Benedetto XVI ha spiegato il significato del suo viaggio in Germania sottolineando che «Non è turismo religioso, e meno ancora uno show». Il motto scelto per il viaggio è: «Dove c’è Dio, là c’è il futuro».
Il papa ha chiarito che «dovrebbe trattarsi del fatto che Dio torni nel nostro orizzonte, questo Dio così spesso totalmente assente, del quale però abbiamo tanto bisogno». Per Benedetto XVI, il viaggio rappresentava quindi un’occasione per riscoprire la presenza di Dio, affrontare le difficoltà della Chiesa e favorire il dialogo ecumenico.
Il viaggio in Germania e la riscoperta di Dio
Il papa è atterrato stamane in Germania per un viaggio di quattro giorni tra Berlino, Erfurt, Etzelsbach e Friburgo per un totale di 18 discorsi in agenda e molte sfide da affrontare: come l’assenza di alcuni parlamentari al Bundenstag, cortei, proteste assortite di vario genere e il secolarismo dirompente in Germania con uno dei tassi di non religiosità più alti d’Europa.
Solo il 47 per cento della popolazione afferma di credere in Dio. Il motto scelto è: «Dove c’è Dio, là c’è il futuro».
È un Dio invisibile e non materiale, che non è possibile toccare come qualsiasi oggetto, eppure «dobbiamo di nuovo sviluppare - aggiunge Benedetto XVI - la capacità di percezione di Dio, capacità che esiste in noi».
Attraverso la natura, la grandezza del cosmo, ma anche attraverso la tecnica, la razionalità, la bellezza. Perché il mondo «è costruito in maniera razionale».
Oltre che nella parola di Dio e nella vita dei grandi santi e nelle «persone semplici di cui nessuno parla». «Questi giorni - conclude il papa tedesco - vogliamo impegnarci per tornare a vedere Dio».

Le principali sfide del viaggio
A Erfurt l’appuntamento ecumenico più rilevante, nella città dove studiò Martin Lutero, con rappresentanti della Chiesa evangelica. Unità tra le chiese perseguibile attraverso la diversità, «estirpando alla radice il veleno delle divisioni».
E proprio questi temi - dialogo ecumenico e con altre fedi e ri-evangelizzazione - saranno le maggiori sfide del viaggio del papa in Germania.
Il viaggio si svolse in un contesto segnato dal secolarismo, dalle proteste e dalle discussioni sulla presenza della Chiesa nella società. L’assenza di alcuni parlamentari al Bundenstag e i cortei previsti evidenziavano la complessità dell’accoglienza riservata al pontefice.
Gli abusi sessuali e la crisi della Chiesa
Nel tragitto in aereo non poteva mancare la domanda sugli abusi sessuali da parte di ecclesiastici compiuti sui minori, che hanno portato ad alcuni cattolici ad abbandonare la Chiesa.
«Posso capire che davanti alle informazioni sugli abusi - ha detto il papa-, soprattutto se sono stati compiuti su persone vicine, uno dica "questa non è più la mia Chiesa: la Chiesa era per me forza di umanizzazione e moralizzazione, se i suoi rappresentanti fanno il contrario, non posso più vivere con questa Chiesa".
Ma anche se nella Chiesa ci sono scandali e umanità terribili bisogna rinnovare la consapevolezza della specificità di essere Chiesa, imparare a sopportare questo e lavorare perché mai più si ripeta».
«Distinguiamo -ha proseguito Benedetto XVI - la motivazione specifica di quelli che si sentono scandalizzati da questi crimini che sono stati rivelati negli ultimi tempi dalle altre motivazioni dell’abbandono, che sono molteplici nel contesto della secolarizzazione: penso che di solito queste uscite sono l’ultimo passo in lunga catena allontanamento dalla Chiesa».
La rinuncia al pontificato e la figura del papa emerito
In questi giorni hanno fatto molto rumore due lettere che il papa emerito, Benedetto XVI, ha scritto al cardinale tedesco Walter Brandmüller, ex Presidente del Comitato pontificio per le scienze storiche, per spiegare e difendere le sue dimissioni del 2013, contro le critiche che gli erano state mosse.
Benedetto esprime tutto il suo rammarico soprattutto per il modo con cui Brandmüller aveva criticato pubblicamente questa sua decisione e spiega anche le ragioni per cui ha scelto di chiamarsi “papa emerito”.
La prima delle due lettere è una risposta ad un commento del card. Brandmüller pubblicato il 28 ottobre 2017 in una lunga intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung FAZ).
Nella seconda, Benedetto dice di capire la sofferenza suscitata nel cardinale e in molti altri dalle sue dimissioni, ma si rammarica che questo fatto si sia trasformato in indignazione.
Brandmüller è uno dei quattro cardinali che nel settembre 2016 aveva espresso una serie critica di domande a papa Francesco - i cosiddetti “dubia” - chiedendogli una chiarificazione circa il suo insegnamento sulla famiglia.
Copie delle due lettere di Benedetto, scritte rispettivamente il 9 e il 23 novembre 2017, sono state pubblicate sul giornale tedesco Bild, il 20 settembre scorso e sono state riprese in sintesi anche dal New York Times nel medesimo giorno.
La prima lettera a Walter Brandmüller
Nell’intervista che lei recentemente ha rilasciato al FAZ, afferma che io con la “costruzione” del papa emerito avrei creato una figura che non esiste in tutta la storia della Chiesa.
Lei sa naturalmente molto bene che - anche se molto raramente - alcuni papi si sono ritirati. Che cosa sono stati dopo? Papa emerito? O cos’altro?
Come lei sa, Pio XII, nel caso di un arresto da parte dei nazisti ha depositato una dichiarazione secondo cui, dal momento dell’arresto, non sarebbe più stato papa, ma di nuovo cardinale.
Se questo ritorno al cardinalato sarebbe stato effettivamente possibile, non lo sappiamo. Nel mio caso, non sarebbe stato certamente significativo affermare semplicemente un ritorno al cardinalato.
Sarei poi stato continuamente così esposto all’opinione pubblica, come lo è un cardinale, anzi di più, perché avrebbero visto in lui l’ex papa. Ciò, volere o no, avrebbe potuto avere delle conseguenze difficili nel contesto attuale.
Ho cercato con la figura del “papa emerito” di creare una situazione in cui diventare assolutamente inaccessibile e in cui sia chiaro che c’è un solo un papa.
Se lei conosce una via migliore e crede di poter condannare quella da me scelta, la prego, me lo dica.
La saluto nel Signore suo Benedetto
La seconda lettera a Walter Brandmüller
Eminenza, dalla sua cordiale lettera del 15 novembre posso dedurre che lei in futuro non vorrà più esprimersi pubblicamente sulla questione del mio ritiro, e per questo la ringrazio.
Posso capire bene il profondo dolore che ha provocato in lei e in molti altri la fine del mio pontificato. Ma il dolore è diventato in molti - e mi sembra anche in lei - un’indignazione, che ora non riguarda più semplicemente il mio ritiro, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme.
In tal modo viene svalutato un’intero pontificato e reso un tutt’uno con il dolore per la situazione della Chiesa di oggi.
Dall’unione di questi elementi deriva, poco alla volta, un nuovo genere di divulgazione di cui potrebbe essere tipico il libretto scritto da Fabrizio Grasso La rinuncia (Algra Editore, Viagrande, Catania 2017).
Tutto ciò mi riempie di preoccupazione e proprio per questo la finale della sua intervista al FAZ mi ha turbato profondante perché, in effetti, favorisce questo stesso stato d’animo.
Preghiamo piuttosto, come lei ha fatto al termine della sua lettera, che il Signore venga in aiuto alla sua Chiesa, Con la mia apostolica benedizione, suo Benedetto.
«Non ci sono due Papi. Il Papa è uno solo»
«Non ci sono due Papi. Il Papa è uno solo…». Joseph Ratzinger lo dice con un filo di voce, sforzandosi di scandire bene ogni parola.
È seduto su una delle due poltrone di pelle chiara che insieme con un divano arredano il salone al primo piano del monastero di clausura Mater Ecclesiae: il luogo dove si è ritirato, lontano da tutto, nel marzo del 2013.
«Questa è la Sala Guardini. Si chiama così perché raccoglie tra l’altro l’opera omnia del teologo italo-tedesco Romano Guardini. È lì, alle vostre spalle», spiega monsignor Georg Gaenswein, suo segretario personale e Prefetto della Casa pontificia, indicando la libreria che fodera le pareti.
Incontrare Benedetto è raro, soprattutto negli ultimi tempi. E ancora più inusuale è il fatto che accetti di affrontare uno degli argomenti più traumatici per la vita della Chiesa cattolica negli ultimi secoli.
La sua precisazione sull’unicità del Papato è scontata per lui ma non per alcuni settori del cattolicesimo conservatore più irriducibile nell’ostilità a Francesco.
Per questo, ribadisce che «il Papa è uno solo» battendo debolmente il palmo della mano sul bracciolo: come se volesse dare alle parole la forza di un’affermazione definitiva.

La decisione del 2013
È significativo: consegna il messaggio al Corriere proprio alla vigilia del 28 febbraio, lo stesso giorno di otto anni fa in cui divenne effettiva la sua rinuncia al Papato, annunciata l’11 febbraio.
A distanza di tanto tempo, il disorientamento, lo stupore, le maldicenze che hanno accompagnato quel gesto epocale ristagnano ancora. E Benedetto sembra volerli esorcizzare.
Chiediamo se in questi anni abbia ripensato spesso a quel giorno. Annuisce.
«È stata una decisione difficile. Ma l’ho presa in piena coscienza, e credo di avere fatto bene.
Alcuni miei amici un po’ “fanatici” sono ancora arrabbiati, non hanno voluto accettare la mia scelta.
Penso alle teorie cospirative che l’hanno seguita: chi ha detto che è stato per colpa dello scandalo di Vatileaks, chi di un complotto della lobby gay, chi del caso del teologo conservatore lefebvriano Richard Williamson.
Non vogliono credere a una scelta compiuta consapevolmente. Ma la mia coscienza è a posto».
La vita nel monastero Mater Ecclesiae
Le frasi escono col contagocce, la voce è un soffio, va e viene. E monsignor Gaenswein in alcuni rari passaggi ripete e «traduce», mentre Benedetto annuisce in segno di approvazione.
La mente rimane lucida, rapida come gli occhi, attenti e vivaci. I capelli bianchi sono leggermente lunghi, sotto lo zucchetto papale candido come la veste.
Dalle maniche spuntano due polsi magrissimi che sottolineano un’immagine di grande fragilità fisica. Ratzinger porta un orologio al polso sinistro e al destro uno strano aggeggio che sembra un altro orologio ma in realtà è un allarme pronto a scattare se gli accade qualcosa.
Quello che lui stesso ha definito nel febbraio del 2018, in una lettera al Corriere, «quest’ultimo periodo della mia vita», scorre tranquillo, nell’eremo tra i tornanti dei Giardini vaticani affiancati da alberi, cascate e altari, da cui si domina Roma.
Fino al 2 febbraio, nel salone dove ci riceve c’erano un presepe e un albero di Natale, incorniciati tra la biblioteca, le icone appese alle pareti insieme ad altre immagini sacre: una stanza sobria, non grande, accogliente.
I ritmi sono abitudinari. Ogni giorno si leggono i giornali selezionati in precedenza dagli uffici vaticani.
In più gli arrivano in edizione cartacea l’Osservatore romano, il Corriere della Sera e due quotidiani tedeschi.
A tavola, con le Memores si discute spesso anche di politica. E adesso il Papa emerito chiede incuriosito di Mario Draghi.
«Speriamo che riesca a risolvere la crisi», dice. «È un uomo molto stimato anche in Germania».
Accenna a Sergio Mattarella, sebbene ammetta di conoscere il capo dello Stato meno del predecessore, Giorgio Napolitano.
«Come sta?», si informa.
Benedetto XVI, papa Francesco e la Chiesa
E il discorso scivola sull’epidemia del Covid 19. Ratzinger si è già vaccinato, ha ricevuto la prima dose e poi gli è stata somministrata la seconda, come a monsignor Gaenswein e a gran parte degli abitanti della Città del Vaticano.
Il virus fa paura, e Benedetto accenna alla drammatica esperienza vissuta dal presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, guarito dopo una lunga battaglia.
«L’ho appena rivisto e mi ha detto che ora sta molto meglio. L’ ho trovato bene».
E quando si chiede al Papa emerito della prossima visita di Francesco in Iraq, l’espressione diventa seria, preoccupata.
«Credo che sia un viaggio molto importante», osserva. «Purtroppo cade in un momento molto difficile che lo rende anche un viaggio pericoloso: per ragioni di sicurezza e per il Covid. E poi c’è la situazione irachena instabile. Accompagnerò Francesco con la mia preghiera».
Alcuni uomini della Gendarmeria vaticana e delle guardie svizzere sono già lì per organizzare tutte le possibili misure di protezione intorno a papa Francesco.
Sono presenti da settimane anche agenti dell’intelligence italiana, ma non è chiaro con chi stiano collaborando. Su questo, dal monastero dove vive Ratzinger non arrivano commenti.
Viene spontaneo pensare agli Stati uniti, e osservare che ora, con Joe Biden alla Casa Bianca al posto di Donald Trump, i rapporti col Vaticano sono destinati a migliorare.
Su Biden, il secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy, Ratzinger esprime qualche riserva sul piano religioso.
«È vero, è cattolico e osservante. E personalmente è contro l’aborto», osserva. «Ma come presidente, tende a presentarsi in continuità con la linea del Partito democratico. E sulla politica gender non abbiamo ancora capito bene quale sia la sua posizione», sussurra, dando voce alla diffidenza e all’ostilità di buona parte dell’episcopato Usa verso Biden e il suo partito, considerati troppo liberal.
Il significato simbolico delle due figure papali
Sono passati quarantacinque minuti, fuori comincia a fare buio: lontanissime, anche se in realtà sono a meno di un chilometro, si scorgono le luci di Roma.
Benedetto consegna come ricordo del colloquio una medaglia commemorativa e un segnalibro con la sua foto benedicente: entrambe di quando era Papa.
E di nuovo affiora il paradosso non solo suo ma di una Chiesa immersa senza volerlo nell’intreccio inestricabile di due identità papali.
Ratzinger saluta, rimanendo seduto, con un accenno di sorriso, e ringrazia indicando le due vignette di Giannelli posate sul tavolino.
In una, Benedetto abbraccia simbolicamente una piazza San Pietro gremita di folla: un ricordo nostalgico non solo del suo pontificato ma del mondo prima del Covid 19.
Ed è un’immagine che stride con quella potente, drammatica di Francesco che il 27 marzo del 2020 parla dal sagrato della stessa piazza, desertificata dal coronavirus e spettrale.
Nell’altra vignetta, a colori, il Papa emerito consegna a un Francesco dall’espressione corrucciata le chiavi della Chiesa, aggiungendo: «Mi raccomando…».
Come sempre quando si tratta di Vaticano, realtà e simbolismo sono legati in modo indissolubile.
E gli enigmi del Papa emerito tedesco e del Pontefice argentino sembrano fatti apposta per alimentare le leggende sul potere ecclesiastico e i suoi misteri.
Uscendo dal monastero, scortati in auto da una guardia svizzera in borghese con l’auricolare, viene da pensare che quando Ratzinger ribadisce con un velo di voce «il Papa è uno», certamente si rivolge ai «fanatici» che non si rassegnano.
Parla, per rassicurarli, ai seguaci di Francesco che temono l’ombra intellettuale di questo teologo vecchio e infragilito dall’età.
Ma forse, dopo otto anni, con la sua voce interiore, il Papa emerito lo sussurra inconsciamente anche a se stesso.
Il libro-intervista con Peter Seewald
S’intitola Benedetto XVI. Ultime conversazioni il nuovo libro intervista del Papa emerito con il giornalista tedesco Peter Seewald, la cui uscita in contemporanea mondiale è prevista per il prossimo 9 settembre.
Seewald ha già raccolto in altri tre volumi i suoi dialoghi con Joseph Ratzinger (due da cardinale, nel 1996 e nel 2000, e uno da Papa, intitolato Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi, nel 2010).
Il volume - spiega il giornalista Luigi Accattoli, che ha dato la notizia di questa nuova pubblicazione sul Corriere della Sera - tocca le tappe più importanti della vita di Ratzinger: l’infanzia sotto il regime nazista, la scoperta della vocazione, gli anni difficili della guerra, poi il servizio in Vaticano e il forte legame con Giovanni Paolo II, fino all’elezione al soglio pontificio, con l’ansia dei primi giorni da successore di Pietro e, alla fine, la decisione della rinuncia al pontificato.
Benedetto XVI volge lo sguardo anche sul suo successore, Francesco, un nome inaspettato per lui alla vigilia del Conclave, trattando della sua figura umana e papale e accennando sia a ciò che lo accomuna a lui sia a quanto lo differenzia.
Georg Gänswein e il ricordo di Benedetto XVI
«Il mio nuovo incarico è una bella sfida a cui sono pronto». È un Georg Gänswein sereno e fiducioso quello che, domenica, è stato intervistato sulle colonne del quotidiano tedesco Bild.
Dialogando con la giornalista Tanja May, l’arcivescovo storico segretario di Benedetto XVI ha voluto raccontare anzitutto il suo entusiasmo per il nuovo incarico di nunzio apostolico nei Paesi Baltici, a Vilnius, dove arriverà tra una decina di giorni esatti, il prossimo 22 di agosto, superando la permanenza a Friburgo impostagli da Roma nel maggio 2023, appena cinque mesi dopo la morte di Benedetto XVI.
Proprio a Benedetto XVI a cui è stato vicino per ben 27 anni (prima come dipendente alla Congregazione della dottrina della Fede, poi a partire dal 2003, più da vicino, come segretario), nel corso dell’intervista al quotidiano tedesco, riserva un pensiero di nostalgia: «Mi manca Papa Benedetto Visivamente e fisicamente è assente, ma spiritualmente è quasi onnipresente».
Quando l’intervistatrice ha chiesto al monsignor Georg Gänswein se fossero vere le voci di difficoltà se non di attriti tra il pontefice tedesco e papa Francesco, risponde che le considera assurdità passate: «Ora sorrido quando leggo o sento cose del genere».
Tuttavia, pur essendo quella rilasciata una intervista assolutamente serena e piena di fiducia nel futuro, lo storico segretario di Ratzinger non ha mancato di manifestare la sua sofferenza per il periodo - ormai finalmente agli sgoccioli - vissuto fino ad oggi a Friburgo, arrivando a definirlo: «L'anno più difficile della mia vita è alle mie spalle.
Ma mi sono riconciliato. Per fortuna non ho avuto problemi, anche se avevo altri progetti, nessuno dei quali si è avverato.
La fede e la preghiera sono state e sono i miei migliori aiutanti, dandomi sostegno e forza, soprattutto nei momenti difficili».
Il periodo a Friburgo
Ora, senza nulla togliere a questa ricca ed interessante intervista rilasciata al quotidiano Bild, sia ben chiaro, va detto come questa non sia in realtà la prima volta in assoluto in cui monsignor Gänswein racconta il periodo difficile vissuto dopo l’allontanamento dal Vaticano.
Infatti, già in una intervista rilasciata lo scorso giugno - ampiamente ripresa sul sito del Timone -, l’arcivescovo aveva reso nota l’amarezza con cui, pur in piena obbedienza al Santo Padre, aveva lasciato Roma per tornare nella sua città natale.
Un'esperienza che lui stesso, con parole forti, aveva chiamato “esilio”.
«In effetti, non poche persone hanno avuto l’impressione che fossi stato mandato “in esilio”», aveva difatti raccontato in quella occasione, «a dire il vero, anch’io la pensavo allo stesso modo, ma ho seguito senza lamentarmi le chiare istruzioni del Papa che dovevo tornare nella mia città natale, Friburgo, anche se senza che mi fosse stato assegnato un nuovo incarico.
È stata un’amara esperienza personale. Ma non mi sono lasciato scoraggiare e ho sperato e pregato che un giorno un nuovo compito mi aspettasse».
Ora l’esilio, per così dire, è definitivamente terminato e Gänswein può tornare a servire al meglio la Chiesa.
Il nuovo incarico nei Paesi Baltici
In che modo intenda adesso farlo, è stato nuovamente lui, il neonunzio apostolico nei Paesi Baltici, a raccontarlo alla testata teutonica Bild; l'ha fatto essenzialmente rifacendosi ad un bel passo della lettera paolina ai Filippesi: «Faccio una cosa sola: dimentico quel che sta alle mie spalle e mi slancio verso quel che mi sta davanti» (Fil. 3, 13).
Tutto questo, c’è da immaginare, non solo con piena fede nella Chiesa ma anche, e sempre, con Benedetto XVI nel cuore.