Il Santuario della Madonna della Corona affonda le proprie origini già nel Mille: sul Monte Baldo vivevano eremiti legati ai Benedettini di San Zeno, in un luogo appartato e difficilmente raggiungibile. La prima attestazione esplicita dell’esistenza di “Santa Maria della Corona” compare però in un atto del 1278, mentre i documenti del Trecento parlano di una comunità di monaci stabilita presso il santuario.
La tradizione del 1522 riguarda invece l’apparizione miracolosa della statua della Pietà e non la nascita materiale dell’edificio. La storia documentata mostra infatti un luogo di culto già medievale, trasformato nei secoli in una chiesa, poi in un santuario sempre più importante e infine nell’attuale basilica, costruita a 774 metri di quota, aggrappata alla parete rocciosa del Monte Baldo e affacciata sulla Valle dell’Adige.

Un santuario sospeso tra cielo e terra
Aggrappato alla parete verticale del Monte Baldo, a 774 metri di altezza, il Santuario della Madonna della Corona è una sfida alla legge di gravità e alla ragione. Il grande complesso religioso in provincia di Verona sembra sospeso nel vuoto e la domanda è inevitabile: perché è stato costruito proprio lì?
La Corona è nido di silenzio e meditazione, sospeso tra cielo e terra, celato nel cuore delle rocce del Baldo. Potenza della natura scaturigine delle acque; un luogo ideale per percepire la nullità dell'uomo, la grandezza del creato, la potenza del Creatore.
Il Santuario della Madonna della Corona è uno di quei luoghi in cui il paesaggio non fa semplicemente da sfondo: entra nell’architettura, ne determina l’accesso e cambia completamente la percezione della visita. La basilica si trova a 774 metri di quota, incastonata nella roccia del Monte Baldo e affacciata sulla Valle dell’Adige.
È costruito su un angusto spiazzo naturale che si trova in parte sporgente ed in parte incavato su di una parete di roccia cruda a picco, e che si drizza sull’abisso per circa 400 metri. Ai lati stanno due dossi di monti, che si sporgono per un buon tratto in avanti ora rocciosi, ora alberati, costituenti un’ imponente anfiteatro naturale.
A mezzo di questa dirupa parete rocciosa si trova una chiesa che sembra aggrappata alla roccia come un nido d’aquila. La chiesa è letteralmente scavata nella parete rocciosa, con il muro sinistro e l’abside costituiti dalla montagna stessa, creando un legame indissolubile tra l’opera dell’uomo e la natura.
Le origini medievali
La zona era frequentata da eremiti già intorno all’Anno Mille e alcuni documenti attestano la presenza di una cappella e di un piccolo monastero nel Duecento. Vi è infatti testimonianza di Eremiti legati ai Benedettini di San Zeno che vivevano sul Montebaldo.
La prima vera attestazione dell’esistenza del Santuario della Corona la si ritrova in un atto del 1278, che parla esplicitamente di “Santa Maria della Corona”. Di questa prima chiesa non resta nulla.
I successivi documenti del Trecento parlano chiaramente di una comunità di monaci che vive in questo luogo, la cui peculiarità era quella di essere difficilmente raggiungibile. In quei tempi presumibilmente qui vi era solo una grotta affiancata da un piccolo edificio.
Dalla seconda metà del XIII secolo esistevano inoltre un monastero e una cappella dedicata a Santa Maria di Montebaldo, raggiungibili attraverso un sentiero nella roccia. La tradizione religiosa del massiccio montuoso è quindi molto più antica della leggenda sulla statua proveniente da Rodi.
La primitiva chiesetta santuario era di modeste dimensioni situata ad alcuni metri sotto il livello dell’attuale, copriva una superficie poco più larga di una stanza. Questa cappella fu inaugurata nel 1530 dopo la famosa storica visita alla Corona del Vescovo di Verona, Mons. Gian Matteo Giberti, avvenuta il 10 maggio 1530.
A partire da quel tempo si susseguirono numerosi interventi per ricavare in questo luogo molto ristretto e difficile da raggiungersi, un ambiente adatto, una chiesa Santuario, ad accogliere i pellegrini che sempre più numerosi sono accorsi per onorare la famosa Pietà, “Mater dolorosa”, Madonna Addolorata della Corona.
I Cavalieri di Rodi e la trasformazione del luogo
La data cardine è quella del 1437, in cui viene attestata la presenza in questo luogo di una nuova entità in sostituzione dei Benedettini di San Zeno, vale a dire i Cavalieri di Rodi, che oggi chiamiamo Cavalieri di Malta. Questi a Verona possedevano la Commenda di San Vitale e del Santo Sepolcro.
Da quel momento i Cavalieri estendono il controllo su questo luogo ed è grazie a loro che la località assumerà un’importanza sempre maggiore, facendosi promotori di una serie di trasformazioni dell’edificio. L’ordine ha gestito il complesso religioso per quattro secoli e ha lavorato ininterrottamente per rendere la Madonna della Corona un grande luogo di culto.
La chiesa originaria è stata inglobata in una nuova costruzione eretta tra il 1490 e il 1521 dai Cavalieri di San Giovanni. Nel Cinquecento hanno realizzato le due scale di accesso e nel Seicento hanno edificato un’ulteriore nuova chiesa sulla precedente.
I Cavalieri di San Giovanni hanno costruito anche un ospizio per i pellegrini, con il contributo di un generoso benefattore. Fino all’inizio dell’Ottocento sono stati sciolti da Napoleone e hanno perso la proprietà del santuario.
Nel 1481 i Cavalieri affidano la cura del luogo alla Congregazione dei Gerolimini, o Gerolomini, vale a dire alla Congregazione dei poveri Eremiti di San Girolamo. Questi vennero investiti non della titolarità, che restò nelle mani della Commenda di San Vitale e Sepolcro, ma della spiritualità, quindi accogliere i pellegrini e celebrare le messe.
I sacerdoti che si susseguirono furono incaricati dai Cavalieri di Malta di occuparsi della vita spirituale dei pellegrini ed il luogo divenne sempre più frequentato, tant’è che nel Seicento la chiesa viene completamente ricostruita.
La statua della Madonna della Corona
A testimoniarci fisicamente il momento cruciale del 1437 è l’elemento principale del Santuario, vale a dire l’effigie in pietra della Madonna della Corona, oggi oggetto di venerazione. L’immagine è collocata sul fondo della chiesa attorno alla quale si stagliano degli angeli.
La statua della Vergine con Bambino è collocata entro una corona di spine in bronzo ed è datata 1432. La data è riportata sul basamento assieme al nome del committente, Ludovico da Castelbarco.
Si tratta di un’opera trasportata qui dai Cavalieri di Rodi che l’hanno inserita entro un Santuario dalle origini molto antiche e raffigura una pietà, un’immagine di matrice nordica, che da Oltralpe si è diffusa nel nord Italia.
L’artista ignoto aveva certamente conosciuto l’espressività germanica mutuandola alla propria arte di scalpellino. Nel cuore del Santuario si trova il gruppo in pietra della Pietà, alto circa 70 centimetri e realizzato in pietra locale dipinta.
Sul piedistallo compare un’iscrizione con la data 1432. Il gruppo scultoreo ha dato origine alla devozione della Madonna della Corona ed è conservato nella parete di roccia in cui è scavata l’abside della chiesa.
La leggenda dell’apparizione nel 1522
La vulgata popolare colloca la nascita del Santuario della Madonna della Corona nel 1522, quando sul Monte Baldo sarebbe “apparsa” una statua della Pietà. La tradizione religiosa del massiccio montuoso è però molto più antica.
La notte del 24 giugno 1522, gli abitanti della zona sono stati richiamati sul Monte Baldo da una luce intensa e un coro di musica angelica e hanno trovato una statua in pietra che raffigurava la Pietà.
Gli uomini hanno issato la scultura della Vergine con Cristo morto fino alla sommità della rupe e l’hanno riposta al sicuro in una cappella di legno. Ma il giorno seguente, la statua non c’era più.
La gente del posto si è messa a cercarla e l’ha ritrovata al fondo della rupe, dove era “apparsa” misteriosamente. Di nuovo, l’ha issata con fatica fino alla cappella. Ma ancora una volta, la Pietà è tornata indietro.
A quel punto, i fedeli hanno capito che la volontà della Vergine era di restare tra le rocce impervie del Monte Baldo e hanno iniziato a costruire il Santuario della Madonna della Corona.
Nel giugno del 1522, una notte, una luce misteriosa illuminò i boschi del versante orientale del Monte Baldo, in una insenatura rocciosa che scendeva a picco sin quasi al fiume Adige. Nella valle si udiva un coro di musiche.
Alcuni ardimentosi si calarono con delle corde verso l’origine di quel bagliore straordinario, e scoprirono una statua di Maria con il Cristo morto, abbandonato sulle ginocchia. La statua fu issata sulla sommità della rupe, tra le povere case, e fu posta in una cappella di legno.
Ma il giorno successivo era scomparsa. Fu cercata per molte ore, e solo nel corso della notte si scoprì che era tornata miracolosamente nell’incavo del monte dove era apparsa. Con grande fatica gli uomini la issarono nuovamente, ma il giorno dopo il miracolo si rinnovò: Maria era tornata nel luogo dove si era mostrata.
Rispettando la volontà della Madonna, i montanari iniziarono la costruzione di una cappella sulla parete rocciosa. Nei secoli la cappella divenne un santuario, e da allora si narra di grazie ottenute e di miracoli ottenuti grazie alla fede riposta nella Vergine.
La tradizione della statua proveniente da Rodi
La leggenda narra che la piccola scultura fosse custodita a Rodi e sia stata portata a Spiazzi dagli angeli quando Solimano II ha conquistato l’isola. La tradizione racconta di una statua della Vergine che si trovava a Rodi e sparì miracolosamente nel momento in cui l’isola fu assediata dagli infedeli per riapparire in terra veneta.
Nel Seicento un patrizio veneziano scrive una storia leggendaria, raccontando di essere stato prigioniero dei Turchi ed impiegato sulle loro navi. Egli riferisce che mentre si trovava schiavo su queste navi aveva sentito raccontare da altre persone che una statua della Vergine che si trovava a Rodi sparì miracolosamente nel momento in cui l’isola fu assediata dagli infedeli per riapparire in terra veneta.
Liberatosi dalla schiavitù entra nell’ordine dei Cappuccini mantenendo vivo nella mente il ricordo di questo racconto. Ad un certo punto la sua famiglia si trasferisce da queste parti, a Caprino Veronese, e un giorno viene con la famiglia al Santuario come pellegrino.
Il patrizio racconta con grande stupore che la famosa statua scomparsa da Rodi di cui aveva sentito parlare era questa. E da lì nascerà tutta una serie di scritti, racconti, libri e pubblicazioni che ingigantiscono il miracolo legato all’immagine.
Così come a Loreto gli angeli avrebbero trasportato la casa della Madonna, in questo caso la Vergine decide di abbandonare Rodi sul punto di cadere nelle mani dei mussulmani capeggiati da Solimano II per rifugiarsi qui.
La realtà però è un’altra. Un’incisione sulla base rivela che la Pietà è stata realizzata e donata al santuario nel 1432 dal nobile orvietano Lodovico Castelbarco.
La stessa fonte ufficiale precisa però che il Santuario esisteva prima di quella data: nei recessi dell’edificio è presente una Madonna con Bambino di fattura trecentesca, ritenuta la prima immagine venerata nell’antica chiesetta.
Questa leggenda ha accresciuto la popolarità del luogo che si è diffusa a macchia d’olio, ma che poco ha a che vedere con le origini vere dell’edificio. La distinzione tra la storia documentata e la memoria popolare permette di comprendere meglio la complessa identità del santuario.
Le trasformazioni tra Seicento e Settecento
Nel Seicento la chiesa viene completamente ricostruita. La chiesa precedente l’attuale era del XVII secolo, fu iniziata nel 1625 e completata nel 1680, rimanendo così intatta fino al 1898 quando si provvide ad allungarla di circa 2 metri in avanti verso il piazzale.
Secondo un’altra scansione cronologica, nel 1625 inizia una nuova fase di costruzione e la chiesa viene completata nel 1685. Le continue opere di ampliamento rispondevano alla crescita della devozione e al numero sempre maggiore di pellegrini.
La chiesa fu ulteriormente trasformata e ingrandita nel Settecento per accogliere i numerosi pellegrini, e ne sono testimonianza gli infiniti Ex Voto appesi sulle pareti. Questi sono la parte superstite di un numero molto più elevato di tavolette votive disperse negli anni.
La difficoltà di raggiungere il santuario rendeva ogni intervento particolarmente complesso. Fino al 1922, anno in cui fu inaugurata la Galleria, tutti i materiali e l’occorrente per costruire furono calati dalla sommità della soprastante parete rocciosa a mezzo di corde e funi regolamentate da un ingegnoso argano di legno a ruote dentate.
La facciata neogotica e il campanile
Nel 1899 la facciata venne ulteriormente ingrandita per assumere le forme attuali in stile neogotico. In quell’anno avviene un evento importante a giustificare il rifacimento della chiesa, vale a dire la Coronazione della Vergine; viene collocato sul capo della Madonna una corona per aumentarne l’importanza.
Però il nome Madonna della Corona non deriva dalla corona che porta in testa, ma è un riferimento alla corona di roccia che cinge il luogo. Il Santuario viene detto “della Corona” perché anticamente era chiamato “la Corona”, a motivo della corona dei monti che lo circondano.
Nel 1898 la chiesa fu allungata di circa 2 metri in avanti verso il piazzale. In quella circostanza la facciata completamente rifatta nel 1899 fu decorata di marmi di S. Ambrogio e assunse le linee neogotiche attuali.
Le vicende dell’edificio proseguono, e nei primi anni del Novecento viene ricostruito il campanile e vengono aggiunte diverse opere scultoree, come le statue in marmo bianco di Carrara dello scultore Ugo Zannoni, mentre l’interno viene ulteriormente trasformato.
Nel 1921-1922 viene rifatto il campanile con la guglia e nel 1922 è aperta la galleria che facilita l’accesso al Santuario. Nel 1928 furono dati alcuni ritocchi all’altare maggiore per migliorare la nicchia della Madonna, così il legno fu sostituito dal marmo.

Gli interventi del Novecento e la basilica attuale
Durante gli anni 1946-49 si mise mano ad un intervento di sfondamento dietro l’altare maggiore e sopra il presbiterio scavando in roccia. Il presbiterio divenne più ampio al di sotto di una cupola che raggiungeva gli 8 metri.
La nicchia e l’altare furono completamente trasformati. L’assetto definitivo non era però ancora stato raggiunto.
Nel 1974 è stato approvato un “intervento globale” per abbattere alcune porzioni della chiesa esistente, preservare le parti più significative e realizzare una struttura più ampia. Nel 1975-1978 la Diocesi di Verona commissiona il rifacimento dell’edificio che fu allargato fino a lambire la roccia del Montebaldo e al contempo è stata ripensata l’area presbiteriale.
Il 20 gennaio nell’anno santo 1975 si diede inizio ai lavori per la realizzazione di un progetto di ristrutturazione e ampliamento riguardante tutta la fabbrica del Santuario in quanto le strutture portanti versavano in precarie condizioni.
Il lavoro più lungo e delicato fu determinato dallo scavo in roccia per consentire l’ampliamento: da 220 metri quadrati di superficie si passò a 600 metri quadrati; la lunghezza della chiesa è di 30 metri e la larghezza di 20 metri, mentre l’altezza della cupola è di 18 metri.
Raffaele Bonente ricolloca la Madonna nella posizione attuale, mettendola a contatto con la nuda roccia. Intorno crea una disposizione di angeli in bronzo che fanno da corona alla Madonna.
Il nuovo Santuario fu consacrato il 4 giugno 1978 e il completamento della ristrutturazione fu portato a termine in occasione della visita apostolica del Papa Giovanni Paolo II il 17 aprile 1988.
L’interno della chiesa ora si presenta a forma di croce latina affiancata da due navate laterali, al centro della crociera è collocata l’area presbiterale. Sull’asse verticale si susseguono i segni liturgici più importanti: l’aula per l’assemblea, l’ambone, l’altare, la sede, il tabernacolo, la statua della Madonna; questi segni sono ben visibili e comprensibili a tutti fin dal primo sguardo.
Nel 1982 il Santuario è stato riconosciuto come Basilica Minore e nel 1988 fu visitato da Papa Giovanni Paolo II. Della sua visita resta un rosario qui esposto che ha donato al Santuario.
La perdita e la conservazione del patrimonio artistico
I cambiamenti che si sono succeduti nei secoli hanno pregiudicato il patrimonio artistico dell’edificio; non abbiamo opere di grande pregio, perché sono state in parte perse a causa delle continue trasformazioni.
A questo aggiungiamo che le condizioni climatiche del posto, non proprio tra le migliori, causarono il deterioramento di diverse opere col passare del tempo. La storia del santuario è quindi anche la storia di una continua ricerca di equilibrio tra conservazione, ampliamento e adattamento alla roccia.
Le immagini che raffigurano il Santuario nelle sue diverse epoche mostrano la seconda chiesa del Quattrocento, la terza versione della fine del Seicento, poi quella ottocentesca e l’attuale degli anni Settanta.
La canonica vecchia fu distrutta da un masso caduto che ha ucciso due religiosi. Dopo la soppressione del 1806 dell’ordine di Malta, il luogo è passato sotto la Diocesi di Verona diventando una rettoria diocesana.
Gli ex voto e le opere d’arte
Gli ex voto testimoniano la lunga storia della devozione popolare. Fra la serie di quadri ex voto esposti sulla parete di destra, il vero gioiello è il Cristo alla colonna di Antonio Balestra (1666-1740), che è stato segnalato dagli storici per la notevole qualità artistica.
Balestra non realizza quest’opera su commissione, ma fu una donazione personale, infatti sul retro c’è la dedicazione e la datazione: 1724. L’evento rappresentato è drammatico, ma non scorre sangue; con un linguaggio e colori delicati riesce a trasmettere la drammaticità dell’evento.
E questo emerge soprattutto dal pallore: la carnagione grigia del Cristo suggerisce la sensazione della morte imminente. Il pittore gioca con le linee: la colonna è in verticale, e Cristo invece è piegato su sé stesso, aumentando così la sensazione di un corpo ormai esanime che sta cadendo a terra.
I panneggi sono realizzati con la sua tipica sapienza cromatica. Sembra quasi di potere toccare i tessuti realizzati in luce ed ombra. Il panneggio sotto al corpo esalta il pallore del corpo, e sulla sinistra un panneggio che suggerisce una sorta di sipario aperto per mostrarci il momento drammatico.
In primo piano vengono riprodotti gli strumenti della passione di Cristo e anche un vaso che dimostra la sua enorme abilità pittorica. L’eccezionalità dell’opera è quella di essere un ex voto, un’opera devozionale personale dell’artista, per un luogo che segna da sempre la spiritualità della provincia di Verona, ma la cui attrazione travalica i confini regionali.
Le altre opere esposte sono artisticamente meno pregevoli, fra queste segnaliamo La processione degli abitanti di Bardolino (1665), un ex voto interessante sia per le dimensioni notevoli sia perché ci mostra il Santuario come appariva nel Seicento.
Gli abitanti stanno ringraziando la Madonna della Corona per avere fatto piovere dopo un periodo di lunga siccità. L’opera permette quindi di osservare non solo un episodio di devozione, ma anche l’aspetto storico dell’edificio in una fase precedente alle grandi trasformazioni moderne.
La Cappella delle Confessioni e la Scala Santa
La Cappella delle Confessioni è un corpo di fabbrica aggiunto durante gli ultimi rifacimenti degli anni Settanta. Fu pensato come luogo di penitenza, e i confessionali permettono al fedele di avvicinarsi al sacramento della confessione prima di entrare in chiesa.
Qui è stata riprodotta una Scala Santa, che sappiamo già esisteva nel Santuario dal Settecento. La Scala Santa permette al fedele, salendo in ginocchio, di espiare le proprie colpe. Essa ricorda i gradini percorsi da Cristo per giungere al cospetto di Pilato.
La Scala Santa del complesso sul Monte Baldo è una riproduzione di quella di San Giovanni in Laterano ed è custodita all’interno del santuario. Le regole per percorrerla sono codificate dalla tradizione e prevedono che i fedeli salgano i 28 gradini in ginocchio, pregando e meditando sulla Passione di Cristo.
La Scala Santa è una imitazione di quella di Roma, è formata da 28 gradini da salire in ginocchio meditando e pregando la Passione del Signore. È nella Cappella delle Confessioni.
Al termine della Scala Santa si trova la Cappella dell’Adorazione, un angolo silenzioso dedicato all’adorazione dell’Eucaristia. Nello stretto corridoio si raccoglie una ulteriore serie di ex voto ad attestazione di grazie ricevute, a forma di cuore in argento e con la sigla GR, per Grazia Ricevuta.

Gli ambienti e le testimonianze della visita
Percorrendo la scaletta a fianco si giunge in un ambiente dove si conserva l’affresco più antico del Santuario. Qui poi c’è il frammento di affresco del primissimo sacello del Santuario della Corona.
Risale al Trecento, pesantemente ritoccato nei volti. Alla sommità della Scala Santa vi è un’immagine di Cristo del 1946.
Inoltre c’è una riproduzione bronzea in scala reale della statua Madonna della Corona così che tutti i fedeli possono avvicinarsi. In questo modo si crea un contatto con l’oggetto della venerazione, altrimenti inavvicinabile nel Santuario.
Attorno vi sono otto lunette del 1822 che facevano parte dell’antico altare maggiore dove era inserita la statua della Vergine. Al posto dell’altare di oggi c’era un baldacchino, dentro la figura della Madonna, sotto il tabernacolo e intorno correvano queste otto formelle.
Nelle bacheche vi sono poi dei reliquari e candelabri preziosi che costituiscono il corredo liturgico e le donazioni devolute al Santuario nei secoli. Vi sono esposti anche i bozzetti delle opere dello Zannoni.
Il Santuario è il luogo sacro riservato alla celebrazione dell’Eucaristia e alla venerazione della Beata Vergine Maria Addolorata. Al centro dell’abside è esposta la famosa statua della Madonna della Corona.
Il Fonte Battesimale è il luogo per la rinnovazione delle promesse del Battesimo e si trova nel Santuario a sinistra dell’altare. Nella navata sinistra è esposta la riproduzione in negativo, a grandezza naturale, delle due parti facciale e dorsale della Sindone di Torino.
La rassegna Mater Dolorosa è l’esposizione di 80 statue della Pietà, tra le più venerate nel mondo. Per accedere si passa sotto lo scalone del Santuario.
Il Sepolcreto degli Eremiti
Il Sepolcreto degli Eremiti è una raccolta di ossa dei vari eremiti che nell’arco della storia secolare si sono alternati nella cura del luogo: Paolo fu l’ultimo eremita.
Il sepolcreto è il luogo dedicato alla preghiera di suffragio per i defunti che attendono la resurrezione. Sono visibili in urne di vetro i resti mortali di alcuni eremiti vissuti alla Corona.
Per accedere si passa sotto lo scalone scendendo al piano sotto quello di arrivo. Le foto esposte un po’ ovunque sono quelle di persone che cercano la protezione della Madonna.
È ancora oggi un luogo vivo e vissuto, nel quale la memoria degli eremiti, la preghiera dei pellegrini e la devozione mariana continuano a convivere negli spazi ricavati tra la roccia e l’edificio.
Il Sentiero della Speranza
L’attuale Sentiero della Speranza è stato a lungo la sola via per arrivare alla chiesa. Il percorso si arrampica sul fianco della montagna con oltre un migliaio di gradini, ma non è più l’unico.
Il Sentiero della Speranza o Sentiero dei Pellegrini un tempo era l’unica via d’accesso che portava al complesso religioso aggrappato alla parete scoscesa del Monte Baldo. L’alternativa consisteva nel “calarsi giù dalle rocce con le funi dell’argano”.
La strada che si arrampica dalla Vallagarina è per lo più la stessa percorsa per secoli dai fedeli e corrisponde al tracciato CAI numero 73. Il sentiero alterna gradini, gradoni, tratti di sterrato e scale scavate nella roccia.
Il percorso si sviluppa per circa 2,5 chilometri su un dislivello di 600 metri. Il tempo indicativo di salita è di circa un’ora e trenta minuti, ma il ritmo personale, le soste, la temperatura e l’affollamento possono allungare sensibilmente la percorrenza.
| Accesso | Dati principali | Esperienza |
|---|---|---|
| Spiazzi | Circa 15 minuti a piedi in discesa; alternativa con navetta stagionale | Visita culturale e religiosa, famiglie, chi vuole ridurre il dislivello |
| Brentino Belluno | Sentiero CAI 73, circa 2,5 km, +600 m, circa 1 ora e 30 minuti di salita indicativa | Escursionisti allenati, pellegrini a piedi, chi cerca l’esperienza completa |
Qualcuno dice che abbia 1.700 gradini, qualcun altro 1.500. Nessuno conosce il numero esatto. Ma tutti concordano che l’antico tracciato che parte dal paese di Brentino Belluno sia il modo migliore per vivere l’esperienza del Santuario della Madonna della Corona.
Le descrizioni escursionistiche locali parlano di oltre 1.500 gradini lungo l’itinerario complessivo; il numero può variare a seconda di cosa viene conteggiato come gradino, ma rende bene l’idea della continuità delle scalinate.
Il percorso segue il fianco del Monte Cimo e accompagna gradualmente dal paesaggio del fondovalle all’ambiente roccioso del Santuario. Lungo il cammino si incontrano elementi devozionali legati al Rosario e, avvicinandosi alla meta, il Ponte del Tiglio e la Via Matris Dolorosae.
L’opera in pietra scavalca una profonda gola e si chiama così perché sorge dove un tempo c’era un grande albero ricurvo che fungeva da passerella, e che secondo la leggenda era nato in una notte dalla roccia.
Gli accessi da Spiazzi e da Brentino Belluno
Il Santuario è raggiungibile attraverso due accessi principali: Spiazzi, dall’alto, e Brentino Belluno, dal fondovalle. La scelta non dipende soltanto dal mezzo con cui arrivi, ma soprattutto dal tipo di esperienza che desideri vivere.
Da Spiazzi di Caprino Veronese, a 864 metri di quota, si lascia l’auto nelle aree di parcheggio della località. Da qui si può scendere al Santuario attraverso la scalinata storica nel bosco oppure seguendo la strada asfaltata lungo la quale si trovano le stazioni bronzee della Via Crucis.
Il sito ufficiale indica un tempo di circa 15 minuti in discesa. Va ricordato che ciò significa dover poi risalire al ritorno, a meno di utilizzare la navetta quando disponibile.
La strada asfaltata e una scalinata scendono al Santuario della Madonna della Corona dal piccolo borgo di Spiazzi. La carrozzabile è scandita dalle stazioni della Via Crucis ed è chiusa ai mezzi privati, ma è percorsa da un servizio di bus navetta.
Da Brentino Belluno, in Val d’Adige, si affronta invece il percorso storico conosciuto come Sentiero della Speranza. In questo caso non si tratta di una semplice passeggiata di accesso: la salita è parte centrale della visita.
Se l’obiettivo principale è visitare il Santuario, conoscere la sua storia e vivere un momento di raccoglimento, Spiazzi è la soluzione più semplice. Se invece desideri che il cammino sia parte integrante dell’esperienza, scegli Brentino Belluno e il Sentiero della Speranza, partendo però con scarpe adeguate, acqua sufficiente e una valutazione realistica della tua preparazione.
Il Santuario è aperto tutto l’anno e l’accesso è gratuito. Gli orari variano tra stagione estiva e invernale; la navetta non è un servizio annuale e le celebrazioni seguono calendari specifici.
La Via Crucis e la Via Matris
La Via Crucis comprende 15 stazioni distribuite lungo la strada che dal piazzale della “Stella Alpina” conduce al Santuario. Il percorso accompagna l’avvicinamento al luogo sacro attraverso una sequenza di immagini dedicate alla Passione di Cristo.
La Via Matris è costituita da sette capitelli dedicati ai dolori della Beata Vergine Maria. Inizia dal Ponte del Tiglio e arriva davanti al Santuario.
Il percorso devozionale dal fondovalle si completa così con una meditazione sui dolori di Maria, collegando la fatica fisica della salita alla dimensione spirituale del pellegrinaggio.
Il pellegrinaggio e i cammini religiosi
Arrivare al santuario in pellegrinaggio è una tradizione di lunga data ed è praticata ancora oggi. La chiesa della Madonna della Corona è la meta dell’antico Cammino dei Due Santuari e di un percorso che parte da Verona e fa tappa in diversi luoghi del culto mariano.
Il Santuario della Madonna della Corona è da secoli una meta di pellegrinaggio. Uno degli itinerari più antichi percorsi dai fedeli è il Cammino dei Due Santuari.
Il tracciato inizia dalla Pieve di Chiampo, dove si trova una “copia fedele” della Grotta di Lourdes, e si snoda per poco più di 90 chilometri tra sette valli delle Prealpi Venete.
Il percorso che conduce al complesso del Monte Baldo dal santuario in provincia di Vicenza procede per lo più sui sentieri del CAI e attraversa boschi di faggi e abeti, grandi prati e malghe.
La strada è scandita da piccoli centri e dalle caratteristiche borgate cimbre, fondate da genti bavaro-tirolesi, e nell’ultimo tratto costeggia il Parco Naturale Regionale della Lessinia.
Più recente, ma ugualmente suggestivo, è il Sentiero di Maria. Il percorso è un pellegrinaggio di circa 40 chilometri che parte dalla Basilica di San Zeno a Verona e si articola in tre tappe.
La prima conduce al Santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso a Bussolengo, la seconda al Santuario della Madonna del Rosario di Rivoli Veronese e la terza al Santuario della Madonna della Corona.
La tappa conclusiva del Sentiero di Maria ha tre varianti. Una procede su strade sterrate e secondarie fino a Spiazzi, mentre un’altra si arrampica sul tracciato CAI numero 71.
L’ultima prevede di percorrere in bicicletta la ciclovia dell’Adige-Sole fino a Brentino Belluno e di raggiungere il Santuario della Madonna della Corona salendo dal Sentiero della Speranza.
Il concerto delle campane
In buona parte del Veneto è diffuso un particolare tipo di campane che prende il nome di “sistema alla veronese”. Il Santuario della Madonna della Corona non fa eccezione e presenta un complesso composto da sei bronzi fusi nel 1884.
Il sistema alla veronese consente di eseguire veri e propri brani musicali, grazie a una specifica tecnica per manovrare le campane. Ogni bronzo emette una nota, ma può rintoccare insieme ad altre due o tre e comporre un accordo.
I complessi campanari suonano per lo più partiture composte appositamente. Tuttavia possono anche eseguire motivi liturgici arrangiati ad hoc.
Ogni campana è manovrata da un singolo campanaro, due quando il peso supera i dieci o dodici quintali, e la melodia è diretta da un maestro che indica la successione delle campane prevista dallo spartito.
I campanari eseguono la suonata senza vedere i bronzi e “percepiscono” il loro comportamento esclusivamente tramite la fune con la quale li manovrano.
I complessi campanari o “concerti” del sistema alla veronese sono composti da non meno di cinque bronzi. I più diffusi sono quelli a sei campane, ma sono comuni anche i concerti a nove bronzi.
Esistono pure complessi formati da otto o dodici e più campane, però sono meno frequenti. La tecnologia moderna sta inevitabilmente portando alla sparizione dell’arte campanaria, ma la tradizione resiste.
Il significato spirituale del luogo
I Santuari spesso sono un invito al fedele a compiere una fatica, uno sforzo che sottolinea la volontà di volere purificarsi spiritualmente, espiare le proprie colpe e raggiungere la divinità.
La particolare posizione del Santuario ha reso per secoli l’accesso parte integrante dell’esperienza religiosa. La salita attraverso i gradini, il passaggio tra boschi e rocce, la Via Crucis, la Via Matris e la Scala Santa collegano il movimento del pellegrino alla preghiera e alla meditazione.
La devozione alla Vergine ha un ruolo chiave nella storia del grande complesso religioso aggrappato alla parete di roccia del Monte Baldo. Ma il Santuario della Corona ha molto altro da raccontare.
Storia e devozione convivono senza bisogno di essere confuse: da una parte c’è la stratificazione documentata di un luogo religioso frequentato da secoli; dall’altra c’è la memoria popolare, che ha contribuito a creare l’immaginario della Madonna della Corona.