Parafrasi del poema di Giovanni Santi su Federico da Montefeltro

Il poema di Giovanni Santi, intitolato La vita e le gesta di Federico di Montefeltro, duca d’Urbino, è un’opera in terza rima dedicata alla vita, alle imprese militari, alla formazione e alla figura politica e culturale di Federico da Montefeltro. Il testo celebra il duca come protagonista del Rinascimento marchigiano e presenta la sua esperienza attraverso il rapporto tra guerra, governo, cultura, arte e formazione umanistica.

Giovanni Santi fu pittore, critico d’arte e commediografo, oltre che una figura poliedrica pienamente partecipe dello straordinario clima culturale creato a Urbino nella seconda metà del XV secolo. La sua cultura letteraria e artistico-visiva è testimoniata dal poema dedicato proprio al figlio di Federico di Montefeltro, Guidubaldo.

Il significato del poema

Il poema racconta la vita e le gesta di Federico da Montefeltro, nato a Gubbio il 7 giugno 1422 e destinato a diventare duca di Urbino. La celebrazione poetica non riguarda soltanto il condottiero, ma anche il principe colto, il governante, il mecenate e l’uomo che seppe trasformare Urbino e Gubbio in due centri fondamentali del Rinascimento italiano.

Fu proprio Giovanni Santi, più degli altri colleghi artisti, per la vicinanza al Duca, ad aiutare il suo Signore a dar corpo a quel Rinascimento marchigiano che sarà il laboratorio artistico e culturale di cui Urbino e Gubbio erano i due fulcri e i due luoghi di applicazione.

Il poema deve quindi essere letto come una celebrazione complessiva della personalità di Federico: un uomo d’armi, ma anche un principe attento alle arti, alla letteratura, alla filosofia, alla matematica, all’astronomia, alla musica e alla prospettiva.

La nascita e le origini di Federico

Federico nasce a Gubbio, in territorio perugino, il 7 giugno 1422, frutto, secondo la versione ufficiale, della relazione tra il maturo conte di Montefeltro e Urbino Guidantonio e una giovane non sposata. Per rendere meno incerta l’identità della madre, le furono successivamente attribuite le fattezze di una damigella di corte, Elisabetta degli Accomanducci dei conti di Petreio.

A prescindere dal nome della madre, la versione ufficiale, unica valida per l’interessato, è quella secondo la quale Federico è figlio naturale di Guidantonio. Il conte lo accolse con gioia, perché era angustiato dalla sterilità del proprio matrimonio con Rengarda Malatesta, celebrato nel novembre del 1397.

La nascita del bambino provocò tuttavia tensioni nella corte urbinate. Rengarda Malatesta, moglie legittima di Guidantonio, fu ferita dalla festa con cui la corte accolse la nascita dell’erede maschio. Da questo ambiente sarebbe nata la voce, fatta propria dai Malatesta e usata contro Federico, secondo la quale egli non sarebbe stato figlio di Guidantonio, ma di Bernardino Ubaldini della Carda.

Federico respinse con forza questa versione, considerandola una calunniosa diceria della propaganda malatestiana. Tuttavia, Pierantonio Paltroni, che sarebbe diventato suo segretario e biografo ufficiale, non si azzardò a escluderla completamente.

Paltroni scrisse che, quale che fosse la sua origine e anche se fosse stato figlio di Bernardino e della casa degli Ubaldini, era comunque manifesto che il conte Federico fosse nato da una stirpe illustre. In questo modo, la questione della paternità biologica veniva subordinata alla grandezza della discendenza e al valore personale del futuro duca.

Il riconoscimento e l’infanzia difficile

Dopo la morte di Rengarda Malatesta, avvenuta il 26 settembre 1423, Guidantonio si risposò nel febbraio del 1424, per procura, con Caterina Colonna, nipote di papa Martino V. Quando la nuova sposa giunse a Urbino il 4 marzo, il piccolo Federico era già stato prudentemente allontanato e nascosto nella vicina Badia de Gayfa.

Il suo allontanamento non durò a lungo. Poiché Caterina Colonna non rimaneva incinta, Guidantonio riuscì a convincerla ad accettare la presenza di Federico a corte. La donna, tuttavia, sviluppò una forte avversione verso il bambino, che percepiva come un intruso capace di minacciare la posizione dei futuri figli legittimi.

Il 27 novembre Federico rientrò a corte, mentre Guidantonio avviava a Roma le pratiche per la sua legittimazione. Il 20 dicembre una bolla papale riconobbe Federico come figlio di Guidantonio e di una donna non sposata, autorizzandolo a succedergli, fatti salvi i diritti di eventuali figli legittimi.

La situazione cambiò quando Caterina Colonna rimase incinta. Il 4 luglio 1425 diede alla luce Raffaello Maria, che morì il giorno seguente. Il 18 gennaio 1427 nacque Oddantonio, erede legittimo, seguito negli anni successivi da quattro figlie.

Con la nascita della prole legittima, la posizione di Federico divenne ancora più delicata. Non era più necessario nasconderlo, poiché era stato riconosciuto dalla bolla papale, ma era opportuno collocarlo lontano dalla matrigna e dalla corte urbinate.

La tutela di Giovanna Alidosi

Guidantonio affidò Federico a Giovanna Alidosi, vedova di Bartolomeo Brancaleoni, signora di Sant’Angelo in Vado e Mercatello, nell’alta valle del Metauro. La vedova divenne per Federico una madre amorevole.

Il bambino era stato promesso alla sola figlia di Giovanna, Gentile, unica erede della contea della Massa Trabaria. Martino V autorizzò la dispensa necessaria il 19 settembre 1425, mentre il vescovo di Urbino Giacomo Balardi la rilasciò l’11 ottobre dello stesso anno.

Fidanzato a tre anni, Federico aveva così il proprio destino assicurato almeno per quanto riguardava i possedimenti e i feudi appartenuti a Bartolomeo Brancaleoni. La sua infanzia poté finalmente rasserenarsi grazie alle cure affettuose della futura suocera.

Quando Federico rischiò la vita a causa di un’affezione cutanea al volto, fu anche grazie all’assidua assistenza di Giovanna Alidosi che riuscì a salvarsi. La malattia gli lasciò una verruca che sarebbe diventata, nella tradizione iconografica, un tratto caratteristico e quasi un contrassegno della sua immagine.

Il soggiorno a Venezia

Alla fine di febbraio del 1433 Guidantonio consegnò Federico ad Andrea Dandolo, uomo politico veneziano, perché lo accompagnasse a Venezia. Il giovane vi rimase per quindici mesi come ostaggio della Serenissima.

Venezia era allora garante del complesso accordo sancito a Ferrara con la pace del 26 aprile e sottoscritto anche da Guidantonio il 21 luglio, tra papa Eugenio IV e il duca di Milano Filippo Maria Visconti.

Per Federico, fino ad allora mai uscito dall’ambito circoscritto dei colli marchigiani, il soggiorno veneziano fu un’esperienza decisiva. Nella città lagunare conobbe un ambiente urbano raffinato e partecipò ai divertimenti della compagnia della Calza degli Accesi, formata dai figli della migliore aristocrazia.

Il contatto con Venezia influì sulle successive propensioni architettoniche di Federico. Nel futuro duca si sarebbero sviluppati il miraggio della città ideale e la determinazione a realizzare una città di esemplare splendore, senza dimenticare il fascino urbano sperimentato durante il soggiorno veneziano.

Veduta rinascimentale della città di Venezia

La formazione presso Vittorino da Feltre

Di grande importanza per la formazione di Federico furono anche i due anni trascorsi a Mantova. Guidantonio, amico del marchese Gianfrancesco Gonzaga, ottenne di trasferirvi il figlio.

Federico studiò nella stimolante atmosfera della Casa Gioiosa, dove erano presenti anche i figli del marchese, Carlo e Ludovico. Fu l’allievo prediletto di Vittorino da Feltre, che rimase colpito dall’indole «divina» del giovane e predisse per lui una grandezza militare.

Secondo la testimonianza di Francesco Prendilacqua, condiscepolo di Federico a Mantova e futuro rappresentante gonzaghesco a Urbino, Vittorino avrebbe scritto a Guidantonio: «Philosophum tibi reddere conabor». La frase esprime il progetto educativo del maestro, intenzionato a formare non soltanto un guerriero, ma un uomo colto e moralmente compiuto.

Federico mantenne per tutta la vita una venerazione profonda per Vittorino da Feltre. La lezione del maestro gli fu trasmessa attraverso le lettere e l’esempio umano, secondo una pedagogia fondata sull’unione tra sapere e comportamento.

Quando rientrò nelle Marche, Federico era un giovane più raffinato nei modi e arricchito dagli studi. Non aveva ancora assunto pienamente le ambizioni che lo avrebbero portato a presentarsi come uomo di Stato e uomo di cultura, ma la formazione ricevuta a Mantova costituì una premessa decisiva per il suo futuro.

Il matrimonio con Gentile Brancaleoni

Il consolidamento della posizione di Federico passò anche attraverso il matrimonio con Gentile Brancaleoni, celebrato il 2 dicembre 1437. Federico aveva quindici anni, mentre Gentile era prossima ai ventuno.

La coppia era stata formata secondo calcoli politici e dinastici, ma non risultò male assortita. Federico, amante degli esercizi equestri e dei combattimenti, poteva contare sulla comprensione di una moglie più matura, disposta a rimanere nell’ombra e ad accettare con pazienza il ruolo riservato alle donne delle famiglie principesche.

Gentile doveva attendere i ritorni del marito, spesso lontano per le campagne militari. La sua funzione era legata alla continuità della casata e alla tutela dei possedimenti che Federico aveva acquisito attraverso la famiglia Brancaleoni.

L’ingresso nella vita militare

Il destino militare di Federico iniziò il 9 maggio 1438, quando partì da Urbino per Milano. A Milano lo attendeva il governo della compagnia feltresca, già comandata da Bernardino Ubaldini della Carda, il probabile padre naturale di Federico, morto a Cremona il 24 maggio 1437.

Federico stupì Filippo Maria Visconti recitando una forbita orazione e assunse il comando di ottocento cavalli della compagnia. Militò così al servizio del duca di Milano agli ordini di Niccolò Piccinino.

Federico fu un mercenario al soldo dei Visconti, ma non rimase legato esclusivamente a quel servizio. Coinvolto nei contrasti tra Guidantonio e i Malatesta, conquistò con Baldaccio d’Anghiari il castello di Tavoleto il 24 novembre 1439.

Nel dicembre dello stesso anno fu ferito piuttosto seriamente a Campli e, per ristabilirsi, dovette rimanere a Urbino fino al febbraio del 1440. Il riposo forzato gli consentì di dedicarsi alla vita della corte e alle relazioni con le donne, un aspetto ricordato da Paltroni come una caratteristica della sua giovinezza.

Tra il 1440 e il 1444 Federico promosse una raccolta di rime scritte da alcuni suoi amici, soprattutto da Angelo Galli. In essa le sue avventure amorose venivano ricordate in forma ingentilita e poetica.

Questa attenzione alla propria immagine rivela già un certo compiacimento personale. L’individualismo ancora giovanile di Federico sarebbe maturato nel protagonismo umanisticamente costruito che si manifesta nella cura meticolosa con cui volle affidare la propria immagine ai ritratti.

La guerra contro i Malatesta

Dopo la pace con i Malatesta, conclusa il 26 marzo 1440, iniziò il conflitto più grave tra Milano e Firenze. Federico rimase fedele a Niccolò Piccinino anche dopo la clamorosa sconfitta di quest’ultimo ad Anghiari, il 29 giugno.

In un continuo mutare di alleanze e in uno scontro confuso di interessi, Federico combatté soprattutto contro Sigismondo Pandolfo Malatesta. Mise a sacco Santa Croce, nel territorio di Sassocorvaro, e all’inizio di settembre del 1441 fu sconfitto a Montelocco, dove riportò una lieve ferita.

L’11 ottobre si vendicò con una vigorosa incursione nel territorio riminese. Il 22 ottobre conquistò la rocca di San Leo, considerata fino ad allora imprendibile.

La conquista di San Leo diede al giovane capitano una gloria duratura. Forte del successo ottenuto, Federico si dichiarò pronto ad annientare rapidamente l’avversario e arrivò a minacciare Sigismondo Pandolfo con parole violente: «Tremi el signor Sigismondo. Gl’abbruciaremo fino ad Arimino prima che passi otto di».

Federico non poté però portare a compimento il progetto. Forti pressioni politiche e l’intervento del duca di Milano imposero una soluzione diplomatica. Il 20 novembre Guidantonio e Sigismondo raggiunsero un accordo in base al quale il Malatesta si impegnava a restituire i castelli sottratti.

La morte di Guidantonio e i primi titoli

Il 2 giugno 1442 Violante, figlia legittima di Guidantonio e della sua seconda moglie, sposò a soli dodici anni Domenico Malatesta, signore di Cesena, detto Malatesta Novello e fratello di Sigismondo Pandolfo. Il matrimonio era stato predisposto anche da Federico, con l’aiuto di Piccinino.

Federico agì così per rispettare l’orientamento di Guidantonio, pur sapendo che una pace definitiva con i Malatesta non corrispondeva ai suoi interessi. Egli era consapevole che Sigismondo Pandolfo favoriva Oddantonio, erede legittimo, seguito nella linea successoria da Violante.

Nell’inverno tra il 1442 e il 1443 Federico si trovava con le truppe di Piccinino tra Gualdo e Assisi. Nel febbraio del 1443 accorse al capezzale di Guidantonio, che morì nella notte tra il 19 e il 20 febbraio. Il conte fu sepolto con l’abito di cordigliere nella chiesa urbinate di San Bernardino.

Dopo la morte del padre, Federico tornò ad Assisi e da lì si recò a Siena. Presentato in modo lusinghiero da Piccinino, rese omaggio a papa Eugenio IV, che lo investì della contea di Sant’Angelo in Vado e Mercatello, insieme a una ventina di castelli della Massa Trabaria distribuiti lungo il Metauro.

Federico ottenne così il titolo comitale. Il territorio appartenuto a Bartolomeo Brancaleoni, sul quale egli esercitava i diritti spettanti alla moglie Gentile, passò da appannaggio ereditario della consorte a possesso del nuovo conte.

Il principe, il condottiero e l’uomo di cultura

La figura celebrata da Giovanni Santi non è soltanto quella di un capitano di ventura. Federico viene rappresentato come un principe capace di unire l’azione militare all’amore per le arti e alla costruzione di una corte colta.

La guerra e la cultura, che potrebbero apparire come attività opposte, rientravano invece nello spirito del Quattrocento e nelle sue contraddizioni. Per il principe rinascimentale, la capacità di comandare eserciti poteva convivere con la conoscenza della filosofia, della matematica, della prospettiva, della letteratura e dell’architettura.

Federico fu inoltre pronto ad accogliere le novità tecnologiche nell’arte della guerra e le innovazioni della pittura. Fu un grande estimatore dell’artiglieria, fino a inserire la bombarda tra le proprie imprese araldiche.

Allo stesso tempo seppe apprezzare le novità della pittura a olio. Si servì delle abilità del fiammingo Justus van Gent, meglio noto come Giusto di Gand, e dello spagnolo Pedro Berruguete, formatosi nella cultura pittorica delle Fiandre.

Giusto di Gand dipinse a olio il celebre Ritratto di Federico da Montefeltro e del figlio Guidobaldo. Berruguete realizzò insieme a Giusto numerosi uomini famosi destinati allo studiolo urbinate.

Ritratto di Federico da Montefeltro e Guidobaldo

Federico e la corte di Urbino

La corte di Federico divenne un punto di riferimento per la cultura del Rinascimento italiano. Il duca volle trasformare la propria sede in un luogo in cui la vita politica, l’educazione umanistica, la ricerca scientifica e la produzione artistica potessero svilupparsi insieme.

Gli interessi culturali del duca e della sua corte comprendevano l’astronomia e l’astrologia, la matematica, la musica e lo studio della prospettiva. Piero della Francesca e Francesco di Giorgio Martini furono tra i principali maestri di quest’ultima disciplina.

La corte urbinate divenne anche un ambiente di confronto tra artisti italiani e stranieri. La presenza di Giusto di Gand e Pedro Berruguete dimostra l’apertura di Federico verso le esperienze pittoriche settentrionali e verso la tecnica della pittura a olio.

Tra le opere legate alla cultura artistica del tempo si ricordano la Battaglia di Pidna, attribuita a Verrocchio, e il Martirio di San Sebastiano di Luca Signorelli, ambientato in una serie di scene che ripropongono la vita militare del XV secolo.

Gubbio e Urbino nel progetto di Federico

Gubbio occupò un posto speciale nella vita e nella memoria di Federico. Il futuro duca nacque nel castello di Petroia, un austero edificio fondato nell’XI secolo, e mantenne per la città natale un legame profondo.

La centralità di Gubbio per Federico è espressa nella frase: «Lì è tucto il core nostro e tucta l’anima nostra». Il rapporto con la città non fu soltanto affettivo, ma anche politico e architettonico.

Federico volle fare della propria città natale un luogo dotato della stessa dignità della capitale del suo regno. Il suo Palazzo Ducale eugubino non aveva nulla da invidiare a quello urbinate più famoso, anche se a Gubbio assumeva il ruolo di gioiello rinascimentale inserito in un impianto urbanistico medievale.

Il palazzo progettato da Francesco di Giorgio Martini rappresentava la volontà di trasformare Gubbio in una città degna della corte ducale. Lo stesso desiderio fu pienamente condiviso dal figlio Guidobaldo, anch’egli nato a Gubbio.

Il ruolo di Giovanni Santi

Giovanni Santi partecipò direttamente alla costruzione dell’immagine culturale di Federico. Era erede di un’impresa fondata a Urbino dal padre Sante di Peruzzolo, attiva anche nella preparazione di supporti per la pittura e nella realizzazione di arredi.

Santi fu inoltre artefice di scenografie teatrali e di fastosi apparati per le nozze degli eredi del Vicariato di Urbino e forse di Pesaro. La sua attività si sviluppava quindi in ambiti diversi, collegando pittura, letteratura, teatro, arti decorative e cerimoniale di corte.

La sua bottega pittorica, nel corso dell’ultimo ventennio del Quattrocento, ebbe il monopolio della produzione artistica del ducato e non solo. Intrattenne proficui rapporti di collaborazione con la bottega di Pietro Perugino, rapporti determinanti per la formazione e la carriera del figlio Raffaello.

La vicinanza al duca rese Giovanni Santi un osservatore privilegiato della corte. Egli poté comprendere come Federico intendesse usare l’arte per costruire la memoria del proprio governo e per presentarsi come modello di principe rinascimentale.

Parafrasi complessiva del poema

In forma parafrastica, il poema presenta Federico come un uomo nato in una situazione incerta, ma destinato a imporsi grazie alla nobiltà della stirpe, alla protezione dei suoi signori, alla propria intelligenza e al valore militare.

La sua infanzia è segnata dal problema della nascita illegittima, dalla rivalità con la matrigna e dalla necessità di trovare un luogo sicuro lontano dalla corte. L’affetto di Giovanna Alidosi, il fidanzamento con Gentile Brancaleoni e l’acquisizione dei territori della Massa Trabaria contribuiscono a garantirgli una posizione stabile.

Il soggiorno a Venezia amplia i suoi orizzonti e gli mostra la forza della città, della magnificenza urbana e della vita aristocratica. Gli anni trascorsi a Mantova presso Vittorino da Feltre gli insegnano invece il valore della disciplina, della cultura e della formazione morale.

Da giovane Federico entra nella vita militare, assume il comando di una compagnia di cavalli e si distingue nelle guerre tra Milano, Firenze e i Malatesta. La conquista di San Leo rappresenta uno dei momenti più brillanti della sua carriera iniziale e lo trasforma in un capitano rispettato e temuto.

La morte di Guidantonio apre una nuova fase. Federico ottiene titoli, castelli e territori e rafforza progressivamente il proprio potere. La sua esperienza non si limita però alle armi: egli costruisce una corte capace di attrarre artisti, architetti, studiosi e letterati.

Il poema di Giovanni Santi celebra quindi una figura completa: Federico è guerriero, signore territoriale, uomo politico, mecenate, cultore delle scienze e promotore delle arti. La sua grandezza consiste nella capacità di riunire questi aspetti in un unico progetto di governo e di rappresentazione.

Il poema e Guidobaldo

Il testo di Giovanni Santi è dedicato al figlio di Federico, Guidobaldo. La dedica assume un significato particolare perché Guidobaldo rappresenta la continuità della politica culturale e dinastica del padre.

Il desiderio di Federico di dare a Gubbio la stessa dignità di Urbino fu condiviso dal figlio. In questo modo, il poema non celebra soltanto il passato del duca, ma contribuisce anche alla formazione dell’immagine del suo erede.

La memoria di Federico viene così trasmessa attraverso la parola poetica, la pittura, l’architettura e le istituzioni della corte. La vita del principe diventa un modello destinato a educare il successore e a rafforzare il prestigio della dinastia.

La tradizione del poema

La vita e le gesta di Federico di Montefeltro, duca d’Urbino è un poema in terza rima conservato nel codice Vat. Ottob. lat. 1305. L’opera è stata pubblicata dalla Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1985, in un volume curato da Luigi Michelini Tocci.

ElementoInformazione
TitoloLa vita e le gesta di Federico di Montefeltro, duca d’Urbino
AutoreGiovanni Santi
Forma poeticaPoema in terza rima
CodiceVat. Ottob. lat. 1305
EdizioneBiblioteca Apostolica Vaticana, 1985
Curatore dell’edizioneLuigi Michelini Tocci
Lunghezza313 pagine

Il poema è dunque una testimonianza letteraria della cultura della corte urbinate e della funzione attribuita all’arte nella costruzione della memoria politica. Attraverso la celebrazione di Federico, Giovanni Santi offre anche un’immagine del Rinascimento marchigiano, fondato sul dialogo tra Urbino e Gubbio.

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