Crocifisso dell’Amore Misericordioso: significato, storia e devozione

Il Crocifisso dell’Amore Misericordioso è una scultura lignea policroma dello scultore spagnolo Lorenzo Coullot Valera, realizzata in Spagna nel 1930-1931 su incarico di Madre Speranza. L’immagine rappresenta Gesù ancora vivo sulla croce, con il corpo diritto, le braccia spalancate, lo sguardo rivolto al cielo e un’espressione di profonda serenità, per mostrare non tanto lo strazio del supplizio quanto l’amore con cui Cristo offre liberamente se stesso per la salvezza dell’umanità.

La croce ricorda il sacrificio del Calvario, l’ostia bianca richiama il quotidiano rinnovamento di quel sacrificio sull’altare dell’Eucaristia, il globo indica l’universalità dell’amore salvifico di Dio, la corona proclama Cristo Re della gloria e il Vangelo invita a vivere il comandamento nuovo: «Amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amato». Sul petto di Gesù si vede un cuore rosso con la scritta Charitas, cioè «Amore».

La storia del Crocifisso dell’Amore Misericordioso

Lo scultore spagnolo Cullot Valera nel 1930 ebbe l'incarico di scolpire un Crocifisso nel quale fosse evidente non tanto lo strazio della croce quanto l'amore che ha portato Gesù sulla croce per annientare i nostri peccati col suo sangue. Per esprimere questo, Gesù è rappresentato: ancora vivente; col corpo non straziato né accasciato ma dritto, in atteggiamento di vittima volontaria; col volto che trasfonde tanta serenità pur in mezzo a dolori e sofferenze; con lo sguardo rivolto al cielo mentre dice al Padre: «Perdonali, perché non sanno quello che fanno»; col cuore dipinto sul petto con la scritta Charitas (Amore).

Il Crocifisso dell’Amore Misericordioso è un’opera dello scultore Lorenzo Cullot Valera, che è stata realizzata in Spagna nel 1931. Il crocifisso accoglie con le sue braccia tese, aspettando con serenità e incoraggiando ad avere fiducia.

La cappella è un edificio molto semplice e moderno, a forma di croce e con il soffitto ascendente in legno di alerce siberiano. Progettato dall’architetto spagnolo Julio Lafuente, fu costruito nel 1955 e poco dopo, nel 1959, eretto a Santuario.

Nell'anno 1955 Madre Speranza realizzò la Cappella dell'Amore Misericordioso e il 30 settembre 1959 l'allora Vescovo di Todi Mons. Alfonso Maria De Sanctis decretava canonicamente il riconoscimento del Santuario.

Si chiama Santuario del Crocefisso perché sulla parete centrale (alle spalle dell’altare), su uno sfondo di legno tropicale, è collocato il Crocefisso originale, del quale Madre Speranza ha scritto nel suo Diario: “Gesù mi fece vedere come voleva l’immagine dell’Amore Misericordioso e i suoi vari simboli”.

Crocifisso dell’Amore Misericordioso nel santuario

Il grande Crocefisso in legno policromo opera dell'artista Cullot Valera. Il Crocifisso accoglie con le Sue grandi braccia spalancate, guarda serenamente ed esorta alla confidenza e alla fiducia.

Parla di amore il rosso del prezioso rivestimento dell'abside: si tratta di padouck, un legno tropicale dalla calda tonalità.

Il significato dell’immagine

Il Cristo vi è raffigurato non tanto nello spasimo del supplizio o nel pallore della morte, quanto nella regale serenità di Colui che, innalzato da terra, attira tutti a sé con la forza del perdono.

È caratteristica l'espressione del volto che trasfonde tanta serenità pur in mezzo a dolore e sofferenze. Rappresenta Gesù ancora vivente in croce, con lo sguardo al cielo, come in atto di supplica al Padre: «Padre perdonali».

Lo scultore spagnolo Lorenzo Cullot Valera nel 1930 ricevette l'incarico di scolpire un crocifisso nel quale fosse evidente, non tanto la sofferenza, quanto piuttosto l'amore manifestato da Gesù sulla croce nell'espiare i nostri peccati. L’immagine doveva avere lineamenti ed espressioni tali da far esclamare, come al centurione sul Calvario: “Quest’uomo era veramente il Figlio di Dio” (cfr. Mc 15,39).

È caratteristica l’espressione del volto, che trasmette una grande serenità, pur in mezzo al dolore. Gesù è rappresentato ancora vivo sulla croce, con lo sguardo rivolto al cielo, mentre supplica il Padre: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”.

In merito al sereno sguardo del Cristo, Madre Speranza scrisse: “Gesù, morendo sul Calvario, non soccombe soltanto per l’odio dei suoi nemici, ma come vittima del suo stesso amore. Non muore perché deve, ma perché vuole; non per colpa di alcuni uomini, ma per tutto il genere umano. La sua passione e la sua morte sono la vita per il mondo”.

Il Crocifisso accoglie con le sue braccia tese, aspettando con serenità e incoraggiando ad avere fiducia. Gesù Amore Misericordioso sulla croce ci ricorda il sacrificio del Calvario; l’Ostia bianca è la rinnovazione quotidiana di quel sacrificio sull’altare dell’Eucaristia.

I simboli del Crocifisso

ElementoSignificato
La croceRicorda il sacrificio del Calvario e l’offerta di Cristo per la salvezza degli uomini.
L’ostia biancaIndica l’Eucaristia e il quotidiano rinnovamento del sacrificio della croce sull’altare.
Il globoRappresenta il mondo e l’universalità dell’amore salvifico di Dio.
La corona regaleProclama Cristo Re della gloria, che regna dalla croce con l’amore.
Il libro apertoÈ il Vangelo, aperto sul comandamento nuovo dell’amore.
Il cuore con la scritta CharitasRappresenta il cuore di Cristo e l’amore misericordioso che lo conduce all’offerta di sé.
Le braccia spalancateEsprimono l’accoglienza, l’abbraccio e la redenzione offerta a ogni uomo.

La croce e l’ostia

L'ostia dietro alla croce è l'Eucaristia dei nostri altari sui quali ogni giorno il Signore rinnova il sacrificio della croce e dà a noi in cibo se stesso, segno di un amore portato fino all'incredibile.

Gesù è rappresentato sulla croce, che ci ricorda il sacrificio del Calvario e l’Ostia bianca posta dietro questa croce è la rinnovazione quotidiana di quel sacrificio sull’altare dell’Eucaristia, segno inesauribile di amore che si fa “presenza” per aiutarci.

“Gesù scelse la notte della sua Passione per manifestarci la grandezza del suo amore. Infatti, proprio mentre gli uomini tramano di farlo morire, Egli pensa a preparare loro un convito per manifestare il desiderio di rimanere con loro. E mentre si cerca di cacciarlo dal mondo per invidia, Egli torva il modo di restarvi per amore”.

Il globo e l’universalità della salvezza

Il globo su cui poggia la croce sta a indicare l'universalità dell'amore salvifico di Dio; Cristo infatti è morto per salvare il mondo intero.

La croce poggia su di un globo, il mondo, sul quale si trovano anche una corona regale ed un libro aperto: il Vangelo. Gesù Amore Misericordioso vuole regnare sul mondo portandolo all’amore.

Contemplando il simbolo della corona regale che indica che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, attirandoci tutti a sé ci governa con amore e libertà mostrando l’universalità dell’amore salvifico, la Madre commenta: “Ecco il Salvatore del mondo, Re del cielo e della terra, intimamente congiunto alla croce, per nostro amore, con vincoli indissolubili di mistiche nozze per una morte crudele che gli stessi romani, gente spietata e senza cuore, considerano il più atroce e orribile genere di morte”.

La corona e il libro del Vangelo

La corona regale sopra il globo ricorda che Cristo è un Re che regna dalla croce perché, attirandoci tutti a Sé con la sua morte e risurrezione, ha fatto di noi il popolo dei figli di Dio, il regno dell'amore e dell'immortalità.

Intorno al cuscino che sostiene la corona è scritto: “Cristo, sei il Re della Gloria”.

Il libro sul lato sinistro è il Vangelo, aperto alla pagina ove si legge: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato». La pratica del comandamento nuovo è il segno dell'appartenenza al regno di Dio: «Da questo vi riconosceranno che siete miei seguaci».

Nel libro è scritto “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” e sul cuscino che sostiene la corona è scritto “Sei, o Cristo, il Re della Gloria”.

Nel libro è scritto: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 13,34). Gesù, Amore Misericordioso, vuole regnare sul mondo con l’Amore.

Il cuore con la scritta Charitas

Sul petto si scorge il cuore, rosso e sormontato da una scritta: Charitas.

Sul petto di Gesù vi è disegnato un cuore con all’interno una scritta “charitas”, cioè “amore”. Come devono essere forti i palpiti del suo amore per mostrarsi così deciso a soffrire fino alla morte! Con la sua sofferenza offre la prova e la misura del suo grande Amore.

Il cuore rende visibile il centro del messaggio dell’immagine: Cristo non subisce la croce come una semplice fatalità, ma offre se stesso in un atto volontario di amore per l’umanità.

Amore misericordioso e redenzione

Cristo, manifestazione dell'amore del Padre, è amore misericordioso, perché è l'amore di Dio che si incontra con la miseria dell'uomo.

La centralità attribuita al Crocifisso serve a far comprendere che l'Amore Divino è misericordioso per il fatto stesso che si è offerto e immolato per noi non quando eravamo meritevoli di qualcosa, ma mentre eravamo ancora peccatori (cf Rm 5,8), vincendo così l'abbondanza del nostro peccato con la sovrabbondanza della sua grazia (cf Rm 5,20).

Questa connotazione misericordiosa che il Padre ha manifestato in pienezza nel Figlio crocifisso, perdura nel tempo ed è valida per ogni uomo, fosse pure il «più perverso, il più abbandonato e miserabile».

Infatti, le diverse forme di miseria che affliggono la vita dell'uomo (miseria materiale, fisica e morale) non limitano la misericordia ma la attraggono, così come la malattia non scaccia il medico, ma lo interpella e lo coinvolge.

«Cristo, appunto come Crocifisso, è il Verbo che non passa, è colui che sta alla porta e bussa al cuore di ogni uomo, senza coartarne la libertà, ma cercando di trarre da questa stessa libertà l'amore, che è non soltanto atto di solidarietà con il sofferente Figlio dell'uomo, ma anche, in certo modo, "misericordia" manifestata da ognuno di noi al figlio dell'Eterno Padre» (DM, cap. V, p. 34).

La Croce è la celebrazione dell’amore totale di Dio per ciascuno di noi. Dio ci ama. Non dubitiamo mai del suo amore, qualunque cosa ci accada nella vita siamo infinitamente e gratuitamente amati.

Gesù Cristo, per amore, ha dato sé stesso fino alla fine. Le sue braccia aperte sulla croce sono il segno più prezioso di un amico capace di arrivare fino all’estremo: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”, dice san Giovanni. (Gv 13,1).

Cristo Crocifisso è morto per amore. Per amore di tutti, di ciascuno, per me, per te. Abbiamo ascoltato nel vangelo di san Giovanni: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La croce: dalla vergogna alla speranza

La croce ha due facce, l'apparente sconfitta e la vittoria, il Crocifisso e il Risorto. Mostra tutta la malvagità e la miseria dell'uomo che non esita a condannare il Figlio di Dio innocente; ma anche tutta la profondità e l'efficacia del perdono di Dio.

L'ultima parola non è il peccato, ma l'amore! Qui, e non altrove, va cercata la vera ragione della speranza cristiana, la lieta notizia che dà senso e spessore alla vita e alla storia, nonostante i fallimenti.

La croce è per molti «scandalo» e «follia», ma proprio la ragione del suo scandalo - l'amore gratuito, misericordioso e onnipotente di Dio per gli uomini - è per i credenti la ragione della sua potenza e della sua verità.

La Croce per noi cristiani non è più simbolo di morte, di sconfitta, di sofferenza, di maledizione, ma simbolo di vita, di vittoria, di gioia, di benedizione.

La Croce non può essere un annunzio triste di sofferenza e di morte; è, al contrario, un messaggio trionfale di vita. Per questo possiamo proclamare: “Salve, o Croce, unica nostra speranza”.

Il Crocifisso simbolo di una sofferenza affrontata per amore non è un simbolo che divide ma che unisce l’umanità attorno ai valori della dignità di ogni persona, della pace, della fratellanza, dell’amore verso il prossimo, del perdono della solidarietà, condivisibili, per il loro carattere universale, anche da chi crede di non credere.

La croce nella storia cristiana

Già nell'antichità precristiana, la croce, contraddistinta dal numero quattro, è simbolo dell'unione dei contrari (sopra-sotto, destra-sinistra).

Come segno cosmico - relativo al sole e al suo corso o ai quattro punti cardinali - si incontra nella forma della croce a ruota o della croce uncinata: cosi presso i sumeri, nell'India antica e nella zona danubiana del neolitico. Come segno di salvezza o di protezione esso si presenta su numerosi sigilli e amuleti antichi.

La parola “croce” deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone”; i Greci la chiamarono stauròs, “palo”; gli Ebrei 'es, “albero”. Tutti questi nomi indicano l'origine primitiva della croce come supplizio: un albero o un palo al quale i condannati venivano confitti con chiodi, o legati con funi, oppure impalati.

Nell'Antico Testamento la croce era quasi sconosciuta; però i cadaveri dei giustiziati venivano appesi, ad accrescimento della loro ignominia. Dopo la lapidazione di un malfattore condannato a morte, lo si appendeva ad un albero.

Il serpente fissato a un'asta per ordine del Signore divenne in epoca neotestamentaria il “tipo”, cioè la prefigurazione di Gesù crocifisso: “Chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita” (Nm 21,8; cf Gv 3,14-15; 19,37).

Dalle prime comunità cristiane alla venerazione della croce

Presso i cristiani ebbe molto sviluppo la croce monogrammatica nelle composizioni di X (Chi Jota), XP (Chi Rho) e il monogramma a forma di croce.

Prima di tale data, la croce era nell'ambiente ellenistico-romano solo un servile supplicium e come tale la si ha nel NT.

La letteratura patristica e le testimonianze archeologiche hanno un loro punto di riferimento sulla croce nella festa della inventio crucis nata dalla dedicazione delle basiliche costantiniane del Santo Sepolcro e del Calvario (325).

Da allora si sviluppò il culto della croce dando luogo a tutta una serie omiletica ed iconografica ben individuabile.

Scomparsa la tradizione della celebrazione pasquale quartodecimana, la comprensione della croce luce-vita cedette il suo significato ad altre considerazioni teologiche, come soteriologia e riconciliazione, ascetiche, come accettazione del dolore e perseveranza, liturgiche, come il filone dei carmi de veneranda cruce e del sermo de adoratione pretiosae crucis.

L'inventio Crucis (325) diede poi sviluppo alla croce come signum victoriae, alla crux invicta, tanto presente nell'iconografia antica, rapportata non più al crocifisso ma alla venuta gloriosa del Signore.

Fu così possibile passare ad una raffigurazione della croce nell'arte dal momento che non suscitava più associazioni negative.

La diffusione delle rappresentazioni di Cristo crocifisso

In principio i primi cristiani non erano soliti raffigurare Cristo in croce. La ragione è molto semplice. Per sfuggire alle persecuzioni aveva la necessità di utilizzare simboli che ricordavano le linee di una croce associate a lettere greche come tau (T) e rho (P).

Solo con il riconoscimento della religione cristiana iniziarono a diffondersi le rappresentazioni di Gesù sulla croce.

Entro il IV secolo, dopo la visione di Costantino e l’Editto di Milano (313 d.C.), la croce acquisì importanza. La scoperta della Vera Croce da parte di Sant’Elena nel 326 d.C., come raccontato da Eusebio, segnò un momento cruciale, portando alla sua venerazione.

Tuttavia, il crocifisso come lo conosciamo, il corpo di Cristo sulla croce, apparve più tardi, intorno al VI secolo, influenzato dall'enfasi teologica sull'Incarnazione e la sofferenza.

L’evoluzione delle rappresentazioni della croce si sono modificate continuamente nel tempo, anche in funzione dei cambiamenti culturali delle diverse epoche.

In ogni caso, ancora oggi l’immagine di Cristo in croce è oggetto di rappresentazioni pittoriche e artistiche di ogni tipo. Pensa ad esempio alle icone russe e greche, caratteristiche della Chiesa d’Oriente, alle statue e bassorilievi oppure alle teche porta-eucarestia.

Il significato della crocifissione di Gesù

La pena della crocifissione, di origine orientale - in particolare persiana - venne adottata da cartaginesi e romani. Nella letteratura romana è descritta come punizione crudele e temuta; non era inflitta ai cittadini romani, ma riservata agli schiavi e ai non romani che avessero commesso atroci delitti, come assassini, gravi furti, tradimenti e ribellioni.

Il procedimento romano della crocifissione doveva essere pressappoco così: avvenuta la condanna legale, il condannato stesso portava la trave trasversale, il patibulum, sul luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine.

Giunti sul luogo dell'esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato. Il condannato veniva legato a braccia tese alla trave che poggiava sulle sue spalle e quindi innalzato sul palo verticale già preparato.

La morte subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili a causa dei crampi tetanici e per soffocamento, poiché il sangue del crocifisso non poteva circolare nelle membra violentemente tese.

Questo tipo di esecuzione, tanto ignominioso e crudele, era conosciuto, anche se non praticato, in Israele: “Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu lo avrai messo a morte e appeso a un palo, il suo cadavere non potrà rimanere tutta la notte al palo, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è maledetto da Dio” (Dt 21,22-23; cf Gs 8,29; 10,26-27).

La crocifissione come pena giudiziaria fu soppressa dal primo Imperatore cristiano, Costantino (306-337).

Perché Gesù fu crocifisso

Dopo aver girovagato per anni con la missione di proclamare il Regno di Dio, Gesù venne trascinato al tribunale del Sinedrio con l’accusa di “bestemmia”. Inoltre, Gesù sosteneva di essere il Figlio di Dio, e per questo diceva di essere stato mandato sulla terra per giudicare gli uomini.

Ai tempi non sarebbe bastata la condanna da parte dei sacerdoti per decretare la morte di Gesù. Gesù viveva nella Giudea, dominata dai romani e solo all’Impero Romano spettava il compito di decidere chi dovesse morire oppure no.

Così le autorità religiose ebraiche dovevano necessariamente convincere il governatore romano che Gesù rappresentava un pericolo e che meritasse la condanna a morte.

Messo alle strette dal fanatismo dei sacerdoti, Ponzio Pilato accusa Gesù per il suo proclamarsi Messia Re, mettendo così in dubbio la legittima autorità di Roma su quelle terre.

Con questa accusa viene decretata la morte di Gesù. Il titulus crucis, ovvero il cartello che veniva posto sulla croce a indicare la motivazione della condanna recitava così: “Gesù Nazareno Re dei Giudei”.

Il Crocifisso e il Vangelo del perdono

Lo sguardo infatti è rivolto al cielo, in atteggiamento supplice: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!» (Lc 23,34).

Le folle - dice l'evangelista Luca narrando la passione - accorrono, guardano e ritornano «battendosi il petto» (23,48). Lo «spettacolo» della croce capovolge la vita.

Fa contemplare la profondità inaudita dell'amore di Dio, e fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona, e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta.

La croce di Cristo è pensata da Paolo come evento salvifico che trasforma radicalmente il mondo e ne determina in maniera del tutto nuova il volere e l'agire.

Il vangelo, per Paolo, è nel suo centro e nella sua totalità logos tou stauroú, cioè annuncio salvifico che ha per contenuto la croce di Cristo.

Con queste parole Paolo vuol dire che la croce non dev'essere intesa come un puro fatto immanente alla storia, bensì come intervento di Dio; tale intervento si realizza in questo, che la croce di Cristo si presenta agli uomini come «parola» di Dio, come il suo messaggio liberatore e nello stesso tempo vincolante.

Il messaggio della croce porta la sotería, la salvezza, ai credenti, cioè a coloro che nell'ubbidienza si sottomettono al giudizio che Dio pronuncia nella croce di Cristo contro la sapienza del mondo autosufficiente.

Il Crocifisso come invito alla fiducia

Nel Diario la Madre commenta: “Se qualcuno ha avuto la disgrazia di offendere Gesù, non esiti un istante, corra da Lui per chiedergli perdono perché Egli l’attende con grande trepidazione e tenerezza. Allora vedrete come l’Amore Misericordioso vi stringerà a sé con l’infinita dolcezza del suo cuore e vi meraviglierete di costatare che Egli stesso vi ha attirato a sé proprio quando lo credevate adirato e pronto, con la spada in mano, a vendicarsi delle offese ricevute”.

“Fa’, Gesù mio, che il mio cuore e il mio pensiero siano sempre fissi in Te e per salvarmi non guardare, Gesù mio, agli scarsi meriti delle mie buone opere; mi salvino, Padre mio, il Tuo Amore e la Tua Misericordia”.

Madre Speranza afferma: “Basta uno sguardo alla croce per comprendere il linguaggio di Gesù: è il linguaggio dell’amore che tutti capiamo subito. Ha il capo chino per il bacio, il cuore ferito in segno di amore, le braccia aperte per abbracciarci e tutto il corpo offerto per salvarci. L’immagine di Gesù in croce deve essere la preferita e la più eloquente di tutte”.

Il Crocifisso invita quindi alla confidenza, alla fiducia e alla conversione. La sua serenità non cancella il dolore della Passione, ma rivela che il dolore è assunto dentro un amore libero, obbediente e misericordioso.

Il sacrificio di Cristo e la vita del cristiano

Dio ha progressivamente educato il suo popolo a passare dai sacrifici cruenti e materiali al sacrificio di oblazione spirituale che, in Gesù, culmina nella sua totale disponibilità al più grande sacrificio che è l'offerta di se stesso per la salvezza degli uomini.

Il sacrificio del cristiano s'inserisce nel sacrificio di Cristo. «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.

Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rom 12,1-2).

E Madre Speranza commenta: «Quando un'anima religiosa, mossa dalla carità e dallo zelo per le anime, si offre a Gesù quale vittima propiziatoria, Egli accetta la sua offerta, benedice il suo zelo e con grande interesse chiede la sua mediazione, e la stimola a chiedergli con confidenza la salvezza dei poveri peccatori» (El pan 2,97).

Questo messaggio spirituale dai complessi risvolti teologici è stato plasticamente espresso da Madre Speranza, non senza una precisa illuminazione, nel Crocifisso dell'Amore Misericordioso, opera pregevole dello scultore spagnolo Lorenzo Coullot Valera.

La devozione al Crocifisso dell’Amore Misericordioso

L’immagine di Gesù in croce tocca il cuore dei fedeli, evocando il sacrificio supremo dell’amore infinito che Cristo nutre per l’umanità.

Questa potente rappresentazione sta al centro della fede cristiana, simboleggiando non solo la passione e la morte di Gesù, ma anche la sua missione divina: quella di offrire se stesso per redimere e salvare ogni anima dalla perdizione.

Il crocifisso è il grande libro dell’amore di Dio. Non è uno dei tanti oggetti di devozione da ammirare per la sua antichità e la sua arte, ma l’espressione massima dell’amore di Dio.

L’amore del Signore è più grande di tutte le nostre contraddizioni, di tutte le nostre fragilità e di tutte le nostre meschinità. Ma è precisamente attraverso le nostre contraddizioni, fragilità e meschinità che Gesù Cristo vuole scrivere questa storia d’amore, che raggiunge il suo culmine sulla Croce.

Essere devoti del Crocifisso è essere devoti dell’amore a tutti i costi, un amore che sorprende per la sua generosa radicalità e gratuità.

Lasciamoci guardare dal Crocifisso e guardiamo il Crocifisso per far nostra quella sua compassione per noi stessi e per i nostri fratelli.

La contemplazione del Crocifisso

Nel solenne silenzio di un santuario cattolico, il crocifisso impone riverenza, attirando l'anima a contemplare l'infinito mistero dell'amore di Dio manifestato nella Passione del Nostro Signore Gesù Cristo.

Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, il crocifisso non è semplicemente un simbolo ma un sacramentale che “dispone i fedeli a ricevere la grazia” (CCC 1670), ricordandoci il sacrificio redentore che ha vinto il peccato e la morte.

Radicato nella Sacra Scrittura, dove San Paolo proclama, “Noi annunciamo Cristo crocifisso” (1 Cor 1,23), questo sacro emblema favorisce la devozione alla Beata Vergine Maria, che stette ai piedi della Croce, e ci invita a unire le nostre sofferenze alle Sue.

La contemplazione del Crocifisso può diventare una preghiera silenziosa: lo sguardo rivolto al cuore di Cristo riconosce il peccato, accoglie il perdono e si lascia trasformare dalla misericordia.

Il Crocifisso nella preghiera quotidiana

Il crocifisso aiuta a concentrarsi sul mistero della salvezza.

Nelle prove, tienilo mentre preghi le Stazioni della Croce.

Per le famiglie, insegnate ai bambini il suo significato, come esortava Papa Giovanni Paolo II in “Familiaris Consortio” (1981).

Chiediamo a Gesù Crocifisso di potere mantenere sempre un ricordo vivo del Suo volto sfigurato per non stancarci mai di chiedere perdono per i nostri peccati confidando nella sua divina misericordia.

Chiediamo al Crocifisso che ci aiuti a promuovere un cambiamento personale e comunitario attraverso atteggiamenti caratterizzati dalla mitezza, dall’accoglienza, dalla fraternità, dalla speranza.

Il Crocifisso e il Sacro Cuore di Gesù

Il mese di giugno è, per tutta la Chiesa, un tempo privilegiato per contemplare il Sacro Cuore di Gesù, massima espressione dell’amore divino rivelato in Cristo.

In questo tempo siamo invitate a rivolgere il nostro sguardo al Cuore trafitto di Cristo, da cui sgorgano misericordia, perdono e tenerezza senza fine.

Il Cuore di Gesù ci rivela un amore che non si stanca, che va incontro a ogni persona, soprattutto a coloro che soffrono di più. È un amore che guarisce le ferite, consola i cuori affranti e resta fedele anche davanti al rifiuto.

Come scrisse Santa Margherita Maria Alacoque, “questo Cuore arde d'amore per gli uomini e nulla risparmia per dimostrare questo amore”.

Nel corso del suo ministero, Gesù ha toccato le realtà più dure con compassione e tenerezza. La misericordia non fu per Lui solo un sentimento, ma un modo di agire.

Ha accolto i peccatori, perdonato chi aveva sbagliato, si è avvicinato agli emarginati. Nel Cuore di Cristo troviamo la speranza di un nuovo inizio, la certezza di essere profondamente amati e chiamati alla riconciliazione.

Vivere l’amore misericordioso significa amare con generosità, perdonare con coraggio, servire con umiltà e stare accanto a chi ha più bisogno di cura e ascolto.

Il comandamento dell’amore nella vita cristiana

La pratica del comandamento nuovo è il segno dell'appartenenza al regno di Dio: «Da questo vi riconosceranno che siete miei seguaci».

Il Crocifisso simbolo di una sofferenza affrontata per amore non è un simbolo che divide ma che unisce l’umanità attorno ai valori della dignità di ogni persona, della pace, della fratellanza, dell’amore verso il prossimo, del perdono della solidarietà, condivisibili, per il loro carattere universale, anche da chi crede di non credere.

Ciò significa abbandonare i nostri modi umani di vedere e di giudicare per entrare nella logica di Dio: logica d’umiltà, di povertà, di rinuncia a tutte le violenze, logica di pace e logica di perdono, come ha fatto Gesù dalla Croce.

Significa essere con i fratelli e le sorelle bisognosi, al loro servizio.

Noi contempliamo Gesù Crocifisso, per dare un senso profondo alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini e delle donne, soprattutto dei poveri e di coloro che soffrono, dei malati, degli immigrati che hanno trovato nel Mar Mediterraneo il loro cimitero, delle persone che a causa di questa pandemia sono ricoverate in ospedale senza poter incontrare i loro cari, o sono nel lutto per la perdita di una persona cara, o hanno perso il lavoro.

Il Crocifisso come segno di conversione

Noi siamo invitati a guardare a Cristo Crocifisso con uno sguardo di fede e di amore per sperimentare il perdono dei nostri peccati e la salvezza.

Come il popolo di Israele - stanco per il suo viaggio fu invitato ad alzare lo sguardo verso il serpente di bronzo issato sul bastone da Mosè - così noi veniamo invitati ad alzare lo sguardo verso Gesù Crocifisso.

Gesù dice nel vangelo di Giovanni “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono” (Gv 8,28). Gesù sarà innalzato, come il serpente, per dare la salvezza.

Tutti coloro che guardano e seguono Cristo Crocifisso saranno sanati e avranno la salvezza.

La croce capovolge la vita perché rende visibile un amore che non risponde alla violenza con altra violenza, al rifiuto con il rifiuto e al peccato con la vendetta.

La lieta notizia della croce esige conversione. Lo “spettacolo” della croce capovolge la vita.

Il Crocifisso e la carità concreta

La catechesi sulla carità ci accompagna attraverso gli insegnamenti di Madre Clelia Merloni, che ci invitano a una vita di fede e di amore profondo per il Cuore di Gesù.

Con parole piene di saggezza e tenerezza, ci insegna che la vera santità si raggiunge attraverso la fiducia, il sacrificio e la carità vissuti quotidianamente.

“Tu devi amare Dio con tutte le tue forze e il prossimo in vista di Dio; non risparmiandoti in nulla e sostenendo qualsiasi sacrificio per adempiere la sua santa volontà”.

La carità è la virtù che ci unisce a Dio, nostro fine ultimo, in modo soprannaturale, con un vincolo assoluto, donandoci il possesso reale di Dio e stabilendo una vicendevole amicizia tra lui e noi.

Essa costituisce l’essenza della perfezione cristiana, suppone e racchiude tutte le altre virtù e senza di essa le altre virtù non avrebbero alcun valore.

La perfezione non si esaurisce nella carità verso Dio, deve anche estendersi al prossimo, amato per amore di Dio.

Il suo sconfinato amore era indirizzato anche verso il prossimo; la carità verso i poveri, i malati, i bambini, era la sua caratteristica; era sensibile ai bisogni altrui.

La Serva di Dio aveva molto zelo per la salvezza delle anime: pregava e faceva molta penitenza per la loro salvezza. Amò sinceramente i suoi nemici, inserendoli nelle sue preghiere ed esortando le sue suore a unirsi alle sue preghiere.

L’espressione più alta della carità in Madre Clelia è il perdono. Durante la sua vita ha ricevuto tante offese anche da parte delle proprie consorelle. Lei ha risposto sempre con carità, pazienza e perdono.

In tal modo non solo ha imitato il suo Salvatore, ma si è identificata con il Cuore di Gesù, tradito e trafitto e ha partecipato al Suo atto di Redenzione.

Come Gesù, Madre Clelia ha versato l’olio della carità sui danni ricevuti e poi ha trasformato quelle ferite in fontane d’amore che si è riversato su tutti quelli che l’hanno fatta soffrire.

Il Crocifisso nella vita del credente

Nonostante la difficoltà di predicare oggi Gesù Cristo Crocifisso “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” a un mondo che è nemico della croce di Cristo, dobbiamo accogliere l’invito di san Paolo a portare “sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale” (2Cor 4,10).

La Croce non è soltanto un oggetto da osservare, ma una chiamata a conformare la propria vita a quella di Cristo: una vita donata, capace di perdonare, accogliere e servire.

Ogni volta che noi guardiamo il Crocifisso-Risorto, troviamo questo amore.

Il Crocifisso dell’Amore Misericordioso invita a riconoscere che l’amore di Dio precede i meriti, attraversa la fragilità e raggiunge l’uomo proprio nella sua miseria.

Le braccia aperte di Cristo accolgono, il cuore ferito parla di amore, lo sguardo rivolto al Padre manifesta la preghiera e il perdono, mentre la croce innalzata sul mondo proclama che la misericordia è destinata a ogni persona.

Guardare il Crocifisso significa dunque lasciarsi raggiungere da un amore che non si stanca e trasformare quello sguardo in fiducia, perdono, carità e servizio.

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