Il dipinto dell’arcangelo Lucifero più originale è probabilmente San Michele che scaccia Lucifero di Lorenzo Lotto, oggi conservato al Museo Pontificio Santa Casa di Loreto. L’opera rappresenta il momento decisivo della battaglia tra il bene e il male, quando l’arcangelo Michele sta per cacciare dal Paradiso il compagno ribelle, ormai trasformato dalla caduta in una creatura demoniaca.
Lotto non mostra Lucifero come un mostro già compiuto, ma come un angelo ancora bellissimo che sta precipitando nell’abisso e attraversando una trasformazione progressiva. L’arcangelo Michele, invece di apparire soltanto come un guerriero vittorioso, manifesta compassione, pena e forse tristezza, mentre tende la mano verso il compagno caduto.

L’opera di Lorenzo Lotto a Loreto
In un recente viaggio che ho fatto nelle Marche, ho avuto modo di osservare da vicino uno dei capolavori dell’ultimo Lorenzo Lotto: un artista inquieto, errante, che spesso si è distaccato dalle correnti artistiche più convenzionali del Rinascimento, offrendo interpretazioni originali - oserei dire quasi moderne - di soggetti tradizionali.
Il dipinto in questione, oggi al Museo Pontificio Santa Casa di Loreto, rappresenta San Michele che scaccia Lucifero. Fin dal momento in cui si guarda quest’immagine per la prima volta non si riesce a staccarne gli occhi di dosso, la scena ha un forte potere ipnotico.
Saranno i colori blu e rosa brillanti che contrastano, la costruzione bilanciata della composizione, o il significato enigmatico e fuggente del dipinto…Immediatamente capiamo che questa non è la consueta scena che narra la cacciata degli angeli ribelli dal Paradiso per mano di Michele arcangelo.
C’è qualcosa di più sofisticato e profondo che si cela dietro alle figure protagoniste. Il modo migliore per capirlo è leggere l’immagine.
La scena della caduta
Lotto coglie il momento decisivo della battaglia tra il bene e il male. L’arcangelo Michele, il prototipo del guerriero con armatura e spada alla mano, sta cacciando dal Paradiso il suo compagno Lucifero, anche lui un angelo ma ribelle.
Lucifero non è semplicemente cacciato ma sta letteralmente cadendo nel vuoto, fagocitato dalle tenebre che lo aspettano sul fondo del quadro. Nuvole minacciose, come da temporale, si addensano alle spalle delle figure aumentando la drammaticità dell’evento.
La cosa straordinaria è che Lucifero ha le ali ma è come se queste improvvisamente non lo sostenessero più. Non solo. Man mano che cade subisce una trasformazione.
La parte inferiore del corpo sta diventando più scura, come se le gambe caprine stessero per prendere forma: le dita dei piedi, infatti, si stanno piegando per assumere la forma a zoccolo.
Gli è spuntata, visibile tra le gambe, mentre le ali stesse stanno cambiando colore: da un bel blu cobalto al nero. Tutto lascia presagire l’esito che immaginiamo: Lucifero presto si trasfigurerà in un mostro di aspetto caprino, ha perso il suo status, la fiaccola - ancora accesa - è stata spezzata dal piede di Michele e si sta spegnendo.
Il tema della cacciata di Lucifero da parte dell’arcangelo Michele viene ricordato nell’Apocalisse (12.7) e in altri passi biblici (Isaia 14, 12.15; Giuda 6; Corinzi II, 11.14).
In quest’opera Lotto rappresenta il momento precedente all’epilogo, quando San Michele in volo, abbigliato con un corpetto-corazza a protezione dell’elegante veste, sta per sferrare la spada dopo aver già spezzato la fiaccola, qui fascina di legni e richiamo al fascio di luminosità di cui “lucifer” (in latino portatore di luce) era stato annunciatore.
L’arcangelo decaduto dallo stato di grazia per superbia e ribellione precipita nudo ed efebico, bellissimo come lo descrive Ezechiele (28,13), riconoscibile dalla coda che, spuntando fra le gambe, termina con testa del serpente, segno della mutazione maligna, cui fanno da rimando le nubi inscuritesi alla sua presenza.
Come per gli eretici del ciclo di Trescore, la posa del corpo rovesciata rimanda a coloro che sovvertono la volontà divina.
Michele e Lucifero: due figure speculari
Eppure se paragoniamo questa scena a molte altre che immortalano questo momento, c’è qualcosa di insolito qui e non si tratta solo della bellissima invenzione lottesca di catturare la progressiva trasformazione di Lucifero, da angelo a demone.
Michele non è il guerriero impavido che punisce il suo avversario senza pietà, spesso calpestandolo o infilzandolo con la spada. Nel volto dell’arcangelo si legge compassione, pena, forse velata tristezza.
Ha la bocca semi-aperta come se stesse invocando Lucifero e gli porge la mano, quasi volesse salvarlo dalla sua caduta. Lucifero dal canto suo, tende anche lui il braccio nel vano tentativo di raggiungere il compagno.
Questo lo aveva capito il modernissimo Lorenzo Lotto, che nella sua versione della caduta dalla grazia divina ci propone due arcangeli gemelli. Michele e Lucifero si somigliano, quasi si rispecchiano: due angeli, due fratelli, due parti della stessa luce.
Non c’è distanza assoluta tra chi cade e chi resta, tra chi si ribella e chi obbedisce. In quell’abbraccio mancato tra i due, Lotto sembra suggerire che il male non è sempre una forza esterna che ci assale, ma qualcosa che nasce dentro di noi, un’ombra che accompagna la nostra libertà.

Il significato della trasformazione di Lucifero
Ma cosa significa tutto questo? Cosa avrà voluto dirci Lotto in questo suo dipinto così inusuale?
Per capirlo, dobbiamo prima ripercorrere brevemente la storia di Lucifero.
Un tempo Lucifero non era il nome del Male, ma quello della Luce. Nelle antiche tradizioni bibliche e nei testi patristici, il suo nome significava “portatore dell’aurora”, simbolo di bellezza e splendore divini.
Egli era l’angelo più luminoso, il prediletto tra i cori celesti, riflesso della perfezione di Dio. Ma l’orgoglio - quella scintilla di desiderio di uguagliare il Creatore - lo spinse alla ribellione.
Lucifero voleva non solo opporsi a Dio ma divenire a lui simile, e per questa prepotenza venne punito e Dio preparò l’inferno per lui e gli altri angeli ribelli che lo avevano appoggiato nella sua iniziativa.
La caduta di Lucifero non fu solo un evento cosmico, ma il dramma originario della libertà: l’angelo che voleva possedere la luce finì per perderla.
Nel momento in cui precipitò negli abissi, il suo nome smise di essere un titolo di gloria e divenne sinonimo di oscurità. Nel corso dei secoli, le Scritture e la teologia cristiana fusero progressivamente la figura di Lucifero con quella di Satana, trasformando il “figlio dell’aurora” nel principe delle tenebre.
Dall’angelo luminoso al mostro infernale
È da questo momento, soprattutto nell’epoca medievale, che comincia ad affermarsi l’idea di Lucifero come un mostro spaventoso: quella che tutti noi abbiamo bene in mente.
Indelebile rimane l’immagine ritratta dai versi di Dante nel canto XXXIV dell’Inferno e che sembra prendere vita nella scena del Giudizio Universale di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, dipinta tra il 1303-5.
Lungi dall’essere il bellissimo angelo dannato, Lucifero ora è identificato con Satana, che significa avversario in lingua ebraica. È una creatura gigantesca, mostruosa, raccapricciante, a tre teste - di cui due di serpente - che ingoia senza tregua le anime dei dannati.
La sua bruttura è il contrappasso necessario del peccato che ha commesso. Lucifero è l’incarnazione dello stato di abiezione del peccato.
Come precisa Dante, egli è relegato in fondo all’abisso infernale, al centro della terra, il punto di massima distanza dall’eterno creatore e dal bene.

Lucifero nel Giudizio Universale di Giotto
Un’immagine come questa doveva fungere da potente deterrente al peccato per tutti i visitatori della Cappella, soprattutto per il suo committente, Enrico Scrovegni, il cui mestiere di usuraio minacciava di destinarlo all’inferno.
Quando qualcuno entrava nello spazio dipinto e si dirigeva verso l’altare, veniva istruito alla via della virtù attraverso le storie della Vergine e di Cristo.
Ma quando voltava le spalle all’altare e si avviava verso d’uscita, l’imponente affresco del Giudizio Universale gli offriva un ultimo ammonimento.
La bellezza dannata nel Rinascimento e nell’età romantica
Dopo la parentesi medievale e con l’affermarsi dell’iconografia degli angeli ribelli, dal Rinascimento in poi, Lucifero si libera gradualmente dall’aspetto bestiale e riassume un pò della sua originaria bellezza dannata, che diventa oggetto di interesse soprattutto nell’epoca romantica.
In questo periodo l’ambiguità della sua storia emerge in tutta la sua complessità, soprattutto se pensiamo alla vicenda delle sculture dei due fratelli Geefs.
Le due sculture dei fratelli Geefs
Entrambe le sculture - quella di Joseph Geefs (1842) e quella di Guillaume Geefs (1848) - furono commissionate dal Capitolo della Cattedrale di San Paolo a Liegi, per ornare il grande pulpito ligneo costruito pochi anni prima, intorno al 1840.
Questo pulpito, chiamato “la cattedra della verità”, era una commissione religiosa ufficiale: un complesso scultoreo destinato a rappresentare il trionfo della fede e della redenzione sul peccato e sul male.
Il progetto prevedeva che, alla base del pulpito, comparisse la figura allegorica del “Genio del male” - cioè Lucifero, simbolo del peccato sconfitto dalla parola di Dio.
L’idea si inseriva perfettamente nella tradizione iconografica cristiana: sin dal Medioevo, i pulpiti scolpiti rappresentavano spesso scene bibliche o allegorie del bene che sconfigge il male, per ricordare che dalla parola predicata nasce la salvezza.
Nel clima ottocentesco di rinascita religiosa e moralizzante, la Chiesa di Liegi volle un soggetto che impressionasse i fedeli con la forza visiva del male vinto.
Il Genio del Male di Joseph Geefs
Nel 1842, il Capitolo della Cattedrale affidò dunque l’incarico a Joseph Geefs, che era allora un giovane scultore già apprezzato per la grazia e la purezza delle sue figure marmoree.
Il suo Angelo del Male doveva incarnare il demone incatenato ai piedi del pulpito, cioè l’immagine della tentazione sconfitta dalla fede.
Il risultato, tuttavia, sorprese e scandalizzò i committenti: il suo Lucifero era di una bellezza disarmante, più vicino a un dio greco che a un simbolo di peccato.
Il corpo nudo, la posa languida e il volto malinconico - più pensieroso che malvagio - trasmettevano compassione e fascino anziché ripulsa.
I canonici giudicarono l’opera moralmente inappropriata per la cattedrale: anziché ammonire i fedeli, li avrebbe tentati.
Fu così che il Capitolo decise di rimuovere la statua nel 1844 (solo due anni dopo l’installazione) e di cercare una nuova versione dello stesso soggetto, ma dal tono più chiaramente moralizzante.

Il Genio del Male di Guillaume Geefs
Nel 1848, il nuovo incarico fu affidato a Guillaume Geefs, fratello minore di Joseph e scultore già affermato, che seppe interpretare meglio le esigenze religiose della committenza.
Il suo Genio del Male rispondeva pienamente all’intento dei canonici: un demone sconfitto, in catene, lo sguardo rivolto verso terra, le ali abbassate.
La bellezza classica rimaneva, ma piegata a un fine morale. L’opera, collocata nuovamente alla base del pulpito, fu accolta con favore: il messaggio teologico era ora chiaro e conforme al luogo di culto.
Il tema del male e la scelta di Lotto
La storia di questa commissione, così come la varietà di forme e aspetti adottati da Lucifero nella sua vicenda iconografica millenaria, sono una dimostrazione della difficoltà di tradurre il concetto del male in figura: un essere repellente che incute terrore oppure una creatura tentatrice e affascinante?
E se invece il male fosse più simile e più vicino a noi di quanto immaginiamo?
Il dipinto invita alla riflessione tra bene e male, al richiamo biblico della separazione della luce dalle tenebre; nella dottrina cattolica il tema è strettamente connesso alla salvezza e al Giudizio Universale.
Durante e dopo il Concilio di Trento il soggetto assunse immediati rimandi alla lotta contro le eresie.
Eppure, se abbiamo il coraggio di guardare dentro quell’ombra, possiamo scorgere anche lì un riflesso di luce. Perché forse, come Lotto ci insegna, la vera battaglia tra bene e male si gioca nel cuore umano, e solo riconoscendo l’oscurità che ci abita possiamo riscoprire la bellezza fragile, ma autentica, della luce.
Datazione, provenienza e collocazione
L’opera è datata al XVI secolo, con una cronologia compresa tra il 1545 e il 1550 secondo la documentazione relativa al dipinto.
La tecnica è la pittura a olio su tela e le misure sono di 176 centimetri di altezza e 135 centimetri di lunghezza.
La collocazione attuale è il Palazzo Apostolico, Piazza della Madonna, presso il Museo Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto.
| Elemento | Dati |
|---|---|
| Titolo | San Michele caccia Lucifero |
| Artista | Lorenzo Lotto |
| Datazione | sec. XVI, 1545-1550 |
| Tecnica | tela/ pittura a olio |
| Misure | Altezza=176; Lunghezza=135 |
| Luogo di conservazione | Palazzo Apostolico - Piazza della Madonna - Museo Antico Tesoro della Santa Casa |
| Località | Loreto (AN) |
Le ipotesi sulla datazione
Un analogo soggetto è annotato nel “Libro di spese diverse” in relazione a una pala per la chiesa di San Lio a Venezia consegnata nel settembre del 1542 e per cui Lotto ricevette il saldo del pagamento nel 1545.
Nello stesso anno il maestro inviava a Treviso da Venezia un altro San Michele ed acquistava il telaio occorrente per eseguire un’ulteriore rappresentazione del soggetto.
Lo stesso soggetto, indentificato come «el quadro de Lucifero», è presente fra i dipinti offerti alla lotteria indetta alla Loggia dei Mercanti di Ancona nel 1550.
Pietro Zampetti ha identificato la replica lauretana con l’opera rimasta invenduta ad Ancona; l’ipotesi, accolta prevalentemente dalla critica successiva (Giordana Mariani Canova; Francesca Coltrinari) è suffragata dalle dimensioni del supporto ricordate da Floriano Grimaldi ripiegate in altezza per essere adattate alla cornice che lo aveva ospitato nel ciclo del Coro dei Canonici della basilica lauretana.
Diversamente Anna Banti e Antonio Boschetto, e poi Ranieri Varese, hanno datato il dipinto al soggiorno lauretano, tra il 1554 e il 1556.
Ricordata da Giorgio Vasari nell’edizione giuntina delle Vite, edita a Firenze nel 1568, la collocazione dell’opera all’interno del ciclo lauretano commissionato da Gaspare Gotti è dettagliata in maniera più puntuale nel manoscritto settecentesco di Giovanni Cinelli Calvoli, secondo cui «la caduta di Lucifero» era il primo dei dipinti posti al di sopra degli stalli e delle sedute.
Storia conservativa e restauri
Nel 1853 la tela fu collocata nel salone del braccio occidentale del Palazzo Apostolico insieme alle altre del ciclo, ad esclusione del dipinto rappresentante “Cristo e l’adultera” giunta in tempi differenti.
L’opera fu considerata di notevole importanza da Giovanni Morelli e Giovanni Battista Cavalcaselle che nel 1861, i quali la notificarono ai fini dell’inalienabilità e la valutarono 2.500 lire.
Ciò nonostante, così come per tutte le tele lauretane e le opere dell’attività matura dell’artista, l’opera ha goduto di una fortuna critica limitata.
Il primo allestimento scientifico delle collezioni lauretane fu curato da Luigi Serra nel 1919 a seguito delle operazioni di protezione antiaerea disposte in occasione del primo conflitto mondiale, cui seguirono i trasporti presso i depositi vaticani disposti durante la seconda guerra mondiale.
Il primo intervento documentato di rifoderatura è stato condotto da Giuseppe Missaghi a Roma tra il 1882 e il 1883.
Operazioni di pulitura sono attestate presso il Laboratorio di pittura dei Musei Vaticani tra il 1958 e il 1959 e dunque nuovamente nel 1981 in occasione dell’esposizione alla mostra di Ancona “Lorenzo Lotto nelle Marche. Il suo tempo, il suo influsso”.
Confronti con altre rappresentazioni
Nel corso della storia dell’arte, San Michele che combatte Lucifero è stato rappresentato secondo modelli diversi: talvolta l’arcangelo appare come un guerriero vittorioso che calpesta o trafigge il demonio, mentre in altri casi il male conserva una forma seducente e malinconica.
Un esempio successivo è il dipinto di Giuseppe Cesari detto Cavalier d’Arpino, San Michele arcangelo combatte Lucifero, eseguito su ardesia.
A monte di questo dipinto esiste un’invenzione grafica del Cavalier d’Arpino conservata nell’Hermitage Museum di San Pietroburgo (inv. 3728); il pittore dipinse su tela il soggetto in almeno due occasioni (Arpino, chiesa di San Michele; collezione privata) mentre questa è l’unica versione che si conosca eseguita su ardesia, un supporto non inconsueto nel catalogo del pittore.
La tavolozza dai colori freddi per la figura dell’Arcangelo, accostati in maniera sapiente (i rosa, gli azzurri, i bianchi), si contrappone alla penombra degli Inferi e al colore aranciato del cielo: queste caratteristiche portano a collocare l’opera alla fine degli anni Venti del Seicento.
L’invenzione del san Michele arcangelo deriva dal celebre dipinto di Raffaello (1518, Musée du Louvre, inv. 610), noto al Cesari, probabilmente, attraverso le numerose repliche a stampa, nonché dal San Michele di Perino del Vaga nella sala Paolina di Castel Sant’Angelo, opera che invece sicuramente conosceva de visu.

Altri dati catalografici
Il dipinto è un’opera a olio su tela raffigurante San Michele Arcangelo che sconfigge Lucifero.
L’arcangelo, con veste rossa, è raffigurato con la spada levata e la mano sinistra tesa verso Lucifeo che precipita nell’abisso infernale.
L’opera è attribuita a Lorenzo Lotto, nato intorno al 1480 e morto nel 1556-1557, ed è conservata a Loreto.
Il dipinto è stato rifoderato e restaurato nel 1882 (Inventario, 1936, p. 122).
B. Berenson (1901, p. 235) lo ritiene eseguito nel periodo tra il 1554 e il 1556.
Nell'Inventario (1936, p. 122) si dice che il quadro fu collocato nel XVI secolo nell'interstizio tra la cima degli stalli e il lacunare del coro della chiesa lauretana, nella cappella che nel 1883 fu dedicata a San Giuseppe, per poi esserne rimoso dopo il 1850 e trasportato nella sala attuale.
Lo Zampetti (1953, p. 57) dice che la tela fu esposta nella Lotteria di Ancona (1550) come risulta dall'elenco fatto dallo stesso Lotto, infatti risulta nel libro dei conti (p. 173); e che è citato dal Vasari (ed. 1906, p. 252) come esistente nel coro della basilica.
Probabilmente fu dipinto in epoca anteriore al 1550, se è da identificare, come tutto lascia supporre, con quello elencato dal pittore per la Lotteria, e rimasto invenduto.
La Banti (1953, p. 94) pone invece il dipinto tra il 1554 e il 1556.
Infatti ricorda che il Libro dei Conti (marzo 1542) cita "Una pala de San Michele con batere et caciare Lucifero" data al "piovan de San Lio"; nel 1545 il Lotto compera la tela per "l'altro S. Michele", forse una replica del precedente; conclude la Banti (1953, p. 95) che la tela di Loreto le pare un'opera ancor più tarda.
Il Bianconi (1955, p. 170) la data intorno al 1554-1556 e aggiunge che di questa composizione risulta un'altra versione eseguita a Venezia nel marzo del 1542.
Il Berenson (1955, p. 173) sostiene che la tela è interessante per l'interpretazione del soggetto, ispirato più al testo biblico che alla tradizione artistica rinascimentale: mentre in questa Lucifero appare sempre come un essere mostruoso, il Lotto, unico nel suo tempo, ci dà un angelo di soave, quasi femminea bellezza.
Il Berenson ricorda anche che il Vasari lo vide nel coro, ma parla di una "istoria copiosa di figure" dal che ne deduce che forse era sbagliato o ne vide un'altra copia ora perduta.