La presenza dei Missionari Comboniani in Sud Sudan nasce dall’esperienza di Daniele Comboni e si sviluppa attraverso l’evangelizzazione, l’educazione, la sanità, la formazione di catechisti e la costruzione di una Chiesa locale capace di continuare la propria missione anche nei periodi di guerra e di espulsione dei missionari stranieri.
Mupoi appartiene a questa lunga storia: qui era presente la congregazione locale delle Sisters of Our Lady of Victories, affidata alla formazione delle Suore Missionarie Comboniane. La vicenda di Mupoi mostra come l’opera comboniana non riguardasse soltanto i missionari europei, ma anche la crescita di sacerdoti, religiose, religiosi e laici sudanesi, secondo l’intuizione di san Daniele Comboni: «Salvare l’Africa con l’Africa».
Dalle prime spedizioni di Comboni alla missione in Sud Sudan
La missione comboniana in Sud Sudan inizia con don Daniele Comboni, il cui primo viaggio in quelle terre appena esplorate inizia il 10 settembre 1857, partendo in nave da Trieste. La spedizione missionaria verso l’Africa centrale di don Nicola Mazza consisteva in 5 missionari, di cui don Daniele era il più giovane. Gli altri sono: don Giovanni Beltrame, capo missione, don Francesco Oliboni, don Angelo Melotto e don Alessandro Dal Bosco.
Don Comboni è il più giovane, quindi lo vediamo in attitudine di ascolto per imparare da chi ha più esperienza, ma non ci deve sfuggire il suo atteggiamento e coinvolgimento in questa missione che lo vedrà sì subordinato agli altri, ma dove ci mette tutta la sua partecipazione e ardore e valutazione. Egli stesso dice che ha atteso questo momento sospirato “con maggior calore di quello che due fervidi amanti sospirano il momento delle nozze”.
Il 14 Febbraio 1858 Daniele Comboni arriva a Santa Croce, tra il 6° e 7° grado di latitudine Nord, sulle sponde del Nilo Bianco. Fa parte di un gruppo di sei membri dell’istituto veronese di Don Mazza. Inizia a studiare il Denka. Ben presto il clima e le febbri hanno la meglio sui giovani missionari.
Uno, Don Francesco Oliboni, muore il 25 Marzo. Comboni stesso rischia più volte di morire. Il gruppo è costretto a rientrare in Italia. Lasciano Santa Croce il 15 Gennaio 1859. La prima esperienza missionaria di Daniele Comboni dura solo 11 mesi, ma l’Africa centrale gli è entrata nel cuore.
Fino al termine della sua vita Comboni lotta per riorganizzare la missione, sognando di raggiungere ed evangelizzare proprio le popolazioni nere dell’interno, la sua “Nigrizia”. Morirà a Khartum, senza poter coronare il suo sogno. Solo vent’anni anni dopo la sua morte, nel 1901, i primi comboniani, guidati da Mons. Roveggio, giungono al Sud, a Lul, tra gli Shilluk.
Sono presto raggiunti dalle suore (1903). Una di loro, l’anziana Sr. Giuseppa Scandola, reclutata direttamente dal Comboni e partita per l’Africa nel 1877, muore offrendo la sua vita in cambio di quella di un giovane missionario ammalato, P. Beduschi. (Sia per Mons. Roveggio che per Sr. Scandola è oggi in corso, nelle sue diverse fasi, il processo di canonizzazione).
Dagli Shilluk i missionari passano poi tra i Jur a Kayango e Mbili, vicino a Wau (1904). Inizia così la storia dell’evangelizzazione del Sudan meridionale, la missione “classica” per generazioni di comboniani e comboniane. Una storia che dura ormai da un secolo.

La storia della presenza comboniana nel Sud Sudan
Impossibile da riassumere, la si può schematicamente dividere in tre periodi.
1901-1964: crescita delle comunità cristiane
È il lungo periodo di una crescita, faticosa e prodigiosa allo stesso tempo, di moltissime comunità cristiane in tutte le regioni del Sud Sudan. Il cristianesimo promuove la formazione e crescita non solo della chiesa, ma dell’intera società sudanese.
Al cammino che conduce il paese all’indipendenza (1956), si accompagna la progressiva presa di coscienza da parte dei neri del Sud di una loro identità e dignità, in rapporto alla popolazione araba e musulmana del Nord. Il desiderio di autonomia politica è rafforzato dall’opposizione al tentativo di islamizzazione promosso dal governo di Khartum.
La ribellione contro il Nord si organizza e si arma. Il governo cerca di frenare e controllare la vita della chiesa con misure sempre più restrittive. Il 1964 vede l’espulsione massiccia dal Sud di tutti i missionari stranieri.
1971-1990: il rientro e le nuove difficoltà
Nel 1971 una comunità di comboniani sudanesi ritorna a Nzara, tra gli Zande. L’accordo di Addis Abeba fra il governo e i ribelli Anya-Nya del Sud (1972) facilita il progressivo ma lento rientro di altri missionari.
Date le circostanze, nel 1980 la zona del Sud viene distinta dalla provincia comboniana di Khartum. Dapprima Delegazione, il Sud Sudan diventa Provincia a sé (1985).
Le alterne fortune militari e le divisioni interne dell’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (SPLA) causano lo spostamento da una zona all’altra di intere popolazioni, nel tentativo di fuggire alle calamità della guerra. Molte missioni devono essere chiuse e abbandonate.
Dal 1990 alla provincia del Sud Sudan
Mentre, per ragioni di sicurezza, molti missionari si concentrano in Juba, altri scelgono di continuare a lavorare nelle zone “liberate”, sotto il controllo dell’esercito di liberazione. È il luglio del 1990. Nasce il gruppo del “Nuovo Sudan”.
La presenza nel Sudan libero impone continui cambiamenti e spostamenti, in seguito alle alterne vicende militari nella lotta contro l’esercito governativo. Spesso, dopo aver ricominciato in un luogo, bisogna abbandonarlo perché minacciato o distrutto dai bombardamenti.
Il periodo dal ’94 al ’98 è relativamente più tranquillo e permette l’apertura di varie comunità. Il gruppo del Nuovo Sudan, costituito come Delegazione nel 1995, diventa nuovamente la Provincia del Sud Sudan col 1 Gennaio 2002.
Continua così la presenza comboniana a servizio di una Chiesa locale ormai adulta (la creazione di una gerarchia sudanese risale al 1974), ma tuttora sottoposta ad una pesante situazione di grande povertà, acuita dalla guerra che continua a moltiplicare le sofferenze della popolazione.
Mupoi e le congregazioni religiose locali
La storia di Mupoi è legata alla crescita delle congregazioni religiose locali e alla formazione delle donne sudsudanesi alla vita consacrata. Nel Sud Sudan rimanevano tre Congregazioni Religiose locali femminili: Nazareth Sisters a Wau (Vescovo Mason), Our Lady of Victories a Mupoi (Vescovo Ferrara), Sacred Heart Sisters di Juba, (Vescovo Mazzoldi); le tre Congregazioni erano state affidate per la loro formazione alle Suore Missionarie Comboniane.
Queste Congregazioni erano, infatti, molto giovani come religiose e avevano ancora bisogno di accompagnamento nel loro processo formativo. A Juba c’erano i fratelli di S. Martin de Porres, Congregazione locale sudanese, fondati da Mons. Mazzoldi e P. Marangoni. A Wau vi erano anche i fratelli di St. Joseph.
Tutte e due istituti locali ancora esistenti oggi che passando in mezzo a tante vicissitudini sono riusciti ad andare avanti. L’esperienza di Mupoi si inserisce quindi in un modello missionario basato sulla formazione e sulla responsabilità delle comunità locali.
L’espulsione del 1964 e l’abbandono delle missioni
Sono passati cinquant’anni da quando, il 27 febbraio 1964, il Consiglio dei ministri del Sudan emanava il decreto di espulsione di tutti i missionari e missionarie stranieri, presenti nelle tre province del Sud Sudan: Juba, Wau e Malakal.
“Il Governo del Sudan ha deciso che tutti i missionari stranieri del Sudan meridionale devono essere deportati. Questo riguarda circa 300 missionari, la maggior parte cattolici. Il provvedimento è stato preso perché essi hanno abusato dell’ospitalità concessa dal Sudan e hanno interferito negli affari sudanesi”: questo il comunicato radiofonico trasmesso dalla BBC.
In realtà, espellere i missionari cattolici era il primo passo verso il tentativo di islamizzazione del Sud Sudan. Fra il 27 febbraio e il 9 marzo 154 missionarie comboniane e 104 missionari comboniani furono costretti ad andarsene.
Altri erano stati espulsi a scaglioni già dal 1961, tra cui 13 Mill Hill Fathers (della Società missionaria di San Giuseppe), e monsignor Edoardo Mason, anch'egli comboniano, vicario apostolico di El Obeid, precedentemente vescovo a Wau. Cinquantotto missioni rimasero abbandonate.
Anche le tre congregazioni religiose locali femminili - Nazareth Sisters di Juba (vescovo Mason), Sisters of Our Lady of Victories a Mupoi (vescovo Domenico Ferrara), Sacred Heart Sisters di Juba (vescovo Sisto Mazzoldi) - dovettero andarsene, rifugiandosi nelle nazioni confinanti.
A quel punto, la Chiesa nascente del Sud Sudan (i comboniani erano arrivati nel 1901) poteva contare su un solo vescovo (il primo ordinato nel Paese), monsignor Ireneo Wien Dud, e 28 sacerdoti.
Il 17 Maggio furono espulsi anche i quattro Comboniani di Mading/ Abyei e anche Mons. Edoardo Mason, Vicario Apostolico di El Obeid il quale fu espulso perché prima era stato Vescovo a Wau.
La formazione delle religiose di Mupoi
Le tre Congregazioni erano molto giovani come religiose e avevano ancora bisogno di accompagnamento nel loro processo formativo. Le Suore Missionarie Comboniane contribuirono a sostenere questo cammino, rendendo possibile la maturazione di comunità religiose nate nel contesto sudanese.
Le Congregazioni religiose femminili al Sud in genere scapparono verso le nazioni confinanti col Sudan meridionale. Le Sacred Heart Sisters trovarono accoglienza e una casa di formazione a Moyo, Uganda, dove la loro Superiora Generale, Sr. Elisabetta Coggi, Comboniana continuò il processo della loro formazione.
Quella Congregazione maturò, si sviluppò e, col passare degli anni, diventò autonoma. Le Sisters of Our Lady of Victories scapparono verso il Centrafrica, a Ovo. Poco dopo arrivarono lì Sr. Melania Morelli e Sr. Flora Teresa Rebellato (espulse dal Sudan) per aiutarle nel loro cammino formativo.
Quando la guerra finì nel 1972 le suore rientrarono in Sud Sudan e, seguendo l’invito della Conferenza Episcopale Sudanese, le congregazioni delle Sisters of Nazareth (Wau) e quelle delle Sisters of Our Lady of Victories si amalgamarono formando la nuova Congregazione locale delle Missionary Sisters of the Blessed Virgin Mary.
| Realtà religiosa | Luogo | Sviluppo dopo l’espulsione |
|---|---|---|
| Nazareth Sisters | Wau | In seguito formarono, insieme alle Sisters of Our Lady of Victories, la nuova Congregazione locale delle Missionary Sisters of the Blessed Virgin Mary. |
| Sisters of Our Lady of Victories | Mupoi | Si rifugiarono nel Centrafrica, a Ovo, dove ricevettero aiuto nel cammino formativo. |
| Sacred Heart Sisters | Juba | Trovarono accoglienza e una casa di formazione a Moyo, Uganda, e diventarono autonome. |
Da una missione straniera a una Chiesa locale
Una volta avvenuta l’espulsione, ci si domandava che cosa ne sarebbe stato della Chiesa locale e delle comunità cristiane. La risposta è chiarissima dopo cinquanta anni. La Chiesa Sudanese emerse decisamente come Chiesa locale con una propria gerarchia, clero e religiosi.
Nel 1975, due sacerdoti sudanesi furono ordinati vescovi: Mons. Gabriel Zubeir Wako e Mons. Joseph Abangite Gasi. In seguito all’espulsione dei missionari dal Sud Sudan, nel 1976, fu eretta la “Sudan Catholic Bishops Conference (Conferenza episcopale sudanese).
In seguito all’espulsione i cristiani del Sud soffrirono una vera persecuzione. Quattro sacerdoti furono uccisi insieme a tanti laici per fedeltà a Gesù Cristo; nonostante la guerra e le moltissime difficoltà, le comunità cristiane nelle diverse missioni continuarono il loro cammino di fede.
La difficile situazione al Sud favorì la nascita di una Chiesa Sudanese al Nord, conseguenza dell’emigrazione di centinaia di migliaia di persone motivata dall’insicurezza e violenza che si viveva nella parte meridionale del paese.
Alcune etnie che erano state scarsamente toccate dall’evangelizzazione al Sud, quali i Denka e i Nuer, trovarono al Nord la via e conoscenza di Gesù Cristo nella Chiesa.

Il pellegrinaggio a Lourdes e la continuità della missione
Il gruppo dei missionari stranieri espulsi - due mesi dopo, a maggio - andò in pellegrinaggio a Lourdes, per affidare alla Madonna i cristiani del Sudan meridionale, che stavano subendo una vera persecuzione.
Gli evangelizzatori furono pure ricevuti da papa Paolo VI, che ebbe per loro parole di incoraggiamento, mentre il Vaticano cercava il dialogo con il governo sudanese, in vista di un possibile ritorno.
Volendo fare qualcosa per aiutare le comunità cristiane abbandonate, il gruppo dei missionari/e espulsi fece un pellegrinaggio a Lourdes dal 24 al 26 maggio 1964 per affidare alla Madonna la situazione del Sudan meridionale, specialmente la sua Chiesa.
Il gruppo ebbe pure la consolazione di essere ricevuto dal Papa, Paolo VI, che ebbe per loro parole d’incoraggiamento e si augurò che il Governo Sudanese rivedesse la sua decisione. Infatti, il Vaticano cercò di dialogare con il governo in vista di un possibile ritorno.
Ma lo sforzo era pure quello di non danneggiare il lavoro missionario nel Nord Sudan. Da parte del gruppo dei missionari/e ci fu pure l’impegno umanitario nel cercare di aiutare facendo conoscere la situazione, scrivendo e chiedendo aiuti finanziari dappertutto.
I vescovi Mason e Ferrara s’impegnarono in modo particolare in questo aspetto. L’esperienza dell’espulsione divenne così anche un’occasione per mantenere viva la relazione con le comunità cristiane e per sostenere la Chiesa sudanese in una fase di grave abbandono.
La diffusione del carisma comboniano in Africa
Ma quell’espulsione - che «all'epoca fu davvero traumatica», dice Moschetti - fu l’occasione per i comboniani di portare la loro presenza in altri Paesi africani: Congo, Centrafrica, Chad, Togo, Uganda, Etiopia, ma anche Kenya, dando così inizio a quella che sarebbe diventata una nuova provincia.
I missionari andarono anche in Europa, America Latina e Medio Oriente. «Rendendo il nostro carisma universale».
L’espulsione dal Sudan meridionale fu anche l’occasione per Comboniane e Comboniani d’iniziare la loro presenza in altri paesi africani. Allo scopo di seguire i rifugiati nei paesi vicini, i Comboniani andarono in Congo, in Centrafrica e Chad; aprirono missioni in Togo, Uganda, in Etiopia e in altri paesi.
Le Suore Comboniane aprirono una comunità in Kenya dando inizio così a quella che sarebbe diventata una nuova provincia. I missionari si sparsero in tutto il mondo, in Europa, America Latina e Medio Oriente disseminando il carisma comboniano.
L’espulsione fu anche l’occasione per un impegno maggiore delle due Congregazioni nella formazione di agenti pastorali locali, preti, religiosi e laici, comprese le vocazioni missionarie Comboniane.
Continuarono con maggiore impegno a promuovere, formare e sostenere nuove Congregazioni africane come gli Apostles of Jesus e le Evangelizing Sisters of Mary. La storia insegnava loro che quanto Comboni affermava “Salvare l’Africa con l’Africa” era un imperativo per la famiglia comboniana in Sud Sudan e nel mondo.
Il rientro dei Comboniani e la provincia del Sud Sudan
Nel 1971 una comunità di comboniani sudanesi ritorna a Nzara, tra gli Zande. L’accordo di Addis Abeba fra il governo e i ribelli Anya-Nya del Sud (1972) facilita il progressivo ma lento rientro di altri missionari.
Così, alla fine del maggio 1992, un’escalation del conflitto costrinse tutti i missionari comboniani, tranne quelli della comunità di Nzara, a lasciare il Sud Sudan. Questi confratelli si riunirono a Nairobi per una valutazione.
Alcuni furono assegnati ad altre province mentre altri rimasero a prendersi cura dei profughi sudanesi a Kakuma (Kenya) e a Kocoa (Uganda). Alla fine di luglio, erano rimasti solo nove confratelli del Nuovo Gruppo del Sudan.
P. Francesco Chemello fu nominato coordinatore del gruppo con l’obiettivo principale di mantenere viva la fiamma della fede e di essere vicino alla gente nella loro sofferenza, ovunque fosse possibile. La sede principale era la Jacaranda House a Nairobi.
Il 1° gennaio 1995, la Direzione Generale eresse la Delegazione del Sud Sudan con i confratelli appartenenti al Nuovo Gruppo del Sudan in esilio (16 confratelli). P. Francesco Chemello fu nominato Superiore della Delegazione.
Il Consiglio Generale prese a cuore la situazione del Sud Sudan con l’invio di altri confratelli: erano già 28 alla fine del 1996 e 36 nel 2000.
In quegli anni furono aperte nuove presenze: Agang Rial, Marial Lou e Mapuordit tra i Dinka, Nyal e Old Fangak tra i Nuer, Narus tra i Topossa e Lomin tra i Kuku; e furono avviati l’Ospedale di Mapuordit e il Comprehensive Comboni College di Lomin.
Il Consiglio Generale approvò la proposta dei confratelli, presentata durante l’Assemblea Intercapitolare del 2000, ed eresse la Provincia del Sud Sudan, a partire dal 1 gennaio 2002. P. Ezio Bettini fu nominato Superiore Provinciale.
Le comunità comboniane e le opere pastorali
Il 9 gennaio 2005 a Nairobi (Kenya), il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLM) firmò lo storico Accordo Globale di Pace (CPA) con il governo di Khartoum, che portò la fine della seconda guerra civile.
Nello stesso anno, P. Luciano Perina iniziò il suo mandato come provinciale. Agang Rial fu chiusa per aprire Yirol, mentre Old Fangak fu eretta come comunità, la comunità di Nyal ritornò a Leer, furono aperti la missione di Tali e il laboratorio di San Martino, a Lomin, e iniziò il suo servizio il Network Radiofonico cattolico.
Nel gennaio 2008 la sede provinciale fu ufficialmente spostata alla Casa Comboni di Juba. Il 1° gennaio 2011, P. Daniele Moschetti assunse l’incarico di provinciale fino al dicembre 2016.
Ha lavorato con grande energia e ha dato un contributo decisivo alla creazione di un ufficio di Giustizia e Pace a Juba e alla costruzione del centro di Moroyok per l’animazione missionaria e vocazionale, ha promosso molte attività di formazione e laboratori caratterizzati da vari ministeri, la collaborazione ecclesiale in molti progetti, l’istituzione dell’Associazione dei Superiori Religiosi in Sud Sudan e la costruzione del Centro della Pace del Buon Pastore.
In questo periodo le comunità di Wau e Raga sono entrate a far parte della provincia del Sud Sudan. Il 1° gennaio 2017, P. Louis Okot Tony ha iniziato il suo ministero come superiore provinciale.
Al momento nella provincia ci sono 10 comunità: la casa provinciale a Juba, il prepostulato a Moroyok (Juba), Lomin (Kajokeji), Tali, Yirol, Mapuordit, Wau, Nyal (Leer), Old Fangak e la presenza di due confratelli a Mogok (Ayod).
La missione comboniana nel Sud Sudan contemporaneo
«La nostra prima attività è l’evangelizzazione con la promozione umana»: afferma padre Louis Tony Okot, fino a pochi giorni fa (31 dicembre 2022) superiore provinciale dei comboniani in Sud Sudan.
Una missione, quella africana, dei padri comboniani, mai interrotta dal lontano 1849, quando san Daniele Comboni (1831-1877), consacrò la sua vita all’Africa, realizzando un progetto che lo porterà più volte a rischiare la vita in estenuanti spedizioni missionarie fin dal 1857, anno in cui va per la prima volta nel continente.
Fedele al suo sogno, nonostante le difficoltà, nel 1867 fonda l’Istituto dei missionari comboniani. «Attualmente noi comboniani in Sud Sudan - aggiunge padre Okot - svolgiamo la nostra missione nelle diocesi di Juba, Yei, Rumbek, Wau e Malakal.
Non è escluso comunque che sulla scia del nostro fondatore Comboni, più avanti si possano raggiungere altre realtà del territorio sudanese». E aggiunge Okot: «Visitando le nostre missioni si possono apprezzare l’impegno a favore della predicazione della parola di Dio, nella vita sacramentale, nella formazione di catechisti e laici, nella pastorale giovanile, nell’educazione, nella sanità, nella giustizia, nella pace e nel rispetto integrale del creato e nella formazione dei sacerdoti».
Oltre al ramo maschile, dal 1903 c’è la presenza anche delle suore comboniane. «Questa è la nostra terra - sottolinea Okot - e siamo nati per l’Africa, anche se siamo presenti in diverse parti del mondo per rispondere appunto alle esigenze del momento.
Le nostre amate suore comboniane lavorano in cinque diocesi nel Sud Sudan: Malakal, Wau, Juba, Rumbek e Tombura-Yambio e si occupano prevalentemente di pastorale, istruzione e sanità».
Ambiti principali della missione
- Predicazione della Parola di Dio.
- Vita sacramentale.
- Formazione di catechisti e laici.
- Pastorale giovanile.
- Educazione e gestione delle scuole.
- Sanità e assistenza alle comunità.
- Giustizia, pace e riconciliazione.
- Rispetto integrale del creato.
- Formazione dei sacerdoti.
La guerra civile e la vocazione alla riconciliazione
Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato il 54° Paese africano. L’indipendenza è stata celebrata da tutti come l’inizio di una stagione di pace.
In realtà, soltanto due anni dopo, il 15 dicembre 2013, la storia è cambiata e, a partire dalla capitale Juba, il Paese è ripiombato nella sofferenza. Una nuova guerra civile, che ha visto contrapposti le truppe governative fedeli al presidente della Repubblica del Sudan del Sud, Salva Kiir Mayardit, e i ribelli, guidati dall’ex vicepresidente, Riek Machar.
Migliaia di morti e quasi 900mila sfollati. «Nessuno si aspettava le atrocità di quest'ultimo conflitto, una violenza inaudita, gente sgozzata, bruciata, donne stuprate - conclude padre Moschetti -. Anche se il conflitto finisse oggi, servirà almeno un decennio per la riconciliazione».
I vescovi del Sudan e Sud Sudan nella loro ultima assemblea del Gennaio 2014 hanno scritto un’esortazione pastorale dal titolo: “Rifondiamo la nostra Nazione su una Nuova Alleanza”.
In essa, i vescovi cercano di ri-disegnare il lavoro dell’evangelizzazione nell’immediato e lungo termine attraverso questo grande valore: la Riconciliazione.
“Riconcialiazione deve diventare l’unica più importante priorità ad ogni livello nazionale, nella vita civile ed ecclesiale. Siamo convinti che siamo ad un momento cruciale e decisivo nella storia del Sud Sudan.
Il Sud Sudan non può più essere lo stesso. Ora è tempo per la nostra Nazione di rialzarsi dalle ceneri. Ora è il tempo di una nuova Nazione.
Noi stessi ci impegniamo per la ricostruzione che è necessaria per la nostra nuova Nazione. Il compito di fronte a noi è difficoltoso e incerto, ma noi rimaniamo in solidarietà con quelli che hanno bisogno del nostro sostegno e aiuto. Che la nostra Nuova Nazione possa rialzarsi!”.
Vite che sanno di Vangelo - Suor Maria Martinelli, medico e missionaria comboniana in Sud Sudan
Le difficoltà quotidiane della missione
Da sempre, e oggi non meno di ieri, fare missione in Sud Sudan significa vivere ed affrontare una serie impressionante di problemi e difficoltà.
- Una situazione di guerra, che si trascina ormai da decenni, per ottenere l’autonomia dal Nord.
- L’estrema difficoltà di trasporto e comunicazione, sia per la mancanza di infrastrutture che per la guerra.
- La grande povertà della gente, soggetta a ricorrenti carestie o impossibilitata a coltivare a causa della guerra.
- La notevole varietà di lingue e culture proprie delle diverse etnie.
- La sfida della prima evangelizzazione di popolazioni in gran parte ancora non cristiane, con scarsità di personale e agenti pastorali qualificati.
- La situazione sanitaria, che mette a rischio la salute dei missionari, con scarse possibilità di cura in loco.
- L’ambiente ed il clima pesante, molto caldo e umido, e l’assenza di tante piccole cose che rendono più dura la vita di ogni giorno.
- Le difficoltà personali, acuite dall’isolamento e dallo stress causato da una situazione così pesante.
Come in ogni missione, anche in Sud Sudan si possono segnalare alcune opere particolarmente significative. Ma forse, la cosa più importante e significativa da sottolineare e per cui ringraziare Dio è proprio la continua presenza e la fedeltà alla missione della famiglia comboniana in una situazione così difficile.
“Che nessuno si ritiri!”, aveva chiesto Don Oliboni, moribondo, a Comboni e ai suoi compagni nel 1858 a Santa Croce. Comboni tenne fede alla promessa. I suoi figli e figlie continuano la sua opera.
La presenza dei Comboniani a Juba e nelle diocesi sudsudanesi
Questo mese ci colleghiamo da Nairobi, in Kenya, dove il missionario comboniano Christian Carlassare ha ricevuto assistenza e cure mediche dopo il ferimento nel recente agguato in Sud Sudan.
Monsignor Christian Carlassare, 43 anni, missionario comboniano originario di Piovene Rocchette (VI) è in Sud Sudan dal 2005. Ha lavorato per undici anni nella parrocchia di Holy Trinity (Old Fangak County), nello stato di Jonglei, nella parte orientale del Paese, dove ha imparato la lingua e la cultura nuer.
Dal 2017 si è occupato a Juba, capitale del Sud Sudan, della formazione dei giovani comboniani sudanesi durante i primi passi missionari. Dal 2020 a oggi è stato vicario generale della Diocesi di Malakal, nel nordest del Paese.
L’8 marzo scorso Papa Francesco l’ha nominato vescovo nella giovanissima diocesi di Rumbek, al centro del Paese, nata solo nel 1975, dove sono presenti soprattutto cristiani dinka, l’altra grande etnia del Paese.
Prima della sua consacrazione episcopale, prevista per il 23 maggio di quell’anno, è stato vittima di un agguato a Rumbek dove i due assalitori gli hanno sparato alle gambe nella notte tra domenica 25 e lunedi 26 aprile scorso.
Decine di persone sono state arrestate, tra cui autorevoli responsabili della diocesi di Rumbek, e le indagini sono in corso.
Il carisma di san Daniele Comboni
I missionari Comboniani oggi collaborano a rendere le chiese locali sempre più autonome e capaci di autogestione, incarnando nel tempo presente la grande intuizione del loro fondatore San Daniele Comboni: “Salvare l’Africa con l’Africa”.
Il carisma comboniano si fonda sulla convinzione che le popolazioni africane debbano essere protagoniste della propria evangelizzazione e della crescita delle proprie comunità.
Tuttora sulla scia e nella fiducia che gli africani sarebbero divenuti essi stessi protagonisti della loro evangelizzazione, secondo il progetto di Comboni di «salvare l’Africa con l’Africa» (Piano del 1864), il carisma di san Comboni è radicato e organizzato tra le diocesi sudanesi, dove ci sono tra gli altri due vescovi a Rumbek e a Wau, più ventitré sacerdoti.
E lo stesso Comboni che per gli africani spese tutte le sue energie e si batté per l’abolizione della schiavitù, nel 1877 venne ordinato vescovo e nominato vicario apostolico dell’Africa Centrale.
Un figlio di poveri giardinieri-contadini del bresciano, il primo vescovo cattolico dell’Africa Centrale e uno dei più grandi missionari nella storia della Chiesa.
«Daniele Comboni ha visto giusto. La sua opera non è morta; anzi, come tutte le grandi cose che “nascono ai piedi della croce”, continua a vivere grazie al dono che della propria vita fanno tanti uomini e donne che hanno scelto di seguire il Comboni sulla via dell’ardua ed entusiasmante missione tra i popoli più bisognosi di fede e di solidarietà umana» (san Giovanni Paolo ii).
Una storia fatta di fede, fragilità e riconciliazione
Qual è la motivazione che ha portato all’impegno di ricerca e alla pubblicazione di questo libro di storia missionaria comboniana dalla vera partenza di Comboni, fino al 2017, e con un breve aggiornamento dal 2017 al 2021?
Il tutto è partito dal desiderio della provincia del Sud Sudan, con p. Daniele Moschetti come provinciale, di delineare la storia della provincia, iniziata nel 1981, centenario della morte di Comboni, fino ai giorni presenti.
Questa era dunque una motivazione chiara e ben definita, tuttavia, il Sud Sudan non poteva certo iniziare la sua storia nel 1981, avendo in se stesso anche le origini vere e proprie nella missione di Gondokoro, l’attuale Juba, e la stazione missionaria di Santa Croce, dove la suddetta spedizione ha iniziato il suo cammino, purtroppo interrotto un anno dopo il loro arrivo per le vicissitudini in cui questo gruppo di generosi missionari si è venuto a trovare.
Un fallimento dal punto di vista missionario, si direbbe, e così è stato interpretato allora. Invece no! È stata la “fucina” dove “quel calore più grande di quello di due fervidi amanti” ha permesso a don Comboni di elaborare, con grande ispirazione e creatività, tutto il suo “Piano per la Rigenerazione dell’Africa attraverso gli Africani stessi”.
Per questo, la storia precedente fin dal 1857 non poteva essere dimenticata perché era come la roccia fondante dove poggiava e si ergeva della stessa provincia del Sud Sudan e la sua Chiesa.
Infatti, “quel calore” proprio dell’Amore senza condizioni iniziato con Comboni, è continuato senza interruzione nei suoi “Figli e Figlie” attratti, come lui, dall’amore stesso di Gesù sulla croce il cui cuore batteva anche per “la Nigrizia”, a quel tempo abbandonata.
Inoltre, questo racconto storico non tratta solo dei Missionari Comboniani, ma di una Chiesa sorta dall’Annuncio Evangelico e che ha visto tra i Sacerdoti, i Religiosi e Religiose autoctoni una Chiesa cresciuta nella testimonianza e nel martirio, soprattutto tra gli anni 60 e 70, per poi diventare la protagonista della presente evangelizzazione.
È dunque “Una Grande Storia d’Amore” che si rivela lungo tutto il cammino storico fino ai nostri giorni e che diventa premessa per un futuro promettente nel campo dell’Evangelizzazione.
Tuttavia, l’obiettivo non è certamente quello di presentare una “storia trionfalistica dalle gloriose imprese” come fosse qualcosa di “vuota autoreferenzialità”, ma una storia vissuta, con ardori e fallimenti, con luci e ombre, con fortitudine, fragilità e anche peccato che fanno parte della fragilità umana nelle attitudini, nei caratteri delle persone e delle istituzioni.
Ma nello stesso tempo con una profonda ricerca di riconciliazione e di trovare il modo che le ferite e le piaghe generate da tale fragilità umana possano alla fine trovare nuova riconciliazione, comunione e forza propulsiva verso un futuro migliore dove Dio, Gesù e lo Spirito Santo ne rimangono sempre i veri Protagonisti.
Infatti sono sempre stati alla base di questa storia fin dal tempo di Comboni, hanno continuato ad esserlo nei suoi Figli e Figlie e continuano ad esserlo nell’ambito della Chiesa Locale con i suoi Pastori, Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e i Laici che sono sempre stati il terreno fertile dove lo Spirito Santo ha compiuto e continua a compiere le sue grandi opere che diventano costante esperienza della gioia del Vangelo accolto, vissuto e annunciato.
Memoria, speranza e futuro della missione
«La presenza dello Spirito ci ha spinto a rivedere la nostra storia e ad aprirci ad altre sfide», dice padre Daniele Moschetti, provinciale dei comboniani in Sud Sudan. Così, quello che all'inizio fu considerato un fallimento, è diventato un nuovo punto di partenza.
«Celebriamo i 50 anni dall'espulsione, ma soprattutto celebriamo il 50esimo della nascita di tante altre missioni».
«Rileggere l'accaduto a distanza di mezzo secolo, ci permette di scoprire in esso un evento di Salvezza. Il Signore ha saputo far emergere da quel momento, in sé doloroso e difficile, tanti nuovi frutti.
Fare memoria ci aiuta, non solo a ricordare, ma anche ad apprezzare ciò che di nuovo è nato. Così possiamo guardare con speranza e fede anche alla storia presente del Sud Sudan, di nuovo in sofferenza».
Nonostante tutto «Noi crediamo che il popolo uscirà da questa ennesima crisi, più forte nell'affrontare le sfide che la storia e la vita comportano - afferma suor Giovanna Guazza, superiora provinciale comboniane Sud Sudan -.
Crediamo anche che, con l'aiuto di Dio, saprà oltrepassare il male del tribalismo e della divisione, e ritrovare l'identità nazionale.
Certo, ci vorrà tempo, ma anche questa è, e sarà, storia di salvezza per i sudsudanesi. Anche noi missionari siamo chiamati a farne parte e a scrivere questo pezzo di storia con loro, nella fede, come hanno fatto i nostri antenati.
Senza paura e con grande coraggio. Che il Dio della Storia, san Daniele Comboni, i martiri della Mahdia e santa Giuseppina Bakhita, benedicano tutti noi in questo viaggio verso il futuro, con gioia e fiducia nel Signore».
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