Non emerge alcuna informazione che stabilisca un obbligo generale di sottoporre gli infermieri dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar a un test HIV. Il materiale disponibile documenta l’importanza del test HIV per la diagnosi tempestiva e la prevenzione, ma non contiene una disposizione specifica relativa a un obbligo imposto agli infermieri dell’ospedale.
Il test HIV è il primo passo per potersi sottoporre alle cure che oggi come mai prima, sono sicure ed efficaci. Partendo dal concetto che la conoscenza delle modalità di diffusione del virus e una diagnosi tempestiva rendono possibile prevenire e curare la malattia, occorre continuare a investire nella diffusione della corretta informazione a livello capillare e a promuovere l’accesso al test.
Che cosa risulta dalle informazioni disponibili sull’Ospedale di Negrar
L’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar dispone di competenze specifiche nel campo delle malattie infettive, tropicali e della microbiologia. Dopo 40 anni dalla scoperta del virus, permane lo stigma nei confronti delle persone con HIV, uno degli ostacoli principali nella lotta contro l’infezione.
Il materiale descrive attività di ricerca, diagnosi e sorveglianza relative a diverse infezioni, ma non riporta un regolamento interno, un bando, un protocollo occupazionale o una procedura che preveda il test HIV obbligatorio per gli infermieri. Sono invece documentati programmi di test sierologici anti SARS-CoV-2 destinati agli oltre 2000 collaboratori dell’ospedale di Negrar.
Il programma di test rivolto ai collaboratori durante l’emergenza Covid-19
L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria ha avviato per gli oltre 2000 collaboratori dell’ospedale di Negrar i test sierologici anti SARS-CoV-2 per la ricerca degli anticorpi. L’indagine rientra nello studio clinico promosso dallo stesso Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico per stabilire la distribuzione del virus (prevalenza) tra i dipendenti asintomatici e per valutare l’accuratezza diagnostica di test rapidi per lo screening dei soggetti asintomatici.
Gli operatori sono così chiamati a sottoporsi al tampone, per individuare un’eventuale infezione in atto, e a un prelievo di sangue per verificare, anche nei negativi al tampone, se sono venuti in contatto con la malattia e se hanno sviluppato gli anticorpi che garantirebbero la “patente di immunità”.
“Il condizionale è d’obbligo perché essendo un virus nuovo non sappiamo se la presenza delle IgG specifiche sia espressione di un’effettiva immunità e tanto meno se questa sia temporanea o permanente”, spiega Zeno Bisoffi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia e professore associato all’Università di Verona. “Tuttavia è uno studio che permetterà di stimare la prevalenza dell’infezione, in corso o recente, in un luogo di cura.
Un dato molto importante perché si potrà dedurre quanto il virus circola o ha circolato nel personale dell’ospedale esposto a diversi gradi di rischio di infezione in base alle mansioni svolte”.
Perché i test Covid-19 non equivalgono a un test HIV obbligatorio
I test sierologici descritti nel materiale erano rivolti alla ricerca degli anticorpi contro SARS-CoV-2 e facevano parte di uno studio clinico condotto nel contesto dell’emergenza Covid-19. Questa attività non costituisce una prova dell’esistenza di un obbligo generale di test HIV per gli infermieri.
“Il test ELISA consente la rilevazione di anticorpi IgA e IgG anti SARS-CoV-2. Questi anticorpi compaiono in circolo con tempistiche diverse dopo che il soggetto ha contratto l’infezione”, piega il dottor Antonio Conti, direttore del Laboratorio di Analisi Cliniche.
“Gli anticorpi anti SARS-CoV2 IgA evidenziano la fase acuta della malattia, mentre gli anticorpi IgG sono espressione della risposta secondaria del sistema immunitario, più tardiva. Il test è complementare alla ricerca dell’RNA virale con il tampone, in quanto quest’ultimo fotografa la presenza di malattia in quel momento, mentre l’esame sierologico ne descrive l’andamento e può essere utile nell’identificare sia le persone che sono venute a contatto con il virus che le persone teoricamente immuni”.
| Esame descritto | Obiettivo | Personale coinvolto |
|---|---|---|
| Tampone | Individuare un’eventuale infezione in atto | Collaboratori dell’ospedale |
| Prelievo di sangue | Verificare il contatto con SARS-CoV-2 e la presenza di anticorpi | Collaboratori dell’ospedale |
| Test ELISA | Rilevare anticorpi IgA e IgG anti SARS-CoV-2 | Parte dello studio clinico |
| Test HIV | Ricercare l’infezione da HIV | Nessun obbligo specifico documentato per gli infermieri |
Il significato del test HIV per la salute individuale e pubblica
Nell’ultimo decennio abbiamo assistito, a livello globale, ad un progressivo calo delle nuove infezioni da HIV; tuttavia i progressi nella lotta all’AIDS hanno subito un rallentamento a causa dell’emergenza COVID, rallentamento che ha colpito in maggior misura i Paesi poveri, acuendo così il divario tra Nord e Sud del mondo.
Nel 2021, sono stati registrati un milione e mezzo di nuovi casi nel mondo: ben un milione in più rispetto agli obiettivi-target indicati per il 2020. Ricordando che mancano solo otto anni all’obiettivo del 2030 di porre fine all’AIDS come minaccia per la salute globale, Unaids segnala che i fattori che alimentano le disuguaglianze sono: la criminalizzazione delle popolazioni chiave, lo stigma che pesa sulle persone con HIV, la compressione dei diritti delle donne.
Sembra quasi paradossale che questi temi siano gli stessi di 40 anni fa, quando l’HIV/AIDS è stato scoperto. Occorre riaccendere i fari sull’infezione da HIV/AIDS, perché oggi, dopo 40 anni dalla sua scoperta, è ancora una pandemia silenziosa e subdola, che tuttavia può essere sconfitta con gli strumenti a disposizione grazie ai progressi della medicina e della scienza.
La situazione dell’HIV in Italia
Secondo l’ultimo aggiornamento dei dati di sorveglianza, pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia le infezione da HIV diagnosticate nel 2021 sono state 1.770, pari a tre nuovi casi per 100.000 residenti, incidenza inferiore a quella della media europea, che ha registrato 4,3 nuovi casi per 100.000 abitanti.
Dal 2018 si osserva una evidente diminuzione dei casi per tutte le modalità di trasmissione. I rapporti sessuali rimangono la via predominante di infezione e le fasce più colpite sono i giovani adulti di sesso maschile.
Purtroppo anche nel 2021 permane il ritardo diagnostico: il 63% delle nuove diagnosi in Italia riguarda persone con malattia in fase avanzata. Un dato che rispecchia una insufficiente consapevolezza e scarsa sensibilizzazione riguardo all’HIV nella popolazione, dovute, probabilmente, alla pandemia da COVID-19 che ha monopolizzato l’attenzione e gran parte delle risorse.

Perché la diagnosi tempestiva è importante
Grazie ai farmaci oggi l’HIV/AIDS si può curare. Progressi che hanno portato, negli ultimi anni, ad un cambiamento radicale della storia naturale dell’infezione, grazie alla disponibilità di farmaci efficaci e di gestione semplificata.
Oggi le persone infette che assumono correttamente i farmaci antiretrovirali possono contare su una sostanziale normalizzazione dell’aspettativa di vita; inoltre, è stato definitivamente assodato che l’assunzione regolare di tali farmaci, pur non riuscendo ad eliminare il virus dai reservoir nei quali è annidato, ne arresta la replicazione, determinando la non rilevabilità della carica virale nel sangue ed in altri liquidi biologici.
La condizione di carica virale non rilevabile corrisponde all’arresto della contagiosità attraverso i rapporti sessuali. Questo concetto, riassunto nel ben noto slogan U=U: undetectable (non rilevabile) = untransmittable (non trasmissibile), ha un impatto rivoluzionario sulla quotidianità della vita di relazione delle persone positive, ma non è ancora sufficientemente conosciuto a livello di popolazione.
Test HIV e operatori sanitari
La presenza di operatori sanitari in un ospedale non costituisce, di per sé, un elemento che nel materiale disponibile colleghi automaticamente la mansione infermieristica all’obbligo di eseguire un test HIV. Le informazioni riportate sottolineano invece il valore della diagnosi, della corretta informazione e dell’accesso volontario al test.
La conoscenza delle modalità di diffusione del virus e una diagnosi tempestiva rendono possibile prevenire e curare la malattia. Il tema del test deve quindi essere distinto dalle attività di sorveglianza rivolte a specifiche emergenze infettive, come lo screening anti SARS-CoV-2 descritto per il personale dell’ospedale.
Il test HIV non dovrebbe essere associato a stigma o discriminazione professionale. Dopo 40 anni dalla scoperta del virus, permane lo stigma nei confronti delle persone con HIV, uno degli ostacoli principali nella lotta contro l’infezione.
Le attività infettivologiche dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria
L’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per le Malattie infettive e tropicali “Sacro Cuore Don Calabria” fin dall’inizio dell’epidemia è stato impegnato su due fronti: quello dell’assistenza - con 100 posti Covid di cui 14 di terapia intensiva e 12 di semintensiva - e quello della ricerca scientifica.
Sono infatti stati avviati diversi studi clinici, promossi dallo stesso Istituto o in collaborazione con altri enti. Ulteriori studi sono in fase di approvazione da parte della autorità competenti.
Tra gli studi in corso uno sull’accuratezza di diversi test rapidi per la diagnosi in persone che giungono in pronto soccorso con sintomi riconducibili al Covid-19.
Il Dipartimento di Malattie Infettive, Tropicali e Microbiologia dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar ha inoltre isolato per la prima volta al mondo il virus Oropouche (OROV) nel liquido seminale di un viaggiatore, al quale era stata diagnosticata l’infezione oltre due settimane prima.
Informazione, prevenzione e accesso al test
Partendo dal concetto che la conoscenza delle modalità di diffusione del virus e una diagnosi tempestiva rendono possibile prevenire e curare la malattia, occorre continuare a investire nella diffusione della corretta informazione a livello capillare e a promuovere l’accesso al test, che è il primo passo per potersi sottoporre alle cure che oggi come mai prima, sono sicure ed efficaci.
Questo approccio consente di affrontare l’HIV come una questione di salute pubblica e di tutela della persona, senza trasformare la diagnosi o il test in uno strumento di stigmatizzazione dei lavoratori sanitari.