Gianluca Firetti e la beatificazione: la testimonianza di un giovane “santo della porta accanto”

Gianluca Firetti è stato un giovane laico di Sospiro, in provincia di Cremona, morto a vent’anni il 30 gennaio 2015 dopo aver affrontato un osteosarcoma. La sua beatificazione non risulta indicata nel materiale disponibile come un riconoscimento già celebrato: Gianluca è ricordato soprattutto come testimone cristiano, “santo della porta accanto” e giovane laico capace di vivere la malattia nella fede, nell’affidamento a Dio e nell’amore per gli altri.

La sua fama di santità nasce dalla vita ordinaria vissuta con intensità, dalla preghiera, dall’accoglienza della sofferenza, dal rapporto con la famiglia, gli amici e don Marco D’Agostino, e dalla testimonianza lasciata a tanti giovani. Il “miracolo” riconosciuto da chi lo ha conosciuto non è stato la guarigione, ma il compimento della sua vita nell’amore dato e ricevuto, nella preghiera costante, nell’affidamento a Dio e infine in una morte santa e pacificata.

Chi era Gianluca Firetti

Gianluca Firetti nacque a Cremona l’8 settembre 1994. Visse a Sospiro, in provincia di Cremona, insieme alla madre Laura, al padre Luciano e al fratello Federico. Da familiari e amici era semplicemente chiamato Gian, con un nome breve, immediato, fresco come era lui.

Gianluca è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Da piccolo era un bambino come tanti altri, vivace e pieno di gioia, amava giocare a calcio e fare amicizia.

Frequentava le scuole superiori per diventare perito agrario e, nonostante non fosse particolarmente portato per la scuola, si impegnava nello studio. Ha voti buoni, è molto consapevole e responsabile. Anche se con molta fatica, riesce a diplomarsi: ne è molto orgoglioso.

In più è membro, come suo fratello, di una società sportiva calcistica, dove ricopre il ruolo di terzino destro. Generoso nel giocare, è il primo ad aiutare i compagni di squadra, se sono in difficoltà. Continuò, infatti, a giocare a calcio finché poté, e coltivò rapporti di amicizia intensi e duraturi.

MomentoInformazione
8 settembre 1994Nascita a Cremona
Settembre 2012Dolore al ginocchio destro durante una partita di calcio
Dicembre 2012Diagnosi di osteosarcoma
24 gennaio 2015Ricovero all’Hospice
30 gennaio 2015Morte all’età di vent’anni

La malattia e la svolta della sua vita

Nel settembre 2012, durante una partita di calcio, sentì un pizzico doloroso al ginocchio destro: dopo i successivi accertamenti, scoprì di avere un osteosarcoma. Nel settembre 2012, a 18 anni, durante una partita di calcio, Gianluca avverte un dolore al ginocchio destro.

Seguono vari accertamenti, poi a dicembre la diagnosi: osteosarcoma. La scoperta di quel terribile male arrivò come una lancia nella vita di Gian, che all’inizio, fra rabbia e dolore, pianse molto. Federico, suo fratello, ricorda così quel momento: “La normalità di Gian c’è stata anche nel momento della scoperta della malattia. […] La reazione è stata naturale. […] Gian piangeva e si sfogava. […]”.

Da un momento all’altro, tutto, nella vita di Gianluca, cambia. Non potrà più allenarsi a calcio, né avere una vita simile a quella della maggior parte dei suoi coetanei. Appena esce dall’ospedale, Gianluca è consolato dai suoi cari.

Solitamente è di carattere allegro, ma col passare dei giorni s’incupisce. Anche gli amici dell’oratorio della sua parrocchia si allontanano da lui, o per paura o perché sono presi da altri impegni.

Eppure Gian, dopo l’iniziale turbamento, non visse quella malattia come una disgrazia, seppe trovare la via giusta per affrontarla con l’unica arma in grado di sostenerlo nel suo lungo Calvario: la Croce. La sua vita cambiò radicalmente, scoprì un mondo nuovo, dove al posto delle gambe è il cuore a giocare la sua partita e fare goal nella vita degli altri.

L’incontro con don Marco D’Agostino

Grazie all’amica Valentina, conobbe don Marco D’Agostino, all’epoca insegnante al liceo «Vida» di Cremona: gli aprì il suo cuore, confidandogli i suoi dubbi e le sue domande sulla vita dopo la morte, ma anche sorprendendolo per il modo con cui affrontava quella situazione.

Un’altra amica, Valentina, continua invece ad andare a trovarlo e si accorge del cambiamento di Gian. Parla di lui a don Marco, che insegna nella scuola di sua sorella Francesca, e gli domanda di andare a trovarlo. Anche Federico conosce quel sacerdote e gli fa la stessa richiesta. Alla fine, è Gianluca stesso a chiedere di parlare con lui.

Il giorno della sua prima visita, nell’estate del 2014, don Marco ha dentro di sé una serie di espressioni di circostanza, convinto com’è di dover consolare un malato. Standogli accanto, giorno dopo giorno, riceve continue lezioni di vita: «Non si tratta di dire chissà che, ma di ascoltare come chi sta soffrendo abbia una visione nettamente differente della vita, più attaccata all’essenziale, senza fronzoli o ricami di alcun genere», ricorderà poi.

Con uno sguardo serio e limpido, quasi insostenibile, gli fa domande sulla morte, sul Paradiso e sulla presenza di Dio. Don Marco sente che anche il suo modo di credere è cambiato davvero, da quando lo conosce.

È come se, ogni volta che si parlano, il ragazzo gli domandasse se davvero crede nel Vangelo che annuncia in quanto sacerdote. Lui, abituato a spiegare, a insegnare, a interrogare in un liceo, in seminario, ad organizzare e condurre corsi ed approfondimenti biblici, si trova a lasciarsi interrogare nel profondo da Gian.

Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplicità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza.

Gian è stato capace - settimana per settimana - di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale.

La fede di Gianluca

Gianluca non si ribella alla malattia, ma l’accoglie e l’accetta, sale sulla croce di Cristo, si affida al Signore e alla Vergine. La fede accompagna Gianluca in questo percorso di dolore, un dolore mitigato dalla speranza e dalla consapevolezza serena di quanto gli sta accadendo.

Il dialogo con Gesù si intensifica. Gianluca si sente amato e sostenuto da Dio; nei momenti di maggior fatica e sofferenza si rivolge a Lui non per chiedergli di guarire, ma per chiedergli di aiutarlo a portare la croce: “Se puoi, smezzami la croce. Spaccala a metà, perché per me è troppo pesante”.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro.

Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia - non saprei diversamente come chiamarla - di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava.

La preghiera “smezzami la croce”

Una delle espressioni più note della spiritualità di Gianluca è la preghiera: «Signore, se puoi, smezzami la croce». Di solito, tra amici, si “smezza”, ossia si condivide facendo a metà, un panino, una pizza, una bibita.

Accade quando uno dei due non ce la fa più a mangiare, oppure non ha abbastanza denaro per permettersi una pietanza completa. Un verbo così confidenziale spiazza una volta di più don Marco, anzi, lo spacca in due.

Negli ultimi tempi della malattia riuscì a maturare la preghiera del Getsemani, non chiese al Signore la guarigione, ma di aiutarlo a portare la Croce, che a tratti era troppo pesante per lui, “sia fatta la tua volontà, non la mia”, questa è la vera preghiera del cristiano e Gian è riuscito a pronunciarla proprio nelle ore più difficili.

Si chiede spesso perché ha tanti dolori e perché le cure risultino inefficaci, ma trova una risposta, che confida a don Marco: «Il Signore mi ha messo qui, in questo mondo, perché tutti coloro che mi avvicinano possano capire che la vita non è tutta rose e fiori».

Un giorno racconta di aver bestemmiato, o meglio, di aver pronunciato «una preghiera strana». Guardando in alto e pensando alla propria situazione, ha domandato: «Signore, ma ci vedi?». Subito dopo, però, se ne è dispiaciuto: ecco perché gli è sembrata una bestemmia.

La Madonna, i sacramenti e la Messa in casa

Nella preghiera di Gian, la Madonna ha un posto importante. Lui recita il Rosario coi familiari, ma basta anche solo un’Ave Maria perché la senta vicina. Sembra che metta un accento particolare nell’espressione finale: «Adesso e nell’ora della nostra morte».

Per lui, infatti, quei due estremi si toccano sempre di più col passare dei giorni. «Sento la Madonna vicina», ripete. La sente veramente. Per questo preghiamo.

Il regalo più importante, che si sente chiedere espressamente per Natale, è di portargli Gesù. Don Marco ha già portato altre volte la Comunione ai malati, ma solo ora comprende l’importanza del dono eucaristico per un giovane così.

Celebra quindi la Messa in casa sua, usando come altare, come Gian stesso chiede, il carrello su cui solitamente sono appoggiate le medicine. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore.

E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare. Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata.

La famiglia, gli amici e la comunità

Attorno a Gianluca si formò un gruppo di amici, vecchi e nuovi, che l’accompagnarono nella sua lotta contro il tumore. Attorno a Gianluca si forma un folto gruppo di amici, vecchi e nuovi, che pregano con lui e per lui, accompagnandolo nella sua lotta contro il tumore.

I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri. Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore.

Nonostante la sua situazione, Gianluca pensa più agli altri che a se stesso: ha sempre parole di incoraggiamento per i suoi amici, che fanno la fila per andare a trovarlo, trasmette serenità a chi lo incontra, diventando un segno di risurrezione per tanti.

Ricorda Federico: “Gian accoglieva i suoi amici dimenticando se stesso. Si preparava a questo incontro. Anch’io, con mio fratello, ho riscoperto la quotidianità delle piccole cose, come stare insieme sul divano a guardarsi insieme un DVD, come l’ultima sera dell’anno perché non poteva muoversi. […] Perché credo siano le piccole cose che contano nella vita. E Gian ce l’ha insegnato. A me e alla mia famiglia”.

La malattia ci ha unito di più. Gian era un ragazzo innamorato della vita. Era un ragazzo normale. Gli impegni li portava a termine. La normalità e la semplicità sono stati la sua caratteristica più vera. Questa è stata la sua forza.

Una forza che dà forza agli altri. Il dolore che il tumore infligge a Gianluca è un’esperienza difficilissima e terribile, ma lui non lo rifiuta, non lo maschera, vive la sua vulnerabilità, la sua “nudità”, che misteriosamente il Signore trasfigura in forza.

L’Hospice come luogo di incontro e preghiera

Il 24 gennaio 2015 Gianluca chiede di essere ricoverato all’Hospice. Sa che la fine è vicina, ma stringe i denti e continua a lottare, sapendo di non essere solo: molti, infatti, lo sostengono con l’amicizia e le preghiere.

Piagato e sofferente, ha tempo di incontrare e ascoltare le persone che si alternano nella sua stanza, che da luogo di dolore e di morte diventa luogo di incontro e di preghiera.

Il letto dell’Hospice si trasforma così da luogo di morte, a luogo di incontro, amicizia e preghiera. Una presenza singolare, quella del Signore crocifisso, che si manifesta in un giovane speciale.

Proprio per questo la stanza di Gian non è mai vuota e diventa un piccolo cenacolo, una chiesetta raccolta nella quale si prega, ci s’incontra, si parla, si dialoga, si sta zitti, ci si rivela, s’invocano la misericordia e la grazia di Dio.

Gian attira. Porta la croce pesante di Gesù, sente quei chiodi entrare nella sua carne attraverso chemio, morfine e medicazioni. Ma si verifica anche il contrario perché Gian permette, con estrema libertà, a chi vuole, di aiutarlo a portare quella croce che, da solo, sente impossibile sorreggere.

Gesù si prenota per primo. Lo aiuta. Lo solleva. Gli fa tornare il sorriso anche quando l’osteosarcoma gli spacca lo sterno. Anche quando il respiro viene meno. Le gambe non si muovono.

In ospedale si va per lottare. Così aveva scritto al Papa. Ma non ci va da solo. Sempre col Signore. E, quando non ce la fa più, proprio a Lui non chiede di guarire, ma «se puoi, smezzami la croce. Spaccala a metà, perché per me è troppo pesante».

Le parole rivolte ai giovani

Sfinito e immobile, Gianluca fatica a mangiare e a respirare, ma non si perde d’animo: dal suo letto è per tutti fonte di energia e di luce. Seppur con un filo di voce, a ciascuno dei suoi amici ripete: “Mi raccomando, non sprecare la vita, fa il bravo, studia perché io farei cambio e studierei 500 pagine piuttosto di soffrire”.

Tante persone si raccolgono “sotto la croce” per esserci, per non lasciare il loro amico da solo. E lui sorride, ringrazia. C’è per tutti: una parola buona, uno sguardo intenso, un sorriso contagioso.

Gianluca vive consapevolmente ogni momento, fino alla fine. La sua sofferenza non è mai diventata un muro per gli altri, non lo ha allontanato dai suoi amici, dalla famiglia, dai cari, al contrario, lo ha avvicinato sempre di più a loro.

La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento.

La lettera a papa Francesco

Rivolgendosi a Papa Francesco, Gianluca aveva scritto che era in ospedale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra.

E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente.

Scrivendo a Papa Francesco - lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicembre 2014 - aveva detto che era in ospedale a “lottare”. Ricambia come può, ad esempio aiutandolo a far recapitare a papa Francesco una lettera, nella quale lui racconta di stare lottando contro il tumore.

La morte di Gianluca Firetti

Gian, come lo chiamavano tutti, morì il 30 gennaio 2015, nell’Hospice per malati terminali dell’ospedale di Cremona, a vent’anni compiuti. Gianluca muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore.

Sul finire di gennaio 2015, Gianluca chiede personalmente di essere riportato all’Hospice. La sera del 30, riceve da don Marco l’Unzione degli Infermi, in un clima raccolto e commosso, alla presenza della sua famiglia, di qualche amico e del personale ospedaliero.

Muore poche ore dopo, alle 21.45. I suoi resti mortali riposano nel cimitero cittadino di Sospiro.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale.

L’ultimo incontro con don Marco

C’è un episodio particolarmente significativo, “liturgico”, di enorme affetto e devozione, avvenuto la domenica prima che Gian morisse. I due dopo aver parlato a lungo, pregano insieme l’Ave Maria e poi don Marco si piega a baciare il capo e le mani di Gian, come il venerdì santo ci si china a baciare il Crocifisso.

«È stata la domenica delle grandi domande (…) Gian si è posto davanti alla morte con coraggioso timore. Aggrappandosi, fino all’ultimo, a quella croce pesante che non ha mai mollato. “Don, ma secondo te come sarà la morte? Che cosa troverò? Il Signore che cosa mi mette davanti?”».

«Davanti a lui, steso sul letto e affaticato, mi è venuta questa intuizione. “Gian, pensa alla tua vita. È stata bella quando stavi bene. È ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”.»

«L’ho visto sorridere. (…) “Gian, pensa a quanto bene stai facendo e a quante persone”. E a quanti ancora… non sapevamo che ne avrebbe fatto! Lui chiudeva gli occhi. Come a dire: “Mi fido, don, se lo dici tu”.»

Gian ci crede, si affida, spera e prega. Insieme lo facciamo, per l’ultima volta, con un’Ave Maria. “Sento la Madonna vicina”, ripete. La sente veramente. Per questo preghiamo.

Poi la benedizione. E, al termine, mi è venuto naturale baciarlo. Sulla testa prima, sulle mani dopo. Baciarlo come si bacia il Crocifisso, nell’azione liturgica del venerdì santo.

Gian mi guarda, spalancando quegli occhi che sembrano sorridere. “Perché Don?” mi chiede, in attesa di risposte esaustive. La mia non si fa attendere. “Perché baciare il Signore è un privilegio di pochi”. Annuisce con la testa. Non per presunzione. Perché comprende il mistero di passione e morte. E in quell’atmosfera di commozione ci salutiamo.

Perché Gianluca è chiamato “santo della porta accanto”

Don Marco D’Agostino, dopo aver scritto a quattro mani con Gianluca Firetti il libro “Spaccato in due, l’alfabeto di Gianluca”, nel quale è narrata l’esperienza di malattia e di fede di “Gian”, giovane diciottenne che ha combattuto per due anni contro un sarcoma osseo, ad un anno dalla sua morte pubblica un nuovo testo: “Gianluca Firetti, Santo della porta accanto”.

Questo secondo libro racconta di come il giovane abbia fatto breccia nei cuori e nelle vite di tantissime persone, soprattutto dei giovani, attratti dal vero miracolo avvenuto nella vita di Gianluca - non la guarigione dalla malattia - ma il compimento della sua vita nell’amore dato e ricevuto, nella preghiera costante, nell’affidamento a Dio, e infine in una morte santa, pacificata.

La storia di Gian narra la malattia e la sofferenza, ma al contempo la grazia straordinaria e la santa ordinarietà che ha vissuto. Quella santità di cui ha parlato Papa Francesco nell’angelus del primo novembre dello scorso anno, e che offre all’autore un’occasione preziosa per riflettere sui santi dei nostri giorni, “quei santi non canonizzati, che si sono sforzati di vivere il Vangelo nell’ordinarietà (…) forse ne abbiamo avuto qualcuno in famiglia, oppure tra gli amici e i conoscenti”.

«Quando Francesco scende nei particolari del suo discorso non posso non pensare a Gian. (…) io, un santo così, l’ho conosciuto veramente e, insieme con i suoi amici, lo porto con me, nelle parrocchie della diocesi di Cremona e in molte parti d’Italia.»

Gian, santo della porta accanto. Un santo che ha aperto le porte di casa sua a Dio, ai suoi, agli amici, anche a me. Un santo che whatsappava: moderno, contento e luminoso.

Un santo che contagiava, perché l’amore è sempre più intenso e duraturo rispetto al male, al peccato e al buio. Un santo nel quale le tenebre non hanno vinto perché attaccato alla Luce vera, quella che veniva nel mondo e illumina ogni uomo.

Gianluca non è diventato un “santo della porta accanto” all’improvviso, ma giorno dopo giorno, poco alla volta. Nella sofferenza e nel dolore quotidiano ha scoperto che Dio lo amava, che lo sosteneva nella sua terribile prova, che poteva “smezzargli la croce” e così si è trasformato sempre di più in un Suo strumento d’amore per gli altri.

La santità di Gian ci mostra il volto di un Dio che sa amarci ancora. E non smette di farlo. Anche nel dolore. Anche nel buio delle salite che la vita presenta. Nei lutti e nelle lacrime. Nella violenza e nel terrore.

Le storie di santità ci invitano ad avvicinarci a Dio. Al suo regno nel quale “non ci si arma, ma ci si ama” soltanto.

Una santità vissuta nell’ordinarietà

Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa. Gian era un ragazzo innamorato della vita. Era un ragazzo normale.

Gian ha saputo essere un atleta della vita. Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro.

Giovane. Con la forza e il coraggio dei giovani. Anche con le speranze di chi la vita se la sente in mano.

Laico. Con la bellezza e la genuinità del Vangelo. Con la libertà e la schiettezza del dire e del ragionare, di essere un ragazzo del mondo e, al contempo, di aver imparato anche ad avere una visione esterna al mondo, lievito e sale come quella del Vangelo.

Testimone. Sia della vita che si stava spegnendo, sia della bellezza che la malattia aveva deturpato, sia della fede che andava brillando.

Il libro “Spaccato in due”

Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. Esattamente come nel libro che ho scritto a quattro mani con lui, “Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca”.

Il 1° gennaio 2015, proprio dopo la Messa, don Marco gli espone un’idea: vorrebbe scrivere un libro per raccontare la sua esperienza. Gian ascolta, poi gli risponde che ha avuto lo stesso pensiero, ma non sa come concretizzarlo.

Il libro prende forma in una settimana, tra messaggi e incontri di persona: davvero il ragazzo è l’autore, insieme al sacerdote. Lo stesso giorno sono state consegnate dalla tipografia le prime copie del suo libro, «Spaccato in due», pubblicato dalle Edizioni San Paolo.

In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici.

La notizia della sua vicenda - che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità - ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

La memoria dopo la morte

La sua storia e il suo libro parlano per questo e annunciano come “croce, dolore, morte” non siano parole d’infinita tristezza, ma le porte della speranza e della vita. Lui, delicatamente, le ha aperte tutte quante.

Quell’ultimo raggio della vita di Gian, però, non segnò la parola fine, la sua luce ha continuato a splendere e la sua vita è divenuta un esempio non solo per coloro che lo hanno vissuto, ma anche per tanti giovani e non, che, grazie alla testimonianza di don Marco, dei familiari e degli amici, lo hanno potuto conoscere.

Da allora i suoi amici sono aumentati, ben oltre la sua città: comprendono i lettori del primo e del secondo libro, uscito dopo un anno, ma anche quanti ascoltano le testimonianze di chi l’ha conosciuto.

Tantissime mail e messaggi testimoniano come la vicenda di Gian abbia coinvolto mamme, papà, sacerdoti, anziani e giovanissimi - dall’Italia e dal mondo - che pur non avendolo incontrato, hanno raccolto “vita” da lui, lo hanno sentito fratello e amico in Cristo.

Come la stella che guidò i Magi verso il Redentore, Gian brilla nel firmamento del Cielo, per indicare a tutti noi la via che conduce a Cristo, una via a volte piena di fiori, a volte intrecciata di rovi, ma che sempre vale la pena di percorrere se si intraprende il cammino insieme a Gesù.

La chiave della fede e la forza della sua famiglia, della comunità cristiana, degli amici sono stati più forti dell’osteosarcoma. Gian è vivo, in Cristo e in noi. La malattia, pur nella sua violenza, finita per sempre.

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