Carlo Bonomi (Turbigo 1880 - 1961) è stato pittore, scultore e architetto, e il tema del Cristo occupa una posizione centrale nella sua ricerca artistica. Il Crocifisso del 1953 si comprende all’interno di una poetica nella quale la sofferenza religiosa coincide con quella degli uomini, dei soldati, dei caduti e delle persone colpite dalla fatica e dal dolore.
Il Cristo di Bonomi rivela la sua natura divina nell'essere uomo, e la sua passione non è diversa da quella dei prigionieri, dei caduti, dei morti in guerra. Quella è la sofferenza. Bonomi è uno scultore assoluto, nel quale essenza ed esistenza coincidono.
Carlo Bonomi e la centralità della scultura
Tra i grandi scultori del Novecento vi è Carlo Bonomi (1880-1961), la cui integrità formale è pressoché unica. Essa trova il perfetto equilibrio tra pittura e scultura, con la stessa continuità ideale che aveva affermato Michelangelo.
Per molte ragioni e, soprattutto, mutatis mutandis, per identità di ispirazione, è la stessa condizione di Carlo Bonomi, che si muove nelle due discipline con eguale impegno. Un'altra intuizione di Emanuelli è la constatazione da cui siamo partiti: «non si può scindere lo studio di Bonomi pittore, da quello di Bonomi scultore: i legami sono così evidenti che quasi si potrebbero adoperare le stesse parole per l'uno e per l'altro».
Emanuelli osserva anche la sobrietà, la compostezza, i volumi compatti che esprimono forza, e conclude: «il suo dolore non è mai tragico o sconvolto; le sue figure, per rendere palese il tormento interno, non sono mai atteggiate a drammatiche pose».
Sommamente anti retorico, mai populista, Bonomi sente forte il legame tra l'umano e il cristiano. La sua maternità è una reinterpretazione della Madonna con il bambino. La sua formidabile Contadina del 1928 esprime un pathos religioso, ma mai devozionale.
Formazione e primi orientamenti artistici
Carlo Bonomi nacque nel 1880 a Turbigo, nella campagna lombarda, in una famiglia genuinamente legata al lavoro popolare. Fin da giovanissimo mostrò una grande sensibilità per l’arte e la materia, tanto che decise di iscriversi, all’età di 18 anni, all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò fino al 1904.
Aveva frequentato l'accademia di Brera dal 1898 al 1904, poi, con Pio Solero, si era trasferito a Monaco studiando all'Accademia tra il 1905 e il 1907. Dopo Brera, Bonomi intraprese viaggi di studio a Monaco di Baviera e a Roma, importanti per la sua maturazione artistica.
Aprì a Milano uno studio insieme a Carlo Carrà, a Giannino Castiglioni e a Barilli. Questo ambiente gli permise di crescere artisticamente, coadiuvato da confronti continui sul colore, la materia e il rapporto tra forma e sentimento.
Gli esordi sono sotto l'influenza del simbolismo di Segantini e di Pellizza da Volpedo, in una interpretazione sobria e plastica. I suoi primi dipinti mostrano colori vividi - gialli, rossi, bruciati - e una gestualità materica, come se la pittura volesse emergere in una terza dimensione.
Le figure che dipinge appartengono spesso a una quotidianità umile: persone operose, semplici ma cariche di dignità, che incarnano una forte dimensione popolare e spirituale. Non ha mai dimenticato anzi ha piuttosto esaltato la sua estrazione popolare.
Dalla pittura alla scultura
L'archetipo sembra essere nella Sinfonia pastorale; e già qui, in pittura, si vede il Bonomi scultore che, nello stesso 1915, concepirà l'opera più amata: La madre. Al perfezionamento di questa invenzione Bonomi lavorerà fino al 1925, correggendola ancora nel 1948.
Dopo il conflitto, la sua attenzione artistica si spostò progressivamente dalla pittura alla scultura. Attorno al 1915 iniziò a lavorare a quella che sarebbe diventata l’opera simbolo della maternità: la sua scultura in bronzo intitolata “La Mater”.
La modellò per anni, perfezionandola fino al 1923 e anche oltre. Nel 1926 espose una versione de La Mater alla Prima Esposizione Ufficiale del Novecento a Milano, organizzata alla Permanente: l’opera ebbe un grande riscontro, venne premiata e una versione fu acquistata e collocata in un palazzo governativo in Germania.
In essa c'è una prefigurazione dei tempi, in piena avanguardia, come se fosse nata già nello spirito di «Novecento», il movimento della Sarfatti, che accolse l'opera nel 1926. Nello stesso anno La madre è esposta alla mostra di Dresda ed è acquistata dal governo tedesco per essere collocata nel Palazzo dei ministeri a Berlino.
Nel 1928, invitato alla seconda mostra di «Novecento», Bonomi espone ancora l'opera, la cui potentissima sintesi e forza emotiva sembrano indicare una ponderata influenza della più alta espressione della scultura italiana, quella di Adolfo Wildt, e della verità popolare di Käthe Kollwitz.
Il rapporto tra il Crocifisso e la maternità
La maternità costituisce uno dei nuclei più importanti della produzione di Bonomi. Mater è un’interpretazione della tradizionale iconografia della Vergine con il bambino, ma rivisitata in chiave contemporanea e attraverso personaggi contemporanei.
Evidente è l’influenza del linguaggio caro a Novecento e al Ritorno all’ordine, attraverso la semplificazione delle forme, un richiamo al primitivismo trecentesco e a un classicismo monumentale. Negli anni successivi, Bonomi realizzò molte altre sculture, spesso di forte impatto emotivo e spirituale.
Il tema della madre e quello del Cristo appartengono alla stessa concezione umanistica. La madre, il Cristo, il prigioniero e il caduto sono figure accomunate dalla sofferenza e dalla dignità, rappresentate senza teatralità e senza retorica.
Il titolo “Ecce Mater” suggerisce già la forte carica simbolica: il richiamo a un’Ecce Mater riecheggia l’“Ecce Homo” evangelico ma sposta l’attenzione dalla sofferenza di Cristo a quella di Maria, madre e simbolo di maternità universale.
Criticamente, Ecce Mater può essere interpretata come una sintesi del tema della maternità - centrale nella produzione di Bonomi - e della sua visione simbolista e umanista. L’opera non mira tanto a rappresentare una Madonna sacra nel senso classico, quanto a incarnare l’idea della madre come principio esistenziale: generatrice, custode, ponte tra la vita e la trascendenza.

Il Crocifisso del 1953
Il Crocifisso del 1953 appartiene alla fase matura dell’attività di Carlo Bonomi. In questa fase la dimensione religiosa non si presenta come semplice illustrazione devozionale, ma come una forma di meditazione sulla condizione umana.
Il Cristo di Bonomi rivela la sua natura divina nell'essere uomo, e la sua passione non è diversa da quella dei prigionieri, dei caduti, dei morti in guerra. Quella è la sofferenza.
La figura di Cristo può essere accostata alle numerose immagini di persone umili e sofferenti presenti nell’opera dell’artista. La sua religiosità non separa il sacro dalla vita quotidiana, ma individua nella sofferenza umana il luogo stesso in cui il sacro diventa riconoscibile.
La sua religiosità non è teatrale, non è religiosa nel senso dogmatico, ma è profondamente umana, radicata in empatia e compassione. Il volto non è idealizzato in chiave barocca, ma proiettato in una serenità meditativa; il gesto non è grandioso, ma spontaneo, quasi naturale, e in questo risiede la forza della scultura.
Nel Crocifisso del 1953 la forma può quindi essere letta come una sintesi di raccoglimento, gravità e partecipazione. Il dolore non viene accentuato da gesti esasperati, ma affidato alla compattezza dei volumi e alla concentrazione dell’immagine.
Guerra, memoria e sofferenza
Durante la Prima guerra mondiale, Bonomi prestò servizio come volontario. Questa esperienza lo segnò profondamente: vide da vicino la sofferenza dei soldati, le condizioni terribili delle trincee e la tragedia della guerra.
Bonomi durante la guerra era stato al fronte, in Cadore e sul Monte Grappa, e aveva visto morire i soldati. I suoi disegni rappresentano le ritirate di Caporetto, le tristi marce dei profughi, i famigliari dei caduti, tra desolazione e miseria.
Durante la Prima guerra mondiale parte come volontario, ma sarà per lui un’esperienza traumatica. Ritrae le sofferenze dei soldati nella tela I prigionieri, opera esposta alla Mostra degli ex Combattenti a Monza.
Nel dipinto di grandi dimensioni manifesta la totale avversione verso la spietatezza e la disumanità del conflitto. Questa esperienza influenzò in modo decisivo la sua visione artistica, spingendolo a esprimere un senso di rivolta contro la brutalità e l’inutilità dei conflitti.
Mi riferisco ai Prigionieri di Mauthausen del 1922-23, che sono immaginati come crocifissi, rimandando alla iconografia sacra. La sovrapposizione è evidente, l'emozione identica, in nome dell'umano.
Il più notevole precedente non è novecentesco ma è nel Seicento lombardo, non lontano dai luoghi di Bonomi. Penso al Martirio dei beati francescani a Nagasaki di Tanzio da Varallo, con l'affollarsi delle croci.
È probabile che Bonomi lo conoscesse, e ne ha restituito il dramma e l'emozione in una maniera cupa, infernale, nebbiosa. Il Cristo di Bonomi rivela la sua natura divina nell'essere uomo, e la sua passione non è diversa da quella dei prigionieri, dei caduti, dei morti in guerra.
Il Trasporto di Cristo e la scultura religiosa
Il Trasporto di Cristo nel cimitero monumentale di Milano e nel cimitero di Turbigo non è diverso dal Trasporto del partigiano del 1944, un grande olio su tavola di più di due metri per cinque, in cui il pathos non cede ad alcuna retorica, con una potenza cupa e drammatica che è come quella di un compianto corale in cui sentiamo gli echi del Quarto stato di Pellizza da Volpedo, di Ensor, di Nolde, di Permeke e di Sironi.
Il dolore, il compianto raggiungono la più alta tensione drammatica grazie al monocromo. Il pittore l'aveva già sperimentato nell'altro dipinto di questo ideale ciclo, in cui dimensione religiosa e dimensione civile convivono, e si sovrappongono.
Dice bene De Micheli: «Tutto ciò è rimasto indelebile nella sua memoria e nei suoi sentimenti. Ed è di qui che attinge la sua carica di persuasione una scultura, appunto come il Trasporto del Cristo. È infatti un dramma popolare quello che egli rappresenta in questa opera.
Bisogna andare indietro fino agli operai che portano in salvo il compagno ferito del grande rilievo del Vela, per trovare un'opera altrettanto ricca di motivi plastici ed espressivi».
La sua sensibilità sociale lo spinse a dedicarsi a opere pubbliche, cimiteriali e religiose. Alcune sue sculture sono infatti presenti in cimiteri importanti: al Cimitero Monumentale di Milano, ad Asmara, a Bergamo e Gallarate.
Tra queste, il tema della Deposizione o della Pietà risuona con una forte carica emotiva e spirituale. Esegue inoltre alcuni lavori per i cimiteri lombardi, realizzando il Trasporto di Cristo per la Cappella Fenzi nel Cimitero Monumentale di Milano, e alcune Pietà e Deposizioni per i cimiteri di Gallarate e Bergamo.
Il mondo degli umili e la religiosità laica
Nel 1928 prende parte invece alla Sindacale fascista di Milano con il gesso Contadina, e nel 1930 espone al Convegno d’Arte Pittura e Scrittura Galleria Pesaro La pastorella.
Il suo interesse risulta rivolto verso gli umili e i lavoratori, ricordando costantemente le sue modeste origini, ma al contempo la forza e la dignità del lavoro. Raffigura infatti personaggi austeri, segnati dal peso e dalla fatica, ma senza alcun patetismo.
Nel 1932 partecipa alla Sindacale fascista di Milano con il bronzo Giovane madre, indagando nuovamente il tema della maternità affrontato negli anni precedenti, e nel 1934 espone un’opera di natura religiosa coma il San franceschino, colui che ha fatto della povertà la sua forza.
Nella sua produzione racconta un’umanità posata, mai teatrale, pervasa da un sentimento di malinconia e accettazione. Le donne delle sue sculture - come la Contadina - portano con sé la memoria di una classe sociale dedita al lavoro e al sacrificio, ma anche alla speranza.
La religiosità di Bonomi era di natura laicale, concentrata sui valori umani dell'esistenza. Il Cristo potrebbe benissimo essere un soldato caduto portato via dopo la battaglia da un compagno, dalla madre e dalla sposa, come accadeva un tempo nelle guerre di popolo; o potrebbe essere un minatore morto portato a casa dai famigliari.
Materia, forma e linguaggio plastico
La scelta della pietra come materiale non è casuale: Bonomi, in quanto scultore, predilige una materia dura, severa, che è al tempo stesso plasmabile e resistente. Nella resa monumentale della figura materna, la pietra trasmette una solidità morale e un rigore spirituale.
Diversamente da sculture che puntano al virtuosismo della forma o al dettaglio esuberante, in Ecce Mater si nota una modulazione delle superfici, un equilibrio sobrio che parla più di dignità raccolta che di dramma esibito.
La grandezza e l'universalità di Bonomi stanno in questo, senza sbavature (lo si vede bene nei gessi conservati nella Selvaggia, il suo studio «lavorerio» a Turbigo. Nessuno scultore, tra Wildt e Marino Marini, è riuscito ad essere così puro, in una misura compiuta al limite dell'astrazione.
La sua pittura è caratterizzata da colori accesi - gialli, rossi e bruciati - stesi con sostanza materica, come se intuisse nella pittura una terza dimensione. Ha realizzato opere a grandezza monumentale, piene di figure, viste nella loro quotidianità: persone umili e operose, con profonde motivazioni religiose e umane.
Il punto di congiunzione è impeccabile, e fu rilevato criticamente dal più sensibile studioso della scultura del Novecento, Mario De Micheli, che a Bonomi dedica pagine di lucidissima interpretazione critica.
Le principali opere scultoree
- “La Mater” (bronzo, 1915‑1923) - scultura simbolo della maternità, con varie versioni.
- “Contadina” (1928) - figura femminile a grandezza naturale che rappresenta la forza delle donne rurali.
- “Mater Intemerata” (1960 circa) - scultura sacra che gli valse la medaglia d’oro nel 1961.
- “San Francesco” (1934) - scultura presente a Turbigo, nella piazza dedicata al santo.
- “L’Eroe” (1954) - scultura al Sacrario ai Caduti di Turbigo.
- “Nazareno” (1931) - figura ascetica, spirituale, inserita nella poetica più intima e per la sua stessa tomba.
- “Il trasporto di Cristo” - scultura destinata alla cappella Fenzi nel Cimitero Monumentale di Milano.
- “Deposizione / Pietà” - varie versioni sparse nei cimiteri di Bergamo, Asmara, Gallarate.
Negli anni ’60, una delle sue sculture più importanti, la “Mater Intemerata”, gli valse la medaglia d’oro alla I Mostra Internazionale d’Arte Sacra a Trieste (1961).
Il Crocifisso del 1953 nel percorso dell’artista
Il Crocifisso del 1953 si colloca accanto alle opere sacre e commemorative realizzate da Bonomi nella maturità. La sua lettura non può essere separata dal Trasporto di Cristo, dalle Deposizioni, dalle Pietà, dal Nazareno e dalla Mater Intemerata.
Il tema cristologico si collega inoltre ai dipinti nei quali i prigionieri e i caduti vengono rappresentati come figure crocifisse. La croce diventa così un’immagine capace di riunire fede, memoria storica e compassione per l’uomo.
La sua formidabile Contadina del 1928 esprime un pathos religioso, ma mai devozionale. La stessa impostazione consente di interpretare il Crocifisso come una presenza umana e spirituale insieme, lontana dall’enfasi e concentrata sulla dignità del dolore.
La figura materna - pur nella sua dimensione intima più che monumentale - manifesta una compostezza gravata da un sentimento di mitezza e sacrificio. Si può avvertire, nel volto e nella postura, non solo il legame fisico con il bambino, ma una comunicazione più sottile, un dialogo silenzioso che trascende il mero abbraccio.
Conservazione e lascito
Dopo la sua morte, questa casa è diventata una museo-gipsoteca, con molti gessi delle sue sculture, completate e incomplete. Suo figlio adottivo, l’architetto Angelo Vittorio Mira Bonomi, ereditò la casa e ha aiutato a conservare l’eredità artistica.
Alla morte, nel 1961, la sua casa‑atelier di Turbigo divenne un polo di conservazione: il suo studio fu trasformato in museo-gipsoteca, dove ancora oggi si possono ammirare i modelli in gesso delle sue sculture, compresi quelli incompleti.
Suo figlio adottivo, Angelo Vittorio Mira Bonomi, ha contribuito a mantenere viva l’eredità, curando l’archivio e la tutela delle sue opere. Nel 1981 è stato pubblicato il libro "Carlo Bonomi: pittore, scultore, architetto da Turbigo" di Angelo Mira Bonomi, Turbigo: Societa storica turbighese.
La sua arte non è solo testimonianza tecnica, ma un messaggio umano e spirituale: Bonomi non rincorse le mode, né si schierò mai con una corrente dominante. La sua ispirazione rimase radicata nell’umanità della gente comune, nella dignità del lavoro, nel peso della memoria.
Come sottolinea la voce poetica di alcuni suoi ritratti e sculture, egli seppe trasformare la materia in emozione, la forza in tenera presenza, il dolore in speranza.

Quotazioni indicative delle opere di Carlo Bonomi
Le quotazioni di Carlo Bonomi (1880‑1961), artista italiano attivo come pittore e scultore, variano significativamente a seconda della tipologia di opera.
| Tipologia opera | Periodo | Quotazioni |
|---|---|---|
| Dipinti a olio di grandi dimensioni | 1900 - 1920 | Tra 1.000 e 6.000 euro |
| Dipinti a olio di piccole dimensioni | 1900 - 1920 | Tra 500 e 1.000 euro |
| Sculture in bronzo o pietra | 1915 - 1950 | Tra 300 e 3.000 euro, con picchi fino a 10.000 euro e oltre |
Le opere pittoriche di Carlo Bonomi di grandi e medie dimensioni, soggetti “pastorali” con evocazioni simboliste, caratterizzate da una forte ricerca formale e cromatica, rappresentano la parte più significativa del suo mercato.
I dipinti di dimensioni più contenute risultano meno ricercati, con quotazioni tra i 500 e i 1.000 euro. Le sculture in bronzo o pietra: soggetti intimi e popolari che risentono del ritorno all’ordine hanno stime tra i 300 e i 3.000 euro, con picchi superiori, fino a 10.000 euro e oltre per i soggetti particolarmente grandi e interessanti.
Come pittore, Bonomi ha realizzato dipinti prevalentemente ad olio su tela o su tavola. Le sue opere dipinte in asta mostrano un minimo che può partire da poche centinaia di euro - ad esempio un olio su tela “Giovane fruttivendola” (100×69 cm) è stato venduto per 500 €.
D’altro canto, esistono dipinti più importanti e di dimensioni maggiori con stime significativamente superiori, come il dipinto “Mucche” su tela (90×162 cm), che è stato stimato tra 6.000 € e 7.000 €.
Come scultore, Bonomi ha sperimentato diversi materiali, ma è soprattutto noto per le sue opere in bronzo. Una scultura in pietra intitolata ECCE MATER (67×55×50 cm su base in pietra) è stata stimata tra 5.000 € e 8.000 €.
In termini più generali, secondo dati di mercato aggiornati, le sculture di Bonomi possono andare da qualche centinaio di euro (per piccole sculture in bronzo) fino a oltre 11.000 € per opere più significative di dimensioni importanti o di soggetto celebrativo.
Le valutazioni riportate hanno valore indicativo. Il prezzo effettivo di un’opera di Carlo Bonomi può variare in base a periodo, dimensioni, soggetto, materia, tecnica e qualità.
tags: #carlo #bonomi #scultore #crocifisso #1953