Perché molte strutture parrocchiali hanno personale laico

Molte strutture parrocchiali hanno personale laico perché la vita delle persone non coincide più stabilmente con il territorio della parrocchia, mentre le comunità cristiane devono continuare a garantire annuncio del Vangelo, formazione, carità, accoglienza e prossimità anche in una situazione di diminuzione delle vocazioni sacerdotali e di crescente complessità sociale.

La presenza dei laici non nasce quindi soltanto dalla necessità di sostituire i preti nelle attività quotidiane, ma dalla riscoperta della responsabilità di tutti i battezzati, ciascuno secondo la propria vocazione, i propri carismi e le proprie competenze.

La trasformazione della parrocchia nel mondo contemporaneo

La parrocchia, è detto nel titolo, deve essere comunità di chiamati, quindi la valenza comunitaria è essenziale e irrinunciabile per un cristianesimo vissuto come fraternità e solidarietà. Ma questa è la parrocchia ideale: ogni giorno più facciamo esperienza di una parrocchia che di fatto non è soggetto collettivo e non è comunità di chiamati, perché, a mio parere, non è più naturalmente un ambiente di vita su scala umana e sociologica, come lo era nel passato anche abbastanza prossimo.

In una società statica, legata alla cultura contadina, la parrocchia era naturalmente un ambiente di vita, perché la gente nasceva, cresceva, lavorava, moriva sempre sotto lo stesso campanile. La parrocchia di fatto interpretava e incarnava quella realtà culturale e sociologica che la gente viveva, e, quindi, le relazioni umane erano facilitate da questo contesto che si colorava di contenuti religiosi, legati fondamentalmente agli aspetti culturali.

Oggi questo non esiste più e noi dobbiamo prenderne atto: la mobilità delle persone, la secolarizzazione, il pluralismo delle esperienze, il livello culturale sono realtà che i sociologi hanno ben messo in evidenza e che qui vengono richiamate perché le teniamo presenti. Queste realtà hanno scalzato il rapporto naturale tra la parrocchia e la vita delle persone: la parrocchia rischia, soprattutto nei grandi contesti urbani, di essere un’esperienza marginale e inespressiva, perché la vita della gente si costruisce, si realizza, si verifica al di fuori della struttura parrocchiale.

La configurazione territoriale della parrocchia, tuttavia, è chiamata oggi a confrontarsi con una caratteristica peculiare del mondo contemporaneo, nel quale l’accresciuta mobilità e la cultura digitale hanno dilatato i confini dell’esistenza. Infatti, da una parte, la vita delle persone si identifica sempre meno con un contesto definito e immutabile, svolgendosi piuttosto in “un villaggio globale e plurale”; dall’altra, la cultura digitale ha modificato in maniera irreversibile la comprensione dello spazio, nonché il linguaggio e i comportamenti delle persone, specialmente quelle delle giovani generazioni.

La parrocchia, come comunità viva di credenti, è inserita in tale contesto, nel quale il legame con il territorio tende a essere sempre meno percepito, i luoghi di appartenenza divengono molteplici e le relazioni interpersonali rischiano di dissolversi nel mondo virtuale senza impegno né responsabilità verso il proprio contesto relazionale.

La parrocchia possiede una lunga storia e ha avuto dagli inizi un ruolo fondamentale nella vita dei cristiani e nello sviluppo e nell’opera pastorale della Chiesa. Sin dal suo sorgere, dunque, la parrocchia si pone come risposta a una esigenza pastorale precisa, portare il Vangelo vicino al Popolo attraverso l’annuncio della fede e la celebrazione dei sacramenti.

La stessa etimologia del termine rende comprensibile il senso dell’istituzione: la parrocchia è una casa in mezzo alle case e risponde alla logica dell’Incarnazione di Gesù Cristo, vivo e operante nella comunità umana. Essa, quindi, visivamente rappresentata dall’edificio di culto, è segno della presenza permanente del Signore Risorto in mezzo al suo Popolo.

La parrocchia non è semplicemente un insieme di servizi

Occorre che essa trovi una sua connotazione ben precisa; pur rimanendo fondamentalmente la struttura portante della pastorale nella Chiesa locale. Sappiamo che il Codice ha cambiato la definizione di parrocchia: prima si privilegiava l’aspetto territoriale, oggi si privilegia l’aspetto comunitario.

L’aspetto territoriale è ancora presente, ma legato all’aspetto di comunità stabile. Io vedo oggi la maggiore difficoltà proprio nella creazione, all’interno della parrocchia, di questo humus comunitario che diventi veramente ambiente di vita, punto di riferimento, stimolo alla comunicazione personalizzata.

C’è sempre il pericolo che le nostre parrocchie si trasformino in agenzie di servizi religiosi, anche perché noi giudichiamo ancora la parrocchia più o meno fiorente dalla pratica religiosa e non dall’impegno di creare un ambiente naturale di vita dove le persone vengono riconosciute e promosse nella loro dimensione vocazionale.

Una parrocchia che offre solo dei servizi, che organizza e promuove iniziative, di fatto non promuove ‘ministerialità’. E noi vediamo quanto sia difficile promuovere ministerialità all’interno di una realtà parrocchiale sfilacciata come spesso è la nostra; e allora ecco che la crisi delle vocazioni è legata alla crisi di questi valori comunitari.

Inoltre, la mera ripetizione di attività senza incidenza nella vita delle persone concrete, rimane uno sterile tentativo di sopravvivenza, spesso accolto dall’indifferenza generale. Se non vive del dinamismo spirituale proprio dell’evangelizzazione, la parrocchia corre il rischio di divenire autoreferenziale e di sclerotizzarsi, proponendo esperienze ormai prive di sapore evangelico e di mordente missionario, magari destinate solo a piccoli gruppi.

È per questo che la conversione pastorale non consiste soltanto nell’aggiungere attività o nel riorganizzare gli uffici. «Non basta riadattare le strutture o aggiungere attività. C’è bisogno di “attrazione”. No alle comunità liquide».

La parrocchia è una struttura che può assumere molte forme diverse. Per forma intendiamo la determinazione di un discorso ecclesiale che va a definire il ruolo di alcuni soggetti, fissa dei tempi, indica dei compiti, si caratterizza per uno stile.

Quella che conosciamo oggi è una forma caratterizzata dalla guida di un presbitero con dei collaboratori che gli danno una mano nelle mansioni operative; una forma che concentra in sé la vita di fede delle persone di un determinato territorio, sentendosi come l’unica autorizzata e designata a organizzare e accompagnare esperienze di fede nelle sue diverse forme (preghiera, lectio, annuncio,…); una forma ben organizzata dove la vita dei suoi partecipanti è programmata da una agenda fitta e dettagliata di corsi, eventi, orario di ufficio per i vari servizi.

Questa rappresentava la forma opportuna di quando vivevamo in un epoca di cristianità, in cui la religione cattolica costituiva la cultura di fondo di tutta la popolazione italiana. La parrocchia era per un paese un’istituzione imprescindibile sul piano dell’inculturazione degli individui con il relativo senso di appartenenza ad un determinato luogo.

La diminuzione dei sacerdoti e la necessità di nuove responsabilità

Il calo demografico del clero (negli ultimi trent’anni la media in Italia è del meno 16 per cento con picchi di secolarizzazione che vedono il Nord Italia in prima linea) non permetterà (e già in molte parti d’Italia non permette) la presenza di un parroco per ogni parrocchia.

Come raggiungere allora tutti i battezzati (anch’essi in calo)? Come essere comunità senza un pastore presente permanentemente? Come rispondere a una richiesta di sacro e di religiosità che però esiste, se il 75 per cento della popolazione, in Italia, si dice ancora oggi cattolica?

I sociologi rilevano una domanda su Dio; la Chiesa registra uno svuotamento progressivo delle chiese e una diminuzione delle vocazioni; il popolo di Dio sembra disorientato e forse più rattristato che motivato, perché stanno saltando gli schemi e le modalità che finora sono state di riferimento: parrocchia, parroco (possibilmente anche il “cappellano”), rapporti piramidali, responsabilità centralizzata.

Invece i “segni dei tempi” chiedono, o meglio esigono, quello che il Vaticano II aveva più volte affermato e che papa Francesco ribadisce con costanza: una Chiesa missionaria, laici che riscoprono la propria ministerialità in funzione del battesimo, preti che recuperano la centralità dell’Eucaristia, la dimensione della vigilanza, coerenza e testimonianza di vita, consapevolezza di un “noi” ministeriale e capacità di impastarsi con i problemi e la vita della gente.

E non si tratta di contrastare la contrazione numerica ma di rispondere a una missione, che i numeri evidenziano e sollecitano maggiormente. C’è insomma da cambiare dinamiche per recuperare l’essenza di essere popolo di Dio, di essere corresponsabili nell’annuncio del Regno di Dio.

Per le sfide di oggi non occorre solo e soprattutto un prete, ma anche una comunità che veramente evangelizza. Lavoriamo per una forma di chiesa popolare, di parrocchia che si sente trasformata e che dovrà permanere anche se la diocesi si riempirà ancora di tanti preti; perché non è il numero di preti che fa la chiesa, ma il popolo di Dio se, in comunione con il suo vescovo e i suoi preti, sa ridire il vangelo alle nuove generazioni, sa confrontarsi con le nuove domande, accetta la sfida dell’ateo ribelle e dell’ateo praticante.

Il personale laico come espressione del popolo di Dio

Quarto soggetto sono i laici. È vero che i laici hanno fatto grandi passi e che sempre più assumono connotazioni di responsabilità e di partecipazione all’interno delle nostre parrocchie. Però a mio parere rimane ancora molto da scoprire, proprio sui valori della laicità, perché la promozione del laico rischia sempre più di emarginare il prete nel sacro.

Per esprimere il concetto di laico, il Concilio dice che si trovano in questa condizione coloro che, nella Chiesa, non hanno ricevuto l’Ordine Sacro e non hanno fatto la professione religiosa di verginità, povertà ed obbedienza.

Il problema è che, per lungo tempo, nella Chiesa, questa definizione in negativo dal punto di vista logico, ossia definirli come qualcosa che non sono, è stata tradotta in una negatività essenziale: i laici sono stati trattati, o si sono sentiti, cristiani di serie B nella Chiesa, solo subordinati, funzionali, comunque dopo altri.

Questo il Concilio lo ha superato in modo molto preciso: primo, dobbiamo passare dall’idea di laici come sostantivo, 'i laici', a laici come aggettivo. Il Concilio Vaticano II non parla mai di laici come nome, sostantivo: questa parola è sempre un aggettivo, per il Concilio; questo ci dice che laico non esprime, dunque, un'identità, ma esprime una qualità di un'identità.

Il Concilio e, al suo seguito, in questi cinquant'anni, spesso, anche il Magistero della Chiesa Cattolica, parlano di Christifideles laici, ossia, in Italiano, di fedeli in Cristo, laici: il sostantivo non è laici, ma è (Christi) fideles; l'aggettivo è laici.

Già questo cambia molte cose: la vostra identità non è essere un laico, senza andare più in là, bensì essere un uomo o una donna fedele a Cristo, che, cioè, crede in Cristo, che, in quella fede, ha ricevuto il Battesimo e, per quella ragione, appartiene al Corpo di Cristo, che è la Chiesa.

È quella di tutti i credenti in Cristo battezzati, prima ancora della distinzione delle vocazioni, in preti, suore o altro. Io la delineerei in tre tratti positivi e comuni a tutti: il primo tratto è avere, come dono, anche se da alimentare, una relazione vera, buona e bella con il Signore Gesù, perché il cristiano è colui che vive una relazione personale con Gesù vivo e risorto, centro vitale della Chiesa.

Secondo tratto: questa relazione con il Signore Gesù il cristiano, ogni cristiano, la vive in un ambito fraterno e questo è il grande mistero della Chiesa, cioè che la relazione con il Signore produce ed è, allo stesso tempo, sostenuta dalla relazione autenticamente fraterna che ci lega, in quanto profondamente uniti nell’Unico Cristo.

Terzo tratto: tutto questo, cioè la buona relazione con il Signore, dentro una relazione fraterna, lo viviamo tutti in cammino verso il Regno di Dio, cioè in un cammino che ha, come meta, la Santità definitiva di ciascuno di noi.

Questo è stupido chiedersi cosa faccia il laico nella Chiesa, stupida se viene posta come prima domanda, in quanto prima di chiedersi del fare, bisogna chiedersi dell’essere. Il nostro essere è Cristiano, prima di tutto, di nome e di fatto, perché curiamo la relazione con il Signore, curiamo le relazioni fraterne e ci preoccupiamo di diventare santi e di andare in Paradiso.

Allora, l’esercizio più importante non è cosa fare, non è fare il Consigliere o l’operatore pastorale, ma è essere un uomo o una donna che vive di Fede, di Speranza e di Carità, le tre Virtù Teologali, che hanno a che fare con i tre tratti che ho citato sopra: la buona relazione con il Signore (la Fede), la relazione autenticamente fraterna (la Carità), l’orientamento della nostra vita verso il Paradiso (la Speranza).

La vocazione secolare dei laici

Il secondo è espresso in questo modo: l’indole propria e peculiare dei laici è l’indole secolare. L’aggettivo secolare sta ad indicare 'qualcosa che è legato alla vita del mondo'.

Tutta la Chiesa è immersa nel mondo e lo serve, ma, al suo interno, esiste chi deve occuparsi, in modo particolare, per dono sacramentale, delle 'cose di Cristo', come la Parola di Gesù, la carne di Gesù, la guida di Gesù e la cura pastorale di Gesù, e costoro sono i Vescovi, i sacerdoti ed i diaconi, e, poi, coloro che anticipano, in qualche modo, il Regno.

Ciò significa che tutti gli altri, cioè i laici, hanno questa indole secolare, cioè hanno, come asse portante della loro vita, quella di essere strettamente legati a tutti gli ambiti della vita del mondo.

L’impegno di essere luce, di essere sapore, cioè il sale, di essere fermento, cioè il lievito, delle realtà del mondo. Tutte queste cose le attuano i laici, perché hanno un diretto contatto con il mondo, anzi, il Concilio parla di 'stretto tessuto esistenziale', che significa che la vita concreta di ogni giorno dei laici è tutta impregnata della vita del mondo.

La cosa più importante, per i laici, diventa il tema della testimonianza della vita. Vi ho detto prima che dobbiamo vivere di fede, di speranza e di carità, ma queste stesse virtù teologali non vanno vissute solo per se stessi, bensì diventano 'splendore' laddove si vive: la famiglia, il lavoro, le realtà sociale, economica e politica, il mondo dell’arte e della cultura, dello sport, il mondo di qualsiasi dimensione dell’umano, che, in quanto umana, non è estranea all’Amore di Dio.

L’impegno in queste realtà, la famiglia, il lavoro, la professione, l’impegno sociale, economico e politico, l’impegno artistico e culturale, l’impegno sportivo, il tempo libero, sono tutte cose che i laici vivono, in maniera diretta, in presa diretta e qui hanno il loro primo compito: quello di far risplendere, con la loro fede, la loro speranza e carità, la verità, che può dare un senso a tutti questi ambiti, un compimento felice per tutti.

Il meglio lo devono esprimere quando lasciano queste attività e tornano alle loro case, alle loro attività, in famiglia, al lavoro, a scuola. I laici cristiani che già vivono immersi nella società e che di fatto sono già in missione permanente.

Perché le parrocchie hanno bisogno di laici qualificati

La presenza dei laici nelle strutture parrocchiali risponde anche alla necessità di svolgere compiti che richiedono tempo, preparazione e competenze specifiche. La parrocchia non è chiamata soltanto a celebrare, ma anche a educare, accompagnare, ascoltare, amministrare, comunicare e mantenere relazioni con il territorio.

La riorganizzazione chiama in causa i laici, in forme e modi nuovi. In Germania, per esempio, si stanno diffondendo i Pastoralrefent, laiche e laici che presiedono la liturgia della Parola in assenza del sacerdote e attuano molte delle attività parrocchiali.

Anche in alcune parrocchie italiane, da qualche anno, opera il «manager parrocchiale». Nuova figura di laico entrato, con la sua professionalità, nella vita delle comunità parrocchiali, esso affianca i sacerdoti nella gestione della comunità o di alcuni aspetti della pastorale.

Laici singoli o in équipe o anche in “formato famiglia”, come già si sperimenta per esempio a Milano (famiglie missionarie a Km0), che già nel loro piccolo vivono tutte le dinamiche che si ritrovano in una comunità; laici a cui viene chiesta formazione e professionalità, senza però ridurre il servizio a mestiere.

La presenza di personale laico può quindi riguardare la gestione amministrativa, la comunicazione, la formazione, la catechesi, l’animazione dei gruppi, il coordinamento delle attività, l’accompagnamento delle famiglie, la pastorale giovanile, il servizio ai poveri e la cura delle relazioni con le realtà sociali e culturali del territorio.

Ma la professionalità, da sola, non basta. La cura più importante, che la Chiesa deve avere e che, in particolare, i preti debbono avere nei confronti dei laici, è la cura della spiritualità e delle relazioni: questo deve essere l’assillo più importante dei laici, non quale spazio occupare, cosa fare, di quale autorità essere investiti o quale ruolo rivestire.

Altrimenti, facciamo cose, costruiamo strutture, curiamo programmi pastorali, ma tutto risulta sempre più arido, sempre più vuoto, perché si ha la percezione, a volte, drammatica, che manchi l’anima.

La formazione dei laici

Se non ricuperiamo una dimensione laicale non faremo mai una pastorale autenticamente vocazionale: qui c’è tutto il problema degli itinerari di fede, di formazione, del ruolo educativo della Chiesa.

Noi li educhiamo questi laici o li chiamiamo soltanto a una collaborazione immediata, frammentaria? Il soggetto di ogni pastorale è la comunità ecclesiale. Occorre, quindi, educare i battezzati, fin dall’età infantile, al convivere, allo stare insieme, al sentirsi una cosa sola nella Chiesa.

E per arrivare a questo non bastano i corsi di catechismo. È necessario che dai corsi si passi ai percorsi,cioè dall’apprendimento teorico della fede al coinvolgimento nella vita delle persone.

La parrocchia è chiamata a cogliere le istanze del tempo per adeguare il proprio servizio alle esigenze dei fedeli e dei mutamenti storici. Occorre un rinnovato dinamismo, che permetta di riscoprire la vocazione di ogni battezzato a essere discepolo di Gesù e missionario del Vangelo.

Per promuovere la centralità della presenza missionaria della comunità cristiana nel mondo, è importante ripensare non solo a una nuova esperienza di parrocchia, ma anche, in essa, al ministero e alla missione dei sacerdoti, che, insieme con i fedeli laici, hanno il compito di essere “sale e luce del mondo”, “lampada sul candelabro”, mostrando il volto di una comunità evangelizzatrice, capace di un’adeguata lettura dei segni dei tempi, che genera una coerente testimonianza di vita evangelica.

Il rapporto tra laici e sacerdoti

Spesso anche noi preti andiamo a cercare dei laici fatti su misura del parroco; poi cambia il parroco e si spazzano via tutti quelli che c’erano prima e si chiamano gli altri. Ciò rischia di compromettere fortemente la struttura ministeriale della Chiesa.

La dignità è uguale per tutti i battezzati, figli di Dio. Ciò che cambia è il servizio. I laici saranno i nuovi missionari evangelizzatori della Chiesa del futuro; al clero rimarrà il ministero della formazione, della guida, del discernimento, della garanzia della parola di Dio.

Questo non significa che il personale laico debba diventare una copia del sacerdote, né che il sacerdote debba essere escluso dalla vita concreta della comunità. Il passaggio fondamentale sta nell’invito già lanciato da Giovanni Paolo II: duc in altum, Chiesa prendi il largo, che significa anche attuare la corresponsabilità intesa come «lavorare assieme ciascuno con la sua vocazione specifica e dentro un progetto costruito in maniera sinodale».

La Chiesa è nella sua interezza ministero, servizio, comunione e missione. Pertanto, tutti i battezzati ricevono carismi, cioè doni, che, riconosciuti dalla comunità, diventano ministeri.

La corresponsabilità non elimina le differenze tra i ministeri, ma impedisce che la vita parrocchiale venga concepita come il risultato dell’azione di una sola persona. Tutti, Vescovi e preti siamo, ugualmente responsabili anche se in articolazioni diverse.

Occorre invece che ci sia l’ascolto reciproco, la capacità di metterci tutti in ascolto delle realtà e delle istanze per interpretarle, altrimenti le vocazioni non nasceranno mai.

Il rischio del clericalismo laico

Però a mio parere rimane ancora molto da scoprire, proprio sui valori della laicità, perché la promozione del laico rischia sempre più di emarginare il prete nel sacro. E allora torniamo ad una vecchia definizione che è quella per la quale i preti si occupano della Chiesa e del sacro e i laici invece delle realtà temporali.

Questo è pre-conciliare come visione di una ministerialità laicale, della laicità di una Chiesa che vuole veramente essere fermento, segno e sacramento nel mondo. La laicità dobbiamo trasformarla da categoria di settore a prospettiva complessiva.

Ma, nonostante i nuovi fermenti, per alcuni sopravvive un certo «clericalismo di ritorno». Il Concilio ha compiuto passi da gigante nella rivalutazione dei laici, chiamandoli in causa negli organismi consultivi (consigli pastorali, per esempio). Purtroppo, essi non sono ancora pienamente coinvolti nei luoghi dove si prendono le decisioni, cioè non figurano negli organismi deliberativi.

E poi, dobbiamo stare attenti al clericalismo laico, perché non c’è nulla di peggio di un laico che si comporta come un prete. E viceversa.

L’Istruzione mette in guardia da azzardi che rischiano di snaturare i connotati della parrocchia. Come quello di affidare la guida a un laico, quasi potesse essere contemplato un “parroco laico”.

Il testo vieta che un diacono, un consacrato o un laico sia definito «co-parroco», «pastore», «cappellano», «coordinatore», «responsabile parrocchiale». Al massimo, e in casi straordinari, può essere chiamato alla «partecipazione all’esercizio della cura pastorale », mai alla guida.

Il documento intende ribadire i caratteri costitutivi della comunità cristiana a fronte di sperimentazioni che, ad esempio, prevedono laici o équipe a capo di una parrocchia. Anche in questo caso spicca l’intento di arrangiare: il laicato viene adattato a un ruolo che non gli compete.

La collaborazione non è semplice sostituzione

La presenza laicale non dovrebbe essere interpretata come una semplice sostituzione del sacerdote nelle attività che egli non riesce più a svolgere. Laici che da collaboratori dei preti diventano corresponsabili dell’essere e dell’agire della Chiesa e parrocchie che passano dall’essere luogo in cui si celebra la fede a luogo in cui, prima di tutto, la si annuncia.

Non basta collaborare! Si tratta di ripensare profondamente la nostra presenza nel territorio. La parrocchia sarà il nome che daremo a questa composizione. Alla matassa annodata ma palpitante di nessi che si andranno a costituire.

In quella Area di vita mi chiedo prima di tutto cosa c’è e cosa manca. C’è una presenza di religiosi, di associazioni, di luoghi di culto e di incontro? Posso chiedermi quale azione può sostenere questa presenza in quell’aria di vita, riflettendo insieme attorno allo stesso tavolo, per garantire l’annuncio, i sacramenti e la carità.

La pastorale non deve essere organizzata secondo sovrapposizioni o concorrenza, ma attraverso l’integrazione dei diversi carismi. La diocesi, la parrocchia, i religiosi, le associazioni, i movimenti e i laici possono contribuire alla missione comune senza trasformarsi in realtà parallele o contrapposte.

La diocesi e le strutture interparrocchiali

Secondo soggetto della pastorale è la chiesa locale, non per importanza, ma perché, a mio parere, le difficoltà che noi individuiamo nell’azione pastorale della parrocchia si riflettono poi nella coscienza della Chiesa locale o particolare.

Più che come ‘Chiesa particolare’ di cui le parrocchie sono parte integrata e integrante, è percepita come struttura organizzativa e spesso il Centro Diocesano Vocazioni, la Curia, gli Uffici Pastorali sono percepiti più che come luogo di riflessione, di confronto, di convergenza, come polo organizzativo funzionale, come testa da dove partono ordini, direttive, orientamenti.

Le nostre diocesi hanno allargato fortemente le strutture di vertice: vicari episcopali, centri pastorali… c’è tutto un organigramma meraviglioso, con il rischio di aumentare la testa e avere delle gambette che non riescono a fare nemmeno un passo.

In questo tema della Chiesa locale c’è anche tutto il problema del decentramento e quindi della responsabilizzazione di tutti; l’integrazione, la complementarietà, le zone pastorali, così precarie nella loro consistenza territoriale.

D’altra parte appare sempre più evidente l’impossibilità di fare della parrocchia l’unico punto di riferimento. Soprattutto ciò si verifica per le piccole parrocchie che non possono essere attrezzate per la pastorale più qualificata che è quella dei fidanzati, dei giovani, degli anziani, se non c’è questo respiro più ampio che va a cogliere la zona pastorale come cerniera di collegamento tra la Chiesa particolare e le singole parrocchie.

Le unità pastorali possono quindi diventare uno strumento di collaborazione e di condivisione, ma non sono una soluzione automatica. Non possono essere una soluzione quando vengono ispirate dalla diminuzione del clero. Se sono pensate per offrire “prestazioni” ma non creano comunità, funzionano solo nell’immediato.

La pastorale degli adolescenti e dei giovani

Lo vediamo soprattutto negli adolescenti e nei giovani, spesso costretti a spostarsi in altra località per frequentare la scuola. Come parlare di pastorale di adolescenti, di itinerari di fede, quando l’ambiente di vita (amicizia, stimoli culturali, psicologici, affettivi…) si svolge al di fuori e al di là del territorio parrocchiale?

È mancata e manca la capacità di accompagnare gli adolescenti e i giovani, che vivono proiettati nella scuola e nell’università: è da troppo tempo che la chiesa si disinteressa della scuola e della formazione delle nuove generazioni.

Non tanto “cambiare” le parrocchie, che certamente possono essere migliorate, ma che, per altri aspetti, debbono restare quello che sono. Quanto piuttosto, integrare il lavoro parrocchiale dedicando preti giovani e sapienti - insieme ai migliori laici che abbiamo - al mondo della scuola.

Le parrocchie non sono tutte in grado di fare pastorale degli adolescenti da sole, anche se con eccezioni importanti. Bisogna avere il coraggio di chiedere ad alcuni preti giovani e sapienti di dedicarsi insieme a questo compito.

La proposta può essere affidata a équipe formate da sacerdoti e laici, capaci di accompagnare i giovani nei luoghi in cui realmente vivono, studiano e costruiscono le proprie relazioni. Tale pastorale può poi mantenere un collegamento stabile con le parrocchie, senza costringere ogni singola comunità a svolgere da sola compiti per i quali non possiede risorse sufficienti.

Occorre che la struttura diventi talmente agile da proporre situazioni, stimoli comunitari al di là e al di fuori della propria connotazione istituzionale.

La cultura, la scuola e il territorio

Lo stesso dicasi per l’elaborazione del pensiero e della cultura. Anche qui è mancata una presenza ecclesiale, poiché la maggior parte del clero si è dedicata alle liturgie, alla preghiera e alla carità.

Si tratta piuttosto di generare dei Centri culturali nei diversi settori della città, con preti e laici che vi si dedichino, perché quest’aspetto decisivo non resti scoperto.

Ma prima ancora si tratta di valorizzare la dimensione culturale della fede, perché essa è vera carità. Tanti sono rimasti in attesa di parole che aiutassero a trovare coraggio, a prendere decisioni, ad approfittare del momento e sono rimasti a bocca asciutta.

La parrocchia deve imparare ad aprirsi al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione. Deve realizzare alcuni precisi passaggi: dall’impegno cultuale all’impegno culturale, cioè deve inserirsi di più nella vita della gente, nella sua mentalità; dall’essere servita all’essere serva, attenta ai bisogni di tutti, a partire dai più poveri; dalla pastorale di conservazione alla pastorale di missione, andando al di là dei confini e dei limiti ristretti del culto per evangelizzare anche coloro che nel “tempio” non vengono; infine, dal tempio alla strada, decentrando la parrocchia in piccole comunità nel territorio.

La Chiesa vuole essere veramente dentro le realtà del mondo, e noi dobbiamo camminare in questa prospettiva. Credo che i giovani oggi siano particolarmente sensibili a questa capacità di attenzione, intesa ad andare fuori le mura per condividere i bisogni, le ansie, i problemi di oggi.

Il rapporto tra parrocchia e realtà non parrocchiali

L’azione della chiesa comprende non solo la Liturgia, la Catechesi e la Carità, ma anche la scuola, l’università, la politica, la famiglia, la vacanza, la sofferenza come la gioia e così via. È ora di abbandonare una pastorale incentrata solo su ciò che fanno le parrocchie.

Le parrocchie, infatti, hanno funzionato bene anche in tempi di coronavirus, sono state fra le pochissime realtà all’altezza della situazione. Il loro compito è legato al territorio, è legata all’accoglienza e al sostegno di tutti, di ogni età, di ogni classe sociale.

La loro forza sta esattamente in questo essere sufficientemente indifferenziate. Pretendere che siano qualcosa di diverso vorrebbe dire semplicemente distruggere le parrocchie, che invece reggono benissimo allo scorrere del tempo.

Quello che è mancato nel tempo del Coronavirus è stata, invece, una presenza ecclesiale ad altri livelli. Anzi il tempo di crisi ha messo ancor più in rilievo ciò che manca abitualmente nella vita ecclesiale, anche nel tempo “ordinario”, indipendentemente dal virus.

Non si tratta solo di trasformare la parrocchia guardando al nuovo contesto, oppure di modificarla radicalmente, mutandone i tratti essenziali, ma si tratta piuttosto di cambiare una pastorale che guarda alla parrocchia come alla sua unica risorsa e non si preoccupa di una pastorale d’ambiente o cittadina.

La parrocchia incarna il principio territoriale, è la casa di tutti nel quartiere, invece le altre realtà riescono ad unire persone di quartieri diversi a partire da esigenze cittadine.

Religiosi, associazioni e movimenti

Quinto soggetto sono i religiosi e le religiose. Diciamo che bisogna fare una pastorale unitaria che promuova tutti i ministeri, tutte le vocazioni; però come inseriamo i religiosi e le religiose dentro questa pastorale che fa riferimento alla parrocchia?

È emersa questa scollatura tra la vita religiosa, il carisma religioso e la comunità strutturale della Chiesa, cioè la parrocchia e la Chiesa locale. È chiaro che questo è un cammino che dobbiamo fare insieme.

Come potremo promuovere le vocazioni femminili se non troviamo una collocazione più autentica e comunitaria, se in qualche modo le Congregazioni religiose non fanno lo sforzo per interpretare il loro carisma e quindi modificare la loro presenza pastorale nelle nostre Chiese, per essere credibili?

I movimenti e le aggregazioni sono un dono dello Spirito Santo alla Chiesa contemporanea. Soprattutto negli anni del post-concilio, i movimenti hanno salvato generazioni intere di laici.

Il loro errore più grande, secondo me, è stato di voler assolutizzare la loro esperienza entrando in conflitto con tutte le altre realtà presenti nella Chiesa. Purtroppo, anziché esercitare il carisma che, come dice san Paolo, è dato dallo Spirito per il bene comune, a volte certi movimenti hanno strumentalizzato il bene comune per garantire il loro carisma.

Oggi, però, mi pare che questa fase sia stata superata: i movimenti sono più maturi e manifestano un certo interesse al dialogo tra loro e con la parrocchia o la Chiesa locale.

Il mondo come interlocutore della Chiesa

L’ultimo soggetto di pastorale io lo identifico nel mondo. A mio parere il mondo è soggetto di pastorale. Siamo abituati a pensare che il mondo è l’oggetto della nostra pastorale in quanto la Chiesa ha una parola da dire al mondo.

Ma è certo che c’è una parola che il mondo nella sua accezione più piena e totale ha da dire alla Chiesa e che spesso non viene accolta. Io ritengo che c’è un vangelo nel mondo perché ci sono i germi della creazione.

Il mondo è stato creato da Dio, quindi non dobbiamo credere di avere noi il monopolio dell’annuncio e della verità, perché il regno di Dio è scritto anche nel cuore di tanta gente che di fatto non vive dentro la struttura e l’istituzione.

I valori della libertà, della pace, della solidarietà sono valori diffusamente presenti nel mondo. E la Chiesa si deve mettere in dialogo con questi valori, non soltanto a livello mondiale, ma anche a livello territoriale.

Il rispetto di questi valori è un aspetto importante. Essi hanno a mio parere, una valenza vocazionale importantissima. Ecco l’attenzione, allora, che la parrocchia pone ai problemi non suoi, della costituzione cioè o del rassodamento della propria struttura, ma che sono del mondo.

La parrocchia è chiamata a essere segno vivo della vicinanza di Cristo attraverso una rete di relazioni fraterne, proiettate verso le nuove forme di povertà.

Il servizio pastorale e la prossimità

La parrocchia rimane, infatti, il volto «casalingo» della Chiesa, che la gente incontra nel luogo in cui vive e dove manifesta dolori e bisogni.

Le parrocchie devono essere più aperte alle necessità del territorio, della famiglia, ai problemi sociali in genere. La gente oggi ha bisogno di vedere che la parrocchia è vicina ai bisogni di tutti, a partire dai più poveri, dai lontani, che è tornata a essere voce di chi non ha voce.

Questo non significa che essa debba risolvere tutti i problemi, ma li deve individuare per poi stimolare le istituzioni a risolverli. Perché una parrocchia deve essere interessata non solo alla salvezza dell’anima, ma alla salvezza integrale delle persone.

Nell’Istruzione si raccomanda di sviluppare una vera e propria «arte della vicinanza». Allora un ruolo fondamentale viene svolto dai laici, non certo intesi come surrogati del prete.

Si tratta, quindi, di permettere che uno stile di vita che viene dal Vangelo sia supportato dalla comunità. Così da superare anche il rischio del clericalismo secondo il quale la pastorale è quella che fa il parroco.

È indispensabile che si realizzi concretamente l’incontro fra la fede e la realtà, trovando nuovi criteri di azione pastorale. Non basta riorganizzare: altrimenti si continuerà a ragionare in termini di servizi alla gente.

Il personale laico e la missione della parrocchia

La missione, quindi, non è un’attività aggiunta alle altre, ma è il criterio con cui valutare tutta la vita della parrocchia. Invitare a essere parrocchie missionarie non vuol dire considerare la missione un ulteriore campo di azione che quasi si aggiunge ad altri.

Significare dare nuova forma al volto della comunità. Perciò la vera conversione chiede alla parrocchia di entrare nella vita di tutti i giorni, dove si affrontano le questioni del lavoro, dell’amore, dell’educazione e non semplicemente di strutturare diversamente ciò che è stato finora fatto.

La parrocchia è chiamata a trovare altre modalità di vicinanza e di prossimità rispetto alle abituali attività. Tale compito non costituisce un peso da subire, ma una sfida da accogliere con entusiasmo.

La comunità cristiana non deve avere timore di avviare e accompagnare processi all’interno di un territorio in cui abitano culture diverse, nella fiduciosa certezza che per i discepoli di Cristo «nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

Per questo molte strutture parrocchiali hanno personale laico: perché la comunità cristiana possa essere presente nei luoghi ordinari della vita, assumere responsabilità condivise, valorizzare competenze e carismi, sostenere il ministero dei sacerdoti e rendere più concreta la missione della Chiesa.

La presenza dei laici è autentica quando non si riduce a una delega provvisoria né a una competizione con il sacerdote, ma diventa corresponsabilità ecclesiale, formazione permanente, servizio competente e testimonianza cristiana nel mondo.

noimgs

tags: #perche #molte #strutture #parrocchiali #hanno #personale