Il Venerabile Marcello della Vergine del Carmelo, al secolo Boldizsár Marton, fu un sacerdote carmelitano ungherese profondamente segnato dall’amore per Gesù Cristo e dalla presenza della Vergine Maria. Nato a Kiskomárom, oggi Zalakomár, il 9 settembre 1887, morì a Budapest il 29 maggio 1966.
La sua vita attraversò un lungo allontanamento dalla fede, la conversione, l’ingresso nel Carmelo, il ministero sacerdotale, le calunnie, la persecuzione religiosa e gli anni della dittatura comunista. Papa Francesco lo ha dichiarato Venerabile il 9 dicembre 2013.
Dati biografici essenziali
| Nome civile | Boldizsár Marton |
|---|---|
| Nome religioso | Marcello della Vergine del Carmelo |
| Luogo di nascita | Kiskomárom, oggi Zalakomár, Ungheria |
| Data di nascita | 9 settembre 1887 |
| Ingresso nel Carmelo | 1925 |
| Professione religiosa | 15 luglio 1926 |
| Professione solenne | 16 luglio 1929 |
| Ordinazione sacerdotale | 14 giugno 1930 |
| Ministero principale | Maestro dei novizi, predicatore e confessore |
| Luogo di morte | Budapest, Ungheria |
| Data di morte | 29 maggio 1966 |
| Dichiarazione di Venerabilità | 9 dicembre 2013 |
L’infanzia e la prima esperienza della Vergine Maria
Boldizsár Marton nasce a Kiskomárom (oggi Zalakomár) in Ungheria, il 9 settembre 1887. Dal 1897 al 1900 compie gli studi secondari a Keszthely, nel liceo dei Padri Premostratensi, sulla riva del lago Balaton. Dal 1901 al 1905, passa nel Collegio dei gesuiti di Nagyszombat, dove un suo zio sacerdote è anche professore.
È qui che l’8 dicembre 1901, si consacra alla Vergine. Il giovane Boldizsár Marton si innamorò dell’Immacolata quando frequentava ancora il ginnasio, e faceva parte di una congregazione mariana nella chiesa dei gesuiti.
Con il passo della Sapienza 8,2: «Questa ho amato e ho ricercato fin dalla mia giovinezza [. ], mi sono innamorato della sua bellezza», inizia l’autobiografia del padre Marcello, morto nel 1966 in Ungheria, scritta per obbedienza nel suo caro Carmelo ungherese.
Il giovane Boldizsár racconta così il suo “fidanzamento” con l’Immacolata: «Il santuario allora mi sembrò essere il Paradiso: fu come se mi fossi “fidanzato” con qualcuno per l’eternità, ma chi era questo qualcuno? L’Immacolata, il Verbo Eterno, Gesù, la Sapienza, la Bellezza, lo Splendore, l’Ideale: tutto si unificava in me. Così Maria diventò mia Madre! Vale a dire diventò tutto per me: mia Madre, mia Sposa, mia Sorella, perché mi dava Gesù, la Felicità».
Dal 1901 al 1905, padre Marcello ebbe un primo incontro con la Vergine Maria. Infatti un suo parente sacerdote lo portò in ritiro a Nagyszombat dove egli incontrò l’amore di Dio nella eucaristia. In questa egli ebbe la consapevolezza che la Bellezza di Dio si rifletteva nella Madre sua e che il pane eucaristico appagava tutti i suoi desideri.
Fu coinvolto così dal Bell’Amore e infatti affermò «Mi sono lasciato amare, mi sono lasciato guidare. Ero un bambino, un vero bambino. Non mi prefiggevo nessuno scopo, solo mi consegnavo, mi abbandonavo al Bell’Amore».
Da quel fatidico momento, per ben quattro anni, Boldizsár ebbe esperienze mistiche mariane veramente singolari. Dopo la santa Comunione, ogni mattina, si fermava a lungo davanti al tabernacolo e lì si apriva il suo “Paradiso”, in un rapporto di intimità con Maria Santissima e Gesù Bambino che teneva in braccio.
Lui stesso descrive quel periodo meraviglioso nel quale sperimentò come «la grazia divina si spandeva su di me [. ]. Lasciavo che la Regina dei Cieli e il suo Bambino Gesù mi vestissero, mi immergessero nell’acqua viva della grazia che era pura come il cristallo».
Anche la sua vita quotidiana era pervasa da tale presenza e da una crescita nelle virtù che gli riempiva l’anima di pace e di grazia. Questo periodo fu quello più incisivo per la formazione di tutta la sua vita.
Gli studi, l’allontanamento dalla fede e gli anni della guerra
In un periodo di totale smarrimento spirituale che va dal 1905 al 1922, Boldizsár si allontana dalla fede, dalla Chiesa e dai Sacramenti. Proprio a partire dal 1905 studia alla facoltà di lingue e letteratura, dove prende l’indirizzo di lingua ungherese, greca e latina.
Nel 1910 riceve il diploma universitario e va come insegnante in Transilvania dove rimane poco, dato che qualche ese dopo deve partire per Salisburgo perché chiamato a compiere il servizio militare. Nel 1914 viene nominato insegnante nel ginnasio di Zalaegerszeg.
L’ambiente dell’università cambiò tutto questo paradiso in un precipitoso incubo. Il problema principale, però, fu che Boldizsár non lottò controcorrente avvalendosi dell’arma della preghiera.
Le ideologie del primo novecento gli riempivano il cervello ma il vero “sgambetto” che lo fece cadere lo doveva a se stesso: lo studio, la letteratura e l’arte iniziarono a riempire la sua vita a tal punto che l’orgoglio cominciò a soffiare su quelle doti naturali che egli comprendeva di possedere, e che prese a stimare in modo quasi idolatrico.
Perse in fretta la vicinanza della Madonna e anche la fede: Maria Santissima, la Piena di grazia, la Purissima non poteva tollerare tanta superbia, orgoglio e vanità. Una volta professore, il Marton, accecato dal suo successo di conferenziere e scrittore, era diventato l’idolo di se stesso.
Ma la sua sete di bellezza fu fortunatamente incanalata verso l’ammirazione della natura e delle opere d’arte evitando di identificarsi con la mentalità di questo mondo. Divenne così professore di letteratura, di latino e di greco.
Ma per ben sedici anni non frequentò più la chiesa e quindi neanche i sacramenti della confessione e della comunione. Partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale offrendosi volontario al posto di un padre di famiglia.
Scoppiata la guerra, fu chiamato al fronte un suo giovane collega, da poco diventato papà di un bimbo. Il professor Boldizsár si offrì al suo posto, ma, se a spingerlo a tale gesto fu anche la sua bontà d’animo, il motivo prevalente fu l’avventura e la pazza incoscienza di chi “vuole fare nuove esperienze”.
A quel tempo non era più né credente né praticante. “Giullare” dei salotti e intrattenitore degli ambienti più borghesi, si definiva “libero pensatore”.
Nonostante tutto, la “celeste Fidanzata” non si era dimenticata di lui: un suo alunno, all’annuncio di tale pericolosa separazione, regalò al suo amato professore di letteratura una medaglia miracolosa, e, tra le lacrime, lo supplicò di tenerla sempre con sé.
Inizia qui l’avventura del giovane ufficiale Marton e della sua inseparabile medaglia miracolosa. La guerra, per gli ungheresi, fu un massacro e l’esperienza di tale carneficina lo vide sempre in prima linea.
Scrisse anche un romanzo per raccontare tale periodo, in cui visse esperienze paradossali e incredibili, nel quale si era trovato più volte faccia a faccia con la morte certa, ma la medaglia miracolosa lo protesse sempre.
Poi, descrivendo quel periodo terribile in terza persona, scrisse di sé: «Pensava di avere perduto la fede, ma si sbagliava, perché c’era qualcosa in cui credeva, in cui riponeva una fiducia senza limiti: era una medaglia, una semplice piccola medaglia della Madonna».
Tra le tante avventure che possiamo accennare, indimenticabile è quella della nave in fiamme, alla fine della guerra. La nave aveva preso fuoco e ormai le fiamme stavano arrivando alla sala dei motori facendo scoppiare tutto.
I corpi carbonizzati galleggiavano sul mare, era inverno e il mare era in tempesta. La medaglia miracolosa era nella sua tasca, come le altre volte, anche se forse dimenticata.
L’ufficiale Marton riuscì a salvarsi anche da questa avventura di “morte certa”, miracolosamente, all’ultimo momento. Straordinariamente, nello svolgersi degli avvenimenti, «in quel tempo la Vergine Madre vincolava il suo aiuto a quella medaglia!».
La conversione e il ritorno alla vita cristiana
Nel 1922, Boldisár inizia il suo nuovo cammino di conversione che definisce “il cammino del figlio prodigo che ritorna alla casa del padre, sempre accompagnato da Maria”.
Quando ritornò dalla guerra scrisse un romanzo “Su tombe mussulmane” dove tra le altre vicende raccontò l’amore per una ragazza mussulmana di cui si era talmente innamorato da volerla portare con sé.
Ma tale progetto fu tragicamente interrotto dalla morte della ragazza uccisa dai suoi familiari per la colpa che lei aveva avuto per un “infedele”. Sembrava che le delusioni lo travolgessero ma la Madre del Bell’Amore continuò ad essergli fedele.
La Vergine Madre ha dei progetti su tutti i suoi figli. E chi una volta l’ha molto amata, anche solo una volta, sarà salvato da Lei per sempre anche se pareva perduto.
Padre Marcello scoprirà la presenza di Maria nella sua vita convertendosi gradualmente attraverso la delicata pedagogia della Madonna che si manifestò attraverso vari avvenimenti.
Ci fu una grande trasformazione in lui, soprattutto con la lettura di “Storia di un’anima” di S. Teresa del Bambino Gesù. L’infanzia spirituale di cui parlava la piccola Teresa lo coinvolse non poco e poi sentiva che “Qualcuno” lo guidava, lo prendeva per mano e avvertiva di non essere più padrone di se stesso.
Lo colpì una partecipazione alla Passione di Cristo dove, nel vedere Gesù deriso e umiliato, esclamò che la scena non era rimasta solo nella sua memoria ma soprattutto nella sua anima e nel suo cuore.
Successivamente un’attrazione forte a ritirarsi per essere con Dio solo e diceva: «Volevo rimanere in incognito nel silenzio, nel deserto perché Dio potesse parlare al mio cuore».
Il ritiro di Mödling e la vocazione carmelitana
Due anni dopo, il 19 luglio 1924 si reca in Austria a Mödling per partecipare presso i Verbiti ad un lungo corso di esercizi spirituali che dura 40 giorni.
Così accettò una proposta di fare un ritiro nel convento di Modling dove per 40 giorni poté comprendere fino in fondo che solo Dio basta e dove, purificandosi ulteriormente, realizzò che la celeste sapienza della povertà di spirito diventasse la sua stessa vita.
Leggendo i testi e l’autobiografia di Santa Teresa d’Avila, comincia a maturare la vocazione carmelitana. Intanto, durante questi esercizi, in forma esclusivamente privata fa voto di castità, di povertà e di obbedienza, volendo dedicarsi completamente a Dio.
Così ritrovò il Bell’Amore che aveva sperimentato nella sua giovinezza e scoprì che «dobbiamo lasciare che Gesù viva in noi a qualunque prezzo. A costo del nostro Io».
Comprese in questo ritiro che era chiamato a vivere la vita del Bell’Amore sotto il manto della Vergine del Carmelo e all’età di 38 anni lasciò tutto per entrare definitivamente proprio nel Carmelo.
Nell’ottobre dello stesso anno 1924, compie un suo pellegrinaggio a Lourdes, sotto la guida del parroco Don Josef Mindeszenty che in seguito diventerà cardinale e prima d’Ungheria in uno dei momenti più difficili della sua storia.
Nel 1925, superato un nuovo periodo di difficoltà spirituali, entra tra i Padri Carmelitiani dove il 3 luglio inizia il noviziato e il 15 luglio del 1926, compie la sua professione religiosa e prende il nuovo nome di Fra Marcello della Vergine del Carmelo.
Dopo aver compiuto la professione solenne tre anni dopo, il 16 luglio 1929, il 14 giugno 1930, viene finalmente ordinato sacerdote.
Maestro dei novizi e guida spirituale
Lo stesso anno viene nominato Maestro dei novizi, missione che eserciterà fino al 1943 nel convento di Gyor. Dopo la sua ordinazione venne nominato maestro dei novizi e in questo ruolo si espresse meravigliosamente come padre, madre, fratello, direttore spirituale, insegnante nei confronti dei suoi allievi.
Fu prolifico di insegnamenti per la vita spirituale ma fu criticato dai suoi confratelli perché giudicato troppo esagerato, troppo pieno di devozione, soprattutto per quel che riguarda il raccoglimento e la pratica della presenza di Maria.
Ma scoprì anche le esigenze forti del Bell’Amore e la grande difficoltà di identificarsi al modello di Gesù dovendo patire le prove delle incomprensioni e delle calunnie.
Per padre Marcello ci fu una piccola “persecuzione” che fu però un boomerang per i suoi confratelli che rivelarono così un animo insensibile e poco praticante.
Ci fu poi un’altra croce e cioè la diffamazione circa una sua presunta sifilide anche se gli esami prescritti dai superiori erano risultati negativi. Volevano persino privarlo dell’insegnamento ma il Padre Generale lo difese e lo confermò nel suo incarico.
Padre Marcello, in questa circostanza, non si lasciò sfuggire neppure una lamentela e trattava tutti con amore. Di questa vicenda emerse qualcosa solo dal racconto di alcuni testimoni dopo la sua morte e dalla sua autobiografia solo alcuni versi che alludono alle sue sofferenze morali.
Ma attraverso questa durissima prova Padre Marcello provò una delicatissima unione a Cristo e a sua madre.
Predicatore, confessore e autore de “Il Bell’Amore”
Padre Marcello divenne poi famoso in Ungheria sia come predicatore e sia come confessore diventando direttore spirituale di varie autorità ecclesiastiche.
Alla fine di settembre del 1943, Padre Marcello viene trasferito nel convento di via Huba a Budapest, dove viene anche nominato confessore in molti istituti religiosi femminili.
Il suo padre provinciale nel 1950 gli diede un mese di vacanza perché scrivesse la storia della sua vita rispondendo principalmente alla domanda di fondo e cioè quale influsso avesse avuto la Vergine Maria nella sua anima.
Così egli potè meglio riscoprire se stesso volgendo indietro il suo sguardo nella sua giovinezza. Comprese scrivendo il libro “Il Bell’Amore” con quale amore meraviglioso e con quale sollecitudine materna era stato guidato dalla Vergine Maria.
Il libro autobiografico porta il titolo “Il Bell’Amore. Ricordi della mia vita in Maria”. Uno scritto autobiografico del venerabile padre Marcello Marton, Padre Marcello della Vergine del Carmelo, carmelitano ungherese.
Nel suo libro si può notare il suo grande ringraziamento e la sua lode alla Madonna e soprattutto il suo personale Magnificat rivolto all’amore trinitario che ha fatto grandi cose in Maria e per mezzo di Lei anche a padre Marcella.
Egli scrive infatti «Tutto è opera meravigliosa del tuo amore: grandi cose hai fatto per me, mia Regina, mia madre, mia sposa, per te elevo il mio canto ……».
La persecuzione comunista e la dispersione dei religiosi
Gli anni a seguire furono molto difficili, a causa della nuova situazione politica. Con la soppressione degli ordini religiosi, infatti, nel 1950 il convento dei Carmelitani di Budapest viene chiuso ed i religiosi dispersi.
Si preparavano tempi duri per la chiesa perché la dittatura comunista avrebbe chiuso di lì a poco tempo i conventi e i monasteri. Ma padre Marcello confidò nella presenza amorosa di Maria per la quale trovava la fiducia che nulla potrà ostacolare la stesura della sua autobiografia.
La soppressione degli ordini religiosi nel 1950 lo costrinse a lasciare il convento ma la sua speranza era irremovibile e, da qualche testimonianza raccolta, si vedeva che egli mostrava una sicurezza e una certezza del tutto incomprensibile alla maggior parte dei religiosi.
Fece persino un voto d’amore oramai convinto che nulla poteva separarlo dall’amore di Dio. Dal 1950 fino al 1958, Padre Marcello trova rifugio presso una famiglia, dove però, mancandogli la solitudine e l’intimità della sua cella, si sente come in prigione.
Padre Marcello dovette adattarsi a vivere in famiglia condividendo la stanza e dovendo praticare una povertà ancora più stretta di quella del convento. Non poteva predicare né celebrare messa, che però fece nascostamente.
Dopo la terribile repressione dell’insurrezione popolare contro l’oppressione comunista da parte dell’esercito sovietico, Padre Marcello rischia più volte di essere arrestato, recandosi a visitare regolarmente come confessore il Cardinale Mindszenty che si era rifugiato nell’ambasciata degli Stati Uniti, dove rimarrà per 15 anni.
Il 25 giugno 1955, può celebrare il suo XXV anniversario di sacerdozio ad Attyapuszta. L’8 dicembre 1958, Padre Marcello lascia la famiglia che lo ospitava e va a vivere in una piccola stanza presso l’ex monastero di via Huba, dove rimarrà fino alla morte.
In una prima fase visse fuori dal proprio convento a causa della persecuzione religiosa e alloggiò in un piccolo ripostiglio dietro la chiesa carmelitana di Budapest. Egli soffriva di gravi infermità ed era incapace di provvedere a se stesso.
Doveva dipendere ed essere accudito. Ma la cosa che lo faceva più soffrire era soprattutto l’incomprensione dei confratelli che non l’accettavano e non lo stimavano.
La malattia e gli ultimi anni
La salute di Padre Marcello comincia intanto a destabilizzarsi. Nel giugno del 1962, deve subire un’operazione alla prostata, mentre il 16 maggio 1966, nella sacrestia di via Huba, cade malamente e si rompe il collo del femore.
Padre Marcello perse il dono dell’udito che si abbassò notevolmente infliggendogli umiliazioni ancora dai confratelli. Anche se malato non si sentiva inutile, anzi cercava di essere più ricettivo alle notizie esterne, senza concentrarsi verso il suo male.
Assorbiva le novità che arrivavano da Roma. In particolare scriveva nel suo diario i discorsi papali, le intuizioni dei padri conciliari circa la riforma liturgica e la rivalutazione del ruolo dei laici all’interno della Chiesa.
Si sentiva negli ultimi suoi anni sempre più coinvolto con il Bell’Amore. Soprattutto, avvicinandosi il giorno della sua morte, Padre Marcello percepiva sempre più la Presenza della Vergine Maria.
Ricoverato in gravi condizioni all’ospedale, la sera del 27 maggio gli viene somministrato il sacramento degli infermi e la santa comunione. Il 28 maggio viene sottoposto ad una laringotomia per poter aspirare la secrezione accumulata nei polmoni.
Il 16 maggio 1966 Padre Marcello cadde e si ruppe il collo del femore e dopo il ricovero in ospedale, provando sofferenze indicibili, morì il 29 maggio all’alba della domenica di Pentecoste, la festa dell’Amore divino.
I confratelli videro in questa coincidenza un segno inequivocabile che la Santissima Trinità lo aveva finalmente accolto nel suo seno.
La spiritualità mariana di Padre Marcello
Un anno prima della sua morte, Padre Marcello scriveva: «Ave Maria in coelum Asumpta. Offro la mia morte per la gloria del Padre, per la consolazione di Gesù, per il diletto della mia Madre Immacolata».
Scriveva anche che era stata la “piccola via” di Santa Teresa di Gesù Bambino ad insegnargli l’atteggiamento da tenere davanti a Dio-Amore che si dona in Cristo Gesù.
Si tratta di una completa auto donazione del bambino che dà tutto se stesso con fiducia. Ma il modello più compiuto Padre Marcello lo trova in Maria ed è, per mezzo di Lei che l’amore trinitario lo afferra e gli fa sperimentare la stessa vita d’amore.
Nel suo diario afferma «nella mia vita spirituale non poteva esserci alcun posto per il mio “Io”. Esso fu definitivamente annientato perché interamente dato a Dio. Senza di me non potete fare nulla così pure senza la Madre.
Per questo l’Uomo-Dio ci ha lasciato come testamento sulla croce “ecco tua madre”. È dunque possibile essere autodidatti? L’ideale dell’uomo cristiano può essere soltanto questo: solo la Vergine Madre mi educa».
E ancora si può ben constatare come questo scritto steso poco tempo prima di morire, trovava riscontro con quanto padre Marcello provava già nei primi anni della sua vita in cui egli aveva ricevuto in dono gratuitamente la dolce presenza di Maria.
Ecco cosa dice: «Sono nel settanttottesimo anno. Ebbene. Cosa seguirà? Cercavo la felicità in tutto. Non l’ho trovata neanche nell’ideale femminile… non c’era da nessuna parte. Poi l’ho trovata. Essendo ancora molto giovane mi sono innamorato di Lei. Fu un amore celeste. L’ho abbandonata. Ma l’ho cercata fino a quando l’ho ritrovata. Da allora sono molto felice. Chi è il mio amore? L’Immacolata… sono diventato di nuovo bambino… Lei è il segreto della mia felicità».
Quindi egli afferma che da piccolo senza cercarla l’ebbe in dono. Ma questa felicità però non durò e infatti, dopo averla trovato, la perse per poi ritrovarla in età adulta.
È veramente una condizione penosissima ma in tutto questo Padre Marcello vive certamente la rassegnazione e la serenità ma più ancora la felicità, quella del bambino che si sente amato o del giovane sposo che condivide l’amore con la propria amata.
Se si esamina la sua vita alla luce della fede, si può ravvisare che ci si trova di fronte all’incarnazione concreta dello spirito delle beatitudini.
Infatti padre Marcello fu sedotto dalla Bellezza dell’Amore, Cristo, riflessa sulla Vergine Immacolata. Accogliendola nella sua vita anch’egli assorbe via via quelle che sono le caratteristiche del Regno di Dio.
Rinascendo nello Spirito, riscopre quella infanzia spirituale tipica del bambino evangelico.
La “Stella” nella vita di Marcello
Per esprimersi, Padre Marcello ha utilizzato il bel simbolo della Stella, che rappresenta Maria. Il rapporto con questa Stella avrà diversi momenti.
Dall’alba della sua vita fino ai 18 anni, la Stella si accenderà. È un periodo in cui Marcello scoprirà Maria e ne farà un’esperienza intensa.
Poi, come nella vita di tanti giovani, la Stella si oscurerà. La vita universitaria, in cui entrerà in contatto con le correnti filosofiche allora in voga, sarà l’inizio di un periodo di sedici anni di allontanamento.
Poi, la Stella riapparirà, quando Marcello si incrocerà con la Storia di un’anima di Santa Teresina e, attraverso la contemplazione della natura, arriverà a Dio.
Infine, la Stella risplenderà nella vita di Marcello, provocando il suo ingresso nel Carmelo, dopo aver scoperto che questa Stella è la Virgo Carmeli.
La vita di padre Marcello è stata sempre più mariana, fino a vivere una bella esperienza di Maria bambina e un’esperienza di comunione missionaria con tutti gli esseri umani.
Il significato de “Il Bell’Amore”
Il “Bell’Amore” indica nella spiritualità di Padre Marcello l’amore di Dio manifestato in Cristo e riflesso nella Vergine Maria. La sua vocazione consiste nel lasciarsi amare, guidare e trasformare da questo amore.
La presenza di Maria non viene presentata come un elemento secondario della sua vita spirituale, ma come la via attraverso la quale egli impara a consegnarsi a Dio, a rinunciare al proprio io e a vivere l’infanzia spirituale.
Padre Marcello comprese che doveva lasciare che Gesù vivesse in lui a qualunque prezzo e sotto il manto della Vergine del Carmelo. Le prove, le umiliazioni, le malattie e la solitudine diventarono così luoghi di unione a Cristo e a sua Madre.
Il libro “Il Bell’Amore. Ricordi della mia vita in Maria” abbraccia il suo percorso dalla nascita fino al momento del suo ingresso nell’Ordine. La domanda che lo ha guidato nella redazione di queste pagine era: qual è l’influenza della Vergine Maria sulla sua persona nella vita passata?
Oltre al testo autobiografico di Marcello della Vergine del Carmelo in italiano, l’opera è accompagnata da studi di Luigi Borriello e François-Marie Léthel e da una vasta e documentata biografia del Venerabile Padre Marcello della Vergine del Carmelo.
Questo libro è pubblicato in ungherese e in italiano.
La devozione mariana in Ungheria
Il culto della Vergine Maria in Ungheria è una devozione antichissima che risente anche di certi elementi pre-cristiani della cultura popolare.
Per gli ungheresi il titolo specifico della Vergine è Beata Regina, Boldogasszony, oppure Grande Signora, Magna Domina - Nagyasszony, di cui abbiamo dati sin dall’XI secolo.
La Leggenda del vescovo martire San Gerardo riferisce, infatti, che gli ungheresi per rispetto non pronunciavano mai il nome di Maria ma la chiamavano con lo stesso titolo onorifico utilizzato per la regina.
Maria come Patrona degli Ungheresi è stata originariamente venerata con la festa dell’Assunta, il 15 agosto, cui sono legate anche numerose tradizioni popolari.
Santo Stefano dedicò alla Vergine Assunta la grande basilica collegiata che volle costruire nel centro del Regno, ad Alba Regale, Székesfehérvár, dove venne sepolto lui e poi i suoi successori fino alla metà del XVI secolo.
I nuovi re d’Ungheria dovevano essere incoronati in questa stessa basilica. Santo Stefano morì il 15 agosto, nel 1038, festa dell’Assunta.
La sua Leggenda riferisce che prima di morire consacrò il suo regno alla Madonna come regina dell’Ungheria.
La prima poesia di lingua ungherese che conosciamo, della fine del XIII secolo, è proprio un inno alla Madonna, del genere del Planctus Mariae, Ómagyar Mária-siralom.
Durante il periodo travagliato e tragico delle guerre turche, nei secoli XVI-XVII, si rafforzò l’idea di avere come unico rifugio la Madonna, Patrona dell’Ungheria.
Tale devozione non si limitò al sentimento popolare ma trovò espressione anche in ambito statale. Le bandiere e le monete portavano l’effigie della Madonna.
Durante il XVIII secolo rifiorì la devozione mariana di stampo barocco in tutta l’Ungheria, chiamata con l’epiteto Regnum Marianum.
La Patrona d’Ungheria veniva sempre più spesso raffigurata come la Donna vestita di sole, però con la Sacra Corona d’Ungheria sul capo.
Nel 1865 il sinodo diocesano di Strigonia, Esztergom, stabilì una preghiera da recitarsi in onore della Magna Domina Hungarorum nella messa delle feste mariane.
Su richiesta della conferenza episcopale ungherese Leone XIII, nel 1896, Millennio dell’Ungheria, concesse una festa liturgica propria alla Vergine Maria Magna Domina Hungarorum.
Inizialmente celebrata la seconda domenica di ottobre, San Pio X nel 1910 la fissò all’8 ottobre.
San Giovanni Paolo II consacrò la Cappella Magna Domina Hungarorum nelle Grotte Vaticane proprio l’8 ottobre del 1980.
Nella terra ungherese, la Chiesa ha sperimentato questa lotta nel corso della storia, ad esempio col pericolo dei Turchi ottomani, ma l’ha sperimentata in modo particolare durante il nostro secolo.
Come non ricordare le passate e recenti persecuzioni? Attaccata dagli eserciti ottomani, la società del “Regno Mariano” crollò: intere popolazioni vennero decimate, e d’improvviso diventò difficile poter vivere secondo i dettami del Vangelo.
Nell’ultimo quarantennio, poi, una ferrea organizzazione ha imposto alla Nazione una pseudo-cultura atea, volendo farne una forma di vita.
Ma eccoci ora, dopo lunghi anni di sofferenza e di prove dinanzi a Colei che i vostri antenati hanno chiamato “Magna Domina Hungarorum”. A Lei rivolgiamo, come l’angelo a Nazaret, il nostro saluto: “Ti saluto, o Piena di grazia, il Signore è con te”.
La dichiarazione di Venerabilità
La figura di Padre Marcello della Vergine del Carmelo si colloca nella tradizione carmelitana e mariana dell’Ungheria. Soprannominato “Kolbe carmelitano”, il Venerabile Marcello della Vergine del Carmelo è un carmelitano che si distingue nell’ambito del marianismo dell’Ordine dei Carmelitani.
Nato in Ungheria, nel 1887, Padre Marcello descrive parte della sua vita nell’autobiografia “Il Bell’Amore. Ricordi della mia vita in Maria”.
In questo lungo periodo sperimenterà tutti gli eventi storici che hanno martirizzato la Chiesa dell’est europeo e che hanno avuto ripercussioni sulla sua vita.
La sua esistenza fu segnata dal ritorno alla fede, dalla consacrazione religiosa, dalla fedeltà sacerdotale e dalla perseveranza nelle prove. Papa Francesco lo ha dichiarato Venerabile il 9 dicembre 2013.
