Stefano Milli e l’Associazione Santi Pietro e Paolo: storia, servizio e carità nella Città del Vaticano

Stefano Milli è presidente dell’Associazione Santi Pietro e Paolo, sodalizio vaticano nato nel 1971 per raccogliere l’eredità ideale della Guardia Palatina d’Onore e oggi impegnato nel servizio liturgico, culturale e caritativo.

L’Associazione svolge attività di accoglienza, vigilanza e ordine nella Basilica di San Pietro e durante le celebrazioni pontificie, collabora con le basiliche papali di Roma e sostiene persone povere, emarginate e fragili attraverso la propria Sezione caritativa.

Chi è Stefano Milli

«Dalla riapertura delle basiliche papali a Roma, l’accesso dei pellegrini da un’iniziale media di 70 al giorno è cresciuto costantemente, salendo a circa 3.000 pro die. Ciò comporta una mole di lavoro che impegna circa 360 soci al mese».

Lo sottolinea Stefano Milli, presidente dell'Associazione Santi Pietro e Paolo, che in questa intervista a «L’Osservatore Romano» traccia un bilancio delle attività svolte durante il lockdown e il successivo, lento, ritorno alla normalità, evidenziando come sia cambiato il servizio svolto dal sodalizio vaticano in questo tempo di pandemia.

L’identità dell’Associazione Santi Pietro e Paolo

Come riassumerebbe l’identità dell’Associazione? Direi che si può esprimere nella «fedeltà di Palazzo».

Essa ha sempre contraddistinto in maniera tangibile la nostra storia, giunta ormai all’alba del cinquantesimo anniversario di fondazione, che si celebrerà nel 2021.

Una fedeltà incondizionata al Romano Pontefice, che affonda le radici ancor più nel passato, essendo noi eredi della Guardia Palatina d’Onore.

Oggi i suoi soci sono cattolici di Roma che, come si legge nello Statuto, desiderano “rendere una particolare testimonianza di vita cristiana, di apostolato e di fedeltà alla Sede Apostolica”.

L'Associazione Santi Pietro e Paolo si articola in tre Sezioni - quella per le attività culturali e varie; quella per le attività liturgiche; quella per le attività caritative - e nasce sulle ceneri della Guardia Palatina d’Onore di Sua Santità.

ElementoDescrizione
IdentitàFedeltà al Romano Pontefice e servizio alla Sede Apostolica
SezioniAttività culturali e varie; attività liturgiche; attività caritative
SedePalazzo Apostolico della Città del Vaticano, con ingresso dal Cortile di San Damaso
Periodico“Incontro”, il cui primo numero risale al dicembre del 1973
Motto“Fide constamus avita”: “Perseveriamo saldamente nella fedeltà dei nostri padri”

Dalla Guardia Palatina d’Onore all’Associazione

La Guardia Palatina d’Onore di Sua Santità fu istituita da Pio IX con decreto del 14 Dicembre 1850 che unificò i preesistenti corpi della Milizia Urbana e della Guardia Civica Scelta.

La nuova Guardia prese il nome dalla Compagnia Palatina di quest’ultima, che fu l’unico corpo armato rimasto fedele al Papa durante i moti rivoluzionari del 1848-49 e dopo l’esilio di Gaeta.

Fu “destinata al servizio della Sacra Persona di Sua Santità” e molti furono i cambiamenti che la interessarono nel corso dei suoi 120 anni di esistenza.

Qualche anno prima il suo venir meno, al servizio di rappresentanza in divisa affiancò un servizio in borghese durante le cerimonie pontificie.

Nel 1970 Paolo VI decise di abolire i corpi armati pontifici e l’anno successivo, con l’istituzione dell’Associazione Santi Pietro e Paolo, si realizzò la trasformazione definitiva da corpo militare a servizio civile.

L’Associazione, che fino ora ha servito 5 pontificati, dipende dalla Segreteria di Stato, è diretta da un presidente, che la rappresenta, da un vice presidente, dai dirigenti delle tre Sezioni Liturgica, Culturale e Caritativa e da assistenti spirituali.

Pubblica un periodico, “Incontro”, il cui primo numero risale al dicembre del 1973, e ha sede nel Palazzo Apostolico della Città del Vaticano, in una parte dello storico quartiere della Guardia Palatina D’Onore, con ingresso dal Cortile di San Damaso.

Guardia Palatina e Associazione Santi Pietro e Paolo

Il significato del passaggio al servizio civile

È bello vedere che, in questo mezzo secolo di vita, voi siete passati dall’essere “guardia d’onore di palazzo” all’onore di essere “a servizio” dell’umanità pellegrina, rendendo così una particolare testimonianza di vita cristiana, di apostolato e di fedeltà alla Sede Apostolica.

Queste parole sono state rivolte da papa Francesco ai membri dell’Associazione Santi Pietro e Paolo, riuniti nell’Aula Paolo VI con i loro familiari in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione.

Francesco accenna al passato dell’Associazione, nata nel 1971 per volontà di Paolo VI al fine di raccogliere l’eredità di ideali della Guardia Palatina d’Onore, dopo lo scioglimento, l’anno prima, dei corpi armati pontifici.

La trasformazione non ha cancellato la fedeltà alla Sede Apostolica, ma l’ha tradotta in una forma diversa di presenza: dall’originario servizio di guardia a un’attività civile rivolta ai pellegrini, ai fedeli, alle celebrazioni e alle persone in difficoltà.

Il servizio nella Basilica di San Pietro

L’articolo 7 dello Statuto dell’Associazione recita: “La Sezione per le attività liturgiche svolge, con adeguata preparazione, diversi servizi richiesti dai competenti Uffici della Santa Sede, in particolare in occasione di cerimonie pontificie, fra i quali quello di vigilanza e di ordine nella Basilica Vaticana”.

Il servizio nella Basilica di San Pietro comprende l’accoglienza dei pellegrini, l’orientamento, la vigilanza e la collaborazione affinché le celebrazioni si svolgano in modo ordinato.

Attraverso i vostri servizi quotidiani voi diventate artigiani dell’incontro, portando il calore della gentilezza di Gesù a chi entra nella Basilica di San Pietro, a chi ha bisogno di una indicazione, a chi ha bisogno di un sorriso per sentirsi a casa.

Grazie per aver accolto questo del sorriso, credo che è un po' la mistica vostra. Sempre il sorriso che favorisce l’incontro. Il sorriso è un ponte. Il sorriso è un ponte.

Il rapporto con i pellegrini

Nell’incontro c’è sempre un movimento. Se tutti stiamo fermi, non ci si incontra mai.

«La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» (Enc. Fratelli tutti, 215).

Ma la vita è questo: l’arte dell’incontro. È come l’ossigeno della vita l’incontro.

Per questo abbiamo bisogno di una cultura dell’incontro, perché «come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti» (ibid., 216).

È questo il criterio che dà senso al vostro impegno quotidiano - e vi ringrazio tanto!

Mi tornano alla mente le parole di San Giovanni XXIII: “Io metto i miei occhi nei vostri occhi, metto il mio cuore vicino al vostro cuore”.

Questa espressione esprime bene il senso cristiano dell’incontrarsi.

L’emergenza coronavirus e il lockdown

Vorrei fare una premessa: mai ci si era trovati a dover fronteggiare tempi di disagio totale come quelli vissuti negli ultimi mesi, nemmeno durante i due conflitti mondiali che hanno marcato tristemente la storia del Novecento.

Questa “nuova guerra” del covid-19, infatti, ha tolto ai soci quanto di più essenziale per l’espletamento dei loro servizi, quello cioè che ha sempre rappresentato un elemento imprescindibile, il quotidiano contatto: tra noi, nella sede del sodalizio al Cortile di San Damaso, coi pellegrini nella basilica di San Pietro, con i poveri e gli emarginati, attraverso le iniziative caritative a sostegno di tre realtà vaticane gestite da altrettante famiglie religiose femminili.

Le realtà sostenute erano le missionarie della Carità di santa Teresa di Calcutta, nella Casa Dono di Maria; le suore vincenziane, nel Dispensario pediatrico Santa Marta; e le francescane dell’Addolorata, presso la Casa Santo Spirito.

In pratica l’isolamento e il distanziamento sociale, imposti dalle norme di contenimento adottate anche in Italia e in Vaticano, hanno di fatto svuotato l’azione operativa dell’Associazione, creando una situazione di stallo senza precedenti.

Si è andati dal fermo totale delle attività in sede, alla sospensione delle messe domenicali e della formazione di aspiranti e allievi; fino all’annullamento completo anche dei servizi di vigilanza e di ordine svolti dalla sezione liturgica, a causa della chiusura della basilica vaticana ai pellegrini.

La comunicazione durante l’isolamento

Monsignor Joseph Murphy, capo del Protocollo della Segreteria di Stato, nella sua qualità di nostro assistente spirituale ha cercato subito di farsi presente in ogni modo ai tanti soci, cercando di lenire la loro sofferenza.

Fin dal mese di marzo, con la collaborazione della segreteria dell’Associazione, ha fatto pervenire tramite mail tutte le settimane le omelie preparate per la messa domenicale in cappella.

Questi testi, molto apprezzati, si sono rivelati delle vere meditazioni anche sul momento di disagio che si stava vivendo, cercando di infondere coraggio attraverso la linfa della Parola di Dio.

È stata una presenza costante, che ha accompagnato e confortato tutti.

Inoltre monsignor Murphy ha potuto contare su un nuovo vice assistente, monsignor Ivan Santus, della seconda sezione della Segreteria di Stato, nominato a febbraio.

Il sacerdote bergamasco ha avuto anche la delega per la formazione del Gruppo allievi, che proprio in questo 2020 festeggia il decimo anniversario.

La Sezione caritativa

Se è mancata l’azione operativa in questo tempo difficile, mai però è venuta meno l’anima del sodalizio: che, nella preghiera e nella carità, ha saputo dare continuità al proprio carisma originario.

Diretta da Sergio D’Alessandro, la Sezione caritativa ha sempre risposto agli impegni presi, mai sospendendo - pur nel rispetto delle norme anticontagio - l’azione verso i più deboli ed emarginati.

Sono infatti stati regolarmente onorati i sussidi economici mensili per tutti gli assistiti.

Basti ricordare che attraverso l’interna Conferenza San Vincenzo de’ Paoli alcune famiglie bisognose ricevono ogni mese buoni in denaro; e che attraverso le Figlie della carità ben 50 nuclei ottengono, con cadenza mensile, pacchi viveri.

Inoltre durante il lockdown, in via straordinaria, si è anche provveduto a consegnare vestiario di vario genere e scarpe per gli ospiti delle Missionarie della carità.

Un piccolo gesto concreto che ha risposto in parte alla impossibilità di spesa per la sussistenza di base che, purtroppo, a causa della crisi economica derivante dalla pandemia, ha investito molte famiglie anche a Roma.

Non è infine mancato il contributo alla carità del Santo Padre: si è pensato di provare a far vivere dignitosamente la Pasqua anche durante il covid-19 ai tanti emarginati e disagiati che frequentano le zone intorno al Vaticano.

Per questo è stato consegnato al cardinale elemosiniere Konrad Krajewski, un carico di colombe, uova di cioccolata e strenne varie, da lui destinate ai poveri.

Il legame con la Conferenza San Vincenzo de’ Paoli

Proprio così: quando venne sciolta la Guardia, con lettera di Paolo VI datata 14 settembre 1970, fu grazie all’interna Conferenza San Vincenzo de’ Paoli che gli ex militi continuarono a frequentare il quartiere della Guardia Palatina nel Palazzo apostolico, fino a quando, il successivo 24 aprile 1971, Papa Montini approvò il nuovo statuto facendo nascere l’Associazione Santi Pietro e Paolo.

La conferenza «San Pietro» - già creata in seno alla Guardia Palatina - rimase dunque l’unica attività operante, dando continuità tra il disciolto corpo militare e il sodalizio che ne ha raccolto l’eredità.

Con la costituzione dell’Associazione, essa ha rappresentato anche la struttura spirituale della nascente Sezione caritativa.

La San Vincenzo infatti ha mantenuto e tramandato lo spirito delle origini nelle già menzionate opere di sostegno che l’Associazione ha proseguito fino a oggi.

Si tratta di una storia illustre che è tornata a imporsi anche durante gli ultimi mesi di disagio, consentendo all’Associazione di continuare il proprio servizio.

Per tale motivo abbiamo avuto l’onore quest’anno di ricevere la gradita visita di Renato Lima de Oliveira, 16° presidente internazionale della Società vincenziana, l’organismo che raccoglie tutte le Conferenze del mondo.

Nella circostanza ci ha lasciato in dono una copia della lettera di aggregazione della Conferenza vaticana alla Società, datata Parigi 26 novembre 1951; una reliquia del beato Federico Ozanam, consistente in un pezzo di stoffa del sudario, in occasione dell’esumazione del corpo avvenuta all’inizio del processo di canonizzazione; una bandiera, una medaglia commemorativa, una copia dello statuto e alcuni libri.

Infine ci ha comunicato di aver elevato il gruppo vincenziano in seno all’Associazione, da aggregazione locale a Conferenza nazionale, in rappresentanza della Città del Vaticano nell’assise internazionale.

La ripresa dopo il lockdown

Anche in Vaticano l’emergenza resta, ma si cerca di convivere col virus, e mantenendo alta l’attenzione si tenta di ripartire e di tornare gradualmente alla normalità.

Perciò dopo tre mesi di chiusura, a fine maggio scorso la basilica vaticana è stata riaperta ai fedeli insieme alle altre basiliche papali di Roma.

Da quel momento anche i soci sono tornati in prima linea nel servizio ai pellegrini, con nuove modalità richieste dai superiori e dai competenti organismi vaticani.

Oggi l’Associazione è chiamata a svolgere nuovi servizi, in aggiunta a quelli istituzionali in Vaticano.

Il servizio nelle basiliche papali di Roma

Su richiesta del Corpo della Gendarmeria vaticana, infatti, dalla riapertura siamo impegnati quotidianamente a San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura, per la rilevazione della temperatura ai pellegrini che accedono, mediante l’ausilio dei termoscanner, nonché nella continua e necessaria vigilanza affinché siano rispettate le norme di contenimento e di distanziamento sociale.

Da maggio il controllo e il presidio degli ingressi e del rispetto delle modalità di distanziamento, durante le celebrazioni, è stato affidato alle nostre squadre della sezione liturgica.

“In questa fase emergenziale - ha detto a fine aprile il presidente Stefano Milli - ci è stata chiesta un’importante e, perché no, anche coraggiosa testimonianza di presenza e di vicinanza dei nostri servizi ordinari adesso limitati, nelle chiese romane; in particolare nelle basiliche papali di San Giovanni, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura.

Questa richiesta - proseguì il presidente - ci onora perché riconosce non solo il nostro attaccamento alla sede del Papa ma anche la nostra professionalità e soprattutto prontezza nella chiamata e affidabilità nello svolgimento dei nostri compiti ed impegni associativi.

Si tratterà - ha concluso poi Milli - essenzialmente di controllare gli accessi, accertare lo stato di negatività attraverso la misurazione della temperatura e di coadiuvare all'interno delle basiliche, se richiesto, il rispetto delle misure di prevenzione e di mantenimento del distanziamento fisico e partecipativo durante i riti e soprattutto durante la distribuzione eucaristica”.

Concludendo, Milli ha diramato le modalità organizzative ai nostri capo-squadra i quali a loro volta hanno avuto l'incarico di chiedere le disponibilità all'interno delle loro squadre non senza ribadire che la nostra presenza, in questo triste periodo per tutta l’umanità, assumeva un significato ed una valenza "forti" in termini di testimonianza cristiana e di collaborazione per la diocesi di Roma.

E dunque ai primi di maggio la macchina organizzativa è partita.

Da maggio infatti i nostri soci presidiano e coprono puntualmente, soprattutto nei fini settimana, i varchi di accesso, affiancati dalle postazioni fisse e mobili della polizia di stato, dell'esercito e dei carabinieri.

Numerando i visitatori e offrendo e dando la massima disponibilità e collaborazione a tutte le eventuali richieste di supporto o di emergenza come quando, mercoledì 5 agosto, nella sorpresa generale di tutti e tra la gioia dei presenti, nel giorno della dedicazione della basilica Liberiana, nel primo pomeriggio papa Francesco è arrivato a Santa Maria Maggiore per sostare in preghiera davanti all'immagine della Salus Populi.

O come anche quando sabato 25 gennaio nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il santo Padre ha presieduto la celebrazione dei secondi Vespri della Solennità della Conversione di san Paolo Apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani.

Anche in questa occasione è stato chiesto un rafforzamento dei controlli anche all’interno della basilica.

Basiliche papali di Roma e servizio ai pellegrini

Il valore culturale del servizio

Ausili, questi, importanti e ricordi forse anche indimenticabili per chi, in quel momento prestava servizio in quelle basiliche.

Ad ogni modo, a detta di molti i servizi alle basiliche - come con linguaggio amicale vengono chiamati - riservano sorprese anche sul piano culturale.

Le ore di servizio permettono infatti di apprezzare e conoscere meglio lo straordinario patrimonio storico religioso in esse custodito e anche di ampliare il proprio bagaglio culturale con aneddoti e curiosità.

Le basiliche papali si caratterizzano perché hanno un altare papale ma soltanto il Laterano ha la cattedra del papa mentre le altre hanno un trono papale.

Il campanile romanico di Santa Maria Maggiore, alto 75 metri è il più alto di Roma.

San Giovanni è denominata anche in “Laterano” o "lateranense"; dal cognomen della gens Claudia.

La Sezione liturgica e i servizi fuori dal Vaticano

Parallelamente a questi servizi, che possiamo definire istituzionali, numerosi sono quelli svolti, su invito del Vicariato di Roma e di altre Organizzazioni interne alla Chiesa, anche all’esterno del Vaticano; in particolare, il Sodalizio viene chiamato a svolgere i suoi servizi durante i convegni, i concerti e le processioni.

L’Associazione ha svolto servizi anche nella chiesa romana di Santa Maria in Via, destinati a garantire l’ampliamento degli orari di apertura del tempio, offrendo così a pellegrini e fedeli ulteriori momenti di preghiera.

L’ultimo invito, per lo svolgimento di un ulteriore nuovo servizio, è pervenuto direttamente dal Parroco della basilica romana di Sant’Andrea delle Fratte: Padre Francesco M. Trebisonda, per tramite del Segretario Generale del Vicariato di Roma, il Vescovo Gianrico Ruzza.

Un servizio che viene espletato con la presenza di una Squadra di Soci durante tre giorni di maggior afflusso di pellegrini, in modo da assicurare il regolare svolgimento delle funzioni ed una migliore accoglienza delle migliaia di fedeli che visitano questo luogo di culto.

Sant’Andrea delle Fratte, la “Lourdes romana”

La basilica romana di Sant’Andrea delle Fratte è conosciuta, come ebbe a definirla Papa Benedetto XV all’inizio del secolo scorso, come la “Lourdes romana”.

La storia legata a questa basilica inizia molti anni prima, nel 1827, nel pomeriggio del 30 novembre, in Rue de Bac a Parigi, dove Caterina, semplice novizia, vede apparire la medaglia miracolosa così come la vediamo oggi e sente la voce della Vergine dirle: “Fa coniare una medaglia, secondo questo modello. Coloro che la porteranno con fede riceveranno grandi grazie”.

La medaglia miracolosa, come è noto, raffigura nel verso la Vergine con i piedi sul globo terrestre, essendo la Madre del cielo e Regina della terra e di tutto l’universo.

Ella è rappresentata mentre schiaccia la testa del serpente simbolo del male.

Dalle mani scaturiscono dei raggi luminosi a rappresentare le grazie sparse dalla Madonna sul mondo.

Il contorno del verso è completato dalla data dell’apparizione e dalla scritta: “O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”.

Sul retro della medaglia, è presente il monogramma di Maria: la lettera “M”, sormontata da una croce con la lettera “I”, monogramma di Gesù.

La Medaglia è circondata da una corona di dodici stelle.

Alla base della Medaglia, vi sono i Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

La conversione di Alfonso Maria Ratisbonne

La storia legata a questo luogo di culto e alla medaglia miracolosa prosegue a Roma il 20 gennaio del 1842, allorquando Alfonso Maria Ratisbonne, affermato banchiere di religione ebraica, spinto e quasi sfidato da un suo connazionale cattolico, indossa la medaglia miracolosa ed entra nella basilica di Sant’Andrea delle Fratte per organizzare il funerale di un amico scomparso.

“Camminavo nella chiesa ed ero già giunto in prossimità al luogo dove era apparecchiato il convenevole del funerale, quando mi sentii preso da un gran turbamento che non so esprimere a parole.

Parve che mi calasse innanzi come un velo; tutta la chiesa si oscurò, tranne una sola cappella che raggiava di vivissimo splendore, e vidi sull’altare starsi in piedi viva, grande, maestosa, bellissima, piena di misericordia la Beatissima Vergine Maria, somigliante nel portamento e nell’atteggiamento alla immagine impressa sul diritto della medaglia miracolosa della Concezione.

A tal vista io caddi in ginocchio là dov’ero.

Più volte tentai con sforzo di alzare gli occhi verso la Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li fece presto abbassare: ciò però non impediva ch’io avessi evidenza di quella apparizione.

Potei a stento fissare lo sguardo nelle mani di Maria, e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia.

Alla presenza della Santissima Vergine, sebbene non mi dicesse parola, io compresi a fondo l’orrore dello stato in cui ero, la bellezza della religione cattolica, in una parola io capii tutto”.

Il successivo 3 giugno 1842 venne riconosciuta come miracolosa la conversione di Alfonso Maria Ratisbonne.

La Chiesa vedrà, anche grazie ai fatti riportati, la proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione l’8 dicembre 1854 ad opera del Beato Pio IX e poi le apparizioni di Lourdes dal febbraio al luglio del 1858.

Ancora oggi la basilica di Sant’Andrea delle Fratte è chiamata la “Lourdes romana”, pur essendo l’apparizione ad Alfonso Ratisbonne precedente a quella dell’Immacolata Concezione a Santa Bernardette Soubirous.

Tra i tanti devoti che hanno visitato la basilica e si sono inginocchiati in preghiera davanti all’immagine della Vergine, sono da ricordare anche due Santi del nostro tempo: San Giovanni Paolo II e Santa Teresa di Calcutta.

Di quest’ultima Santa alcuni Soci ricordano bene anche come fosse tanto devota alla medaglia miracolosa da regalarla spesso alle persone che incontrava.

Il servizio dell’Associazione a Sant’Andrea delle Fratte

Come detto, su richiesta del parroco, a partire dalla fine del 2018, per la prima volta il 27 novembre (giorno della festa della medaglia miracolosa), l’8 dicembre (solennità dell’Immacolata Concezione) e il 20 gennaio (anniversario dell’apparizione ad Alfonso Ratisbonne), circa 20 Soci hanno prestato servizio per tutta la giornata all’interno ed all’esterno della basilica.

In particolare, il 27 novembre hanno curato l’ordinato svolgimento della processione “aux flambeaux”, con il quadro della Madonna, fino alla vicina piazza di Spagna, dove si è svolta la preghiera dell’Angelus davanti alla colonna celebrativa dell’Immacolata Concezione, e della successiva celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Nella giornata dell’8 dicembre, invece, i Soci si sono dedicati l’accoglienza delle migliaia di fedeli che hanno affollato la basilica in occasione della solennità dell’Immacolata Concezione, anche in concomitanza della presenza del Santo Padre nell’attigua piazza di Spagna per la preghiera e il consueto omaggio floreale alla Vergine.

Infine, il 20 gennaio sorso, anniversario dell’apparizione della Vergine ad Alfonso Ratisbonne, i Soci in servizio hanno collaborato per consentire il regolare svolgimento delle varie funzioni che si sono succedute nel corso della giornata.

Tra queste vi furono la Santa Messa solenne di mezzogiorno presieduta dal Cardinale Ennio Antonelli, titolare della Basilica e la solenne celebrazione eucaristica, a conclusione della giornata di festa, presieduta dal Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova e Presidente del Consiglio delle Conferenze dei Vescovi d’Europa.

La fede e la devozione che animano tante persone che frequentano questa basilica è commovente.

È commovente vedere uomini, donne, ragazzi, entrare nel tempio, salutare la Vergine, inginocchiarsi, mettersi in fila per ricevere la medaglia miracolosa e poi uscire per tornare nel caos cittadino del centro storico di Roma.

L’Associazione serve anche a questo: contribuire a far conoscere queste bellissime e vive realtà.

Un servizio che diventa così qualcosa di ben più che una semplice presenza, un servizio che si inserisce in qualcosa di più grande che colpisce l’animo ed il cuore.

Il volontariato e l’assistenza ai soci malati

Nel messaggio per la XXVII Giornata Mondiale del Malato, il Papa, tra l’altro, afferma che: “La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano.

Ringrazio e incoraggio tutte le associazioni di volontariato che si occupano di trasporto e soccorso dei pazienti, quelle che provvedono alle donazioni di sangue, di tessuti e organi.

Uno speciale ambito in cui la vostra presenza esprime l’attenzione della Chiesa è quello della tutela dei diritti dei malati, soprattutto di quanti sono affetti da patologie che richiedono cure speciali, senza dimenticare il campo della sensibilizzazione e della prevenzione.

Sono di fondamentale importanza i vostri servizi di volontariato nelle strutture sanitarie e a domicilio, che vanno dall’assistenza sanitaria al sostegno spirituale.

Ne beneficiano tante persone malate, sole, anziane, con fragilità psichiche e motorie.

Vi esorto a continuare ad essere segno della presenza della Chiesa nel mondo secolarizzato.

Il volontario è un amico disinteressato a cui si possono confidare pensieri ed emozioni; attraverso l’ascolto egli crea le condizioni per cui il malato, da passivo oggetto di cure, diventa soggetto attivo e protagonista di un rapporto di reciprocità, capace di recuperare la speranza, meglio disposto ad accettare le terapie.

Il volontariato comunica valori, comportamenti e stili di vita che hanno al centro il fermento del donare.

È anche così che si realizza l’umanizzazione delle cure”.

Il discorso di papa Francesco per il cinquantesimo anniversario

Questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri dell’Associazione Santi Pietro e Paolo in occasione del 50 anniversario della nascita.

Ringrazio con voi il Signore per i 50 anni del vostro sodalizio, rinato grazie alla lungimirante intuizione di San Paolo VI.

Saluto il Presidente, Dottor Stefano Milli, e lo ringrazio per le sue parole; saluto l’Assistente spirituale, Mons. Joseph Murphy e gli altri responsabili, tutti i soci con le loro famiglie.

Cosa rappresentano i vostri 50 anni di storia? Possiamo rispondere a questa domanda con il titolo del vostro periodico: “Incontro”.

Infatti la vostra storia è fatta di continui “incontri”.

È questo il criterio che dà senso al vostro impegno quotidiano.

“Ricominciamo con più umanità”

E ora vorrei lasciarvi qualche indicazione per il futuro, perché il vostro prezioso servizio possa continuare ad essere testimonianza per chi incontrerete, in un contesto che risentirà ancora degli effetti della pandemia.

Le riassumo in questa esortazione: “Ricominciamo con più umanità, guardando a Gesù, con la speranza nel cuore”.

Questo sarebbe come il programma che io vi do, un po’ un “programma a casa”. Credo che può ispirarvi.

Rincominciamo. Certamente facendo tesoro di quanto si è vissuto, tenendo conto che siamo tutti un po’ cambiati e, spero, migliorati, ma sempre pronti a servire secondo il motto della vostra Associazione: “Fide constamus avita”: “Perseveriamo saldamente nella fedeltà dei nostri padri”.

Con più umanità. Se siamo cambiati un po’ tutti è perché ci siamo resi conto, con quello che abbiamo vissuto, che ciò che veramente conta per la vita sono i rapporti umani.

Tutti sentiamo il bisogno di volerci bene, di vivere più uniti, di sentirci rivolgere parole buone e incoraggianti e, a nostra volta, di donarle con uno stile di vita pieno di speranza.

Vi incoraggio a continuare a mostrare questo volto con più umanità.

Guardare a Gesù e servire il prossimo

La vostra Associazione ha sempre proposto la vita di Gesù come lo stile di vita pienamente umano, il punto di riferimento e il fondamento per l’uomo di ogni tempo, e quindi anche per l’uomo di oggi.

Ma ancora di più ora, vogliamo testimoniare la nostra fede annunciando che la nostra vita concreta trova la sua radice nell’umanità di Gesù.

Dunque, conoscere meglio Lui, conoscere come ha condotto la sua esistenza, quello che ha detto, come si è relazionato con gli altri, è fondamento per scoprire come vivere umanamente l’oggi.

Guardando a Lui ci sentiamo chiamati sempre di più a un servizio quotidiano fatto di accoglienza, di condivisione, di ascolto fraterno, di vicinanza umana.

Credo che così si può mostrare, con i fatti, la bellezza e la forza del Vangelo.

La speranza e l’impegno dei giovani

E infine: Con la speranza nel cuore.

Cari fratelli e sorelle, la speranza non deve mai mancare nel cammino del credente, quella speranza che non delude, non delude mai.

Siamo di Cristo, siamo innestati in Lui con il Battesimo; in noi c’è la sua presenza, c’è la sua luce, c’è la sua vita.

Camminiamo dunque sorretti dalla sua Parola: è parola di vita.

Camminiamo con gioia e speranza, consapevoli che il Signore non smetterà mai di sostenere il nostro impegno di bene.

Lo dico rivolgendomi in modo speciale ai giovani: vi incoraggio a donare le vostre energie per chi è nel bisogno, e per diventare uomini capaci di incontri veri e sinceri.

Nel Giubileo dei giovani dedicato alla speranza, la Chiesa italiana ha dedicato tante catechesi ai temi della pace, della custodia del Creato, dell’impegno sociale e politico.

Questi sono gli spazi della nostra missione di cristiani: come discepoli di Gesù dobbiamo considerarci missionari proprio negli ambienti di vita che dobbiamo attraversare non solo noi cristiani, ma con tutti gli altri amici.

Sono gli ambienti che vanno dalla dimensione digitale e dall’intelligenza artificiale, dai problemi etici legati alla medicina, dal problema dell’ambiente, a quelli della guerra e della pace.

Questi sono gli spazi dove i nostri giovani devono essere ascoltati e devono essere presenti come missionari.

Noi a questo dobbiamo educare.

La preghiera a Maria

Francesco termina il suo discorso affidando l’Associazione Santi Pietro e Paolo a Maria e recitando insieme ai presenti la preghiera dell’Associazione alla Vergine.

Vergine Santa e Madre nostra tenerissima, che fosti sempre fedele a Dio nell’eroico adempimento della tua sublime missione, deh, ci ottieni, ti preghiamo, che, dietro il tuo esempio, ci manteniamo anche noi, fedeli in tutte le vicende della vita, alla nostra vocazione cristiana ed ai cenni della divina grazia.

Abbiamo assunto col nostro Dio impegni sacrosanti: tu ci impetra che la nostra fede, da ogni parte insidiata e combattuta, non vacilli giammai.

Siamo figli della Chiesa: tu fa’ che, fermi nell’amore ardente alla Chiesa stessa e nell’obbedienza devota al suo Capo visibile, sia nostra gloria fortemente operare e generosamente soffrire.

Così, da te aiutati, o Vergine Maria, compiuta la nostra terrena giornata, meriteremo in cielo l’immortale corona. Amen.

Virgo Fidelis, ora pro nobis.

L’esperienza del pellegrinaggio e il valore dell’incontro

Venerdì 1° agosto. Mancano pochi minuti alle 13 e la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo all’Olgiata si è di fatto svuotata.

Tra le tende del “Camping Padova” solo una manciata di giovani pellegrini padovani: in centinaia, dopo la celebrazione penitenziale e le confessioni a loro riservate, hanno già preso il regionale per Roma per l’ultimo pomeriggio tra piazze e colonnati prima di Tor Vergata.

Il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, ha appena finito di confessare, ultimo rimasto tra la quarantina di preti padovani sparsi dentro e fuori la chiesa: decine i giovani in fila proprio per lui, che non si sottrae.

Un atteggiamento di disponibilità che non si ferma alle confessioni: per tutto il pomeriggio e per tutto il sabato mattina don Claudio gira tra i gruppi, risponde a domande, dialoga, scherza, partecipa a foto di gruppo e fotografa lui stesso, con un atteggiamento che oscilla tra il compiaciuto e l’orgoglioso.

Oltre mille tra giovani e accompagnatori sono partiti dalla Diocesi di Padova - chi a piedi, chi con i mezzi - per far parte dell’evento di certo più partecipato dell’intero anno giubilare.

Con loro c’erano il vescovo Claudio e quaranta preti.

Così ha preso vita una settimana indimenticabile, nella quale in molti si sono interrogati su loro stessi e sulla chiamata che li attende.

Un’esperienza unica di Chiesa universale che ora si fa semina nelle comunità e nelle collaborazioni pastorali.

La Provvidenza e l’organizzazione del pellegrinaggio

Il Giubileo che poteva benissimo non esserci e invece c’è stato.

Al termine della messa di sabato 2 agosto, nel congedo finale dei pellegrini padovani dalla parrocchia dei santi Pietro e Paolo all’Olgiata, Giorgio Pusceddu della Pastorale dei giovani di Padova ha ammesso come Padova abbia «fatto veramente esperienza della Provvidenza del Signore».

Mesi di preparazione minuziosa, con la permanenza prevista in alcuni edifici scolastici di Cisterna di Latina, saltata appena quattro giorni prima della partenza.

«Ognuno di voi aveva un banco assegnato dove avrebbe potuto posare il proprio zaino con il nome», ha raccontato Pusceddu, con un po’ di commozione.

Alla fine - proprio sul punto di annullare il pellegrinaggio - la ricerca su Google di uno spazio, la telefonata al parroco di Olgiata don Paolo Ferrari che chiede un’ora di tempo per pensarci.

«Avevamo già dato la disponibilità a ospitare 150 ragazzi da Reggio Emilia ed ero molto preoccupato - ha raccontato lo stesso don Paolo - quando è arrivata la richiesta di Padova, per oltre mille posti in tenda, ogni preoccupazione è andata via».

Ha rivelato Giorgio Pusceddu come «in questo vuoto, in questo buio, il Signore ci ha proprio abbracciato, ci ha preso per mano e si è fatto vivo con un’infinità di combinazioni inaudite.

Abbiamo sperimentato continuamente la logica sovversiva dell’amore del Signore».

La formazione dei giovani e la responsabilità ecclesiale

Nove anni e tre giorni prima, il 29 luglio 2016, lo stesso vescovo Claudio annunciava ai giovani padovani alla Gmg di Cracovia, tra Klimontow e Proszowice, l’indizione del Sinodo dei giovani della Diocesi di Padova.

«Da allora sono cambiate le condizioni nelle quali i giovani - e i giovani cristiani - vivono.

Già questa definizione può aprire delle riflessioni.

Distinguiamo tra giovani cristiani e giovani non cristiani?

Se dovessimo dare una lettura della presenza in mezzo a noi dei gruppi di altri Paesi, in particolare i francesi, che abbiamo percepito nella celebrazione iniziale di questo pellegrinaggio, anche nei loro gesti e nei loro comportamenti al Giubileo, direi che forse ci incamminiamo verso un tempo in cui anche i giovani cristiani dovranno in qualche modo render ragione del perché sono cristiani.

Questa condizione è un po’ differente rispetto a solo dieci anni fa: pensare di dover rendere ragione della propria fede agli altri amici che non hanno però questo dono, significa ripensare alla nostra proposta formativa educativa e renderla in qualche modo più significativa, più profonda, più vera.

In questi giorni abbiamo percepito che c’è tanto desiderio da parte dei ragazzi di poter andare un po’ più in profondità e che il cristianesimo, il Vangelo e la fede in Dio sono dimensioni molto significative nella misura in cui vengono proposte in modo serio, in modo qualificato, non tanto per dire qualche cosa, ma nel dare una ragione anche all’annuncio che noi facciamo della nostra fede.

E i ragazzi lo chiedono e forse la stanno chiedendo proprio come una esigenza legata alla loro vita».

Fede consapevole e presenza nella società

«Sì. E percepisco anche un pericolo in questo, cioè il pericolo di costituire come un gruppo di eccellenza, come un’élite, mentre invece è molto importante che i nostri giovani restino in mezzo agli altri giovani.

Certo che, per restare cristiani in mezzo a una società così come la conosciamo, occorrono ragioni molto più profonde.

Questa ricerca, secondo me, è autentica e vera.

E il risultato del Sinodo che ho indetto nel 2016 era stato quello di invitare e preparare ogni ragazzo per una professione di fede pubblica, cioè una sintesi dalla quale partire per affrontare la vita che comprenda ciò in cui credono, come lo credono, con chi credono, cioè chi sono loro come credenti».

La Chiesa negli ambienti digitali

Il Giubileo dei giovani è aperto con il Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici, segno di come la dimensione del virtuale e dell’informazione stia plasmando la cultura dei giovani.

«Deve farlo con il racconto della verità della propria esperienza, più che con strumenti ricercatissimi o speciali.

Non possono sostituire il coinvolgimento personale, il rapporto a tu per tu tra due cristiani, il rapporto con una comunità.

Però possono aiutarci, perché abbiamo tantissime storie da raccontare, non soltanto idee da annunciare o proclami, ma storie, storie bellissime, come è stato fatto anche durante questo Giubileo, nel giovedì pomeriggio in piazza San Pietro.

Ci sono state raccontate delle storie, si sono presentate delle persone, e ci vogliono i mezzi adatti perché arrivi la verità, il racconto vero.

La nostra storia ci porta a cercare di ragionare molto, ma ho come la sensazione che serva prima presentare le storie, confrontarsi e incontrarsi e dopo troveranno spazio le riflessioni e i ragionamenti».

I giovani nella progettazione pastorale

Due mesi fa sono state annunciate le collaborazioni pastorali a Padova.

«Spero che i giovani trovino spazio nei luoghi dove si crea e si progetta la pastorale.

La collaborazione pastorale, in fondo, è un’organizzazione secondaria attraverso la quale aiutare le singole comunità.

Come ricordato dal card. Zuppi, anche una piccola comunità è il segno della Chiesa che sta in mezzo alla gente.

I giovani stanno aspettando di poterci essere come protagonisti.

Ho la convinzione che se riusciamo a coinvolgere i giovani nel cammino di progettazione e di creazione della vita di una comunità, loro saranno molto più capaci di individuare le cose importanti di quanto non siamo noi adulti.

Avranno più coraggio, più proposte, più capacità di indicarci delle strade che noi non abbiamo ancora immaginato».

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