La Trasfigurazione di Gesù è la manifestazione straordinaria della sua identità divina davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni: durante la preghiera, su un alto monte, il volto di Gesù brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. L’episodio anticipa la Risurrezione, conferma che Gesù è il Figlio amato dal Padre e prepara gli apostoli ad affrontare lo scandalo della Passione e della Croce.
La Trasfigurazione insegna quindi che Gesù non è meno Messia quando la sua gloria è nascosta nell’incarnazione e nella passione. La gloria del Tabor e la sofferenza del Calvario appartengono allo stesso cammino: non c’è gloria senza croce.
Che cosa significa la parola “Trasfigurazione”
Il termine “trasfigurazione” indica una sorta di trasformazione, che muta l’aspetto di qualcosa o di qualcuno, fino a renderlo diverso da come era in precedenza. Si tratterebbe dunque di una sorta di trasformazione, che muta l’aspetto di qualcosa, o qualcuno, fino a renderlo diverso da come appariva precedentemente.
Nella fattispecie, la Trasfigurazione di Gesù festeggiata dalla Chiesa il 6 agosto riguarda una miracolosa trasformazione di Gesù, davanti agli occhi di tre dei suoi discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Questo episodio viene citato in tre dei quattro cosiddetti Vangeli sinottici: Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8; Luca 9,28-36.
Il racconto evangelico della Trasfigurazione
In breve, Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni si erano appartati dagli altri discepoli ed erano saliti su un’alta montagna per pregare. A un certo punto, Gesù si illuminò tutto, cominciò a risplendere come il sole, i suoi vestiti erano bianchi come la neve.
All’improvviso, durante la preghiera, Gesù aveva mutato il proprio aspetto. Il suo volto e il suo corpo avevano iniziato a risplendere e le sue vesti erano divenute di un bianco abbagliante. La luce che trasfigura l’umanità proviene non dall’esterno, ma dall’interno della Sua Persona.
Subito dopo due uomini misteriosi, che si rivelano essere Mosè ed Elia, appaiono nello stesso luogo e iniziano a parlare con Gesù. Mosè ed Elia “Apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù”: Elia, padre dei profeti, Mosè, custode della legge.
Pietro si offre di erigere tre capanne per Gesù e i due Profeti, ma una voce scaturisce da una nube luminosa e intima ai discepoli di prestare orecchio a Gesù, in quanto suo Figlio eletto e amato. I tre discepoli a questo punto vengono colti dallo sgomento, e quando si riprendono i profeti e la nube sono scomparsi, e loro sono rimasti sul monte con Gesù.
Il Vangelo di Matteo riferisce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete».
Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’Uomo non sia risorto dai morti».

Perché Gesù si è trasfigurato?
Per rivelare la sua identità divina
La Trasfigurazione rivela anzitutto l’identità di Gesù. Egli è il Verbo eterno, uguale al Padre nella divinità, che ha assunto la nostra natura umana.
Questa è una delle rare occasioni in cui Gesù si manifesta in tutta la sua natura divina, mostrandosi come Figlio di Dio ai suoi compagni. Il racconto della Trasfigurazione di Cristo è ricco di suggestioni profetiche e messianiche, che hanno fatto sì che per molto tempo gli studiosi dibattessero sulla sua effettiva veridicità storica.
La sua natura umana è unita alla divinità senza divisione e senza confusione; ma abitualmente “nascondeva” la gloria della divinità. Nella Trasfigurazione la gloria divina penetra e irradia l’umanità di Gesù in modo tale che questa risplende di bellezza paradisiaca.
La Trasfigurazione non significa che Gesù sia diventato qualcosa che prima non era. Secondo san Giovanni Damasceno, “egli fu trasfigurato non assumendo ciò che non era, ma manifestando ai suoi discepoli ciò che egli era, aprendo così i loro occhi”.
“Egli non divenne in quel momento più radioso o più esaltato”, dice sant’Andrea di Creta, “lungi da ciò: egli rimase come era prima”. La gloria eterna rivelata sul Tabor è qualcosa che il Cristo incarnato possiede da sempre, fin dal suo concepimento nel grembo della santa Vergine.
Per confermare la fede degli apostoli
Il Vangelo di Matteo colloca questa scena in un momento delicato per gli apostoli. Gesù, infatti, poco prima aveva loro detto chiaramente “che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt 16, 21).
Nello stesso tempo aveva detto loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16, 24-25).
È comprensibile lo stupore e il timore dei discepoli davanti ad avvertimenti tanto gravi. Perciò ora vuole alimentare la loro speranza, manifestando la sua gloria davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni.
Gesù ha mostrato la sua identità divino-umana per confermare la fede degli apostoli quando nel Getsemani e sulla Croce avrebbero visto il suo volto umiliato e intriso di sangue.
Per anticipare la Risurrezione
Naturalmente lo splendore che scaturisce da Gesù è anche un’anticipazione della sua Resurrezione e delle gloria celeste, così come il candore della sua veste. Lo splendore di Cristo richiama la gloria che avrebbe ricevuto nella sua resurrezione.
La Trasfigurazione sul monte Tabor, tuttavia, è durata quel tanto che era necessario per gli apostoli. Essa prefigurava la Trasfigurazione permanente e definitiva che sarebbe avvenuta con la Risurrezione.
La Trasfigurazione è “vivere” in anticipo la risurrezione, proprio per prepararli ad affrontare il cammino di mezzo, cioè la passione-morte. Gesù cerca di aiutare i suoi discepoli a capire che è vero che Lui soffrirà e morirà ma è anche vero che risorgerà.
Per mostrare che la Croce conduce alla gloria
Alla gloria della Trasfigurazione si arriva passando per l’esperienza della croce. Non basta seguire Gesù fino al Tabor, occorre seguirLo fino al Calvario.
Gesù ha posto in modo chiaro e netto la condizione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23). Sono in contrasto fra loro le scene di felice splendore e quelle di angosciosa sofferenza nelle quali Pietro, Giacomo e Giovanni gli tengono compagnia, ma, nello stesso tempo sono in rapporto tra loro: non c’è gloria senza croce.
Il nucleo di questa esigenza è di imitare l’atteggiamento fondamentale di Gesù. Egli ci ha amati sino a sacrificare la sua vita per noi; così anche noi dobbiamo proporci di amare Dio e il nostro prossimo fino al sacrificio di noi stessi.
Invece, a volte o spesso, si sacrificano gli altri per il proprio interesse, la propria soddisfazione, la propria gloria. Ma così si producono caos e tenebre.
Il significato dei simboli della Trasfigurazione
La luce e lo splendore
Il volto di Gesù brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. La luce della Trasfigurazione è il segno visibile della gloria divina che abita in Cristo.
Il volto del Signore, dice san Giovanni Crisostomo, risplendette non soltanto come ma più del sole. La gloria del Tabor, così insegnano i padri con sorprendente unanimità, non è soltanto una luce naturale, bensì soprannaturale; non soltanto una luminosità materiale, creata, bensì lo splendore spirituale e increato della divinità.
La luce del Tabor è “immateriale”, “eterna”, “infinita”, “inavvicinabile”, “una gloria più splendente della luce”. In breve, non è nient’altro che “la gloria della divinità”; “è uno splendore radioso e divino”.
La luce della Trasfigurazione mostra che la gloria divina non viene applicata dall’esterno a Gesù, ma risplende dalla sua stessa persona. La carne umana di Cristo è resa traslucida, così che la gloria divina risplende attraverso di essa, ma non è abolita né ingoiata.
Il volto e le vesti bianche
Matteo ha aggiunto uno splendore come quello del sole sul volto di Gesù dove Marco parla dello splendore delle vesti. Lo splendore di cui la persona di Gesù è circondata richiama lo splendore sul volto di Mosè dopo la rivelazione del Sinai.
Il vestito bianco è un’immagine apocalittica comunemente usata per riferirsi alla gloria della vita ultramondana e della gloria escatologica dei santi. Anche la Chiesa, nella sua liturgia, vuole essere come la veste del corpo di Gesù, partecipe della sua gloria.
Mosè ed Elia
Mosè ed Elia rappresentano la volontà di rifarsi alla tradizione ebraica e alle profezie sulla venuta del Messia contenute nell’Antico Testamento. Mosè ed Elia insieme indicano l’intera raccolta dei libri dell’Antico Testamento.
Mosè è il custode della Legge ed Elia è il padre dei profeti. In loro si raccoglie l’intera storia dell’Antico Testamento. La loro presenza sul monte testimonia l’adempimento dell’Antico Testamento in Gesù.
Mosè ha parlato con Dio, nel roveto ardente, e da lui ha ricevuto la Legge. Elia ha proclamato la venuta del Messia, con un ardore tale da meritare di salire in cielo su un carro di fuoco.
Ma Gesù è la Legge, è il Messia, e la sua grandezza e splendore sono irraggiungibili. La voce che esce dalla nube pone Gesù in una condizione più elevata rispetto ai profeti, in quanto essi avevano scritto le leggi e parlato della Sua venuta, ma ora Lui era presente, reale, il Figlio, la sorgente di ogni Salvezza.
Le tre capanne
Pietro si offre di costruire tre capanne per Gesù e i profeti, ma la sua proposta rivela che non aveva ancora compreso pienamente il mistero al quale stava assistendo. L’affermazione di Pietro è ingenua, Gesù non ha alcun bisogno di tende terrene, perché egli è la celeste Sapienza incarnata.
Le tre tende alludono alla Festa delle Capanne, che commemorava il soggiorno degli israeliti sul monte Sinai mentre ricevevano la rivelazione della legge per mezzo di Mosè. Le tre capanne che Pietro desidera costruire rimandano all’accampamento degli ebrei sul monte Sinai, quando Mosè ricevette le tavole della legge.
Pietro sente che è venuto il momento in cui diventa realtà la parola di Osea, “Ti farò ancora abitare sotto le tende come ai giorni del convegno”, e desidera che diventi permanente l’esperienza della presenza escatologica di Dio.
In realtà quando Gesù si trasfigura non si ha la rivelazione di un’altra legge, ma è il Figlio stesso che è donato dal Padre come suprema legge per l’uomo.
La nube luminosa
La nuvola splendente da cui emerge la voce di Dio è un elemento ricorrente nelle teofanie, ovvero le apparizioni del divino tra gli uomini. La nube è la Shekinah, la presenza di JHWH.
Nel cammino dell’Esodo fu in una nube che JHWH si rivelò a Mosè. Una nube accompagnava i movimenti del popolo e una nube riempì il Tempio di Salomone nel momento in cui fu consacrato.
Il fatto che la nube copre anche i discepoli significa che essi non sono solo spettatori, ma vengono coinvolti profondamente nel mistero della glorificazione di Cristo in quanto rappresentanti del nuovo popolo di Dio.
La voce del Padre
La voce che si ode dal cielo, che parla de “il mio figlio diletto”, esprime una rivelazione della figliolanza divina di Gesù. Come nel racconto del Battesimo di Gesù, la voce designa Gesù come il profeta-servo del Signore.
Con l’aggiunta “Ascoltatelo”, non presente nella rivelazione al Giordano, Gesù viene designato come il profeta uguale a Mosè, il cui insegnamento va ascoltato. La voce sul monte indica in Gesù, lui solo, colui che ora va ascoltato: Lui è la Parola vivente, Parola di vita, di verità.
Subito dopo la voce Mosè ed Elia scompaiono, cedendo il loro posto a Gesù, che rimane solo. Ascoltare Gesù significa comprendere che il cammino della sofferenza è l’unico che porta alla gloria.
La Trasfigurazione e il Battesimo di Gesù
C’erano stati già dei precedenti, in particolare il Battesimo di Gesù, quando, dopo che Giovanni Battista lo aveva battezzato, il cielo si era aperto e lo Spirito santo era disceso come una colomba annunciando l’identità di Cristo: “E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Marco 1,9-11).
La Trasfigurazione presenta una configurazione simile: il Padre parla dal cielo, testimoniando del Figlio, mentre lo Spirito è presente in quest’occasione non in forma di colomba bensì come nube luminosa.
Entrambe sono occasioni in cui è chiaramente manifestata l’azione congiunta delle tre persone della divinità. La festa della Trasfigurazione è quindi anche una celebrazione della Trinità.
La Trasfigurazione e il Getsemani
I tre discepoli che accompagnano Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, sono gli stessi tre che sono i suoi compagni esclusivi della resurrezione della figlia di Giairo e dell’Agonia nel Getsemani.
Questi stessi tre apostoli saranno poi designati nel Getsemani perché ad accompagnarlo più da vicino, mentre gli altri rimanevano un po’ più distanti dal luogo in cui Gesù pregava nella sua agonia.
La Trasfigurazione mostra la gloria di Cristo prima che gli apostoli assistano alla sua umiliazione. Il Tabor aiuta a leggere il Getsemani e il Calvario senza separare la sofferenza dalla certezza della gloria futura.
Perfino durante i momenti della sua più profonda umiliazione, come quello dell’agonia nel giardino del Getsemani o in quello del suo urlo di abbandono sulla croce, resta vero che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9).
La Trasfigurazione nei tre Vangeli sinottici
La trasfigurazione di Gesù è un episodio della vita di Gesù Cristo descritto dai tre vangeli sinottici: Matteo, Marco e Luca. Ci sono differenze sensibili tra i tre Vangeli che raccontano questo episodio, legate alla differente visione teologica dei tre evangelisti.
| Vangelo | Particolare messo in evidenza |
|---|---|
| Matteo 17,1-8 | Il volto di Gesù brillò come il sole; i discepoli caddero con la faccia a terra e Gesù li invitò ad alzarsi. |
| Marco 9,2-8 | Le vesti divennero bianchissime; il racconto conserva l’incertezza di Pietro e lo stupore dei discepoli. |
| Luca 9,28-36 | Gesù salì sul monte per pregare; Mosè ed Elia parlarono del suo “esodo”, cioè della sua dipartita a Gerusalemme. |
La prospettiva di Matteo
Matteo ha condensato Marco in alcune parti di questa narrazione e l’ha ampliato in altre. L’effetto di queste modificazioni è quello di accentuare la maestosità e la dimensione misteriosa dell’esperienza, e di eliminare qualsiasi dubbio che i discepoli non abbiano compreso ciò che stava succedendo.
Matteo presenta un Gesù che invita personalmente i discepoli ad alzarsi. In questo modo il racconto sottolinea che la rivelazione divina non conduce alla paralisi della paura, ma alla fiducia resa possibile dalla presenza del Signore.
La prospettiva di Luca
Luca è l’unico evangelista che nota che Gesù era salito sul monte per pregare. In Luca Gesù prega prima delle decisioni importanti: prima dell’elezione dei dodici, prima della confessione di Pietro, prima dell’istruzione sulla preghiera, nell’agonia prima della sua morte e sulla croce.
L’argomento della conversazione è l’esodo di Gesù a Gerusalemme. Mosè ed Elia vedono l’Esodo reale e perfetto nella passione e risurrezione.
Infine Luca non parla del divieto di Gesù di far parola con alcuno di quanto successo, ma si limita a presentare il silenzio dei discepoli.
Il monte della Trasfigurazione: Tabor, Ermon o altura simbolica?
Nei racconti non viene precisato il monte in cui avviene questo evento. Esistono diverse congetture riguardo a quale fosse il monte della Trasfigurazione, su cui Gesù e i suoi discepoli salirono quel giorno.
Alcune tradizioni lo hanno invece identificato con il monte Tabor, un colle tondeggiante e isolato che sorge nella pianura di Esdrelon. Una tradizione attestata già nel IV secolo da San Cirillo di Gerusalemme e da San Girolamo identifica il luogo dove sarebbe avvenuta la Trasfigurazione con il monte Tabor.
Si tratta di un colle rotondeggiante e isolato, alto circa 600 metri sul livello delle valli circostanti. È situato nella pianura di Esdrelon.
Nel 1924 venne inaugurata la basilica a tre navate, progettata dall’architetto Antonio Barluzzi. Qui i bizantini fecero costruire tre chiese e, successivamente, monaci benedettini e francescani si alternarono, costruendo altri luoghi di culto.
Anche il monte Ermon, a nord di Cesarea di Filippo, non lontano dalle sorgenti del fiume Giordano, è stato considerato da molti un possibile scenario per la Trasfigurazione. Dal momento però che il Tabor non è particolarmente alto, si è pensato anche alla possibilità che si trattasse del monte Ermon, alto circa 3.000 metri.
La cosa più probabile è che questo monte, come quello del Discorso della Montagna, non abbia alcuna ubicazione geografica. Sarebbe il monte simbolico sul quale gli eventi del Sinai vengono rivissuti nella vita del nuovo Mosè.

Il significato teologico della Trasfigurazione
La legge e i profeti trovano compimento in Gesù
Simbolicamente, l’apparizione di Mosè ed Elia rappresentava la legge e i profeti. Ma la voce di Dio dal cielo che diceva “AscoltateLo!” mostrava chiaramente che la legge e i profeti dovevano cedere il passo a Gesù.
Colui il Quale è la via nuova e viva prendeva il posto dell’antico; Egli era la realizzazione della legge e delle innumerevoli profezie dell’Antico Testamento.
La voce del Padre conferma che Gesù è il profeta annunciato da Mosè e che il suo insegnamento deve essere accolto. Dopo la scomparsa di Mosè ed Elia, Gesù rimane solo, perché in lui la Legge e i Profeti raggiungono il loro compimento.
La natura divina e umana di Cristo
È di fondamentale importanza che crediamo fermamente nell’identità vera di Gesù: vero Dio e vero uomo uniti indissolubilmente. Questo è lo specifico della fede cristiana.
Tutte le religioni credono in Dio; solo il cristianesimo rivela e crede Dio fatto uomo. Questa verità è il fondamento della trasfigurazione di tutto l’umano e della sua divinizzazione.
La Trasfigurazione ci pone di fronte il paradosso salvifico della fede cristiana: Gesù è interamente Dio e allo stesso tempo interamente uomo, essendo tuttavia una sola persona e non due.
La gloria dell’uomo e della creazione
La Trasfigurazione è una rivelazione non soltanto di ciò che Dio è, ma parimenti di ciò che noi siamo. Guardando a Cristo trasfigurato sul monte, noi vediamo la natura umana assunta in Dio, riempita interamente della vita e della gloria increate, permeata dalle energie divine, pur continuando a essere totalmente umana.
La Trasfigurazione di Cristo ci mostra dunque la deificazione della natura umana. Cristo, trasfigurato sul monte, ci rivela la pienezza delle nostre potenzialità umane, la capacità ultima della nostra natura umana in ciò che essa ha di più vero ed elevato.
La Trasfigurazione ha anche una portata cosmica, poiché l’umanità deve essere salvata non dal mondo ma con il mondo. La luce del Tabor trasforma non soltanto il corpo del Salvatore in modo isolato, ma anche gli altri oggetti materiali associati a lui.
Agli occhi di coloro che credono veramente nel Cristo trasfigurato nulla è misero o disprezzabile; tutte le cose create possono diventare un veicolo delle energie increate di Dio.
La Trasfigurazione come invito all’ascolto
Pietro non capisce tutto, ma una cosa la coglie: “è bello stare qui”. Questa è la spinta umana: quante esperienze “belle” anche noi viviamo a tal punto da lasciarci tentare e dire “Facciamo tre tende…”, “fermiamo il tempo”.
Col rischio, però, d’inseguire solo esperienze emozionali ma che ci rendono incapaci di “tornare giù dal monte”, lì dove c’è la concretezza della vita. Gesù m’insegna che l’ascolto fattivo è l’apice dell’esperienza: “Ascoltatelo”.
Non possiamo cioè restare sotto la dittatura delle emozioni: servono, sia inteso, ma non bastano. Servono per riscaldare, per ridare slancio, coraggio…ma noi siamo più grandi delle emozioni.
“È l’ascolto che definisce il discepolo: non si tratta - ricorda B. Maggioni - di essere originali, ma di essere servi della verità. L’ascolto è fatto di obbedienza e speranza. Richiede intelligenza per comprendere ma anche coraggio per decidersi, perché la Parola ti coinvolge e ti strappa a te stesso”.
Salire e scendere dal monte
“Da questo episodio della trasfigurazione vorrei cogliere due elementi significativi - diceva papa Francesco -, che sintetizzo in due parole: salita e discesa. Noi abbiamo bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore.
Questo facciamo nella preghiera. Ma non possiamo rimanere lì! L’incontro con Dio nella preghiera ci spinge nuovamente a “scendere dalla montagna” e ritornare in basso, nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale.
A questi nostri fratelli che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell’esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo la grazia ricevuta.
La proposta di Pietro esprime il desiderio di ogni cuore umano di rimanere per sempre a contemplare con gioia la gloria di Dio. Ma la contemplazione autentica non separa dalla vita: porta nuovamente nella pianura, presso le persone che hanno bisogno di aiuto, di giustizia, di cura e di speranza.
La Trasfigurazione nella vita cristiana
Gesù Cristo è il nostro Capo e ci comunica la grazia di una progressiva trasfigurazione. La fede cristiana annuncia e dona la grazia di una trasfigurazione della persona, del corpo, delle relazioni sociali, della stessa natura.
Nel Battesimo e nella Cresima abbiamo ricevuto un cuore nuovo, uno spirito nuovo, una grazia di santità. È una sorgente luminosa capace di irradiare tutto il nostro essere, mente, cuore, sensi.
Purtroppo nel nostro intimo permangono angoli di oscurità non ancora illuminati dalla luce di Cristo. In questa Quaresima cerchiamo la purificazione del cuore anche con una buona confessione dei nostri peccati.
La luce della Trasfigurazione di Gesù ci illumina e ci trasforma nella preghiera, nell’adorazione, nel contatto vivo di amore con il Signore. Con la purificazione del cuore, la preghiera, l’intensità della fede e della carità, riflettiamo la luce di Gesù e la diffondiamo attorno a noi.
San Paolo assicura: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).
Potremo così realizzare le parole di Gesù: «Voi siete la luce del mondo […] così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 14.16).
La Trasfigurazione spiegata ai bambini
Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni andarono un giorno in cima a un monte, per pregare insieme. A un certo punto, Gesù si illuminò tutto, cominciò a risplendere come il sole, i suoi vestiti erano bianchi come la neve.
I suoi amici videro il suo viso cambiare e, oltre al volto umano, scorsero il volto divino e seppero di avere davanti il Figlio di Dio.
Dopo che Gesù ebbe cominciato a brillare come una stella, apparvero sul monte anche Mosè e Elia, due personaggi molto importanti per i cristiani.
Mosè fu colui che salvò gli ebrei conducendoli fuori dall’Egitto e ricevette da Dio in persona le tavole con i Dieci Comandamenti, ed Elia proclamò la venuta di Gesù con tutta la sua forza.
Questi due grandi uomini iniziano a chiacchierare con Gesù, davanti agli occhi sempre più increduli dei discepoli. E non è ancora finita: da una nube splendente in cielo giunse la voce di Dio che disse: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo.”
A questo punto Pietro, Giacomo e Giovanni furono sopraffatti dall’emozione e caddero a terra, ma Gesù accorse subito a tranquillizzarli, a dire loro che andava tutto bene. Perché erano suoi amici, e lui si prendeva cura di loro, come è giusto che sia.
Questo passo del Vangelo insegna che ciascuno di noi, in ogni momento, può essere come Gesù, far vedere la luce che ha dentro, mostrare agli altri quanto ci fa brillare e splendere l’amore di Dio.
Perché anche noi, come Gesù, siamo figli di Dio, e, se seguiamo il suo esempio, se come lui siamo gentili e premurosi verso i nostri amici, se amiamo con tutti noi stessi i nostri cari e chi ci sta intorno, possiamo trasfigurarci e brillare come stelle!
È questo il segreto della trasfigurazione, lasciar intravedere agli altri un po’ della luce che brilla dentro di noi.
Quando si celebra la Trasfigurazione e perché
La Trasfigurazione di Gesù si celebra il 6 agosto. La scelta di festeggiare la Trasfigurazione il 6 agosto deriva dal fatto che essa avrebbe avuto luogo quaranta giorni prima della crocifissione di Gesù, che veniva celebrata dalla Chiesa d’Oriente il 14 settembre con l’Esaltazione della Santa Croce.
La festa della Trasfigurazione ricorda, secondo alcuni storici della liturgia, la dedicazione delle basiliche del Monte Tabor. La festa è posteriore a quella dell’Esaltazione della Croce, da cui però dipende per la data, fissata il 6 agosto, 40 giorni prima dell’Esaltazione della Croce.
In Occidente si cominciò a festeggiare la Trasfigurazione a partire dal IX secolo. Papa Callisto III nel 1457 la inserì nel Calendario Romano come ringraziamento per la vittoria ottenuta sui Turchi a Belgrado il 6 agosto 1456.
La Trasfigurazione nell’arte cristiana
La Trasfigurazione ricorre meno rispetto ad altri soggetti sacri nell’iconografia sacra, ma non ha mancato di ispirare molti grandi artisti. Rappresentazioni di questo evento miracoloso si trovano sia nell’arte orientale, sia in quella occidentale.
Molte splendide icone bizantine hanno come soggetto la Trasfigurazione, così come meravigliosi mosaici, come quello del Monastero di Santa Caterina sul Sinai, o quello della Cappella Palatina di Palermo, o ancora la Trasfigurazione allegorica nel mosaico dell’abside di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna.
Grandi pittori italiani come il Beato Angelico, Raffaello, Perugino, Bellini e il Tiziano hanno lasciato affreschi e dipinti sulla trasfigurazione di Gesù.
| Artista | Opera e data | Luogo |
|---|---|---|
| Beato Angelico | Trasfigurazione di Gesù Cristo (1440-1446) | Museo Nazionale di San Marco a Firenze |
| Giovanni Bellini | Trasfigurazione di Gesù Cristo (1478-1479 ca.) | Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli |
| Pietro Perugino | Trasfigurazione di Gesù Cristo (1498-1500) | Collegio del Cambio di Perugia |
| Raffaello Sanzio | Trasfigurazione di Gesù Cristo (1518-1520) | Pinacoteca Vaticana |
La Trasfigurazione di Gesù Cristo di Raffaello Sanzio, realizzata tra il 1518 e il 1520, è una tempera su tavola conservata nella Pinacoteca Vaticana dei Musei Vaticani.
In tempi più recenti l’artista Marko Ivan Rupnik ha realizzato un imponente mosaico per la chiesa dei Santi Giacomo e Giovanni a Milano.

La testimonianza degli apostoli
I discepoli non dimenticarono mai quello che accadde quel giorno sulla montagna. Giovanni scrisse nel suo vangelo: “noi abbiamo contemplato la sua gloria come gloria dell'unigenito proceduto dal Padre” (Giovanni 1:14).
Anche Pietro scrisse di questo evento: “Infatti non vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signor nostro Gesú Cristo, andando dietro a favole abilmente escogitate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà.
Egli ricevette infatti da Dio Padre onore e gloria, quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il mio amato Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». E noi udimmo questa voce recata dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo.” (2 Pietro 1:16-18).
La Trasfigurazione rimane così una manifestazione particolare della vera identità divina e gloriosa di Cristo e della sua missione in questo mondo: una teofania grande e solenne di Dio.
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