione si sarebbe associato un intento di conservazione, una preoccupazione di salvaguardia proto-museale, del reperto.
Era santo costume in quella età il raccogliere ogni cosa per arte preziosa e disporla affinché non perisse ove il decoro dei nuovi monumenti poteva garantire la conservazione.
Facile è il dare ad ogni cosa un’interpretazione, soprattutto qualora si voglia sostituire l’ingegno alle memorie che mancano.
Lo stesso Cicognara dà però conto della persistenza di una chiave di lettura diversa: alcuni illustratori della basilica vi interpretano l’emblema della forza della repubblica o altre simili allegorie.
Molto più agevole riescirà il trovare in quelle sculture la ragione di un emblema di forza che sempre conviene ai governi degli stati generosi e potenti.
Il grifone nell’araldica medievale
Nel Medioevo il grifone migra sugli stemmi, e qui comincia la sua seconda grande vita. Il cavaliere che prendeva il grifone sullo scudo dichiarava di sé tutto in una volta: il coraggio del leone, la vista acuta e l'altezza dell'aquila, la fedeltà nel custodire ciò che è suo.
Il grifone era considerato nemico della menzogna e della viltà, difensore dei tesori e dei segreti, perciò era particolarmente amato dalle casate che andavano fiere del proprio valore e della propria fedeltà.
Nella cultura europea il grifone compare presto e si radica saldamente. Attraverso l'eredità classica, attraverso Bisanzio, attraverso l'araldica feudale entra nell'uso delle corti e dei principi.
I grifoni si incontrano sui gioielli antichi, sull'intaglio in pietra bianca delle chiese medievali, ad esempio sulle pareti di celebri cattedrali romaniche, dove le belve alate convivono con leoni e uccelli.
Più tardi il grifone si consolida nell'araldica del continente. Finì sugli stemmi delle casate e, in epoca imperiale, divenne figura araldica di varie dinastie regnanti.
Come distinguere il grifone da altre creature
Grifone e leone
Il leone possiede soltanto caratteristiche terrestri: corpo, zampe, coda e testa leonina. Il grifone aggiunge invece la testa d’aquila, il becco ricurvo e le ali.
Grifone e aquila
L’aquila è un uccello reale, mentre il grifone è una creatura composita. Nei gioielli e nell'araldica si intende sempre la creatura composita, leone più aquila, non un uccello reale.
Grifone e drago
Il drago può avere corpo serpentino o rettiliano, spesso con coda allungata, denti e membrane alari. Il grifone mantiene invece la struttura riconoscibile del leone e dell’aquila: corpo leonino, testa rapace e ali piumate.
Grifone e ippogrifo
L’ippogrifo è composto da metà aquila e metà cavallo. Il grifone, invece, ha corpo leonino e testa d’aquila.
Il motivo dei grifoni negli arredi sacri
La combinazione tra funzione portante e immagine del custode rende il grifone particolarmente adatto agli arredi di rappresentanza. La creatura non appare come una semplice decorazione vegetale o geometrica, ma come una presenza vigile che sostiene e difende.
La coppia di grifoni introduce inoltre un principio di equilibrio. Le figure contrapposte organizzano visivamente la base dell’altare e trasformano il sostegno in una composizione araldica.
Il carattere araldico è evidente anche nel bassorilievo marciano: i grifoni alati, rappresentati di profilo, sono in posizione araldica e rivolgono lo sguardo in direzione opposta.
Il loro orientamento può sottolineare la custodia di uno spazio centrale, la protezione della mensa o la sorveglianza di un simbolo collocato tra le due creature.
Materiali e resa decorativa
Il grifone è una delle creature composite più antiche nella storia dei gioielli. Unisce il re degli animali e il re degli uccelli in un solo corpo.
Nei manufatti antichi il motivo compare nell’oro, nella pietra, nel bronzo e nei materiali destinati agli arredi, alle armi e agli oggetti di prestigio. Roma ne fece ornamento di altari, mobili, armi e armature.
Nella plastica orafa il grifone viene mostrato in alcune pose tipiche: seduto e all'erta, in cammino con la zampa sollevata, ritto sulle zampe posteriori con le ali spiegate, oppure raccolto di profilo per il sigillo e il medaglione.
Per un piede d’altare, la scelta della materia deve rendere leggibili soprattutto il corpo leonino, le ali, la testa rapace e gli artigli. Una superficie troppo uniforme può attenuare la distinzione tra piume e pelo; una lavorazione più marcata rafforza invece il contrasto tra la parte celeste e quella terrestre.
Il grifone come immagine di potere
Il grifone rappresenta il potere supremo perché riunisce due sovranità. Il leone domina la terra, l’aquila domina il cielo; il loro insieme crea una figura capace di controllare entrambi gli ambiti.
Questa idea, “unisci i due capi e ottieni il sovrano supremo”, ha funzionato di continuo nelle culture antiche. L'immagine è perciò adatta a troni, palazzi, templi, altari, mobili cerimoniali e stemmi.
I grifoni ancora oggi sorvegliano l'ingresso dei grandi edifici delle vecchie capitali, reggono i lampioni sui ponti, guardano dalle facciate. Per l'occhio europeo il grifone è insieme oro delle steppe, intaglio dei templi e simbolo solenne del potere.
In un altare, questo linguaggio simbolico si lega alla dignità del luogo e alla funzione rituale della mensa. Il grifone non è soltanto un animale fantastico, ma una figura di protezione, forza e autorità.
Il grifone nella lingua e nelle immagini
L'italiano “grifone” arriva dalle lingue antiche. In greco si chiamava “grýps” o “grýphos”, in latino “gryphus”, da cui l'inglese “griffin” e “gryphon”, il francese “griffon”, il tedesco “Greif”.
La radice in molte versioni viene collegata a una parola che indica qualcosa di adunco, ricurvo, come un becco o un artiglio. Ed è logico: gli strumenti principali del grifone sono proprio il becco adunco e gli artigli ricurvi.
In italiano esiste anche la parola “grifo” come termine per certi uccelli rapaci, ma il grifone mitologico e l'uccello da preda sono cose diverse, per quanto le parole siano imparentate.
Il grifone mantiene però una riconoscibilità costante attraverso epoche e materiali: corpo leonino, testa d’aquila, ali e artigli. Sono questi elementi a permettere di identificare il motivo anche quando la decorazione è molto schematica.
Il grifone come custode
Il legame con la custodia rende il grifone un amuleto naturale. Lo si regala come augurio di protezione, lo si mette su sigilli e serrature in senso figurato e letterale, lo si porta come pendente per “chiudersi” all'intrusione altrui.
Nel gioiello il grifone funziona come protettore personale, segno del fatto che chi lo porta è protetto e sa a sua volta difendere ciò che è suo. È un simbolo per chi custodisce la famiglia, l'attività, i confini, il nome.
La stessa simbologia spiega la fortuna del motivo nei piedi d’altare: il grifone custodisce ciò che sostiene, vigila sullo spazio sacro e conferisce all’insieme un’immagine di forza controllata.