Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte.
Nel Messaggio per la Quaresima 2025, intitolato Camminiamo insieme nella speranza e firmato da Papa Francesco il 6 febbraio 2025 a San Giovanni in Laterano, il Pontefice propone tre direzioni per il cammino quaresimale: mettersi in viaggio, camminare insieme e procedere nella speranza della promessa di Dio. La Quaresima diventa così un tempo concreto di conversione personale e comunitaria, di ascolto, accoglienza, fraternità e attenzione verso chi vive situazioni di miseria, violenza, vulnerabilità o marginalità.

L’inizio della Quaresima e il segno delle ceneri
La Quaresima è un periodo dell’anno liturgico che precede la Pasqua e, in un certo senso, consente ai fedeli di prepararsi alle sue celebrazioni. Inizia il mercoledì delle Ceneri e termina con il Giovedì Santo, ed è caratterizzata da digiuno e penitenza, preghiera e carità, in un percorso di purificazione del corpo e dell’anima.
La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava San Paolo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor15,54-55).
È quindi il segno stesso dell’abbassare il capo per ricevere le ceneri sul quale il Papa si sofferma per indicare il senso di questo ritorno. “Finita la Quaresima - dice - ci abbasseremo ancora di più per lavare i piedi dei fratelli”:
La Quaresima è una discesa umile dentro di noi e verso gli altri. È capire che la salvezza non è una scalata per la gloria, ma un abbassamento per amore. È farci piccoli.
La cenere sul capo ci ricorda che siamo polvere e in polvere torneremo, rileva ancora il Papa ricordando che proprio su “questa nostra polvere Dio ha soffiato il suo Spirito di vita”:
Allora non possiamo vivere inseguendo la polvere, andando dietro a cose che oggi ci sono e domani svaniscono. Torniamo allo Spirito, Datore di vita, torniamo al Fuoco che fa risorgere le nostre ceneri, a quel fuoco che ci insegna ad amare, saremo sempre polvere ma come dice l’inno liturgico: “polvere innamorata”.
La Quaresima come viaggio di ritorno a Dio
La Quaresima è un viaggio di ritorno a Dio, un tempo per "verificare le strade che stiamo percorrendo" e riscoprire "il legame fondamentale" con il Padre da cui tutto dipende. Non seguire la polvere di “cose che oggi ci sono e domani svaniscono”, ma orientare il navigatore della nostra vita verso di Lui.
È l’esortazione che il Papa rivolge nell'omelia della Messa del Mercoledì delle Ceneri, all'inizio di questo tempo forte di Quaresima che, ricorda, “non è una raccolta di fioretti, è discernere dove è orientato il cuore”.
Il rischio è che questo cammino venga ostacolato “dai lacci seducenti dei vizi, dalle false sicurezze dei soldi e dell’apparire, dal lamento vittimista che paralizza”. Come fu per il popolo d’Israele quando lasciò l’Egitto.
“È stato più difficile lasciare l’Egitto del cuore del popolo di Dio, quell’Egitto che portavano sempre dentro, che lasciare la terra d’Egitto”, afferma Francesco. La Quaresima è dunque un “esodo dalla schiavitù alla libertà”.
Ma “nessuno può riconciliarsi con Dio con le proprie forze”, è il Signore che ci precede venendoci incontro: l’inizio del ritorno è dunque riconoscersi “bisognosi di misericordia”.
Bisogna, quindi, interrogarsi se il nostro cuore sia “ballerino”, amando “un po’ il Signore e un po’ il mondo” oppure saldo in Dio.
Il Messaggio per la Quaresima 2025
In questa Quaresima, arricchita dalla grazia dell’Anno Giubilare, desidero offrirvi alcune riflessioni su cosa significacamminare insieme nella speranza, e scoprire gli appelli alla conversione che la misericordia di Dio rivolge a tutti noi, come persone e come comunità.
Il motto del Giubileo “Pellegrini di speranza” fa pensare al lungo viaggio del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo: il difficile cammino dalla schiavitù alla libertà, voluto e guidato dal Signore, che ama il suo popolo e sempre gli è fedele.
Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna (cfrGv10,28; 17,3).
Prima chiamata alla conversione: mettersi in cammino
Prima di tutto,camminare. Il motto del Giubileo “Pellegrini di speranza” fa pensare al lungo viaggio del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo: il difficile cammino dalla schiavitù alla libertà, voluto e guidato dal Signore, che ama il suo popolo e sempre gli è fedele.
E non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari.
Qui sorge un primo richiamo alla conversione, perché siamo tutti pellegrini nella vita, ma ognuno può chiedersi: come mi lascio interpellare da questa condizione? Sono veramente in cammino o piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza, oppure adagiato nella mia zona di comodità?
Cerco percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità? Sarebbe un buon esercizio quaresimale confrontarsi con la realtà concreta di qualche migrante o pellegrino e lasciare che ci coinvolga, in modo da scoprire che cosa Dio ci chiede per essere viaggiatori migliori verso la casa del Padre.
Questo è un buon “esame” per il viandante.
Il riferimento all’Esodo
Il Papa richiama il cammino del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo dell’Antico Testamento, e evidenzia come “non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari”.
La Quaresima è un tempo di grazia in cui il deserto torna a essere - come annuncia il profeta Osea - il luogo del primo amore. Dio educa il suo popolo, perché esca dalle sue schiavitù e sperimenti il passaggio dalla morte alla vita.
Come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore. L’esodo dalla schiavitù alla libertà non è un cammino astratto.
Affinché concreta sia anche la nostra Quaresima, il primo passo è voler vedere la realtà. Quando nel roveto ardente il Signore attirò Mosè e gli parlò, subito si rivelò come un Dio che vede e soprattutto ascolta: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze.
Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3,7-8).
La realtà dei migranti e dei pellegrini
Nel suo Messaggio per la Quaresima di quest’anno, Papa Francesco esorta i fedeli a confrontarsi concretamente con coloro che, nelle loro comunità, vivono in situazioni di vulnerabilità, fisica o spirituale.
Il Pontefice incoraggia i cristiani a non dimenticare i loro fratelli ai margini, nel viaggio della vita “verso la stessa meta”, e ad essere “tessitori di unità” in un mondo marcato da tensioni e divisioni.
Infatti Francesco, con un occhio sempre rivolto ai più fragili, incoraggia i cristiani a svolgere “un buon esercizio” in questo tempo di preparazione alla Pasqua, ovvero di lasciarsi interpellare dalla “realtà concreta di qualche migrante o pellegrino” per riflettere se siamo “statici” nella nostra “zona di comodità” o cerchiamo “percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità”.
Anche oggi il grido di tanti fratelli e sorelle oppressi arriva al cielo. Chiediamoci: arriva anche a noi? Ci scuote? Ci commuove?
Nel suo Messaggio per la Quaresima 2025, Papa Francesco invita dunque a trasformare il ricordo biblico dell’Esodo in uno sguardo concreto sulle persone che oggi sono costrette a fuggire dalla povertà, dalla violenza e dalla mancanza di dignità.
Seconda chiamata alla conversione: camminare insieme
In secondo luogo, facciamo questo viaggioinsieme. Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa.
I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi.
Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio (cfrGal3,26-28); significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso.
Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza.

La verifica nella vita quotidiana
In questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni.
Chiediamoci davanti al Signore se siamo in grado di lavorare insieme come vescovi, presbiteri, consacrati e laici, al servizio del Regno di Dio; se abbiamo un atteggiamento di accoglienza, con gesti concreti, verso coloro che si avvicinano a noi e a quanti sono lontani; se facciamo sentire le persone parte della comunità o se le teniamo ai margini.
Questo è un secondo appello: la conversione alla sinodalità.
Il Papa rivolge questo invito in modo particolare ai membri della Chiesa: “Chiediamoci davanti al Signore se siamo in grado di lavorare insieme come vescovi, presbiteri, consacrati e laici, al servizio del Regno di Dio; se abbiamo un atteggiamento di accoglienza, con gesti concreti, verso coloro che si avvicinano a noi e a quanti sono lontani; se facciamo sentire le persone parte della comunità o se le teniamo ai margini”.
Famiglia, ascolto e riconciliazione
Fra due giorni, con le imposizioni delle Ceneri, entreremo nel tempo di Quaresima e come famiglie cristiane possiamo fare in modo che si apra nuovamente un periodo di più intenso fervore in cui, oltre alle intenzioni per il pontefice, potremo aumentare il tempo e la qualità del nostro dialogo con Dio.
I quaranta giorni verso la Pasqua ci invitano a vivere con più intensità la dimensione della liturgia e a farlo non solo come comunità ecclesiali, ma anche in ambito famigliare.
Una proposta potrebbe essere quella di scegliere un giorno della settimana in cui riuscire a partecipare tutti insieme ad una celebrazione eucaristica. Sarebbe un segno semplice ma concreto di unità, un modo per essere grati al Signore della sua Parola e del suo corpo e con la disposizione d’animo di dirsi e condividere questa gratitudine.
Oppure si potrebbe scegliere di vivere insieme il rito della Via Crucis, di solito il venerdì. Sottrarre un poco di tempo alle abituali occupazioni per vivere insieme un momento di preghiera non è qualcosa da sottovalutare perché è la dimostrazione evidente della volontà di camminare insieme sulle orme di Gesù.
Si tratterebbe di un’occasione preziosa per confermarsi reciprocamente nella fede e nella speranza e per essere testimoni nei confronti dei fratelli, edificati dall’unità di famiglie che scelgono di vivere insieme la Messa feriale.
Infine il tempo di Quaresima ci invita ad allenare la nostra capacità di perdonarci l’un l’altro e allora l’auspicio è che in questi giorni si metta in campo una volontà rinnovata di riconciliazione.
Se questo è attuabile attraverso un più frequente accostarsi dei singoli al sacramento, c’è anche da disporre gli animi ad uno spirito di apertura maggiore.
I genitori possono provare a dimostrarsi più capaci di comprendere le ragioni dei figli e questi ultimi potranno, invece, cercare di fidarsi maggiormente dei padri e delle madri e aprirsi maggiormente al dialogo e al confronto, presupposti indispensabili perché fra le generazioni viva un sincero spirito di pace.
La preghiera come fondamento del cammino
Senza preghiera ogni azione perde consistenza, ma il pregare nel suo essere sincera disponibilità a fare la volontà di Dio, spinge a gesti di condivisione.
Risuonano forti le sue parole, stamani, alla Messa con il Rito della benedizione e imposizione delle Ceneri, segnato anch’esso da una pandemia che continua a imperversare nel mondo.
La Quaresima è un periodo di preghiera, di preghiera più intensa, più prolungata, più assidua, più attenta ai bisogni dei fratelli, più dedicata ai santi e alla Madonna per superare le situazioni di povertà e di sofferenza.
Rallentare e sostare, dunque. La dimensione contemplativa della vita, che la Quaresima ci farà così ritrovare, mobiliterà nuove energie.
Alla presenza di Dio diventiamo sorelle e fratelli, sentiamo gli altri con intensità nuova: invece di minacce e di nemici troviamo compagne e compagni di viaggio.
Il ritorno al Padre, a Gesù e allo Spirito Santo
La riflessione di Francesco parte dalle parole del profeta Gioele: "Ritornate a me con tutto il cuore". Per procedere in questo cammino, si ricordano i viaggi di ritorno che la Parola di Dio racconta: quello del figliol prodigo, che indica come a rimetterci in piedi sia “il perdono del Padre”, e il primo passo di ritorno, la Confessione.
Il Papa in proposito raccomanda ai confessori di essere come il padre: “non con la frusta, con l’abbraccio”.
C’è bisogno, poi, di tornare a Gesù come ha fatto il lebbroso risanato che torna a ringraziarlo:
Tutti abbiamo delle malattie spirituali, da soli non possiamo guarirle; tutti abbiamo dei vizi radicati, da soli non possiamo estirparli; tutti abbiamo delle paure che ci paralizzano, da soli non possiamo sconfiggerle.
Abbiamo bisogno di imitare quel lebbroso, che tornò da Gesù e si buttò ai suoi piedi. Ci serve la guarigione di Gesù.
Bisogna, quindi, mettersi davanti a Lui mettendogli davanti le nostre ferite e i peccati.
Ritorniamo a pregare lo Spirito Santo, riscopriamo il fuoco della lode, che brucia le ceneri del lamento e della rassegnazione.
La conversione nasce dall’azione di Dio
Un viaggio di ritorno che però è possibile “solo perché c’è stato il suo viaggio di andata verso di noi”, perché il Signore è sceso dentro alla nostra morte e al nostro peccato.
Il Padre è infatti “Colui che esce di casa per venirci a cercare”; “il Signore che ci guarisce è Colui che si è lasciato ferire in croce; lo Spirito che ci fa cambiare vita è Colui che soffia con forza e dolcezza sulla nostra polvere”.
Bisogna, quindi, lasciarsi riconciliare perché "nessuno può riconciliarsi con Dio con le proprie forze":
La conversione del cuore, con i gesti e le pratiche che la esprimono, è possibile solo se parte dal primato dell’azione di Dio. A farci ritornare a Lui non sono le nostre capacità e i nostri meriti da ostentare, ma la sua grazia da accogliere.
Gesù ce l’ha detto chiaramente nel Vangelo: a renderci giusti non è la giustizia che pratichiamo davanti agli uomini, ma la relazione sincera con il Padre.
La via del ritorno è quindi “la via dell’umiltà”. A salvarci, infatti, è la grazia: la salvezza "è pura gratuità”.
Terza chiamata alla conversione: la speranza
In terzo luogo, compiamo questo cammino insiemenella speranzadi una promessa. Lasperanza che non delude(cfrRm5,5), messaggio centrale del Giubileo, sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale.
Nel suo messaggio, infine, il Papa chiede ai fedeli di compiere questo cammino credendo nella speranza “della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna”, riprendendo il tema giubilare 2025 “Pellegrini di speranza”.
Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!
Ecco la terza chiamata alla conversione: quella della speranza, della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna.
Le domande proposte da Papa Francesco
Dobbiamo chiederci: ho in me la convinzione che Dio perdona i miei peccati? Oppure mi comporto come se potessi salvarmi da solo?
Aspiro alla salvezza e invoco l’aiuto di Dio per accoglierla?
Vivo concretamente la speranza che mi aiuta a leggere gli eventi della storia e mi spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune, facendo in modo che nessuno sia lasciato indietro?
Sorelle e fratelli, grazie all’amore di Dio in Gesù Cristo, siamo custoditi nella speranza che non delude. La speranza è “l’ancora dell’anima”, sicura e salda.
In essa la Chiesa prega affinché «tutti gli uomini siano salvati» (1Tm2,4) e attende di essere nella gloria del cielo unita a Cristo, suo sposo.
La Vergine Maria, Madre della Speranza, interceda per noi e ci accompagni nel cammino quaresimale.
Preghiera, digiuno e carità
La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina.
Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità.
Il digiuno, la preghiera e l’elemosina, come vengono presentati da Gesù nella sua predicazione (cfr Mt 6,1-18), sono le condizioni e l’espressione della nostra conversione.
La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa.
Il digiuno come liberazione
Pratica il digiuno. Dobbiamo stare attenti a non praticare un digiuno solo formale, o uno in cui ci si “soddisfi” comunque, perché ci fa sentire bene- Digiunare ha senso se mette in difficoltà le nostre sicurezze e se porta a benefici per gli altri.
Ci aiuta a coltivare lo stile del buon samaritano, che si piega di fronte al fratello in difficoltà e si prende cura di lui.
Il digiuno vissuto come esperienza di privazione porta quanti lo vivono in semplicità di cuore a riscoprire il dono di Dio e a comprendere la nostra realtà di creature a sua immagine e somiglianza, che in Lui trovano compimento.
Facendo esperienza di una povertà accettata, chi digiuna si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso.
Così inteso e praticato, il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo in quanto, come insegna San Tommaso d’Aquino, l’amore è un movimento che pone l’attenzione sull’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi.
La preghiera più intensa
Durante la Quaresima dobbiamo chiedere al Signore: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”, cioè rendi i nostri cuori come il tuo (Litania del Sacro Cuore di Gesù).
In questo modo riceveremo un cuore fermo e compassionevole, attento e generoso, un cuore aperto, non indifferente e non preda della globalizzazione dell’indifferenza.
Di fronte a tutte le ferite che ci affliggono e appesantiscono i nostri cuori, siamo chiamati a tuffarci nel mare della preghiera, che è il mare dell’amore di Dio, per assaggiare il sapore della sua tenerezza.
La Quaresima è un tempo per credere, ovvero per ricevere Dio nella nostra vita e consentirgli di “prendere dimora” presso di noi.
La carità e l’aiuto ai poveri
Ecco allora che la Quaresima potrebbe anche indurre molte famiglie a scegliere di rinunciare specificamente a qualcosa di materiale ed offrire questo piccolo sacrificio convertendolo in un aiuto pratico per qualche situazione di povertà o marginalità presente in parrocchia.
Sarebbe bello che si instaurasse uno spirito di corresponsabilità forte fra genitori e figli che reciprocamente potrebbero spronarsi a raggiungere un obbiettivo concreto come dono da offrire una volta giunti a Pasqua.
Si potrebbe mettere in casa un salvadanaio capace di raccogliere i soldi corrispondenti alle piccole o grandi rinunce che si è riusciti a fare.
Nell’anonimato, ma nello stesso tempo in una solidarietà reciproca, ciascun membro della famiglia potrebbe contribuire nell’avere a cuore dei fratelli più poveri e così facendo far uscire la famiglia dalla sua routine forse un po’ chiusa su se stessa.
La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno.
La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione.
La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello.
Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità.
L’altro è un dono
La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle.
Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore.
Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita.
Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto.
La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo.
Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore.
Il peccato dell’indifferenza e della chiusura
L’indifferenza nei confronti del prossimo e nei confronti di Dio è una tentazione forte anche per noi cristiani.
Ogni anno, durante la Quaresima, dobbiamo ascoltare una volta di più le parole dei profeti, che gridano alla nostra coscienza e la mettono in difficoltà.
Dio non è indifferente a questo mondo. Ci ama e ci ha mandato suo figlio per la nostra salvezza.
La parabola mostra poi che l’attaccamento alle ricchezze può produrre una forma di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.
Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico. Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.
Quando il potere, il lusso e i soldi diventano idoli, diventano prioritari oltre al bisogno di una giusta distribuzione della ricchezza.
Le nostre coscienze devono essere convertite alla giustizia, all’uguaglianza, alla semplicità e alla condivisione.
Partecipare ai sacramenti e vivere la liturgia
La Quaresima serve ricevere i sacramenti di Cristo. Ogni volta, dobbiamo ascoltare la parola del Signore e ricevere le sue benedizioni.
Dobbiamo dedicarci, in particolar modo, all’Eucarestia. E allora noi diverremo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo.
I Sacramenti, e in particolare l’eucaristia, sono considerati l’origine e la massima espressione di tutta la vita cristiana.
La liturgia del Mercoledì delle Ceneri invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai».
Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell’aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).
La Quaresima come tempo di libertà
La Quaresima è una stagione “potente”, un momento di svolta che può rafforzare il cambiamento e la conversione in ognuno di noi. Può cambiarci in meglio.
Ci aiuta a lasciarci alle spalle le cattive abitudini che ci creano dipendenza dal male.
La Quaresima è un tempo di grazia in cui la sua Parola ci viene nuovamente rivolta: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2).
È tempo di conversione, tempo di libertà. Gesù stesso, come ricordiamo ogni anno la prima domenica di Quaresima, è stato spinto dallo Spirito nel deserto per essere provato nella libertà.
Per quaranta giorni Egli sarà davanti a noi e con noi: è il Figlio incarnato. A differenza del Faraone, Dio non vuole sudditi, ma figli.
Il deserto è lo spazio in cui la nostra libertà può maturare in una personale decisione di non ricadere schiava.
Nella Quaresima troviamo nuovi criteri di giudizio e una comunità con cui inoltrarci su una strada mai percorsa.
Le false sicurezze e gli idoli
Questo comporta una lotta: ce lo raccontano chiaramente il libro dell’Esodo e le tentazioni di Gesù nel deserto.
Più temibili del Faraone sono gli idoli: potremmo considerarli come la sua voce in noi.
Potere tutto, essere riconosciuti da tutti, avere la meglio su tutti: ogni essere umano avverte la seduzione di questa menzogna dentro di sé.
È una vecchia strada. Possiamo attaccarci così al denaro, a certi progetti, idee, obiettivi, alla nostra posizione, a una tradizione, persino ad alcune persone.
Invece di muoverci, ci paralizzeranno. Invece di farci incontrare, ci contrapporranno.
La Quaresima è un ottimo momento per la negazione di sé: dobbiamo capire a cosa è meglio rinunciare, per arricchirci e arricchire gli altri della nostra povertà.
Non dimentichiamoci che la povertà vera fa soffrire. Nessuna negazione di sé è vera se priva di questa dimensione di pena. Non credo a una carità che non costa nulla e che non fa male.
La comunità cristiana e la corresponsabilità
La forma sinodale della Chiesa, che in questi anni stiamo riscoprendo e coltivando, suggerisce che la Quaresima sia anche tempo di decisioni comunitarie, di piccole e grandi scelte controcorrente, capaci di modificare la quotidianità delle persone e la vita di un quartiere: le abitudini negli acquisti, la cura del creato, l’inclusione di chi non è visto o è disprezzato.
Invito ogni comunità cristiana a fare questo: offrire ai propri fedeli momenti in cui ripensare gli stili di vita; darsi il tempo per verificare la propria presenza nel territorio e il contributo a renderlo migliore.
Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio; significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso.
È tempo di agire, e in Quaresima agire è anche fermarsi. Fermarsi in preghiera, per accogliere la Parola di Dio, e fermarsi come il Samaritano, in presenza del fratello ferito.
L’amore di Dio e del prossimo è un unico amore. Non avere altri dèi è fermarsi alla presenza di Dio, presso la carne del prossimo.
Per questo preghiera, elemosina e digiuno non sono tre esercizi indipendenti, ma un unico movimento di apertura, di svuotamento: fuori gli idoli che ci appesantiscono, via gli attaccamenti che ci imprigionano.
La speranza che guida il cammino verso Pasqua
La speranza “sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale”, scrive. “Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!”.
Vivere una Quaresima con speranza vuol dire sentire di essere, in Gesù Cristo, testimoni del tempo nuovo, in cui Dio “fa nuove tutte le cose”.
Significa ricevere la speranza di Cristo che dà la sua vita sulla croce e che Dio risuscita il terzo giorno, «pronti sempre a rispondere a chiunque [ci] domandi ragione della speranza che è in [noi]» (1Pt 3,15).
La fede e la carità tengono per mano questa bambina speranza. Le insegnano a camminare e, nello stesso tempo, lei le tira in avanti.
Il Signore ci chiede di diventare araldi gioiosi del suo messaggio di speranza e compassione.
È eccitante condividere la bellezza di diffondere la buona novella, diffondere il tesoro affidato a noi, consolare gli afflitti e offrire speranza ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che si sono persi nell’oscurità.
L’augurio che possiamo farci è che “camminiamo insieme nella speranza”; sono proprio le parole che il Papa ha scelto come titolo per il suo messaggio quaresimale, dal quale possiamo trarre ancora una volta un invito all’apertura del cuore: “in questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni”.