La novena può essere recitata anche quando una persona si trova in stato di peccato mortale: le preghiere restano buone azioni e possono ottenere grazie per la vita presente, suscitare il pentimento e orientare alla conversione, anche se, finché manca la grazia santificante, non sono meritorie per la vita eterna.
Chi riconosce di aver commesso un peccato mortale deve pentirsi sinceramente davanti a Dio e formulare il proposito di confessarsi appena possibile. Se il pentimento è perfetto, la persona può tornare in grazia di Dio prima della confessione; tuttavia non può ancora ricevere la Santa Comunione fino a quando non abbia celebrato il sacramento della Riconciliazione.
Che cosa significa essere in stato di peccato mortale
Il peccato è «una parola, un atto o un desiderio contrario alla legge eterna». Il peccato è un atto umano, che richiede il concorso della libertà, e si manifesta in atti esterni, in parole o in atti interni. Si tratta di un atto umano cattivo, perché si oppone alla legge eterna di Dio, che è la prima e suprema regola morale, fondamento di tutte le altre.
Più in generale, si può dire che peccato è ogni atto umano che si oppone alla norma morale, cioè alla retta ragione illuminata dalla fede. Si tratta, pertanto, di una presa di posizione negativa rispetto a Dio e, per contrasto, di un amore disordinato verso noi stessi. Perciò si dice anche che il peccato è essenzialmente aversio a Deo et conversio ad creaturas.
La aversio può non essere odio esplicito o avversione, ma soltanto un allontanamento da Dio, derivante dall’aver anteposto un bene apparente o finito al bene supremo. Sant’Agostino lo descrive come «l’amore di sé che arriva fino al disprezzo di Dio».
Il peccato mortale e il peccato veniale si possono paragonare, rispettivamente, alla morte e alla malattia dell’anima. Il peccato mortale «distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore».
Le tre condizioni del peccato mortale
«È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso». Le tre condizioni si devono verificare contemporaneamente.
| Condizione | Significato |
|---|---|
| Materia grave | L’atto è per se stesso incompatibile con la carità e con le esigenze delle virtù morali e teologali. |
| Piena consapevolezza | Si sa che l’azione è peccaminosa, ovvero contraria alla legge di Dio. |
| Deliberato consenso | Si vuole apertamente un’azione che si sa essere contraria alla legge di Dio. |
Materia grave significa che l’atto è per se stesso incompatibile con la carità e pertanto anche con le esigenze inevitabili delle virtù morali e teologali. Piena consapevolezza dell’intelletto vale a dire sapere che l’azione che si compie è peccaminosa, ovvero contraria alla legge di Dio.
Deliberato consenso della volontà indica che si vuole apertamente una azione, che si sa essere contraria alla legge di Dio. Questo non significa che perché vi sia peccato mortale è necessario voler offendere direttamente Dio: basta che si voglia compiere qualcosa che è gravemente contraria alla sua divina volontà.
Se manca una delle tre, il peccato può essere veniale. Questo avviene, per esempio, quando la materia non è grave, anche se c’è piena avvertenza e perfetto consenso; oppure quando non c’è piena avvertenza o perfetto consenso, pur trattandosi di materia grave.
L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche.
Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.
Che cosa accade con il peccato mortale
Il peccato mortale «ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno».
Il peccato mortale distrugge in noi la carità, ci priva della grazia santificante, ci conduce alla morte eterna dell’inferno se non ci si pente. Viene perdonato in via ordinaria mediante i sacramenti del battesimo e della penitenza o riconciliazione.
Quando si è commesso un peccato mortale, e finché si rimane fuori dallo “stato di grazia” - non avendolo riacquistato con la confessione sacramentale - non si deve ricevere la Comunione, perché non è possibile volere, allo stesso tempo, stare unito e separato da Cristo: si commetterebbe un sacrilegio.
Nel perdere l’unione vitale con Cristo a causa del peccato mortale, si perde anche l’unione col suo Corpo mistico, la Chiesa. Si continua a far parte della Chiesa, ma come membro malato, privo di salute, che fa male a tutto il corpo.
Col peccato mortale si perdono i meriti acquisiti - che però si possono riacquistare attraverso il sacramento della Penitenza - e si perde la capacità di acquisirne altri nuovi; l’uomo resta soggetto alla schiavitù del demonio; diminuisce il desiderio naturale di fare il bene e si provoca un disordine nelle potenze e negli affetti.
Il peccato mortale fa perdere la Grazia santificante, le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo, che costituiscono un tesoro veramente divino, infinitamente superiore a tutte le ricchezze materiali di questo mondo e, con essa, la perdita della presenza amorosa della SS. Trinità nell’anima.
Col peccato mortale ci si mette sotto il potere del diavolo perché ci si priva della grazia santificante che è come un muro di protezione o una siepe che difende. Col peccato mortale le forze dell’anima vengono debilitate perché «col peccato la ragione si offusca, specialmente nel campo pratico; la volontà diviene restia al bene; cresce l’interna difficoltà a ben operare; e la concupiscenza si accende».
La novena in stato di peccato mortale
Le preghiere fatte in stato di peccato mortale non meritano per la vita eterna perché non traggono linfa vivificatrice da Cristo. Solo quando siamo uniti a Cristo mediante la grazia santificante le nostre opere, tra cui anche le preghiere, meritano dal punto di vista soprannaturale per la vita eterna.
Tuttavia le opere e le preghiere fatte in peccato mortale rimangono buone azioni, sebbene non siano meritorie per la vita eterna. Tuttavia poiché sono buone azioni meritano beni per la vita presente, soprattutto se sono utili per la vita eterna.
Per questo una novena non diventa inutile soltanto perché chi la recita si trova in peccato mortale. La preghiera può essere uno strumento attraverso il quale Dio illumina la coscienza, concede grazie attuali, suscita il dolore del peccato e conduce alla confessione.
La grazia di Dio ci previene e ci aiuta prima ancora della nostra confessione sacramentale, e cioè da quando cominciamo a nutrire il pentimento e il proposito della conversione. Tale grazia può consistere in illuminazioni, in aiuti, in impulsi interiori che il Signore dà per spingere al pentimento e alla confessione.
Questi favori celesti vengono chiamati grazie attuali, che non conferiscono ancora la grazia santificante che innesta in Cristo. Ma talvolta si tratta proprio della grazia santificante, che il credente accoglie senza saperlo, continuando a pentirsi sinceramente dei propri peccati per aver offeso il Signore e propone di confessarsi appena possibile.
In questo caso allora torna in grazia di Dio, ancor prima della confessione, per cui tutte le azioni e le preghiere diventano meritorie anche sotto il profilo soprannaturale per la vita eterna.
Il pentimento perfetto prima della confessione
Se non c’è la possibilità di confessarsi, il pentimento è sincero, e cioè perfetto, se vi è perlomeno il proposito di confessarsi. In tal caso si può tornare in grazia prima ancora di essersi confessati.
Se nel frattempo si muore, non si muore in stato di peccato mortale perché la grazia è stata accolta al momento del pentimento col proposito della confessione.
Si dice perfetto il dolore che si prova perché si è offeso Dio e perché col nostro peccato si è continuato a crocifiggere Nostro Signore. Il dolore perfetto - proprio perché è perfetto - include almeno implicitamente il proposito di fare tutto ciò che il Signore ha disposto per essere riconciliati con lui, vale a dire la confessione.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: «Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta “perfetta” (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale».
Il dolore si dice imperfetto quando è motivato solo dal fatto di aver perso la propria dignità o per la paura di andare all’inferno. Questo dolore imperfetto, sebbene in se stesso sia buono, non riconcilia ancora con Dio e pertanto non riporta in grazia.
Tuttavia è sufficiente per andarsi a confessare ed essere assolti perché per mezzo della confessione e della assoluzione si viene condotti a concepire un dolore perfetto.
Questa contrizione può essere espressa con un atto di dolore oppure anche mettendosi in preghiera. La prima cosa da fare qualora ci si scoprisse in peccato mortale è quella di invocare da Dio la grazia del pentimento e di domandare perdono a Dio.
Questa invocazione è come un riaprire le finestre della nostra vita alla grazia che nuovamente viene ad invadere la nostra anima e ci ristabilisce nell’amicizia con Dio ancor prima della confessione. Non senza però la volontà di confessarsi.
Perché non rimandare il pentimento
La necessità di questa contrizione e di tornare subito in grazia è richiesta perché la permanenza volontaria nel peccato mortale, soprattutto se molto lunga, manifesta un certo disprezzo per Dio, poiché si stima di poco conto vivere in amicizia con Dio.
È richiesta anche per il pericolo di perdersi eternamente con una morte improvvisa. È richiesta perché tutte le opere buone compiute senza la grazia di Dio sono inutili per la vita eterna, non possedendo alcun merito soprannaturale.
Rimangono buone, ma sono morte sotto il profilo del merito. Gesù ha detto chiaramente: «Chi non raccoglie con me, disperde».
È quasi impossibile rimanere qualche tempo in peccato mortale senza cadere in nuovi peccati, che offendono Dio e peggiorano la già deplorevole situazione del peccatore. Dice San Gregorio Magno: «Il peccato non riparato subito con la penitenza, col suo peso trascina ad altri peccati».
Per tutti questi motivi è convenientissimo che ci si rialzi subito dal peccato e ci si penta il più presto possibile.
- Invocare da Dio la grazia del pentimento.
- Domandare perdono a Dio con un dolore sincero.
- Formulare il proposito di confessarsi appena possibile.
- Continuare la preghiera personale, comprese le novene, senza considerarla inutile.
- Non ricevere la Santa Comunione prima della confessione sacramentale.
Novena, Rosario e preghiera personale
Si può continuare a recitare il Rosario quando si è caduti in peccato mortale, soprattutto iniziando la preghiera con un atto di dolore sincero e con il proposito della confessione. La preghiera non sostituisce la confessione, ma può accompagnare il pentimento e mantenere l’anima orientata verso Dio.
Non è necessario aspettare la confessione per pregare, perché il peccatore non deve allontanarsi volontariamente da Dio proprio nel momento in cui ha più bisogno della sua misericordia. La contrizione può essere espressa anche mettendosi in preghiera.
La situazione è diversa per la Santa Comunione. Pur tornati in grazia col pentimento e con il proposito della confessione, nel frattempo non si può ancora fare la Santa Comunione.
Il perdono è stato concesso, ma da parte del soggetto non è ancora avvenuta la riparazione. Questa sarà attuata nella confessione e nel momento in cui il Sacerdote dice: «Io ti assolvo dai tuoi peccati». È il momento in cui ci si riconcilia con Cristo e con la Chiesa.
Preghiere fatte durante un periodo di peccato
Le preghiere recitate in un periodo di peccato quasi perenne non sono automaticamente prive di ogni valore. Se erano state fatte senza la grazia santificante, non erano meritorie per la vita eterna; tuttavia rimanevano buone azioni e potevano ottenere beni per la vita presente, soprattutto se utili per la vita eterna.
Se invece, prima della confessione, era già presente un pentimento sincero con il proposito di confessarsi appena possibile, la persona poteva essere tornata in grazia di Dio anche senza saperlo. In questo caso le azioni e le preghiere diventavano meritorie anche sotto il profilo soprannaturale per la vita eterna.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo.
Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. La questione decisiva non è dunque soltanto stabilire in quale momento sia stata pronunciata una preghiera, ma riconoscere il peccato, accogliere la misericordia e orientare realmente la volontà alla conversione.
La salvezza e il riconoscimento di Gesù come Salvatore
Nessuno può salvarsi semplicemente con le proprie opere. C’è infatti una disparità tra le nostre opere umane, che sono di ordine naturale, con il paradiso che è di ordine soprannaturale.
Per salvarsi è necessario riconoscere che ci salviamo per i meriti di Gesù che sono di ordine soprannaturale e che ci vengono da lui graziosamente donati mediante l’infusione della grazia santificante di cui ci riveste.
Gesù significa: Dio salva. Dio ci salva attraverso l’incarnazione, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù.
Si riconosce Gesù Salvatore in due modi: esplicitamente, ed è quella di chi riceve il battesimo, o implicitamente. Lo riconoscono implicitamente tutti coloro che vivono in maniera retta, credono in Dio e che Dio rimunera coloro che lo cercano con cuore sincero.
Il peccato mortale non è quindi semplicemente una mancanza esterna o una formula non pronunciata, ma una scelta libera e consapevole contro la carità, nella quale l’uomo preferisce un bene inferiore a Dio. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno.
Dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio. La misericordia di Dio si manifesta proprio nel perdono offerto al peccatore che riconosce la propria colpa e ritorna a lui.
La differenza tra peccato mortale e peccato veniale
Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca. Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali.
Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio.
Il peccato veniale non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna. Dio ci perdona i peccati veniali nella Confessione e anche, fuori da questo Sacramento, quando facciamo un atto di contrizione o una penitenza, addolorati per non aver corrisposto all’infinito amore che Dio ha per noi.
Si deve avere “orrore del peccato veniale deliberato”. Per una persona che vuole amare veramente Dio non ha senso consentire a piccoli tradimenti solo perché non sono peccato mortale; questo può portare alla tiepidezza.
Il peccato, la coscienza e la conversione
Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe.
«Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa».
La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci «la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore».
Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato. La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargizione della grazia e dell’amore.
La proliferazione del peccato
Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male.
In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice. I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali.
Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.
La perdita del senso del peccato è frutto del volontario oscuramento della coscienza che porta l’uomo - per la sua superbia - a negare che i peccati personali siano tali e persino a negare che esista il peccato.
La responsabilità per i peccati degli altri
Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo.
- Prendendovi parte direttamente e volontariamente.
- Comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli.
- Non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo.
- Proteggendo coloro che commettono il male.
Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia. I peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina.
La Comunione sulla mano e il timore del sacrilegio
Ricevere la Santa Comunione sulla mano o in bocca non rientra tra le verità di fede. È di disciplina della Chiesa.
Se la Chiesa ad un certo momento ha sentito l’esigenza di dare la Santa Comunione solo in bocca deve aver avuto i suoi motivi. Questi motivi sono facili da riconoscere: evitare la dispersione dei frammenti e conseguentemente la loro profanazione; evitare che qualcuno prenda la particola consacrata e non la consumi, esponendola anche volontariamente a profanazioni di ogni genere; per favorire la devozione e il raccoglimento.
La Chiesa oggi concede che si possa ricevere anche sulla mano. Si può discutere se sia meglio darla in bocca oppure deporla sulla mano.
Ma affermare che la Chiesa concedendo o imponendo di darla sulla mano faccia compiere ai fedeli un sacrilegio abominevole è inconcepibile - per non dire peccaminoso - solo il pensarlo.
In ogni caso è sempre preferibile attenersi alla discrezione della Chiesa piuttosto che al proprio giudizio. Anche per l’atto di umiltà per cui si obbedisce alla Chiesa, Dio concede molte grazie avendo detto più e più volte che resiste ai superbi mentre dona la sua grazia agli umili.
La preghiera del peccatore e la comunione dei santi
Il peccato mortale ci toglie dalla comunione dei santi. La Comunione dei Santi è un’intima unione, uno scambio di vita soprannaturale che c’è fra i membri della Chiesa pellegrinante, purgante, celeste.
Tutti questi, uniti insieme, formano un Corpo, detto mistico, cioè misterioso di cui Cristo è il capo, noi siamo le membra e lo Spirito Santo è l’anima. Questo Corpo è la Chiesa.
Fra i membri di questo Corpo scorre la linfa salutare della Grazia, di cui Cristo è la fonte, c’è uno scambio reciproco di doni e ogni membro, svolgendo la funzione che gli è stata assegnata, coopera per il bene di tutto il Corpo.
I fedeli cristiani in peccato mortale sono come membra morte o paralizzate in questo Corpo. Tuttavia la preghiera non deve essere abbandonata, perché proprio la preghiera può diventare il luogo nel quale il peccatore riconosce la propria condizione, domanda misericordia e riceve la grazia del pentimento.
Dobbiamo credere che Dio può esaudire tutto quello che chiediamo. Fidarsi di Dio e pregare che sia fatta la sua volontà sia con noi sia con coloro per i quali preghiamo, è la condizione migliore perché Dio esaudisca la nostra preghiera.
È necessario essere grati a Dio per tutto, ed allora Egli esaudisce la nostra preghiera.
Una novena recitata in stato di peccato mortale non deve essere abbandonata: deve diventare una preghiera di pentimento, di fiducia nella misericordia di Dio e di sincero proposito di accostarsi alla confessione appena possibile.