Passi biblici sulla schiavitù degli Israeliti in Egitto

La schiavitù degli Israeliti in Egitto è descritta nella Bibbia come una condizione di oppressione, lavori forzati e sofferenza, dalla quale Dio li libera attraverso Mosè e li conduce verso la terra promessa. Il testo centrale è il libro dell’Esodo, ma il ricordo della “casa di schiavitù” ritorna in numerosi libri dell’Antico Testamento e diventa il fondamento della memoria, della fede e dell’identità d’Israele.

Il racconto biblico presenta gli Israeliti come un popolo diventato numeroso in Egitto e successivamente sottoposto a una dura politica di oppressione. Le loro grida salgono a Dio, che ascolta i gemiti, ricorda il patto con i patriarchi e interviene per liberarli dalla schiavitù.

I principali passi dell’Esodo sulla schiavitù d’Israele

La riduzione in schiavitù e i lavori forzati

Esodo 1:14 descrive con particolare chiarezza la durezza della condizione imposta agli Israeliti: «Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d'argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza».

Il versetto riassume le principali forme dell’oppressione: l’amarezza della vita quotidiana, la produzione di mattoni, il lavoro nei campi e l’imposizione violenta di ogni mansione. La schiavitù non è rappresentata come un semplice servizio temporaneo, ma come un sistema organizzato di sfruttamento e di controllo.

Il popolo ebraico per via del patriarca Giuseppe si insediò in Egitto e iniziò in terra straniera a prosperare e moltiplicarsi in maniera esponenziale. Dopo diverso tempo, sale al trono di Egitto un enigmatico faraone, il quale vede negli ebrei ormai prosperi un potenziale pericolo e decide perciò di ridurli in servitù.

«I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto forti e il paese ne fu pieno». Così viene descritta la fortuna di Israele in Egitto.

La sofferenza e il grido rivolto a Dio

Esodo 2:23 collega direttamente la schiavitù al grido degli oppressi: «Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio».

La sofferenza degli Israeliti non rimane nascosta né ignorata. Il testo insiste sui gemiti e sulle grida che salgono verso Dio, preparando la rivelazione della misericordia divina e l’inizio del processo di liberazione.

Tale situazione di oppressione e di angoscia induce gli ebrei ormai schiavi a rivolgersi al Dio dei patriarchi e a chiedere di essere “liberati” da questa situazione di afflizione indicibile.

Dio ascolta e ricorda il suo patto

Esodo 6:5 afferma: «Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi sono ricordato del mio patto».

Il ricordo del patto non indica che Dio avesse dimenticato la sua promessa, ma sottolinea il momento in cui essa viene resa operativa nella storia. L’ascolto dei gemiti e la memoria dell’alleanza conducono all’intervento divino.

Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe “scende” perché ha “visto” e ha “ascoltato” la sofferenza degli israeliti. Convoca quindi Mosè da un roveto ardente che brucia e non si consuma.

La promessa della liberazione

Esodo 6:6 raccoglie in una formula solenne la promessa divina: «Perciò, di' ai figli d'Israele: "Io sono il SIGNORE; quindi vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio».

La liberazione è descritta attraverso una sequenza di azioni: Dio sottrae il popolo ai lavori forzati, lo libera dalla schiavitù e lo salva con potenza. La salvezza comprende quindi sia la fine del lavoro oppressivo sia la rottura del dominio egiziano.

Pertanto di’ agli Israeliti: «Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai lavori forzati degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò con braccio teso e con grandi castighi. Vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio. Saprete che io sono il Signore, il vostro Dio, che vi sottrae ai lavori forzati degli Egiziani. Vi farò entrare nella terra che ho giurato a mano alzata di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe; ve la darò in possesso: io sono il Signore!»

La durezza della schiavitù impedisce di ascoltare

Esodo 6:9 mostra la condizione interiore degli Israeliti: «Mosè parlò così ai figli d'Israele; ma essi non diedero ascolto a Mosè a causa dell'angoscia del loro spirito e della loro dura schiavitù».

La schiavitù non agisce soltanto sul corpo e sul lavoro, ma anche sulla capacità di sperare e di ascoltare. L’angoscia dello spirito rende difficile accogliere persino una promessa di liberazione.

Passo biblicoTema principale
Esodo 1:14Lavori forzati e oppressione
Esodo 2:23Gemiti e grida degli schiavi
Esodo 6:5Dio ascolta e ricorda il patto
Esodo 6:6Promessa della liberazione
Esodo 6:9Angoscia e incapacità di ascoltare

La “casa di schiavitù” nella memoria d’Israele

Ricordare l’uscita dall’Egitto

Esodo 13:3 ordina al popolo di ricordare il giorno della liberazione: «Ricordate questo giorno, nel quale siete usciti dall'Egitto, dalla casa di schiavitù; perché il SIGNORE vi ha fatti uscire di là, con mano potente; non si mangi pane lievitato».

La liberazione non deve essere conservata soltanto come un ricordo del passato. Essa diventa una pratica liturgica e una memoria trasmessa alle generazioni, collegata alla celebrazione della Pasqua e all’astensione dal pane lievitato.

Esodo 13:14 stabilisce come rispondere alle domande dei figli: «Quando, in avvenire, tuo figlio ti interrogherà, dicendo: "Che significa questo?", tu gli risponderai: "Il SIGNORE ci fece uscire dall'Egitto, dalla casa di schiavitù, con mano potente».

Il ricordo dell’esodo viene così trasformato in educazione religiosa e familiare. La domanda dei figli diventa l’occasione per raccontare l’oppressione, l’intervento di Dio e il passaggio dalla schiavitù alla libertà.

La liberazione come fondamento dei comandamenti

Esodo 20:2 pone l’uscita dall’Egitto all’inizio della proclamazione dei comandamenti: «Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù».

Prima ancora di presentare le norme dell’alleanza, il testo ricorda l’azione liberatrice di Dio. I comandamenti vengono quindi pronunciati davanti a un popolo che ha sperimentato il dominio e che ora è chiamato a vivere in una relazione nuova con Dio e con gli altri.

Il libro dell’Esodo è il secondo libro in ordine cronologico che compone il Pentateuco o la Torah, i primi cinque rotoli della Sacra Scrittura, la prima parte dell’Antico Testamento. Tale libro è il cuore della fede veterotestamentaria, ed è di fondamentale importanza per ebrei, cristiani e musulmani.

Esso ci narra l’evento fondante della fede ebraica: l’uscita dei figli di Israele, per mezzo del personaggio di Mosè, dalla schiavitù in Egitto. Tale avvenimento è anche al centro della celebrazione della Pasqua (passaggio) ebraica.

La schiavitù d’Egitto nei libri storici e profetici

La liberazione ricordata da Giosuè

Giosuè 24:17 riconosce nell’esodo il fondamento della fede del popolo: «Poiché il SIGNORE è il nostro Dio; è lui che ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù, che ha fatto quei grandi miracoli davanti ai nostri occhi e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto, e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati».

Il ricordo comprende tre elementi: l’uscita dalla casa di schiavitù, i grandi miracoli e la protezione durante il viaggio. La storia della liberazione viene interpretata come una prova della presenza continua di Dio accanto al popolo.

Il messaggio del profeta nel libro dei Giudici

Giudici 6:8 riporta la parola del profeta agli Israeliti: «Così dice il SIGNORE, il Dio d'Israele: "Io vi feci salire dall'Egitto e vi feci uscire dalla casa di schiavitù».

In questo passo la memoria dell’esodo è richiamata nel momento in cui Israele vive una nuova oppressione. Il profeta ricorda che il Dio che aveva liberato dall’Egitto continua a essere il Dio dell’alleanza.

La confessione di Deuteronomio 26:6

Deuteronomio 26:6 formula una confessione breve e intensa: «Gli Egiziani ci maltrattarono, ci oppressero e ci imposero una dura schiavitù».

Il versetto appartiene alla memoria liturgica delle origini d’Israele. Il popolo non ricorda soltanto di essere stato liberato, ma riconosce esplicitamente il maltrattamento, l’oppressione e la durezza del sistema di schiavitù.

Il comandamento di non dimenticare

Deuteronomio 5:6 riprende la formula dell’Esodo: «Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù».

Deuteronomio 6:12 ammonisce: «Guàrdati dal dimenticare il SIGNORE che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù».

Deuteronomio 8:14 ripete lo stesso avvertimento: «Che il tuo cuore si insuperbisca e tu dimentichi il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù».

Il pericolo non è soltanto la perdita di una memoria storica, ma l’orgoglio che può accompagnare la prosperità. Il popolo liberato deve ricordare la propria vulnerabilità e la propria dipendenza da Dio.

La liberazione come effetto dell’amore e della fedeltà di Dio

Deuteronomio 7:8 collega l’esodo all’amore divino e alla fedeltà alla promessa: «Ma perché il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d'Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri».

La liberazione è presentata come espressione dell’amore del Signore e della sua volontà di mantenere il giuramento fatto ai patriarchi. Il ricordo dell’oppressione è quindi inseparabile dalla fedeltà di Dio.

La promessa ad Abramo e il tempo dell’afflizione

Genesi 15:13-16

La schiavitù d’Egitto viene annunciata prima ancora della nascita di Mosè. Dio dice ad Abramo: «Devi sapere che i tuoi discendenti saranno stranieri in una terra non loro, ed essi serviranno [un’altra nazione] e saranno oppressi, quattrocento anni».

La promessa prosegue con l’annuncio del giudizio sulla nazione che avrebbe oppresso i discendenti di Abramo e con il ritorno nella terra promessa: «Ma la nazione che serviranno io la giudicherò, e dopo ciò ne usciranno con molti beni. Ma alla quarta generazione torneranno qui, perché l'errore degli amorrei non è ancora giunto a compimento».

Dopo aver promesso che il seme di Abraamo avrebbe ereditato il paese, Geova disse ad Abraamo: “Di sicuro sappi che il tuo seme diverrà residente forestiero in un paese non loro, e dovranno servirli, e questi certamente li affliggeranno per quattrocento anni. Ma la nazione che serviranno io la giudicherò, e dopo ciò ne usciranno con molti beni. Ma alla quarta generazione torneranno qui, perché l’errore degli amorrei non è ancora giunto a compimento”.

Quattrocento e quattrocentotrenta anni

La Bibbia presenta più indicazioni temporali relative alla permanenza e all’afflizione dei discendenti di Abramo. Gli Atti degli apostoli ricordano la parola: «La sua discendenza soggiornerà in terra straniera, e sarà ridotta in schiavitù e maltrattata per quattrocento anni» (Atti 7:6).

Un altro calcolo si basa sulle parole di Esodo 12:40, 41: «E la dimora dei figli d’Israele, che avevano dimorato in Egitto, fu di quattrocentotrent’anni. E avvenne alla fine dei quattrocentotrent’anni, sì, in quel medesimo giorno avvenne che tutti gli eserciti di Geova uscirono dal paese d’Egitto».

L’apostolo Paolo spiega che tale periodo di 430 anni ebbe inizio al momento della convalida del patto abraamico e terminò con l’Esodo. Paolo afferma: «In quanto al patto [abraamico] precedentemente convalidato da Dio, la Legge che è venuta all’esistenza quattrocentotrent’anni dopo [nello stesso anno dell’Esodo] non lo annulla, in modo da abolire la promessa».

Queste indicazioni sono state interpretate in modi diversi. Alcune letture distinguono tra i quattrocento anni di afflizione predetti in Genesi e i quattrocentotrenta anni che comprenderebbero un periodo più ampio, dall’entrata in vigore del patto abraamico fino all’esodo.

La schiavitù d’Egitto come esperienza non presentata quale punizione

Un’eccezione allo schema di peccato e castigo

Nella Torah e nell’intera Bibbia ebraica esiste uno schema fisso che ritroviamo più volte, come un ciclo che si ripete: se il popolo d’Israele osserva con diligenza i comandamenti di Dio, sarà benedetto e prospererà nella sua terra; se invece si allontana dalla giustizia, allora sarà punito, oppresso e infine esiliato fra le altre nazioni.

Questa logica è illustrata esplicitamente dalla Torah stessa in alcuni brani, come si legge ad esempio nel Levitico: «Ma se non mi date ascolto e se non mettete in pratica tutti questi comandamenti, se disprezzate i miei statuti e l'anima vostra rigetta i miei decreti, non mettendo in pratica tutti i miei comandamenti e rompendo il mio patto, ecco cosa farò a voi: […] Vi disperderò fra le nazioni e trarrò fuori la spada contro di voi. La vostra terra sarà desolata e le vostre città saranno deserte» (Levitico 26:14-33).

Esiste tuttavia una notevole eccezione che sembra sottrarsi a questo costante meccanismo di peccato e castigo: la schiavitù in Egitto. Questo evento tanto cruciale per l’identità ebraica, nel modo in cui è narrato nella Torah, non è infatti presentato come la conseguenza di una condotta negativa degli Israeliti né come una punizione divina.

Ciò si comprende leggendo il primo capitolo dell’Esodo, dove il testo narra l’inizio dell’oppressione degli Ebrei da parte del Faraone, e lo fa senza ricondurre questo evento ad alcun peccato commesso dai figli d’Israele.

La testimonianza di Ezechiele

Mentre il racconto dell’Esodo non ci rivela alcunché sulla condotta morale degli Ebrei in Egitto, un’informazione chiara e inequivocabile a riguardo ci viene fornita invece dal profeta Ezechiele.

Secondo questo profeta, Dio si rivelò agli Israeliti in Egitto per annunciare loro la liberazione dalla schiavitù e per condurli nella terra promessa. Ma essi si ribellarono contro di lui e non vollero ascoltarlo, nessuno di loro gettò via le abominazioni davanti ai propri occhi e non abbandonò gli idoli d’Egitto.

In base a quanto riportato dal profeta, gli Israeliti in Egitto erano immersi nell’idolatria e si rifiutarono perciò di abbandonare i loro falsi dèi e di obbedire al Dio unico, un dettaglio sorprendentemente tralasciato dalla narrazione dell’Esodo.

Ciò complica la questione: se davvero gli Israeliti in Egitto erano già corrotti e infedeli a Dio, perché la Bibbia non collega le loro sofferenze a questa infedeltà dilagante?

Le interpretazioni della tradizione ebraica

Molti pensatori nel mondo ebraico hanno cercato di individuare una causa etica e teologica della persecuzione degli Ebrei in Egitto scandagliando con attenzione il racconto biblico.

Nel Talmud, gli antichi Maestri fanno risalire questa causa addirittura ad Abramo, riferendosi a una presumibile mancanza di fede che il patriarca dimostrò quando chiese a Dio: «Mio Signore, come saprò che erediterò [questa terra]?»; oppure, in alternativa, ad alcuni presunti errori da lui commessi nella sua operazione militare per liberare Lot.

Nachmanide segue una strada simile, indicando la scelta di Abramo di risiedere in Egitto durante una carestia come il peccato all’origine della schiavitù.

Abravanel propone un’altra spiegazione: a causare l’esilio in Egitto e la conseguente persecuzione fu l’odio dei figli di Giacobbe verso il loro fratello Giuseppe.

Secondo il Netziv, la radice spirituale della sventura andrebbe invece individuata in Esodo 1:7, dove si legge che «i figli d’Israele divennero numerosi e potenti, e tutto il paese ne fu pieno».

Anche secondo un noto studioso israeliano contemporaneo, Yair Zakovitch, l’origine della schiavitù è legata ad alcuni errori commessi dai patriarchi della Genesi, ma anche all’infelice decisione di Giuseppe di rendere tutti gli Egizi “schiavi del Faraone” in cambio del grano accumulato in previsione della carestia: una scelta che, per volere divino, si sarebbe poi ritorta contro il popolo di Giuseppe.

Le interpretazioni proposte trasmettono idee di grande importanza. Tuttavia, tutte queste opinioni seguono un procedimento analogo: scavare nelle profondità del testo e andare alla ricerca di indizi impliciti, dimostrando che di fatto la Torah tace sul vero motivo della schiavitù.

Il significato della schiavitù nella formazione d’Israele

Trauma collettivo e identità

In un suo saggio, lo psicologo sociale Gilad Hirschberger ha descritto il nesso profondo che esiste tra il “trauma collettivo”, un evento catastrofico vissuto da una collettività di persone, e la costruzione dell’identità del gruppo che l’ha subito.

Il trauma collettivo può generare una nuova visione del mondo e diventare la chiave di lettura attraverso cui una comunità interpreta sé stessa e l’ambiente in cui vive.

Applicando questo concetto alla storia dell’Esodo, possiamo forse comprendere il motivo per cui la Torah ha deciso deliberatamente di non presentare la schiavitù in Egitto come un castigo divino.

Questo evento è così importante, così essenziale per la formazione dell’anima ebraica, che la Bibbia ha evitato di proposito di ridurlo a una semplice pena relativa a qualche infedeltà commessa.

Dalla memoria della schiavitù alla responsabilità verso lo straniero

La Torah rievoca di continuo le sofferenze patite dagli Israeliti in Egitto nel comandare l’osservanza dei suoi obblighi. Un precetto, ripetuto più volte e con grande enfasi, recita: «Amerete lo straniero, perché siete stati stranieri nella terra d’Egitto».

In occasione del rito dell’offerta delle primizie, gli agricoltori israeliti sono chiamati a ricordare le origini umili e nomadi del loro popolo, mostrando gratitudine a Dio per la liberazione dalla schiavitù e il dono della terra santa.

Il ricordo della schiavitù diventa quindi una fonte di responsabilità morale. Chi è stato straniero e oppresso deve riconoscere la vulnerabilità dello straniero e dell’oppresso che vive in mezzo a lui.

Nessun Israelita deve diventare schiavo assoluto

Il Levitico usa la redenzione dall’Egitto per imprimere l’idea che nessun ebreo può tornare a essere schiavo.

Tra gli altri comandamenti, il capitolo 25 del Levitico presenta leggi su come risorse e beni dovevano essere distribuiti nell’antica Israele. Il possesso del terreno ancestrale della famiglia doveva essere mantenuto.

Se qualcuno cadeva in povertà ed era costretto a servire altri per vivere, i suoi parenti e amici dovevano salvarlo da tale situazione.

Il fondamento di tutte queste leggi è contenuto nell’ultimo versetto del capitolo: «Poiché gli Israeliti sono miei servi; miei servi, che ho fatto uscire dal paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio».

La libertà dopo l’uscita dall’Egitto

La liberazione non è soltanto fuga dalla schiavitù

La grande lezione del racconto biblico della liberazione e dell’esodo del popolo d’Israele dall’Egitto verte sul concetto di libertà.

Libertà non significa soltanto abbandonare la condizione di schiavitù. Ciò è necessario, ma non basta per un’esistenza pienamente degna.

Deve esserci anche l’impegno verso valori trascendenti, che impediscono a chi è stato schiavo di rimanere schiavo delle proprie passioni e dell’egoismo.

Tali valori comprendono il servire Dio prendendosi cura del creato e rispettando e amando gli altri esseri umani con i quali si condivide l’esistenza.

Il passaggio dal dominio del faraone al servizio di Dio

Il popolo dell’alleanza non deve idolatrare le proiezioni deificate degli istinti umani o consacrarsi ai modi di dittatori umani deificati come faraoni e cesari, oppure i despoti dello scorso secolo o presenti.

È questa la sfida posta da Dio a quanti sono stati liberati dal giogo egizio.

Secondo Ska il libro dell’esodo fornisce una risposta secca e spiazzante a tale interrogativo: quando non si vive più per sé stessi ma ci si pone al servizio di… Trovando in ciò lo scopo della propria esistenza.

Il deserto, il Sinai e l’alleanza

Gli israeliti lasciano la terra di Egitto in maniera portentosa: inseguititi di notte dall’esercito egizio alla guida di Mosè essi si trovano braccati: da una parte l’esercito egiziano, dall’altra parte il mare in tempesta.

Dinanzi a tale situazione di morte certa Mosè alza il bastone, strumento affidatogli da Dio per mostrare di essere un suo inviato, sulle acque del Mar Rosso e esse si dividono lasciando un “passaggio” all’asciutto affinché il popolo potesse proseguire il suo cammino.

Il viaggio e il cammino del popolo ebraico prosegue dopo aver attraversato le acque e si dirige nel deserto in cui vagherà per quarant’anni dopodiché approderà ai piedi del celebre monte Sinai.

Il popolo dell’alleanza riceve così una legge destinata a orientare la vita nella libertà: i primi tre comandamenti regolano il rapporto dell’uomo con Dio, gli altri sette si preoccupano di regolare il rapporto degli uomini tra di loro.

Il pericolo di tornare mentalmente alla schiavitù

Il vitello d’oro

La Bibbia narra che dopo aver ricevuto i comandamenti sul monte Sinai, Mosè ritornò dal suo popolo, scoprendo che era stato fabbricato un vitello d’oro da venerare.

La mente delle persone era ancora incatenata a pensieri da schiavi. Erano trascorsi appena quaranta giorni da quando Dio si era rivelato loro presso il monte Sinai, in mezzo a straordinarie manifestazioni della natura.

Con il forte tuono dello shofar ad annunciare la maestosa presenza del Creatore, i comandamenti erano stati donati al popolo. Tuttavia, il ritorno a un’automatica servitù attraverso il vitello d’oro ci mostra la fragilità della mente e dello spirito umani.

Ciò che in un dato momento è stato maestoso e trasformante può rapidamente svanire.

Il monito contro il ritorno alla schiavitù

Neemia 9:17 ricorda la tentazione di tornare indietro: «Hanno rifiutato di ubbidire e non si sono ricordati delle meraviglie da te fatte in loro favore; e hanno irrigidito i loro colli e, nella loro ribellione, si sono voluti dare un capo per tornare alla loro schiavitù».

Il versetto mette in relazione la dimenticanza delle meraviglie divine, la ribellione e il desiderio di ritornare alla schiavitù. La libertà richiede memoria, discernimento e fedeltà, non soltanto la rimozione di un oppressore esterno.

Altri passi biblici sul tema della schiavitù e della liberazione

Le conseguenze dell’infedeltà e dell’esilio

Il tema della schiavitù viene applicato anche alle esperienze successive d’Israele. Deuteronomio 28:41 dice: «Genererai figli e figlie, ma non saranno tuoi, perché andranno in schiavitù».

Deuteronomio 30:3 contiene invece una promessa di restaurazione: «Il SIGNORE, il tuo Dio, farà ritornare i tuoi dalla schiavitù, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo fra tutti i popoli, fra i quali il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà disperso».

2 Cronache 6:37 parla di coloro che, nel paese della schiavitù, rientrano in sé stessi e si rivolgono a Dio: «Se, nel paese dove saranno schiavi, rientrano in se stessi, se tornano a te e rivolgono suppliche nel paese della loro schiavitù, e dicono: "Abbiamo peccato, abbiamo agito empiamente, siamo stati malvagi"».

Esdra 9:8-9 mostra che la condizione di schiavitù può essere ricordata anche dopo l’esilio: «Ora, per un breve momento, il SIGNORE, nostro Dio, ci ha fatto grazia, lasciandoci alcuni superstiti, e concedendoci un asilo nel suo santo luogo, per illuminare i nostri occhi e darci un po' di sollievo nella nostra schiavitù. Noi infatti siamo schiavi; ma il nostro Dio non ci ha abbandonati nella nostra schiavitù».

La schiavitù nelle profezie

Isaia 40:2 proclama a Gerusalemme: «Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del SIGNORE il doppio per tutti i suoi peccati».

Isaia 52:2 usa l’immagine della liberazione fisica: «Scuotiti di dosso la polvere, àlzati, mettiti seduta, Gerusalemme! Sciogliti le catene dal collo, figlia di Sion che sei in schiavitù!».

Geremia 30:10 contiene una promessa rivolta a Giacobbe e a Israele: «Tu dunque, Giacobbe, mio servitore, non temere», dice il SIGNORE; «non ti sgomentare, Israele; poiché, ecco, io ti salverò dal lontano paese, salverò la tua discendenza dalla terra di schiavitù. Giacobbe ritornerà, sarà in riposo, sarà tranquillo e nessuno più lo spaventerà».

Ezechiele 12:11 interpreta l’esilio attraverso il linguaggio della schiavitù: «Io sono per voi un segno; come ho fatto io, così sarà fatto a loro: essi andranno in esilio, in schiavitù».

Il tema della schiavitù nei Salmi e nelle Lamentazioni

Salmi 78:61 ricorda la consegna della forza d’Israele al nemico: «Lasciò condurre la sua forza in schiavitù e lasciò cadere la sua gloria in mano al nemico».

Lamentazioni 1:3 descrive la condizione di Giuda: «Giuda è in esilio, vittima di oppressione e di dura schiavitù; abita fra le nazioni, ma non trova riposo. Tutti i suoi persecutori lo hanno raggiunto mentre si trovava nell’angoscia».

Lamentazioni 1:5 aggiunge: «I suoi avversari hanno preso il sopravvento, i suoi nemici prosperano, poiché il SIGNORE l'ha afflitta per i suoi innumerevoli peccati; i suoi bambini sono andati in schiavitù, davanti al nemico».

Lamentazioni 1:18 esprime il dolore della città: «Il SIGNORE è giusto, poiché io mi sono ribellata alla sua parola. Ascoltate, o popoli tutti, e vedete il mio dolore! Le mie vergini e i miei giovani sono stati portati in schiavitù».

Dalla schiavitù d’Egitto alla libertà biblica

La libertà come dono e responsabilità

La Bibbia insiste sulla necessità di ricordare tutti i giorni della vita la storia dell’uscita dall’Egitto.

È questa memoria a impedire che la libertà venga separata dalla responsabilità. Il popolo che è stato liberato deve costruire una società in cui la dignità, la giustizia e la cura dello straniero siano parte concreta dell’alleanza.

Ancora oggi, dopo tanti processi di liberazione nella storia umana, in molti luoghi la schiavitù degli uomini continua a lacerare le persone.

Ci sono volte in cui i principi della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza vengono esaltati, altre in cui sono calpestati nella maniera più odiosa.

La liberazione della creazione

Nel Nuovo Testamento, il linguaggio della schiavitù viene esteso alla condizione dell’intera creazione. Romani 8:21 parla della speranza «che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio».

Il tema dell’esodo viene così trasformato in un’immagine più ampia della liberazione dal dominio della corruzione e dell’ingresso nella libertà.

Il giogo della schiavitù e la libertà in Cristo

Galati 5:1 proclama: «Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù».

Galati 4:3 afferma: «Così anche noi, quando eravamo bambini, eravamo tenuti in schiavitù dagli elementi del mondo».

Galati 4:24 usa il termine in senso allegorico: «Queste cose hanno un senso allegorico, poiché queste donne sono due patti; uno, del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar».

Questi passi non descrivono direttamente la schiavitù storica degli Israeliti in Egitto, ma riprendono il suo linguaggio per parlare della libertà spirituale, della maturità e della necessità di non tornare sotto un giogo.

Attendibilità storica e interpretazione del racconto dell’Esodo

Bibbia, storia e archeologia

I primi cinque libri dell’Antico testamento che narrano la storia del popolo eletto furono redatti a partire dal VI secolo a.C., molto tempo dopo i patriarchi Giuseppe e Mosè, vissuti tra il XIX e il XIII secolo a.C.

Non possono quindi considerarsi una fonte storica diretta degli eventi, e difatti gli studiosi non hanno trovato alcuna testimonianza archeologica su Mosè, l’esodo o i quattro secoli di schiavitù degli ebrei in Egitto.

Questo non significa che si tratti di una storia del tutto immaginaria. Quanto racconta la Bibbia sulla permanenza degli ebrei in Egitto potrebbe essere il riflesso di una lontana realtà storica.

Non esiste alcuna fonte storica o archeologica che confermi l’esistenza di un esodo di ebrei dall’Egitto a Canaan, come lo descrive la Bibbia.

Le diverse ipotesi sulla datazione

La datazione dell’esodo è oggetto di discussione. Una cronologia biblica colloca l’Esodo nel 1513 a.E.V., mentre altri studiosi collocano questi avvenimenti nel XIV o nel XIII secolo a.E.V.

Anche fra gli egittologi ci sono differenze di secoli nella datazione delle dinastie egiziane, per cui le loro date non si possono utilizzare per nessun periodo specifico.

Per questa ragione è impossibile identificare con certezza il faraone dell’Esodo: per alcuni sarebbe Tutmosi III, per altri Amenofi II, Ramses II, e via dicendo, ma ciascuna identificazione è molto incerta.

Una teoria alternativa è portata avanti dal noto egittologo David Rohl. Egli, adoperando la new cronology, sostiene che il motivo per cui gli eventi narrati dalla Bibbia non sempre coincidono con gli scavi archeologici è da ricercarsi nella datazione della storia egizia.

Ovviamente le teorie del professor Rhol non sono ancora accreditate dalla comunità scientifica e per certi aspetti sono state anche fortemente criticate.

Il problema dell’assenza di testimonianze egiziane

Un’obiezione mossa al racconto dell’Esodo è che i faraoni egiziani non ne fanno menzione.

La cosa però non deve sorprendere, perché anche in epoche molto meno antiche i re facevano mettere per iscritto le loro vittorie ma non le loro sconfitte, e spesso cercavano di cancellare dalla storia qualsiasi evento poco lusinghiero sul loro conto o su quello del loro paese o contrario all’ideologia che cercavano di inculcare nelle masse.

Nelle iscrizioni egiziane qualsiasi cosa fosse ritenuta imbarazzante o spiacevole veniva omessa o eliminata il più presto possibile.

Manetone, sacerdote egiziano che chiaramente odiava gli ebrei, nel 280 a.E.V. circa scrisse un’opera in greco. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio cita Manetone, il quale avrebbe detto che gli antenati degli ebrei «entrarono in Egitto a miriadi e ne soggiogarono gli abitanti»; dopo di che, sempre secondo Giuseppe Flavio, Manetone «ammette che in seguito essi furono espulsi dal paese, occuparono quella che oggi è la Giudea, fondarono Gerusalemme e costruirono il tempio».

Il numero degli Israeliti nell’esodo

In Esodo 12:37 troviamo la cifra tonda di 600.000 “uomini robusti a piedi”, oltre ai “piccoli”. Secondo l’effettivo censimento fatto circa un anno dopo l’Esodo, riportato in Numeri 1:2, 3, 45, 46, erano 603.550 gli uomini dai 20 anni in su oltre ai leviti.

Il numero complessivo di coloro che uscirono dall’Egitto è stato quindi interpretato in modi differenti. Uno studio recente propone la cifra di 20mila persone, mentre altre letture prendono alla lettera il censimento biblico e ritengono che la popolazione potesse superare i tre milioni considerando uomini, donne e bambini.

Inoltre il numero di persone coinvolte, 600mila maschi, per un totale di circa due milioni, è poco realistico, perché avrebbe superato il popolo di Canaan in un rapporto, come minimo, di venti a uno.

La questione numerica rimane quindi legata alla traduzione, all’interpretazione dei termini biblici e al rapporto tra lettura teologica e ricostruzione storica.

Passi biblici da ricordare

  • Esodo 1:14: «Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù».
  • Esodo 2:23: «Le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio».
  • Esodo 6:5: «Ho anche udito i gemiti dei figli d'Israele».
  • Esodo 6:6: «Vi sottrarrò ai duri lavori [...] vi libererò dalla loro schiavitù».
  • Esodo 13:3: «Siete usciti dall'Egitto, dalla casa di schiavitù».
  • Esodo 20:2: «Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire».
  • Deuteronomio 5:6: «Ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù».
  • Deuteronomio 26:6: «Gli Egiziani ci maltrattarono, ci oppressero».
  • Giosuè 24:17: «È lui che ha fatto uscire noi e i nostri padri».
  • Geremia 30:10: «Salverò la tua discendenza dalla terra di schiavitù».
  • Galati 5:1: «Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi».
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