Il tema “Gerace pittore Natività” riunisce esperienze artistiche diverse: da una parte Salvatore Campiti, pittore contemporaneo nato a Gerace e autore di tele dedicate soprattutto al suo paese; dall’altra Paolo Geraci, pittore siciliano del Seicento, noto per la copia della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio conservata al Museo Civico Castello Ursino di Catania.
La copia di Paolo Geraci, realizzata tra il 1627 e il 1628, è particolarmente importante perché riproduce in scala 1:1 la Natività di Caravaggio già conservata nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e scomparsa nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969.
Salvatore Campiti, pittore di Gerace
Salvatore Campiti nasce a Gerace a fine anni '50 da genitori artigiani. Fin da piccolo dimostra di avere una passione per l'arte ed infatti dopo le scuole dell'obbligo sceglie l'istituto d'arte di Locri dove finisce gli studi negli anni '70.
Le sue tele, con colori caldi e freddi, vogliono chiaramente evidenziare il suo stato d'animo e raffigurano in particolare l'amato paese (Gerace), dove lo stesso artista sostiene che ogni angolo e ogni pietra vadano immortalati. Autore di numerose mostre, ottiene numerosi consensi da critici d'arte.
Vive e lavora in Via Nazionale a gerace, dove possiede una galleria d'arte.
Accesso e informazioni sulla sede di Gerace
| Informazione | Dato |
|---|---|
| Indirizzo | Via Nazionale 89040 Gerace RC |
| Accessibilità | Non sono presenti barriere architettoniche. |
| Costi | Non sono previsti costi. |
| Orario | Sempre accessibile. |
| Ultimo aggiornamento | 23-02-2026 |
Si accede da Via Nazionale 89040 Gerace RC. Non sono presenti barriere architettoniche.
Via Nazionale, SNC - 89040 GERACE(RC)
Non sono previsti costi. Sempre accessibile.

Paolo Geraci e la Natività copiata da Caravaggio
La Delegazione FAI di Catania, aderendo al progetto nazionale "Puntiamo i riflettori", ha restaurato un importante dipinto seicentesco ospitato al Castello Ursino: la "Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi" di Paolo Geraci, preziosa per essere l’unica copia coeva al mondo della scomparsa opera omonima di Caravaggio.
Il quadro restaurato sarà presentato al pubblico in anteprima assoluta mercoledì 27 Gennaio, alle 17.30, a Castello Ursino, dai rappresentanti della Delegazione catanese del FAI che, sotto la tutela della Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania, si sono attivati per la promozione, la conoscenza, il recupero e la valorizzazione di un Bene appartenente al Patrimonio comune.
La storia delle due opere - Paolo Geraci, pittore siciliano contemporaneo di Michelangelo Merisi, realizzò il dipinto tra il 1627 e il 1628 mantenendo approssimativamente le dimensioni dell’originale. Si tratta di una riproduzione così fedele, da essere stata esposta in autorevoli mostre sull’artista lombardo.
Geraci lavorò su commissione di Orazio Giancardo, in seguito il quadro passò al presidente della Suprema Corte di Palermo Giovan Battista Finocchiaro, il quale nel 1826 lo donò al Comune di Catania.
La commissione del dipinto
Sappiamo da un documento, che qualche anno più tardi, nel novembre del 1627, al pittore palermitano Paolo Geraci, noto per lo più come copista, e della cui attività in realtà si conosce molto poco, furono chiesti due quadri.
La richiesta, venne da Orazio Giancardo, un personaggio che rivestiva un ruolo di una certa importanza nell’amministrazione del Viceregno. Per il costo di 30 onze, Giancardo chiede a Geraci due copie: una, dell’Andata al Calvario di Raffaello, e l’altra, appunto, della Natività.
Orazio Giancardo, chiede che questi quadri vengano realizzati «simili» agli originali. Entrambi, verranno consegnati l’anno successivo, nel giugno 1628.
Ora, la copia del quadro di Raffaello, il cui originale oggi si trova al Prado, non è stata mai rintracciata. Qualcosa di simile sarebbe potuto accadere anche per la copia del Caravaggio, la cui scoperta è relativamente recente.
Il trasferimento a Catania
Nel XIX secolo, la tela di Geraci si trovava ancora a Palermo, ed era di proprietà del catanese Giovanni Battista Finocchiaro, Presidente della Suprema Corte di Giustizia in quella città.
Nel 1826, secondo le volontà testamentarie di Finocchiaro, la sua raccolta di dipinti veniva donata al Comune di Catania, sua città natale. E questo, veniva a costituire il primo grande nucleo collezionistico delle raccolte comunali, da cui avrà poi origine il Museo Civico di Castello Ursino.
Dopo vari movimenti, nel 1954, il quadro di Geraci venne concesso in prestito alla Prefettura di Catania. Ma di questo passaggio, si era persa memoria: nemmeno un verbale di consegna, risultava redatto.
Soltanto trent’anni dopo, nel 1984, il quadro fu riconosciuto, come copia di un originale perduto del Merisi: era ancora nell’ufficio del prefetto, alle spalle della sua scrivania.
Ma ci vollero poi diversi anni ancora, prima che l’opera venisse restituita a Castello Ursino, dove ancora oggi si può ammirare.

La Natività di Caravaggio scomparsa a Palermo
L’opera originale, di dimensioni notevoli (misurava 268x197 cm), fu dipinta da Caravaggio in un periodo non precisato tra il 1600 e il 1609: in essa sono ritratti la Sacra Famiglia assistita da un angelo planante e, in primo piano, San Lorenzo e San Francesco d'Assisi.
Fu uno dei capolavori tardi del maestro lombardo, tristemente noto anche per essere stato trafugato nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo, forse ad opera di balordi.
Finito nelle mani dei capi mafia palermitani - che ne fecero oggetto di ostentazione nelle loro riunioni segrete - il dipinto non è mai più stato ritrovato.
La conosciamo da poche fotografie a colori scattate prima del furto che la sottrasse - mai più restituita - ai palermitani e al mondo la notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, per una sciocca, vile… inutile vanità.
Molti pensano che l’opera sia andata distrutta a causa della grandezza che ne rendeva difficilissima l'adeguata conservazione. Ma è probabile che il destino di questo capolavoro rimarrà uno dei tanti misteri italiani irrisolti, oggi inserito nella lista dell’FBI delle dieci opere d'arte rubate più importanti al mondo, e valutato più o meno trenta milioni di euro.
La tela fa appena in tempo a essere esposta: alla famosa mostra di Longhi nel 1951 e poi al Louvre nel 1965, quando il nome e il genio del maestro lombardo furono rilanciati e posti all’attenzione del mondo.
Una nuova lettura della datazione
Da sempre considerata opera siciliana, coeva del “Seppellimento di santa Lucia”, della “Resurrezione di Lazzaro” e della “Adorazione dei pastori”, sulla base di quanto riportato dai biografi Baglione e Bellori circa un presunto passaggio del Merisi a Palermo, questo straordinario dipinto, comunemente indicato come “Natività con i santi Lorenzo e Francesco”, è invece riferibile indubbiamente al periodo romano del Caravaggio, precisamente all’anno 1600, e quasi certamente da considerare come prima pala d’altare della sua carriera.
E molti sono, come vedremo, gli elementi a sostegno di questa tesi, introdotta già negli anni ’20 del Novecento da Enrico Mauceri.
Caravaggio riceve la commissione per un quadro “cum figuris” dal mercante Fabio Nuti il 5 aprile del 1600, come attesta il contratto di committenza pubblicato per la prima volta da Gian Lodovico Masetti Zannini nel 1971.
Fu Alfred Moir, nel 1982, a collegare per primo la tela palermitana a quel quadro “cum figuris” non meglio specificato, sulla base delle misure della tela pressoché identiche a quelle indicate nel contratto: “altitudinis palmorum duodecim in circa et latitudinis palmorum septem vel octo in circa”.
Rispetto a queste indicazioni il dipinto presenta solo uno scarto di pochi centimetri in larghezza giustificabile anche col fatto che all’epoca della commissione l’altare dell’Oratorio di San Lorenzo era ancora da ultimare.
E d’altra parte le stesse indicazioni contrattuali concedevano un margine di approssimazione, “septem vel octo in circa” per l’appunto.
Il contratto e la commissione per l’Oratorio di San Lorenzo
A sostegno del collegamento tra il contratto Nuti e la “Natività”, concorre il fatto che esso fu stipulato presso un notaio (Giovanni Agostino Tullio) e vi si evince che all’artista era stato richiesto in precedenza uno “sbozzo” dell’opera che fosse conforme al “designum” consegnatogli dalla committenza.
Esattamente la procedura standard per commissioni di opere destinate alla visione pubblica come le pale d’altare. E quello “sbozzo”, come risulta dal contratto, venne “visto” e accettato dal committente (i cultori del Caravaggio che “non disegnava mai né produceva bozzetti”, si rassegnino…).
Fabio Nuti era a quel tempo in relazioni commerciali con la compagnia di San Francesco con sede nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, ed è dunque probabile che egli fece da tramite, ovvero si adoperò per conto della confraternita, per trovare a Roma un valido pittore cui commissionare la pala d’altare richiestagli: un quadro che raffigurasse per l’appunto una “Natività”.
A confermare l’importanza della commissione, Nuti aveva incaricato ben due periti (Rutilio Gaggi e Alessandro Albani) per valutare il prezzo dell’opera, stabilito in 200 scudi, dei quali 60 vennero versati in acconto a Merisi, che si impegnava a restituirli nel caso l’opera non fosse risultata conforme alle richieste o non fosse stata consegnata nei tempi previsti.
A tal proposito Caravaggio chiama l’amico fidato Onorio Longhi a garantire per lui.
L’opera in realtà non sarebbe stata consegnata in tempo per la festa di San Lorenzo in agosto (proprio in quel periodo, peraltro, l’altare dell’Oratorio risultava ancora interessato da lavori), ma nel novembre dello stesso anno, nella residenza del cardinal del Monte, al già citato Alessandro Albani.
La composizione della Natività di Caravaggio
L’artista opera su una grande tela, un taglio di stoffa unico, come gran parte delle sue tele romane (mentre le tele siciliane saranno tutte ricavate da più tagli cuciti insieme, poiché la larghezza standard dei teli disponibili nell’isola non superava i 5 palmi) e immagina una scena calata in un’atmosfera raccolta, come se la manifestazione del Messia fosse per lui un fatto intimo, per pochi “eletti”.
Ma le poche figure che il Caravaggio riunisce intorno al miracolo della Vita, in realtà, sono emblema dell’intero creato che rende omaggio e testimonianza al proprio Creatore fatto “carne” e venuto “ad abitare in mezzo a noi”.
Nella “Natività” abbiamo una visione ravvicinata (effetto “zoom”) delle figure disposte secondo una costruzione a raggruppamento centrale, mentre nelle tele siciliane è chiara una geometria discendente su una diagonale che schiaccia tutti i protagonisti sul fondo della scena.
La luce che scende dall’alto, di taglio, segue la linea del braccio di uno splendido angelo (fig. 2) che fluttua nello spazio buio della stalla di Betlemme e lo riempie di vivida, umanissima sacralità; negando di fatto quella “costante”, tipica nei dipinti siciliani, dello spazio vuoto che sovrasta le figure.
Altro segno concreto che la tela palermitana è lontanissima dallo stile più tardo del Merisi.
L’angelo e il cartiglio
Per concludere: cosa rappresenta il quadro? Appunto la Nascita del Bambino, che giace a terra, con la Madonna dal volto dolce e spossata dal parto, san Giuseppe di spalle che offre allo spettatore la sua nuca ingrigita, un angelo con il cartiglio, con su scritto «Gloria in Eccelsis Deo».
Agitando le gambe tra luce e oscurità questo angelo ragazzino tra non molto si involerà sull’altare della Cappella Contarelli, in posizione speculare, quale fratello concettuale e stilistico di quello che detterà a Matteo la genealogia di Cristo nella pala di San Luigi dei Francesi.
Il cartiglio con cui annuncia al mondo l’avvento del Messia, segue la stessa curvatura dello svolazzo del suo gemello Contarelli.
La possibilità che Caravaggio abbia utilizzato un “cartone” per riprodurre l’angelo nella pala di San Luigi costituisce l’ennesimo elemento a sostegno della tesi che questa “Natività” sia romana e non siciliana.

San Lorenzo
Sotto questo splendido angelo “ambasciatore”, troviamo il titolare dell’Oratorio cui era destinata l’opera: un san Lorenzo molto particolare.
Perfettamente ligio all’iconografia tradizionale indossa una sontuosa dalmatica gialla; si appoggia però sulla graticola del suo martirio in una inconsueta posa dinamica (che ricorda molto quella del ragazzo curvo sulle monete nella “Vocazione” Contarelli), quasi inchinandosi, meditando la meraviglia della “Verità” che si dispiega ai suoi occhi.
E ha un volto singolare, questo san Lorenzo, con una folta capigliatura e un insolito “attualizzante” pizzetto, elementi che hanno fatto pensare a un possibile “ritratto” ma che, nell’economia del dipinto, ne fanno sintesi unica, tipicamente caravaggesca, tra materia e spirito, tra immanenza e trascendenza.
Accanto a lui, san Lorenzo, che riconosciamo in particolare dalla ricca veste gialla, e dalla graticola, strumento su cui fu martirizzato e su cui qui si appoggia.
San Francesco e il personaggio in preghiera
Di fronte a lui due personaggi in uguale atteggiamento di adorazione, osservano la scena. In piedi, alle spalle della Vergine, avvolto in un ampio mantello che nasconde quasi del tutto un saio stranamente integro, senza alcuno strappo o rattoppo, fermato in vita da un cordone, troviamo quello che possiamo certamente indicare come san Francesco.
Un’altra figura “sui generis”. Il santo di Assisi è rappresentato in questa figura a mani giunte, intensa nella sua posa orante ma defilata rispetto al martire con cui condivide il titolo nell’opera.
Per lui nessuna chierica ma un’ampia stempiatura, barba e capelli insolitamente neri quando gli altri san Francesco del Merisi li hanno castani.
E se a un primo esame le mani del santo non sembrano riportare le stimmate - cosa che, unitamente alla posizione arretrata, ha fatto pensare che forse, più che nel santo di Assisi, questo personaggio potesse identificarsi in un più anonimo frate francescano - a ben vedere, invece, sulla mano sinistra, quella più in ombra, è appena percettibile (ma c’è) una piccola macchia rosso scuro al centro del dorso, identificabile per l’appunto con una delle stimmate.
Particolare, questo, benché realizzato più in forma di taglio, visibile a un’osservazione ravvicinata anche nella copia della “Natività” eseguita nel 1627-1628 da Paolo Geraci e conservata oggi presso il Museo Civico “Castello Ursino” a Catania.
Inoltre, le indagini radiografiche sul dipinto palermitano eseguite prima del furto, hanno reso più leggibile sotto il mantello, sul davanti, la presenza del bordo di quella che quasi certamente è una “mozzetta” francescana.
Questi due elementi, nonostante l’iconografia “alternativa” proposta dal Merisi, dovrebbero fugare ogni dubbio che quella figura in preghiera altri non sia che l’Assisiate.
Il pastore
Alla sinistra di Francesco, si affaccia dal margine estremo della tela un altro personaggio i cui elementi caratterizzanti - cappello e bastone, insieme al volto da anziano - lo definiscono verosimilmente come un pastore, giunto alla capanna della “Natività” chiamato dall’annuncio dell’angelo e guidato dal pennello del Caravaggio.
Il maestro ne tratteggia la figura quel tanto che basta (nessuna decurtazione di tela risulta dalle radiografie) e in quella maniera tutta sua, particolare, canuto e stanco, che ce lo fa intuire per ciò che davvero rappresenta: l’umanità più estrema, emarginata, “pura” nella sua manifesta fragilità.
E il Merisi lo pone non a caso accanto a quel saio francescano, simbolo della spiritualità più vera e “operante”: i santi accanto alla gente comune, uniti nella preghiera e nell’adorazione del Messia appena nato.
San Giuseppe
Ed è proprio a quell’umile pastore, portavoce dell’umanità, che si rivolge, presentando il figlio “putativo”, un singolare san Giuseppe.
Che ci aspetteremmo facilmente riconoscibile, anziano e frontale, e che invece il “rivoluzionario”, eterodosso Caravaggio ci pone di spalle e sorprendentemente “giovanile” almeno nella sua muscolatura sotto sforzo ed evidenziata in quella posa plastica.
Una posa che il pittore riprende quasi tale e quale, ancora una volta dalla Cappella Contarelli, precisamente dalla figura seduta in terra nel quadro centrale della volta affrescata dal Cavalier d’Arpino.
Quell’affresco Merisi lo aveva sulla testa mentre faceva i sopralluoghi per ideare le sue tele laterali, e la sua “rapace” memoria visiva lo avrà certamente influenzato nel tratteggiare poi questo insolito san Giuseppe.
Il quale mantiene comunque una certa aderenza all’iconografia tradizionale, nella presenza degli attrezzi da falegname lì ai suoi piedi, nelle vesti di colore giallo e verde, e per la “canizie” dei suoi capelli; insolitamente corti ma adeguatamente “maturi”, presentando perfino una piccola stempiatura.
Un neo-padre “esperto”, ma certamente mai come in questa occasione “emozionato”, che fa “gli onori di casa”…
Il Bambino e la Vergine
Ed eccolo il protagonista di questo avvenimento straordinario: è appena venuto al mondo, circondato da un clima di profondo raccoglimento, quel piccolo Gesù ancora da fasciare, delicatamente adagiato su un umile panno, sopra un mucchietto di paglia.
Una figurina tondeggiante, posata di scorcio, a cui la luce traversa del Caravaggio conferisce il tono della “rivelazione”.
Se ne sta lì, con le gambine piegate e lo sguardo rivolto a Colei che gli ha dato dimora nel suo grembo e adesso lo consegna al mondo mentre gli ricambia gli occhi con la stessa infinita dolcezza, accennando un sorriso.
Delle bestie sullo sfondo a sinistra, vediamo principalmente il bue.
La copia di Paolo Geraci come documento storico e artistico
La copia di Geraci, proprio perché si attiene alle misure del dipinto di Caravaggio - di cui restano pochi scatti a colori, rappresenta una testimonianza estremamente importante.
Tanto da aiutare a decifrare meglio alcuni particolari che, nell’originale, non erano così leggibili. Oppure, erano stati danneggiati nel tempo.
È comunque interessante mettere a confronto le due uniche copie del dipinto di Palermo. Certamente, quella oggi a Catania è di migliore qualità, e rispetta più fedelmente l’originale: è un riproduzione in scala 1:1.
La tela di Castello Ursino, anch’essa non in ottime condizioni fino a poco tempo fa, è stata restaurata di recente.
Il restauro della copia del Geraci assume quindi grande rilevanza.
Nel Museo Civico "Castello Ursino" partecipa alla manifestazione #plateaComune attraverso la pubblicazione di alcuni video didattici, relativi al proprio patrimonio museale.
TORNA IN MOSTRA LA "NATIVITÀ" DI GERACI, UNICA COPIA COEVA DEL CARAVAGGIO
Il soggetto della pala
La copia rappresenta la Nascita del Bambino, che giace a terra, con la Madonna dal volto dolce e spossata dal parto, san Giuseppe di spalle che offre allo spettatore la sua nuca ingrigita, un angelo con il cartiglio, con su scritto «Gloria in Eccelsis Deo».
Accanto a lui, san Lorenzo, che riconosciamo in particolare dalla ricca veste gialla, e dalla graticola, strumento su cui fu martirizzato e su cui qui si appoggia.
Dall’altro lato, con un cappello e il bastone, un pastore. E, a fianco, un personaggio sulla cui identità ancora ci si interroga.
Dovrebbe essere san Francesco, perché appunto nell’oratorio di San Lorenzo dove si trovava il Caravaggio, si riuniva la compagnia di San Francesco.
Ma presenta alcune incongruenze, rispetto alle raffigurazioni del santo di Assisi che faceva Caravaggio.
In questo, vediamo una calvizie, i capelli sono neri anziché castani, sono assenti le stimmate, il saio non presenta strappi né toppe, vi è un mantello… tutto questo, ha fatto pensare che il personaggio, che resta più di tutti sullo sfondo, possa essere un altro pastore.
Per cui, il tema, diverrebbe un’Adorazione dei pastori con san Lorenzo.
Il restauro e la valorizzazione al Castello Ursino
Il quadro restaurato sarà presentato al pubblico in anteprima assoluta mercoledì 27 Gennaio, alle 17.30, a Castello Ursino, dai rappresentanti della Delegazione catanese del FAI che, sotto la tutela della Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania, si sono attivati per la promozione, la conoscenza, il recupero e la valorizzazione di un Bene appartenente al Patrimonio comune.
Alla cerimonia di consegna della tela saranno presenti: il sindaco di Catania Enzo Bianco, l’assessore comunale alla Cultura Orazio Licandro, il vicepresidente nazionale FAI Marco Magnifico e la presidente regionale Giulia Miloro, la soprintendente Fulvia Caffo, e Luisa Paladino responsabile per la Soprintendenza della Collezione Finocchiaro a cui appartiene l’opera del Geraci.
Interverranno inoltre la restauratrice del quadro Giovanna Comes e Alvise Spadaro, uno dei maggiori studiosi di Caravaggio.
Il restauro della copia del Geraci assume quindi grande rilevanza e si aggiunge alle importanti attività di valorizzazione dei beni culturali portate avanti dal FAI di Catania negli ultimi anni.
La copia della Natività è oggi conservata al Museo Civico “Castello Ursino” di Catania, dove ancora oggi si può ammirare.