Due operai egiziani sono morti lunedì mattina a Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia, dopo essere caduti in una cisterna per la raccolta di residui biologici durante le operazioni di pulizia e bonifica.
Le prime ipotesi indicano nelle esalazioni tossiche sprigionate dalla vasca la possibile causa dei decessi, ma l’esatta dinamica è ancora in fase di accertamento. La Procura di Venezia, i carabinieri e i tecnici dello Spisal stanno verificando le responsabilità, le condizioni di lavoro e il rispetto delle norme di sicurezza.
L’incidente nella villa di via Desman
Il drammatico incidente sul lavoro si è verificato verso le 10 all’interno del giardino di una villa al civico 62 di via Desman, a Veternigo di Santa Maria di Sala. I due lavoratori erano impegnati in operazioni di ispezione, pulizia o bonifica della fossa biologica a servizio dell’abitazione.
La vasca era aperta e sembra che uno degli operai sia sceso di sotto per eseguire un’ispezione, senza più riemergere. A quel punto si sarebbe calato anche il secondo operaio, probabilmente con l’intenzione di aiutare il collega, e anche lui non è più risalito.
Secondo una prima ricostruzione, il primo dei due sarebbe scivolato o caduto nella fossa mentre stava effettuando i lavori di manutenzione. Il secondo, nel disperato tentativo di salvarlo, sarebbe stato sopraffatto dal gas e dalle esalazioni tossiche, svenendo e finendo a sua volta dentro la vasca.
Il primo è sceso nella vasca di raccolta delle acque nere, si è sentito male per le esalazioni tossiche e non è più risalito in superficie. L’amico che era con lui ha provato a chiamarlo e non sentendo risposte è andato nella fossa biologica per aiutarlo ma è caduto nella stessa trappola.

Le vittime
Le vittime sono Sayed Abdelwahab Hamad Mahmoud, 39 anni, e Saad Abdou Mustafa Ziad, 21 anni, entrambi di origine egiziana. In una prima comunicazione erano stati indicati anche i nomi Moustafa Abdou e Mahmoud Hamad, con età riportate in modo differente.
I due erano arrivati da pochi mesi in Veneto e avevano trovato accoglienza nel centro «Un mondo di gioia» di Mirano. Erano partiti al mattino presto insieme a un terzo connazionale, anch’egli egiziano, che non è rimasto coinvolto nell’incidente.
La tragedia ha colpito due persone arrivate in Italia in cerca di un futuro e ospitate, dopo l’arrivo in Veneto, in una struttura di accoglienza. La loro morte ha riacceso l’attenzione sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori stranieri e sui rapporti di lavoro irregolari.
Le esalazioni tossiche nella cisterna
Secondo le prime ipotesi investigative, Sayed Abdelwahab Hamad Mahmoud e Saad Abdou Mustafa Ziad potrebbero essere morti a causa dell’inalazione di gas tossici sprigionati dalla vasca biologica in cui sono scesi senza adeguate protezioni.
Le fosse per la raccolta delle acque nere possono contenere elevate concentrazioni di sostanze pericolose, come acido solfidrico e metano, che in ambienti chiusi diventano letali in pochi istanti. In assenza di ventilazione forzata e dispositivi di protezione individuale, come maschere filtranti o autorespiratori, il rischio di perdere conoscenza è elevatissimo.
Entrambi sarebbero morti per asfissia. Resta tuttavia da verificare se le emissioni di sostanze abbiano causato il decesso dei lavoratori o se siano rimasti incastrati, e se siano morti per soffocamento o annegati nel liquido dopo aver perso i sensi.
I due operai, ritrovati privi di casco e maschera, non avrebbero avuto alcuna possibilità di salvarsi una volta entrati in contatto con quei gas. La normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro prevede misure rigorose per le operazioni in ambienti confinati, proprio per prevenire tragedie come questa.
Le condizioni di sicurezza
I corpi sono stati ritrovati con indosso tute bianche da lavoro e stivali di gomma gialli, ma senza alcun tipo di protezione al volto né alla testa, una mancanza che si è rivelata fatale.
I loro corpi avevano addosso tute bianche, stivali di gomma gialli, senza protezioni al volto né alla testa, ed erano entrambi molto sporchi. Se prima avessero indossato delle mascherine è in fase di accertamento.
Le indagini dovranno verificare se i due operai fossero stati assunti regolarmente e se fossero dotati dei dispositivi di protezione individuale. Dai primi rilievi pare fossero privi di mascherine o sistemi di sicurezza.
Il sindaco di Santa Maria di Sala, Alessandro Arpi, ha dichiarato: «Va fatta luce sulla drammatica morte dei due uomini. Mi affido alla magistratura e alle forze dell’ordine. Va capito a che titolo stessero lavorando e se siano state rispettate tutte le misure di sicurezza».
Il lavoro in nero e la catena degli incarichi
A confermare che i due lavoratori stavano lavorando in nero è stato il segretario generale della Cgil di Venezia, Daniele Giordano: «I due lavoratori che hanno perso la vita a Santa Maria di Sala lavoravano in nero. Un fatto gravissimo, che mette in luce ancora una volta come una parte della nostra economia sia sommersa, a danno delle lavoratrici e dei lavoratori».
La Procura di Venezia sta indagando a tutto campo per chiarire la catena delle responsabilità. I tre cittadini egiziani erano arrivati sul posto accompagnati dalla ditta «Paolo Traslochi e Trasporti» di Rivale di Pianiga.
Secondo le prime informazioni, la ditta di traslochi operava per conto della Cooperativa sociale servizi associati, indicata anche con la sigla Cssa, ex proprietaria dell’immobile. Per porre rimedio a precedenti lavori di bonifica delle fosse biologiche, la ditta si sarebbe rivolta in subappalto a una seconda azienda di Malcontenta.
In base alle prime informazioni, la ditta di traslochi e trasporti ha incaricato, ma non è chiaro se in forza di un appalto, l’impresa «Puliesp» di Malcontenta per la bonifica delle fosse. La ditta ha affermato che gli operatori egiziani non stavano lavorando per suo conto.
La ditta di traslochi avrebbe preso con sé i tre stranieri per tornare alla villa dopo le lamentele sul modo in cui erano stati svolti i lavori. C’era anche un titolare assieme a loro, come avrebbe spiegato la ditta al suo legale, Matteo Garbisi.
I due egiziani non avrebbero dovuto, in base alle disposizioni, accedere alla vasca e non erano dipendenti della ditta. Tuttavia, resta da chiarire la catena di responsabilità e il titolo in base al quale i lavoratori si trovavano nell’area dell’intervento.
La proprietà dell’immobile
La villa dove è avvenuto l’incidente era stata acquistata ad aprile dagli attuali proprietari. In precedenza era stata utilizzata come centro per l’accoglienza dei migranti.
L’immobile era stato acquistato dalla Cooperativa sociale servizi associati di Spinea e, attraverso una concessione comunale, insieme alla cooperativa «Un mondo di gioia», era iniziato in villa il servizio di accoglienza per migranti.
Lo stabile, fino a 3 o 4 anni fa, ospitava un centro di accoglienza per migranti e ancora prima la sede del laboratorio-maglificio della famiglia Agostini. Ad aprile di quest’anno è stato acquistato da una donna originaria della Moldavia.
È stata la proprietaria ad aprire lunedì mattina il cancello della villa ai tre operatori e alla ditta che li accompagnava per svolgere alcuni lavori. «Di tutto si è occupata la cooperativa che c’era prima - ha precisato la proprietaria - io non ho seguito».
Più tardi la Cssa, attraverso una nota del responsabile Andrea Pivetta, ha fatto sapere: «L’immobile non è più di nostra proprietà da alcuni mesi. Siamo profondamente addolorati per questo dramma, collaboriamo con l’autorità giudiziaria per le indagini».
I lavori precedenti e la bonifica della fossa
Nei giorni precedenti erano già in corso lavori di diserbo e sistemazione, probabilmente anche una prima bonifica delle fosse biologiche. I nuovi proprietari avevano commissionato la pulizia delle fosse per una bonifica dopo che precedenti lavori non erano stati terminati.
Non soddisfatti, avevano chiesto un successivo intervento per verificare le condizioni della cisterna. Le operazioni si sarebbero svolte sia lunedì mattina sia forse nei giorni precedenti.
La proprietaria è risultata insoddisfatta dei lavori di bonifica delle fosse biologiche effettuati da una ditta di Rivale di Pianiga. La ditta, per la pulizia delle fosse, si era rivolta in subappalto a una seconda azienda di Malcontenta, da cui dipendevano i due operai secondo una prima ricostruzione.
La vasca era aperta, forse scoperchiata appositamente per prendere aria. Sarà necessario verificare chi avesse disposto l’intervento, quali mansioni fossero state assegnate ai lavoratori e se l’accesso alla cisterna fosse stato previsto o autorizzato.
I soccorsi e la messa in sicurezza
Una terza persona ha dato l’allarme. La tempestività dei soccorsi non è bastata perché i due lavoratori potessero salvarsi.
Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco, il Suem 118, i carabinieri e i tecnici dello Spisal, il servizio sanitario di sicurezza sui luoghi di lavoro. I vigili del fuoco hanno recuperato i due corpi senza vita.
Il nucleo Nbcr, specializzato nei rischi nucleari, biologici, chimici e radiologici, ha operato per la messa in sicurezza dell’area. Gli operatori dello Spisal e i militari hanno avviato gli accertamenti per ricostruire l’esatta dinamica e verificare eventuali responsabilità penali e amministrative.
L’inchiesta della Procura
La Procura di Venezia ha aperto un fascicolo e il pubblico ministero Giovanni Gasparini ha disposto l’autopsia. Le indagini sono state affidate allo Spisal dell’Usl 3 e ai carabinieri dell’Ispettorato del lavoro.
Gli accertamenti dovranno stabilire la dinamica dell’incidente, la causa precisa della morte, la presenza di gas nella cisterna, le modalità di accesso alla vasca e l’eventuale inosservanza delle norme sulla sicurezza.
Gli investigatori dovranno inoltre verificare la regolarità dei rapporti di lavoro, la formazione ricevuta dagli operai, l’eventuale presenza di un responsabile dell’intervento e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.
Il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha sottolineato «la necessità di accertare con rapidità se siano state rispettate tutte le condizioni di sicurezza, se gli operatori erano adeguatamente formati, se l’intervento era stato pianificato e controllato con la dovuta attenzione».
Le reazioni istituzionali e sindacali
Il sindaco di Santa Maria di Sala, Alessandro Arpi, è arrivato sul posto e ha parlato di una «strage evitabile», chiedendo che venga fatta chiarezza sull’accaduto. «Quello che è successo ci fa riflettere su una condizione di rischio e incidenti ormai quotidiani».
Il sindaco metropolitano Luigi Brugnaro si è detto «profondamente scosso» ed ha espresso vicinanza alle famiglie delle vittime e «a tutti coloro che oggi piangono questa perdita assurda e dolorosa. È un dramma che colpisce al cuore la nostra comunità».
Il segretario generale della Cgil di Venezia, Daniele Giordano, ha dichiarato: «Siamo esterrefatti, questa è l’ennesima tragedia di una strage continua. Non capiamo cosa possa essere successo in una residenza privata».
Il segretario generale di Uil Veneto Roberto Toìgo ha detto: «Una tragedia enorme, un evento inaccettabile. I morti sul lavoro nel veneziano sono raddoppiati rispetto all’anno scorso: vuol dire che qualcosa non funziona. Chi manda questi operai ha spiegato loro la pericolosità della mansione? Ha dato loro le giuste indicazioni? E soprattutto, ha messo in atto tutte le procedure di sicurezza e ha vigilato perché vengano rispettate?»
La Cisl si è detta scossa: «I decessi sul lavoro non sono più accettabili, e come organizzazione sindacale è da tempo che chiediamo più controlli. La sicurezza non è un lusso ma è la prima, vera priorità nazionale. Serve una svolta concreta su prevenzione, controlli, formazione e investimenti».
Giovanni Manildo, candidato del centrosinistra alla presidenza del Veneto, ha evidenziato che queste morti «sono il segno di un sistema che ha smesso di garantire sicurezza. Ovunque vado, mi parlano di precarietà, salari bassi, instabilità. E, sempre più spesso, di paura».
Dal presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, è arrivato un messaggio di «profondo cordoglio» e «sentita vicinanza» ai familiari dei due lavoratori.
Monica Sambo, segretaria del Pd Venezia, ha fatto presente che «non si possono più chiamare “morti bianche” tragedie come questa, che si ripetono inaccettabilmente, frutto di una mancanza strutturale di prevenzione, formazione e cultura della sicurezza».