Per Papa Francesco la confessione individuale è il passaggio dalla miseria alla misericordia e un incontro di salvezza con Dio, che conosce, ama e libera il penitente, permettendogli di ripartire rinfrancato. Nel sacramento la persona riconosce i propri peccati, riceve l’assoluzione attraverso il sacerdote e riscopre di essere preziosa agli occhi di Dio.
La confessione individuale e integra dei peccati con l’assoluzione egualmente individuale costituisce l’unico modo ordinario con cui il fedele, consapevole di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa. Per questo Papa Francesco ha più volte invitato a riscoprire il sacramento della Riconciliazione, combattendo la mentalità secondo cui sarebbe sufficiente una richiesta interiore di perdono a Dio senza passare dal confessionale.
Il significato della confessione individuale secondo Papa Francesco
«La confessione è il passaggio dalla miseria alla misericordia, è la scrittura di Dio sul cuore. Lì leggiamo ogni volta che siamo preziosi agli occhi di Dio, che Egli è Padre e ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi», ha detto il Papa durante la liturgia penitenziale nella basilica di San Pietro.
Il Sacramento è nelle parole del Pontefice, “l’incontro di salvezza” con colui che “ci conosce, ci ama, ci libera” permettendoci di “ripartire rinfrancati”, “lì leggiamo ogni volta che siamo preziosi agli occhi di Dio”. La confessione non è quindi soltanto l’elenco delle colpe, ma l’esperienza concreta dell’amore divino che accoglie, perdona e guarisce.
La confessione non deve essere una “tortura”, ma tutti dovrebbero uscire dal confessionale con la felicità nel cuore, con il volto raggiante di speranza, anche se talvolta - lo sappiamo - bagnato dalle lacrime della conversione e della gioia che ne deriva. Il Sacramento, con tutti gli atti del penitente, non implica che esso diventi un pesante interrogatorio, fastidioso ed invadente.
Al contrario, dev’essere un incontro liberante e ricco di umanità, attraverso il quale poter educare alla misericordia, che non esclude, anzi comprende anche il giusto impegno di riparare, per quanto possibile, il male commesso. Così il fedele si sentirà invitato a confessarsi frequentemente, e imparerà a farlo nel migliore dei modi, con quella delicatezza d’animo che fa tanto bene al cuore - anche al cuore del confessore!

Il peccatore viene prima del peccato
Al centro della riflessione di Papa Francesco c’è l’episodio evangelico di Gesù e dell’adultera narrato da Giovanni. La donna viene condotta davanti a Gesù dagli scribi e dai farisei, che sono pronti a lapidarla secondo la Legge, ma alla fine della folla non rimane più nessuno, nessuna pietra viene scagliata e nessuna condanna viene emessa: rimane solo Gesù dinanzi alla donna.
Gesù «rimane - ha spiegato - perché è rimasto quel che è prezioso ai suoi occhi: quella donna, quella persona. Per Lui prima del peccato viene il peccatore. Io, tu, ciascuno di noi nel cuore di Dio veniamo prima: prima degli sbagli, delle regole, dei giudizi e delle nostre cadute».
Chiediamo la grazia di uno sguardo simile a quello di Gesù, chiediamo di avere “l’inquadratura” cristiana della vita, dove prima del peccato vediamo con amore il peccatore, prima dell’errore l’errante, prima della sua storia la persona. La confessione individuale rende possibile questo passaggio: dalla fissazione sulle proprie colpe alla consapevolezza di essere guardati da Dio con misericordia.
Per Papa Francesco il penitente non deve essere identificato con il suo peccato. La persona viene prima degli errori, delle regole, dei giudizi e delle cadute; il sacramento diventa così il luogo in cui la verità sul male commesso si unisce alla verità, ancora più profonda, dell’amore di Dio.
Gesù scrive nel cuore dell’uomo
Il Papa si è soffermato sull’immagine di Gesù che scrive col dito per terra: non sappiamo cosa abbia scritto ma ricorda il dito di Dio che scrive le tavole della legge. E’ un gesto misterioso - afferma - che richiama la promessa fatta da Dio di scrivere “non più su tavole di pietra la Legge”, ma “sulle tavole di carne dei nostri cuori”.
«Con Gesù, misericordia di Dio incarnata, è giunto il momento di scrivere nel cuore dell’uomo, di dare una speranza certa alla miseria umana». Con Gesù arriva non soltanto una legge esterna, ma la legge dello Spirito, che entra nel cuore e lo libera.
Così avviene per quella donna, che incontra Gesù e riprende a vivere. Solo Dio col suo amore rimuove il peccato dai nostri cuori e ci permette di tornare a vivere, come è successo all’adultera.
Di fronte al male che ammalia, ha aggiunto, «occorre un amore più grande. Senza Dio non si può vincere il male: solo il suo amore risolleva dentro, solo la sua tenerezza riversata nel cuore rende liberi. Se vogliamo la liberazione dal male, va dato spazio al Signore, che perdona e guarisce».
Il perdono ricevuto nel sacramento
Tramite la confessione rinasce in noi la speranza: nel perdono ricevuto col Battesimo nasciamo come cristiani, e ri-nasciamo ogni volta che ci “sentiamo oppressi”, che “non sappiamo più come ricominciare”; “solo attraverso il perdono di Dio accadono cose veramente nuove in noi”.
Il perdono di Dio non è una fotocopia che si riproduce identica a ogni passaggio in confessionale. Ricevere tramite il sacerdote il perdono dei peccati è un’esperienza sempre nuova, originale e inimitabile.
Ci fa passare dall’essere soli con le nostre miserie e i nostri accusatori, come la donna del Vangelo, all’essere risollevati e incoraggiati dal Signore, che ci fa ripartire. La confessione individuale non ripete meccanicamente un gesto già compiuto, ma rende ogni volta attuale l’incontro tra la persona concreta e la misericordia di Dio.
Non esiste alcun peccato che Dio non possa perdonare! Nessuno! Solo ciò che è sottratto alla divina misericordia non può essere perdonato, come chi si sottrae al sole non può essere illuminato né riscaldato.
Il cuore della confessione è l’amore ricevuto
«Accorgersi del perdono di Dio. Sarebbe bello, dopo la confessione, rimanere come quella donna, con lo sguardo fisso su Gesù che ci ha appena liberato: non più sulle nostre miserie, ma sulla sua misericordia».
Guardare il Crocifisso e dire con stupore: “Ecco dove sono andati a finire i miei peccati. Tu li hai presi su di te. Non mi hai puntato il dito, mi hai aperto le braccia e mi hai perdonato ancora”.
È importante fare memoria del perdono di Dio, ricordarne la tenerezza, rigustare la pace e la libertà che abbiamo sperimentato. Perché questo è il cuore della confessione: non i peccati che diciamo ma l’amore divino che riceviamo e di cui abbiamo sempre bisogno.
Dopo la confessione - rimarca Papa Francesco - tutte le nostre miserie confluiscono nella misericordia di Dio, tutti i nostri peccati sono in Lui. Sarebbe bello rimanere in silenzio dopo la confessione, proprio per ricordare tutta questa tenerezza, per “rigustare la pace e la libertà” che abbiamo sperimentato.
Perché confessarsi se si ricade negli stessi peccati
Può venirci ancora un dubbio: “confessarsi non serve, faccio sempre i soliti peccati”. Ma il Signore ci conosce, sa che la lotta interiore è dura, che siamo deboli e inclini a cadere, spesso recidivi nel fare il male.
E ci propone di cominciare a essere recidivi nel bene, nel chiedere misericordia. Sarà lui a risollevarci e a fare di noi creature nuove. Ripartiamo allora dalla confessione, restituiamo a questo sacramento il posto che merita nella vita e nella pastorale!
Tutti cadiamo, e cadiamo spesso. Ma se vogliamo «rialzarci continuamente» non c’è altra strada. La ripetizione della confessione non indica l’inutilità del sacramento, ma la perseveranza di chi torna a chiedere misericordia e accetta di ricominciare.
Perché il sacerdote è necessario
All’udienza generale del 20 novembre 2013 Papa Francesco ha proseguito la sua catechesi sul Credo, in particolare sulla formula «Confesso un solo Battesimo per il perdono dei peccati». Il Papa insiste su questo passaggio del Credo, perché corrisponde a quella che ha da tempo individuato come una priorità del suo pontificato: l’appello a tornare al sacramento della confessione.
Il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo. Lo afferma Gesù risorto, nella prima apparizione agli apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
La possibilità di perdonare che Gesù trasmette agli apostoli è parte dei «doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione». E Gesù anzitutto «dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente».
Infatti, prima di fare il gesto di soffiare - che indica il dono dello Spirito - Gesù fa vedere agli apostoli le sue piaghe: «queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù».
Per questo Gesù, anche nel suo corpo glorioso dopo la resurrezione, conserva le piaghe. «Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati».
Il potere delle chiavi e il ministero della Chiesa
Il potere di perdonare i peccati, che viene dalla passione e morte di Gesù e dallo Spirito Santo, Gesù non lo dà a tutti. Lo dà agli apostoli, come «potere delle chiavi».
«È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere». Lo dà alla Chiesa. «La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono».
Attenzione: certo, è Dio che perdona, «ma Lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità». La misericordia di Dio mi raggiunge «attraverso il ministero apostolico».
«La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia». Anche se volesse, non potrebbe cambiare il modo di offrire il perdono di Dio, che passa attraverso la confessione per volere dello stesso Dio e per precisa disposizione di Gesù Cristo.
Oggi «tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa».
Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale. Il perdono ricevuto nella confessione individuale riconcilia il penitente con Dio e con la Chiesa attraverso il ministero del sacerdote.
Il sacerdote come strumento del perdono
Quando parliamo della funzione del sacerdote non dobbiamo mai dimenticare questo aspetto: «il sacerdote strumento per il perdono dei peccati. Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote».
Naturalmente, anche il sacerdote «ha bisogno di misericordia», e dal reiterato appello di Papa Francesco alla confessione frequente i sacerdoti non sono esclusi. «Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori».
«Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore. E il confessore sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono».
La confessione del Papa mostra che il sacramento non è riservato a una particolare categoria di fedeli: chiunque abbia bisogno della misericordia di Dio è chiamato a ricorrere al ministero della Chiesa.
Le qualità del confessore
Perché un sacerdote sia un buon confessore, è necessario «che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono».
Il Papa ha parlato dei sacerdoti confessori capaci di attirare le persone, anche le più ritrose al Sacramento della Riconciliazione. Tenerezza, compassione, ascolto e perdono sono le “parole chiave” più volte riproposte per descrivere i confessori.
«Bravi quei confessori che non sono con la frusta in mano, ma soltanto per ricevere, ascoltare, e dire che Dio è buono e che Dio perdona sempre, che Dio non si stanca di perdonare».
Diversamente, meglio astenersi. «Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio».
Misericordia non significa permissivismo
Tante volte si confonde la misericordia con l’essere confessore “di manica larga”. Ma pensate questo: né un confessore di manica larga, né un confessore rigido è misericordioso. Nessuno dei due.
Il primo, perché dice: “Vai avanti, questo non è peccato, vai, vai!”. L’altro, perché dice: “No, la legge dice…”. Ma nessuno dei due tratta il penitente come fratello, lo prende per mano e lo accompagna nel suo percorso di conversione!
Invece, il misericordioso lo ascolta, lo perdona, ma se ne fa carico e lo accompagna, perché la conversione sì, incomincia - forse - oggi, ma deve continuare con la perseveranza. Lo prende su di sé, come il Buon Pastore che va a cercare la pecora smarrita e la prende su di sé.
Misericordia significa prendersi carico del fratello o della sorella e aiutarli a camminare. Non dire “ah, no, vai, vai!”, o la rigidità.
Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione.
Il penitente come “terra sacra”
Quando si ascoltano le confessioni sacramentali dei fedeli, occorre tenere sempre lo sguardo interiore rivolto al Cielo, al soprannaturale. Dobbiamo anzitutto ravvivare in noi la consapevolezza che nessuno è posto in tale ministero per proprio merito.
Né per le proprie competenze teologiche o giuridiche, né per il proprio tratto umano o psicologico. Tutti siamo stati costituiti ministri della riconciliazione per pura grazia di Dio, gratuitamente e per amore, anzi, proprio per misericordia.
Siamo ministri della misericordia grazie alla misericordia di Dio; non dobbiamo mai perdere questo sguardo soprannaturale, che ci rende davvero umili, accoglienti e misericordiosi verso ogni fratello e sorella che chiede di confessarsi.
Anche il modo di ascoltare l’accusa dei peccati dev’essere soprannaturale: ascoltare in modo soprannaturale, in modo divino; rispettoso della dignità e delle storia personale di ciascuno, così che possa comprendere che cosa Dio vuole da lui o da lei.
La Chiesa è chiamata ad «iniziare i suoi membri - sacerdoti, religiosi e laici - all’“arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro».
Anche il più grande peccatore che viene davanti a Dio a chiedere perdono è “terra sacra”, e anch’io che devo perdonarlo in nome di Dio posso fare cose più brutte di quelle che ha fatto lui. Ogni fedele penitente che si accosta al confessionale è “terra sacra”, terra sacra da “coltivare” con dedizione, cura e attenzione pastorale.
Papa Francesco penitente e confessore
Il 28 marzo 2014, nella basilica di San Pietro, Francesco si diresse a sorpresa verso un confessionale per chiedere il perdono sacramentale: fu la prima volta che questo accadde in pubblico. L’immagine della veste bianca e della penombra che lo circondava rese visibile il significato del cuore perdonato e rinnovato nella misericordia di Dio.
Nei precedenti sei anni, Papa Francesco aveva sempre preso parte all’iniziativa “24 Ore per il Signore”, in concomitanza con la Quarta domenica di Quaresima, che prevedeva l’apertura straordinaria delle chiese per offrire la possibilità di accedere alle confessioni in un contesto di Adorazione Eucaristica animata.
Il 29 marzo 2019, nella basilica di San Pietro, la liturgia penitenziale presieduta dal Papa ha dato inizio alla “24 Ore per il Signore”: un giorno intero dedicato all’adorazione e al perdono in vista della IV domenica di Quaresima, la domenica della gioia.
Poi il Santo Padre si è recato in uno dei confessionali della navata destra della basilica e dopo aver ricevuto lui stesso l’assoluzione, ha indossato la stola viola e si è messo ad ascoltare 11 fedeli provenienti da quattro nazioni: Italia, Colombia, Vietnam e Polonia.
Francesco è rimasto nel confessionale per circa 55 minuti, prima di tornare alla sua sede, dove ha indossato il piviale viola per le preghiere e la benedizione finale. Altri 80 sacerdoti si sono distribuiti nella basilica per assolvere i penitenti.

La “24 Ore per il Signore” e la centralità della confessione
La confessione è sempre stata il momento centrale dell’iniziativa “24 Ore per il Signore”. In tante Chiese le porte rimangono aperte per “24 ore” all’Adorazione e alla Riconciliazione.
Ed è così che il silenzio avvolge la Basilica, e si apre quello spazio interiore necessario per l’esame di coscienza. Da qui l’inizio del Rito della Riconciliazione, e poi le Confessioni, cuore della celebrazione.
La celebrazione penitenziale in San Pietro è stata anche l’occasione per presentare la confessione come un gesto ecclesiale e personale nello stesso tempo: personale perché coinvolge la coscienza e la libertà del penitente, ecclesiale perché il perdono viene ricevuto attraverso il ministero della Chiesa.
Il Papa ha invitato a valorizzare questo insegnamento della Chiesa, oggi così poco capito, e nello stesso tempo «non dobbiamo stancarci di andare a chiedere perdono». Si può provare vergogna a dire i peccati, ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte.
La confessione durante l’emergenza sanitaria
A causa dell’emergenza legata alla pandemia Covid-19, è stata annullata la celebrazione che Papa Francesco avrebbe dovuto presiedere nella basilica di San Pietro nell’ambito dell’iniziativa “24 ore per il Signore”.
All’udienza generale Papa Francesco ha ricordato che purtroppo “a Roma, in Italia e in altri Paesi questa iniziativa non potrà avere luogo nelle forme consuete a causa dell’emergenza del coronavirus”. “Tuttavia, in tutte le altre parti del mondo, si continuerà con questa bella tradizione”.
Il Papa ha incoraggiato “i fedeli ad accostarsi in maniera sincera alla misericordia di Dio nella confessione e a pregare specialmente per quanti sono nella prova a causa della pandemia”. “Dove non si potrà celebrare 24 ore per il Signore - ha spiegato il Papa - sono certo che si potrà vivere questo momento penitenziale con la preghiera personale”.
Nel comunicare la cancellazione dell’evento, il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione suggerisce però di “conservare il carattere penitenziale di 24 Ore per il Signore, ad esempio meditando e pregando davanti al Crocifisso”.
Come confessarsi in assenza di un sacerdote
Durante la Messa a Santa Marta il Papa ha spiegato come fare la confessione in assenza di sacerdoti: «Io so che tanti di voi, per Pasqua andate a fare la confessione per ritrovarvi con Dio. Ma, tanti mi diranno oggi: “Ma, padre, dove posso trovare un sacerdote, un confessore, perché non si può uscire da casa? E io voglio fare la pace con il Signore, io voglio che Lui mi abbracci, che il mio papà mi abbracci… Come posso fare se non trovo sacerdoti?”»
«Tu fai quello che dice il Catechismo. È molto chiaro: se tu non trovi un sacerdote per confessarti, parla con Dio, è tuo Padre, e digli la verità: “Signore ho combinato questo, questo, questo… Scusami”, e chiedigli perdono con tutto il cuore, con l’Atto di Dolore e promettigli: “Dopo mi confesserò, ma perdonami adesso”. E subito, tornerai alla grazia di Dio».
In momenti di particolare gravità, quando non vi siano assolutamente le condizioni per accostarsi al sacramento della Penitenza nella forma consueta della confessione personale, la Chiesa stessa prevede la possibilità di ricevere il perdono del Signore nella forma del cosiddetto votum sacramenti.
Il votum sacramenti consiste nell’esprimere il sincero desiderio di ricevere il sacramento della Riconciliazione e nel proporsi di celebrarlo successivamente, non appena possibile. Secondo il giudizio del vescovo diocesano, se la situazione impedisce di ricevere l’assoluzione sacramentale nella forma ordinaria, la confessione individuale in questo tempo di emergenza potrebbe essere sostituita da un atto di sincera contrizione.
L’atto può essere espresso magari con una formula di preghiera, come “Confesso a Dio Onnipotente” o l’Atto di dolore, oppure con parole proprie, compiendo se possibile un gesto penitenziale, come il digiuno, la veglia di preghiera o l’elemosina, fino alla futura celebrazione del sacramento nella sua forma consueta.
Perché telefono ed e-mail non sostituiscono la confessione
La confessione sacramentale non può avvenire per telefono o l’email o con altri strumenti di comunicazione per motivi legati alla tutela del sigillo sacramentale. E soprattutto ci vuole la presenza fisica del penitente.
Tramite questi mezzi di comunicazione invece, il sacerdote può eventualmente fornire utili consigli spirituali al fedele, consolarlo o rifrancarne la speranza, ma non impartire l’assoluzione sacramentale.
Quanto alla possibilità di confessarsi “interiormente”, senza l’intervento di un sacerdote, la Chiesa ha sempre ribadito che «la confessione individuale e integra dei peccati con l’assoluzione egualmente individuale costituisce l’unico modo ordinario con cui il fedele, consapevole di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa».
Confessione ed Eucaristia
La Comunione ricevuta senza prima confessarsi, avendo consapevolezza del peccato grave commesso e avendo la possibilità di confessarsi, non è permessa: chi la riceve commette sacrilegio. È quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica e dispone il Codice di Diritto Canonico.
Per chi può, dunque, non è quindi vietato accostarsi al sacramento della Penitenza, con la massima prudenza e le dovute cautele previste dalle disposizioni civili. La confessione resta il modo ordinario per ricevere la riconciliazione con Dio e con la Chiesa quando il fedele è consapevole di un peccato grave.
La Conferenza Episcopale Italiana ha raccomandato, per la confessione, di mantenere una distanza di almeno un metro tra il confessore e il penitente, chiedendo agli eventuali presenti di mantenere le distanze per garantire la riservatezza del colloquio.
Il sacerdote è tenuto, inoltre, a prendere tutte le precauzioni possibili, come quelle di indossare la mascherina e non toccare con le mani il fedele. Sono le stesse precauzioni consigliate, del resto, per amministrare l’Unzione degli Infermi o per la visita ai malati.
La confessione come educazione alla misericordia
Vivere il Sacramento come mezzo per educare alla misericordia significa aiutare i nostri fratelli a fare esperienza di pace e di comprensione, umana e cristiana. In questo modo i sacerdoti fanno crescere la relazione personale con Dio, così che si dilati nei cuori il suo Regno di amore e di pace.
La confessione individuale non riguarda soltanto il rapporto verticale tra la persona e Dio. Chi sperimenta la misericordia divina è spinto a farsi artefice di misericordia tra gli ultimi e i poveri.
Se tu vai a Lui con tutta la tua vita, anche con tanti peccati, invece di rimproverarti fa festa: questo è nostro Padre. Chi sperimenta la misericordia divina, è spinto a farsi artefice di misericordia tra gli ultimi e i poveri.
In questi “fratelli più piccoli” Gesù ci aspetta; riceviamo misericordia e diamo misericordia! Il perdono ricevuto nel confessionale è chiamato a diventare attenzione, solidarietà e compassione nella vita quotidiana.
Il confessore deve lasciarsi educare dal sacramento
«Lasciatevi educare dal Sacramento della Riconciliazione!» è il secondo invito rivolto da Papa Francesco ai confessori. Quante volte ci capita di ascoltare confessioni che ci edificano!
Fratelli e sorelle che vivono un’autentica comunione personale ed ecclesiale con il Signore e un amore sincero per i fratelli. Anime semplici, anime di poveri in spirito, che si abbandonano totalmente al Signore, che si fidano della Chiesa e, perciò, anche del confessore.
Ci è dato anche, spesso, di assistere a veri e propri miracoli di conversione. Persone che da mesi, a volte da anni sono sotto il dominio del peccato e che, come il figliol prodigo, ritornano in sé stesse e decidono di rialzarsi e ritornare alla casa del Padre, per implorarne il perdono.
Ma com’è bello accogliere questi fratelli e sorelle pentiti con l’abbraccio benedicente del Padre misericordioso, che ci ama tanto e fa festa per ogni figlio che ritorna a Lui con tutto il cuore! Quanto possiamo imparare dalla conversione e dal pentimento dei nostri fratelli!
La preghiera del confessore e il discernimento
Essere ministri della misericordia significa riconoscere di esserlo per pura grazia di Dio. E se io non ho fatto questo, non sono caduto in quel brutto peccato o non sono in carcere, è per pura grazia di Dio, soltanto per questo! Non per merito proprio.
Il confessore implora «il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia», ma anche l’umiltà e il discernimento che «permette di distinguere sempre, per non confondere».
Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia.
Quando si accosta a noi un penitente, è importante e consolante riconoscere che abbiamo davanti a noi il primo frutto dell’incontro già avvenuto con l’amore di Dio, che con la sua grazia ha aperto il suo cuore e lo ha reso disponibile alla conversione.
Il nostro cuore sacerdotale dovrebbe percepire il miracolo di una persona che ha incontrato Dio e che ha già sperimentato l’efficacia della sua grazia. Non potrebbe esserci vera riconciliazione, se questa non partisse dalla grazia di un incontro con Dio che precede quello con noi confessori.
La confessione e la speranza cristiana
In questi momenti di emergenza e di paura, i sacerdoti e tutti i fedeli sono invitati a rivolgersi più intensamente al Signore, chiedendo che ci faccia sentire la sua tenera misericordia. La fede ci sostiene sempre.
La fede sostiene la speranza che nei misteriosi disegni della Provvidenza divina, anche dal male, Dio sa trarre un bene più grande. Chi crede non è mai solo.
Vorrei inoltre riprendere l’invito di Papa Francesco, che ha esortato a non interrompere in questi giorni i legami di solidarietà con i fratelli. Nei limiti del possibile; ciascuno superi la tentazione di chiudersi in se stesso, ma sappia guardare alle necessità di chi è nel bisogno e nella sofferenza, per esprimere anche “a livello orizzontale”, potremmo dire, la misericordia di Dio.
Le difficili condizioni di molti di noi in questi giorni sono già un modo di offrire una penitenza al Signore. Penso soprattutto agli ammalati, ai sofferenti, al personale sanitario, a quanti si trovano in difficoltà per la perdita del lavoro.
Ricordo alcune delle pratiche penitenziali suggerite tradizionalmente dalla Chiesa tra cui il digiuno, la preghiera, l’elemosina, il silenzio. Tutti questi gesti e atteggiamenti potranno risultare veramente efficaci solo se praticati per la conversione del cuore e della mente con l’aiuto della grazia di Dio.
La confessione come cammino di conversione
La riconciliazione non è “una nostra iniziativa privata o il frutto del nostro impegno”. È iniziativa del Signore. La confessione individuale è il momento in cui la grazia che precede l’incontro con il confessore diventa parola, ascolto, assoluzione e nuovo inizio.
La conversione incomincia forse oggi, ma deve continuare con la perseveranza. Il confessore non si limita a dichiarare il perdono: accompagna il penitente nel cammino, con rispetto della sua dignità e della sua storia personale.
Il sacerdote misericordioso è vicino e accompagna il processo della conversione. Non è né permissivo né rigido, ma ascolta, perdona e se ne fa carico.
Nel 2016, durante il Giubileo dei ragazzi, Piazza San Pietro divenne un grande confessionale a cielo aperto. Papa Francesco decise anche lui di impartire il sacramento della Riconciliazione e rimase più di un’ora seduto su una sedia vicino al colonnato, come gli altri 150 preti mobilitati per l’evento, confessando una ventina di adolescenti.
Nella vita sempre si cade, perché siamo peccatori, siamo deboli. Ma c’è la mano di Gesù che ci risolleva, che ci rialza. Gesù ci vuole in piedi!
Il rapporto tra confessione, pace e amore
Come possiamo crescere nell’amore? Il segreto è ancora il Signore: Gesù ci dà Sé stesso nella Messa, ci offre il perdono e la pace nella Confessione.
Lì impariamo ad accogliere il suo Amore, a farlo nostro, a rimetterlo in circolo nel mondo. E quando amare sembra pesante, quando è difficile dire di no a quello che è sbagliato, guardate la croce di Gesù, abbracciatela e non lasciate la sua mano, che vi conduce verso l’alto e vi risolleva quando cadete.
La confessione individuale diventa così un passaggio dalla riconciliazione ricevuta alla vita rinnovata: il penitente non rimane chiuso nella colpa, ma viene aiutato a vivere nella pace, nell’amore e nella responsabilità verso gli altri.
Affidiamoci all’intercessione di Maria, Madre della Misericordia e Rifugio dei peccatori. Lei sa come aiutarci, noi peccatori.
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