La Quaresima è un cammino verso la Pasqua, verso la morte e risurrezione del Signore: un ritorno all’Amore eterno. Il Cristo continua a guardarci nella sua dolce imponenza di Crocifisso.
La croce, da patibolo più infamante esistente ai tempi di Gesù, diviene il segno di un amore totale sino alla fine, non solo del suo tempo, ma anche della sua umanità, tutta data. La Croce è la segnaletica più evidenziata nel nostro cammino credente: la illuminano i Vangeli, i Padri della Chiesa, la dottrina cattolica, la devozione popolare, il canto sacro, l’arte.
Guardare il volto di Gesù
Si può guardare il volto di Gesù e rimanere estranei a Lui? Si partecipa non solo con un’ammirazione estetica ma per un'attrattiva del cuore.
Ho iniziato la Quaresima e la sto percorrendo con il volto di Cristo davanti agli occhi. Dapprima è stato il suo corpo crocifisso, dipinto su una grande tavola sette secoli fa da scuola giottesca, e ritornato nella grande cattedrale dopo varie vicissitudini.
Chi ha dipinto il grande legno vi ha espresso una intensità affettiva che è diventata disegno e colore nel tratto sinuoso, delicato e fine; la Croce sulla quale Cristo è appeso vibra come una carne appena placata dopo la sofferenza.
Nei giorni seguenti è stato il volto sofferto di Cristo nel vangelo delle tentazioni e nel volto teso e sofferto di alcuni malati e di qualche persona appesantita anch’essa dalla tentazione. Infine, in questa seconda domenica di Quaresima il Vangelo mi illumina con il Volto trasfigurato sul monte, ma anche nell’espressione di qualche persona che ho visto vibrare per la gioia di un incontro.
Si può guardare il volto di Gesù e rimanere estranei a Lui? Avendo davanti quel Cristo, si può ancora partecipare a una liturgia come rimanendone fuori?
Si partecipa non solo con un’ammirazione estetica e un’attenzione devota, ma per una attrattiva del cuore che porta a riconoscere Colui che è.

La Quaresima come cammino verso la Pasqua
La Quaresima è un cammino verso la Pasqua, verso la morte e risurrezione del Signore, centro di gravità della storia del mondo, di ogni donna, di ogni uomo: un ritorno all’Amore eterno.
«Ti preghiamo, Signore, che la nostra vita sia conforme alle offerte che ti presentiamo e che inaugurano il cammino verso la Pasqua»: fin dalla prima domenica di Quaresima la liturgia traccia con decisione le caratteristiche dei quaranta giorni che iniziano con il mercoledì delle ceneri.
La Quaresima è un compendio della nostra vita, che è tutta «un continuo ritorno alla casa del Padre». Nel tempo di Quaresima la Chiesa ci richiama ancora una volta alla necessità di rinnovare il nostro cuore e le nostre opere, in modo da scoprire sempre meglio la centralità del mistero pasquale: metterci nelle mani di Dio per «crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e testimoniarlo con una degna condotta di vita».
«Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio».
Perciò è logico che durante questi giorni riflettiamo nella nostra orazione sulla necessità della conversione, di rivolgere i nostri passi verso il Signore e di purificare il nostro cuore, facendo nostri i sentimenti del salmista: «Cor mundum crea in me, Deus, et spiritum firmum innova in visceribus meis - Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo».
Questa Quaresima ci è piombata addosso in modo sorprendente dal fondo al calendario, come non dovesse più arrivare, e adesso ci sta prendendo da tutte le parti, fino al dramma confuso e pericoloso della Libia e fino al terremoto e maremoto con minaccia di esplosione nucleare in Giappone.
La parola di Dio annuncia il mistero di Cristo che condivide con noi la vita e la tentazione, arriva al sacrificio totale con la Passione e Morte, e si spalanca nella risurrezione.
Viene annunciata la redenzione e la conversione, vengono proposte le buone opere di una vita rinnovata nel Battesimo, ricostruita nella Penitenza e ritemprata nella Eucaristia.
Il significato biblico dei quaranta giorni
La Quaresima ha radici profonde in diversi episodi chiave della storia della salvezza, che è anche la nostra storia. Uno di essi riguarda la traversata del deserto da parte del popolo eletto.
Quei quarant’anni furono per gli israeliti un tempo di prova e di tentazioni. Yahveh li accompagnava passo passo e faceva loro capire che si dovevano appoggiare soltanto su di Lui: cercava di ammorbidire il loro duro cuore di pietra.
Ma fu anche un tempo di grazie continue: anche se il popolo soffriva, Dio lo consolava e lo orientava con la parola di Mosè, lo alimentava con la manna e le quaglie, lo riforniva dell’acqua sgorgata dalla roccia di Meriba.
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore».
Oggi il Signore rivolge anche a noi queste parole; a noi che, nel deserto della nostra vita, sicuramente sperimentiamo la fatica e i problemi di ogni giorno, anche se non ci mancano le attenzioni paterne di Dio, a volte attraverso l’aiuto disinteressato dei nostri familiari, degli amici o anche di persone di buona volontà che rimangono anonime.
Con la sua ineffabile pedagogia, il Signore ci introduce nel suo cuore, che è la vera terra promessa: «Praebe, fili mi, cor tuum mihi. Fa’ bene attenzione a me, figlio mio, e tieni fisso lo sguardo ai miei consigli».
Molti episodi dell’Esodo erano figura di realtà future. È l’oggi inaugurato da Cristo.
Con la sua Incarnazione, la sua vita e la sua glorificazione, il Signore ci conduce verso l’esodo definitivo, nel quale le promesse trovano perfetto adempimento: ci fa posto in cielo, ottiene «un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Chi è entrato nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere».
Gesù nel deserto e la vittoria sulla tentazione
Il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta Gesù che, solidale con noi, volle essere tentato alla fine dei quaranta giorni passati nel deserto. Constatare la sua vittoria su Satana ci riempie di speranza e ci rende coscienti che con Lui potremo uscire vincitori anche nelle battaglie della vita interiore.
Le nostre tentazioni, allora, non ci preoccupano più, ma diventano un’occasione per conoscerci meglio e per confidare di più in Dio.
Gesù nella sua umanità è stato attento a tanti segni che lo aiutassero a compiere la volontà del Padre, evitando le suggestioni che avrebbero fatto fallire il suo cammino: le tentazioni, il successo con le folle, i suggerimenti accorati di Pietro sul discorso della passione, la preghiera nel Getsemani ecc.
Gesù interiormente aveva ben luminose le spie che lo salvaguardavano da un cammino che lo fuorviasse dalla volontà del Padre.
Con Gesù troviamo la forza per respingere con decisione la tentazione, senza cedere al dialogo: «Notate bene come risponde Gesù. Lui non dialoga con Satana, come aveva fatto Eva nel paradiso terrestre. Gesù sceglie di rifugiarsi nella Parola di Dio e risponde con la forza di questa Parola. Ricordiamoci di questo: nel momento della tentazione, delle nostre tentazioni, niente argomenti con Satana, ma sempre difesi dalla Parola di Dio! E questo ci salverà».
L’esperienza della nostra fragilità personale non sboccia nel timore, ma nell’umile richiesta che impegna la nostra fede, la nostra speranza e l’amore: «Allontana da me, Signore, tutto ciò che mi allontana da te».
Dalla croce alla gloria
Il racconto della Trasfigurazione del Signore, proclamato nella seconda domenica di Quaresima, ci conferma nella convinzione della certezza della vittoria, malgrado ogni nostro limite. Anche noi prenderemo parte alla sua gloria, se ci sappiamo unire alla sua Croce nella nostra vita quotidiana.
La nostra pasqua invece, prima di quella definitiva alle soglie della quale non c’è più possibilità di progettare un itinerario, intraprendere un cammino, è il passare dal peccato alla grazia attenti a tutte quelle segnaletiche che la Chiesa ci dà e che conosciamo perché nei nostri pensieri coscienziosi ci sono tante avvisaglie.
Di pasqua in pasqua ci auguriamo tutti di partecipare poi a quella definitiva che a dirla con un linguaggio convenzionale è il passare dalla grazia alla gloria.
La tipologia del cammino nell’uomo è variegata: pensiamo a quello del tempo che avanza, a quello virtuale, a quello di lavoro, a quello di relazioni, a quello vizioso e tantissimi altri.
Questo passare da un punto all’altro attraverso un cammino lo potremmo chiamare con un termine ebraico, liturgico pesha (pasqua) la pasqua è proprio un cammino perché implica un passaggio.
Come lo fu per l’antico popolo dell’alleanza: dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa; come per Gesù la cui pasqua, il cui cammino di vita terrena fu ardentemente desiderato: passare dalla passione, morte, alla resurrezione, ascensione.
La croce annunciata a Nicodemo
Il Vangelo di questa domenica riportandoci una parte del colloquio notturno di Gesù con Nicodemo, fariseo, membro del Sinedrio, desideroso di rendersi conto di chi è Gesù senza esporsi tanto.
Per questo si incammina di notte per trovarlo e Gesù senza giri di parole dice a Nicodemo che il destino verso il quale Lui è in cammino è quello della croce.
Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo come Mosè innalzò il serpente nel deserto e chi lo guardava non veniva schiacciato dal male.
La croce - espressione d’amore di Dio all’uomo - è la nuova Scrittura che - parlando il linguaggio universale dell’amore - può essere letta e compresa da tutta l’umanità.
Il morire crocifisso di Gesù prima ancora di essere enigma misterioso come quello che si provoca in noi per ogni morte innocente è gesto di donazione totale, di vita fatta per gli altri.
Nell’umanità di Cristo la cui morte in croce non è l’ultima sua espressione, ma un passo del suo transito pasquale Gesù rivela il dramma del nostro peccato e il mistero dell’amore di Dio che è più grande e più forte del nostro peccato.
«Dio ha tanto amato il mondo»
E la presenza di un crocifisso non deve intimorirci. La Croce è la rivelazione della vera onnipotenza di Dio.
L’Onnipotenza di Dio è l’amore. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.
Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.
L’annuncio di Cristo crocifisso produce tanta reazione e derisione, ma noi questo predichiamo dirà San Paolo, mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza.
Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani.
La croce non è una punizione mandata da Dio
Almeno ogni giorno sento qualcuno che dice: “è la croce che il Signore mi ha dato“. Il riferimento è generalmente collegato con le sofferenze, le malattie, i lutti, le difficoltà di relazione interpersonale…
Se c’è un’immagine distorta di Dio, profondamente radicata nella mentalità della gente, è quella del Dio che si diverte a “mandare” le croci agli uomini per torturarli.
Questa idea ha addirittura la forza di deformare l’essenza stessa di Dio: è una bestemmia. Infatti se confrontiamo questo modo di pensare con quanto insegnano i vangeli vediamo che nel Nuovo Testamento mai viene associata la figura della “croce” con la tribolazione dell’uomo.
Quando Gesù, rivolgendosi a coloro che intendono seguirlo, li esorta a prendere la croce, intende la croce come conseguenza di una libera scelta fatta dall’individuo che, accolto Gesù ed il suo messaggio, ne accetta anche le estreme conseguenze di umiliazione.
La croce dunque è “il prezzo” che chi vuole seguire Gesù deve essere disposto a pagare. La croce è la misura del nostro amore per Gesù.
La croce non è una sorta di spada di Damocle che grava su tutta l’umanità, ma - come per Gesù - la possibilità di rendere visibile l’amore del Padre al mondo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…” e, per Gesù la capacità di manifestare pienamente se stesso: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono”.
Gesù nella croce dimostra chi è Dio e chi è l’uomo che ha in lui la sua massima realizzazione.
Prendere la croce quindi non è subire da rassegnati quanto di brutto ci accade nella vita, ma accettare volontariamente e liberamente, come conseguenza della propria adesione a Gesù, la fatica dell’amore, che, sola, ci fa essere davvero noi stessi.
Maria sotto la croce
Ci stiamo avvicinando ai giorni della passione e morte di Gesù. Come credenti possiamo trovare in Maria il grande incoraggiamento a vivere la croce.
Il Vangelo di Giovanni non presenta una madre oppressa dal dolore, che comunque sta vicina al figlio anche se questo è condannato come un criminale.
Non deve essere stato facile per Maria stare dalla parte del Figlio, deriso, umiliato, schiacciato. Eppure Maria è la coraggiosa discepola che ha scelto di seguire il Maestro a rischio della propria vita, mentre gli apostoli, che avevano giurato di esser pronti a morire per lui, sono vigliaccamente fuggiti.
Prendere la croce ogni giorno è scegliere liberamente e per amore di stare con Gesù. Costi quel che costi.
I discepoli si stringono a lui, a immagine delle figure dipinte ai lati della croce, Maria e Giovanni. Siamo sue ossa e sue membra, nel tormento dei fatti che accadono, nel clamore delle nostre esigenze e nella penitenza dei nostri peccati.
La Passione secondo il Vangelo di Giovanni
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo.
Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».
Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.
I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: «Il re dei Giudei», ma: «Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei»».
Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti - una per ciascun soldato - e la tunica.
Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca».
Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.
Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
LA VIA CRUCIS LUNGO LA VIA DOLOROSA DI GERUSALEMME, PROPRIO DOVE GESÙ È PASSATO
Il corpo crocifisso e il cammino verso il Golgota
I condannati al supplizio della crocifissione venivano costretti a portare il patibulum, il braccio trasversale della croce, fino al luogo dove sarebbe avvenuta la crocifissione, dove era invece già piantato il braccio verticale (lo “stipes”).
In genere inoltre i condannati venivano flagellati lungo la marcia, anche per rimarcare l’infamia cui dovevano essere esposti.
Il trasporto del patibulum, che pesava circa una cinquantina di chili, non poteva non lasciare traccia sulla Sindone.
Infatti le ferite del flagrum hanno prodotto del sangue che, unito al sudore, si è diffuso nelle superfici che erano a contatto con la trave.
Sul dorso infatti, in corrispondenza della zona sovrascapolare destra e scapolare sinistra, si percepiscono nettamente due aree circoscritte di maggiore intensità dell’immagine, grossolanamente quadrangolari, ciascuna delle dimensioni di cm. 10×9.
L’interpretazione classica ha ritenuto trattarsi di due aree di escoriazione riferibili al trasporto del braccio orizzontale della croce sulle spalle.
La via dolorosa mostra così la concretezza della sofferenza di Gesù, ma la fede cristiana non si ferma alla violenza del supplizio: nella morte del Crocifisso riconosce una vita donata e orientata alla Pasqua.
La Via Crucis durante la Quaresima
La Via Crucis è un rito quaresimale molto importante nella religione cristiana cattolica che ripercorre i momenti delle ultime ore di vita di Gesù, dalla sua condanna a morte fino alla morte sulla croce.
La Via Crucis - che in latino significa "via della croce" - è dunque un rituale, spesso compiuto sotto forma di processione, che percorre 14 stazioni.
La processione si tiene solitamente il Venerdì della Settimana Santa, ossia il venerdì immediatamente precedente alla domenica di Pasqua, quando invece si celebra la Resurrezione di Cristo.
In alcuni paesi, però, si organizzano vie Crucis anche in occasione del venerdì che precede la domenica delle Palme o, addirittura, durante ogni venerdì di quaresima.
Questo cammino spirituale "a tappe" cominciò a prendere piede in Terrasanta, dove i pellegrini si recavano materialmente nei luoghi che erano stati il teatro della Passione di Gesù.
Poiché il pellegrinaggio era un’impresa molto complicata e impossibile per quasi la maggior parte dei cristiani, alcuni ordini di monaci cominciarono a replicare le scene della Via Crucis nelle chiese.
Nei secoli questa pratica si diffuse sempre di più, fino a diventare un rituale canonico nella liturgia della Chiesa Cattolica.
Le quattordici stazioni
Le stazioni della Via Crucis descrivono gli episodi salienti della Passione di Gesù: la condanna, il supplizio e infine la crocifissione.
Le stazioni - spesso raffigurate anche con dipinti o affreschi all’interno delle Chiese - vengono chiamate così perché consistono in un punto di sosta in cui i fedeli si fermano.
A ogni stazione, guidati dal sacerdote, i fedeli intonano salmi e preghiere.
- Gesù viene condannato a morte
- Gesù è caricato della croce
- Gesù cade per la prima volta
- Gesù incontra sua madre
- Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene
- Santa Veronica asciuga il volto di Gesù
- Gesù cade per la seconda volta
- Gesù consola le donne di Gerusalemme
- Gesù cade per la terza volta
- Gesù è spogliato delle vesti
- Gesù viene crocifisso
- Gesù muore in croce
- Gesù è deposto dalla croce
- Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
Talvolta si aggiunge una quindicesima stazione per annunciare la Resurrezione, ma di solito si termina il rito con la deposizione del corpo per poi festeggiare Gesù risorto a Pasqua.
La croce nell’Eucaristia
L’Eucaristia ogni volta fa memoria della croce, non solo significata ma realmente presente nel pane spezzato e nel vino versato che sono il Corpo e il Sangue del Signore donatoci.
Lui che non solo mostra ai discepoli che lo attorniano il suo Corpo e le ferite da cui sgorgano sette rivoli di sangue, ma dona la sua vita nei sette sacramenti.
Lui che dona il suo corpo nell’Eucaristia.
Noi tutti che non solo sediamo alla mensa eucaristica ma assumiamo il pane spezzato per noi e beviamo il vino versato per noi cresciamo e ci trasformiamo nel suo corpo come Chiesa capace di donarsi senza risparmio o riserve.
Questo è il senso ultimo della vita credente intrisa di Vangelo e fiorente di carità.
Che gioia partecipare all’Eucaristia perfettamente puliti! «Ama molto il Signore. Custodisci e alimenta, nella tua anima, questa urgenza di volergli bene. Ama Dio, proprio ora, quando forse parecchi di quelli che lo tengono fra le mani non lo amano, lo maltrattano e lo trascurano. Trattami molto bene il Signore, nella Santa Messa e durante tutta la giornata!»
La Quaresima, la penitenza e la conversione
Il nostro cammino penitenziale come figli si fonda sul riconoscimento della propria miseria e sulla fiducia nella misericordia.
La preghiera colletta della terza domenica di Quaresima presenta il significato penitenziale di questo tempo: «Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna: guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia».
La liturgia ci spinge a fare la nostra parte nel processo di conversione, invitandoci a praticare le tradizionali opere penitenziali.
Esse dimostrano un cambiamento di atteggiamento nella nostra relazione con Dio, con gli altri e con noi stessi.
- La preghiera rinnova la relazione con Dio.
- L’elemosina rende concreta la carità verso gli altri.
- Il digiuno educa il rapporto con noi stessi.
«Penitenza è osservare esattamente l’orario. Sei penitente quando segui amorosamente il tuo piano di orazione, anche se sei stanco».
Penitenza è trattare sempre con la massima carità il prossimo, sopportare con buonumore le mille piccole contrarietà della giornata, mangiare volentieri ciò che viene servito, senza importunare con capricci.
Sappiamo comunque che non servono a niente gli atti semplicemente esterni senza la grazia di Dio; non è possibile identificarci con Cristo senza il suo aiuto: «quia tibi sine te placere non possumus - poiché senza di te non possiamo piacere a te».
Appoggiati su di Lui, facciamo in modo di compiere queste opere «nel segreto», dove vede soltanto Dio nostro Padre, purificando spesso l’intenzione e cercando nel modo più chiaro la gloria di Dio e la salvezza di tutti.
Scrive l’apostolo Giovanni: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede».
La Penitenza e l’Eucaristia nel cammino quaresimale
Nella nostra lotta quotidiana contro il disordine del peccato, anche i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia sono momenti privilegiati.
È logico che la nostra penitenza interiore si perfezioni grazie alla celebrazione del sacramento della Confessione.
Molto dipende dalle disposizioni del penitente, anche se il protagonista è sempre Dio, che ci spinge alla conversione.
Attraverso questo sacramento percepiamo il suo bene operare con la nostra libertà decaduta.
San Josemaría presentava così il ruolo di nostra competenza: «Consiglio a tutti di adottare la devozione di fare molti atti di contrizione. Una manifestazione esteriore, pratica, di questa devozione è coltivare un particolare affetto al Santo Sacramento della Penitenza», nel quale «ci rivestiamo di Gesù Cristo e dei suoi meriti».
La Quaresima è un momento stupendo per stimolare questo «particolare affetto» per la Confessione, praticandola noi in primo luogo e facendola conoscere a molte persone.
Dopo l’assoluzione che il sacerdote dà nel nome di Dio, il Rituale propone, fra le tante possibili, una bella preghiera di congedo del penitente: «La passione di Gesù Cristo nostro Signore, l’intercessione della beata Vergine Maria e di tutti i santi, il bene che farai e il male che dovrai sopportare ti giovino per il perdono dei peccati, l’aumento della grazia e il premio della vita eterna. Va’ in pace».
È un’antica preghiera nella quale il sacerdote chiede a Dio di estendere il frutto del sacramento a tutta la vita del penitente, ricordando da quale fonte emana la sua efficacia: i meriti della Vittima innocente e di tutti i Santi.
La Velatio Crucis: il Crocifisso velato
La Velatio Crucis, conosciuta in italiano come velatura della croce, rappresenta uno dei riti liturgici più significativi e carichi di simbolismo del periodo di Quaresima.
Questa antica tradizione, che consiste nel coprire le immagini sacre con drappi di colore viola, segna l’ingresso della Chiesa nel tempo più intenso della Quaresima, quello che prepara i fedeli alla commemorazione della Passione di Cristo.
La Velatio rappresenta uno degli esempi più eloquenti di come la liturgia cattolica utilizzi elementi visivi e simbolici per comunicare verità teologiche profonde.
Attraverso il semplice gesto di coprire le immagini sacre con drappi di colore viola, la Chiesa invita i fedeli a prepararsi spiritualmente all’evento centrale della fede cristiana: la morte e risurrezione di Cristo.
Il termine Velatio deriva dal latino “velare”, che significa coprire o nascondere.
Il rito può essere anche considerato un riflesso simbolico del Deus absconditus.
Il Deus absconditus è il concetto di Dio come un essere nascosto, imperscrutabile e incomprensibile.
La Velatio, coprendo le immagini, invita i fedeli a concentrarsi sulla spiritualità e sulla meditazione, come il Deus absconditus invita a cercare Dio al di là delle apparenze materiali.
Il velo che copre croci e icone non è solo un segno di privazione, ma un richiamo alla necessità di guardare oltre, di cercare Dio non con gli occhi, ma con il cuore.
Quando vengono velate le immagini sacre
Secondo l’attuale liturgia romana, la Velatio inizia ufficialmente con la quinta domenica di Quaresima, tradizionalmente chiamata Domenica di Passione.
Questa domenica segna l’inizio delle due settimane che precedono la Pasqua, periodo in cui l’attenzione dei fedeli si concentra sempre più intensamente sulla sofferenza e morte del Signore.
Durante questo periodo, tutti i crocifissi, le statue e le immagini sacre presenti nelle chiese vengono coperti con veli di colore viola, colore liturgico che nella tradizione cristiana rappresenta la penitenza, il sacrificio e l’attesa.
È importante notare come questa tradizione sia variata nel corso dei secoli. In passato la velatura poteva iniziare già dalla prima domenica di Quaresima, estendendosi per tutto il periodo penitenziale.
Oggi, invece, la pratica si concentra nelle ultime due settimane prima della Pasqua.
Il significato spirituale della velatura
La Velatio Crucis non è un semplice atto decorativo o tradizionale, ma porta con sé un profondo significato spirituale.
Da un lato rappresenta un digiuno visivo che priva i fedeli della contemplazione delle immagini sacre, creando un senso di assenza e attesa.
Dall’altro richiama l’oscuramento della gloria divina durante la Passione, quando sembrò che Cristo fosse stato abbandonato anche dal Padre.
Il rito contiene anche un richiamo al momento in cui il velo del Tempio si squarciò alla morte di Gesù, evento che simboleggia la nuova accessibilità a Dio resa possibile dal sacrificio di Cristo.
Ancora, la Velatio intensifica l’esperienza della Veglia Pasquale, quando le immagini vengono finalmente svelate nella gioia della Risurrezione.
È solo durante la Veglia Pasquale, nella notte tra il Sabato Santo e la domenica di Pasqua, che i veli vengono finalmente rimossi.
Prima viene scoperto il Crocifisso, poi tutte le altre immagini.
Questo svelamento coincide con l’annuncio della Risurrezione e simboleggia il ritorno della pienezza della gloria divina, non più velata dalla sofferenza e dalla morte.
La domenica Laetare e la vicinanza della Pasqua
Altra tappa domenicale della Quaresima: la quarta. Si tratta di un itinerario a dir vero di un cammino e non di quelli pensati soltanto che ci fanno ritornare al vissuto quotidiano e feriale rasserenati perché il cammino quaresimale l’abbiamo pensato.
Congiunto ad esso una segnaletica per non disperderci perché il cammino implica arrivo, traguardo, meta.
Questa domenica sembra di essere anche arrivati ad un buon punto del cammino. E’ chiamata la domenica del Laetare.
Si tratta di una giusta esultanza perché il traguardo è vicino cioè la Pasqua di cui la Quaresima è preparazione.
Attraverso la liturgia, la Chiesa ci invita a percorrere con garbo il cammino della Quaresima.
La celebrazione frequente dei sacramenti, la meditazione assidua della Parola di Dio e le opere penitenziali, senza che venga meno la gioia - Laetare Ierusalem! - che sottolinea in modo particolare la quarta domenica, sono pratiche che affinano la nostra anima e ci preparano a partecipare intensamente alla Settimana Santa.
«Dobbiamo far diventare vita nostra la vita e la morte di Cristo. Morire per mezzo della mortificazione e della penitenza, perché Cristo viva in noi per mezzo dell’Amore. E dunque seguire le orme di Cristo, con l’anelito di corredimere tutte le anime».
Contemplando il Signore che dà la vita per noi, perfettamente purificati dai nostri peccati, riscopriremo la gioia della salvezza che Dio ci porta: «Redde mihi laetitiam salutaris tui - Rendimi la gioia di essere salvato».
La storia della Quaresima e il legame con la Pasqua di croce
Parlare oggi di quaresima non fa buona letteratura. Nella nostra società laicizzata e indifferente, ci sono tanti pregiudizi contro questa secolare istituzione ecclesiale.
E’ considerata un residuo del Medioevo per il suo carattere triste, austero, lugubre soffuso di mestizia e di malinconia a cominciare dal colore liturgico viola che è quello delle esequie.
Sembra necessario riscoprirne il vero volto come cammino di fede pensoso e insieme gioioso verso la Pasqua.
Tra il II e III secolo non c’era ancora accordo nello stabilire il giorno esatto della festa di Pasqua.
Le chiese dell’Asia, con a capo Efeso, celebravano la Pasqua insieme agli ebrei il 14 del mese lunare di Nisan, cioè il venerdì, primo giorno degli azzimi e giorno della morte di Gesù in croce.
La chiamavano la «Pascha staurosimon» (la pasqua di croce) e i suoi sostenitori erano detti «quattordecimani», dal giorno 14 di Nisan in cui celebravano scrupolosamente la festa pasquale.
In occidente, a Roma, ad Alessandria, a Gerusalemme, ad Antiochia la pasqua si celebrava la domenica dopo il 14 di Nisan, cioè dopo la prima luna piena di primavera, e la chiamavano «Pascha anastasimon» (pasqua di risurrezione).
Per l’apostolo Giovanni fondatore delle chiese dell’Asia, la crocifissione di Gesù era la festa della sua «esaltazione» o della sua «glorificazione», un tuttuno con la risurrezione.
Un giorno triste e gioioso insieme.
Al Concilio di Nicea, nel 325, il problema era già sanato in radice ed tutti celebravano ormai la Pasqua di risurrezione la domenica.
Da allora iniziò a strutturarsi in maniera sempre più ricca la quaresima come tempo di preparazione alla Pasqua.
Il digiuno e la sequela di Gesù
Gesù aveva detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
Da questa esigenza cristiana di sequela è nato il cammino pasquale dei credenti desiderosi di solidarizzare con Gesù avviato sulla via della croce.
All’inizio ci fu solo l’indicazione di due giorni di digiuno settimanale che si praticava però tutto l’anno: il mercoledì e il venerdì.
Solo che per i cristiani quel digiuno assunse un preciso significato pasquale, legato ai giorni della passione di Gesù.
Il mercoledì e il venerdì si passino nel digiuno fino all’ora nona, perché quando iniziava il mercoledì, il Signore è stato tradito da Giuda e arrestato e il venerdì ha subito la morte di croce.
Nel IV secolo a Roma e in altre chiese compare la vera e propria Quaresima, raccomandata dal Concilio di Nicea.
Il numero quaranta fu scelto per il suo alto valore simbolico biblico. Esso richiamava i 40 giorni di digiuno di Gesù nel deserto, i 40 giorni del diluvio, i 40 giorni trascorsi da Mosè sul monte Sinai in attesa della Legge, i 40 giorni di viaggio di Elia fino al monte Oreb, i 40 giorni di predicazione penitenziale di Giona a Ninive, i quaranta giorni di esperienza del Cristo risorto nella chiesa apostolica.
Dal punto di vista pratico, il digiuno dei primi cinque giorni di ogni settimana consisteva nel prendere un solo pasto al giorno, nell’astenersi dal mangiare carne, nel dedicare maggior tempo alla preghiera e al raccoglimento, nel compiere opere di carità corporali e spirituali, nell’evitare il più possibile il peccato.
Insomma si cercava di rimanere in comunione più intima e personale con Dio, per farlo entrare sempre più nella vita quotidiana.
Era una specie di corso di esercizi spirituali aperti a tutti, guidato dalla ricca Parola di Dio fornita dalla liturgia quotidiana.
La croce come direzione della vita
È pertanto importante interrogarci sul senso ultimo della nostra vita, ma senza ricorrere alle cialtronerie astrologiche.
Perciò se è inutile agitarsi per scoprire il futuro, è importante invece interrogarsi sulla direzione verso la quale stiamo andando.
Non si deve vivere a caso andando all’attimo fuggente del piacere gustato e subito estinto, alle azioni compiute in modo istintivo.
Privi di un progetto o di uno scopo nell’esistenza è come navigare senza bussola e senza meta.
Se dobbiamo sapere chi siamo e dove stiamo è altrettanto decisivo conoscere qual è la nostra missione sulla terra.
La nostra pasqua invece è il passare dal peccato alla grazia attenti a tutte quelle segnaletiche che la Chiesa ci dà e che conosciamo perché nei nostri pensieri coscienziosi ci sono tante avvisaglie.
Sappiamo quando il semaforo è rosso e quando è verde almeno che non siamo anche interiormente daltonici.
Percorriamo il cammino che ci fa diventare suo popolo fino alla terra promessa della Pasqua.