L’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore e Gioacchino da Fiore nella Divina Commedia

San Giovanni in Fiore è il paese di Gioacchino da Fiore, l’abate calabrese che Dante Alighieri inserì nel Paradiso, nel cielo del Sole, tra gli spiriti sapienti: «e lucemi dallato / il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato».

L’Abbazia Florense è il luogo principale per comprendere il rapporto tra il pensiero gioachimita e la Divina Commedia, perché conserva le spoglie dell’abate, documenta la storia dell’Ordine florense e presenta soluzioni architettoniche e luminose che sono state interpretate come espressione simbolica della sua visione teologica.

Abbazia Florense San Giovanni in Fiore

Dante e Gioacchino da Fiore nella Divina Commedia

Dante Alighieri (1265-1321), nella Divina Commedia, inserisce Gioacchino da Fiore nel paradiso (canto XII, versi 139-141), tra la schiera dei beati sapienti, corrispondenti agli odierni dottori della Chiesa, accanto ai santi Bonaventura da Bagnoregio, Rabano Mauro e Tommaso d’Aquino.

Nel Paradiso, XII,139-141, brillava accanto a me l’abate calabrese Gioacchino, dotato di spirito profetico, così Dante presenta la figura di Gioacchino da Fiore nel dodicesimo canto del Paradiso.

Gioacchino da Fiore è un monaco e un teologo. Un personaggio straordinario, vissuto nel dodicesimo secolo, che Dante collocò nel cerchio del Sole, tra gli spiriti sapienti.

Gli spiriti sapienti non sono moltissimi: sono organizzati da Dante in due corone di 12 anime ciascuno.

San Bonaventura, da una delle due corone, presenta così a Dante e a Beatrice il monaco di Fiore: “e lucemi dallato / il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato“.

Da ciò si desume il chiaro giudizio di Dante, emesso 110 anni circa dopo la morte dell’abate calabrese.

La formazione di Gioacchino e l’influenza sul poeta

Gioacchino da Fiore, grande filosofo, esegeta e fondatore dell’Ordine monastico florense, rappresenta un elemento importante nella formazione giovanile del Sommo Poeta fiorentino.

A Firenze, nella scuola di Santa Croce, Dante ebbe modo infatti di conoscere il pensiero gioachimita, grazie agli insegnamenti di maestri e grandi teologi come Pietro di Giovanni Olivi e Ubertino da Casale.

Dante ebbe l’opportunità di conoscere il pensiero gioachimita attraverso gli insegnamenti ricevuti nella scuola di Santa Croce, a Firenze, dove i suoi maestri erano rinomati teologi come Pietro di Giovanni Olivi e Ubertino da Casale (quest’ultimo reso celebre nel romanzo di Umberto Eco, “Il nome della rosa”).

L’abate calabrese, nato a Celico, presso Cosenza, verso il 1130 e morto nel monastero di S. Martino di Canale, Pietrafitta, nel 1202, influì profondamente sulla cultura religiosa e figurale del Medioevo.

L’influenza dell’abate calabrese, nato a Celico (presso Cosenza) verso il 1130 e morto nel monastero di S. Martino di Canale (Pietrafitta) nel 1202, fu talmente importante che nella Divina Commedia è possibile riscontare diverse similitudini con le immagini che Gioacchino usa per descrivere quella che è la sua visione mistica nel “Libro delle Figure” (Liber Figurarum).

Le immagini del Liber Figurarum nella Commedia

Dante deve molto all’abate florense.

Tante sono infatti le immagini tratte dal Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore che sono servite a Dante per esprimere molte delle rappresentazioni che troviamo nella Divina Commedia.

Tra queste sicuramente l’immagine dei Cerchi trinitari, utilizzati da Dante per descrivere il mistero della trinità.

Da questi cerchi trinitari Dante trasse la sua raffigurazione della Trinità nella celebre immagine del Canto XXXIII del Paradiso: Ne la profonda e chiara sussistenza de l’alto lume parvermi tre giri di tre colori e d’una contenenza; e l’un da l’altro come iri da iri parea reflesso, e ‘l terzo parea foco che quinci e quindi igualmente si spiri.

Tre cerchi trinitari Liber Figurarum

Altre similitudini possono essere rintracciate nella figura della candida rosa dell’Empireo che troviamo nel XXXI canto del Paradiso, ispirata alla tavola XIII del “Libro delle Figure” di Gioacchino; la visione del Veltro della tavola XII, con cui si conclude il Purgatorio.

Nella Divina Commedia si possono riscontrare diverse similitudini con le affascinanti immagini frutto delle intuizioni mistiche di Gioacchino, come ad esempio la figura della candida rosa dell’Empireo nel XXXI canto del Paradiso, ispirata alla tavola XIII del “Libro delle Figure” di Gioacchino.

Allo stesso modo, nel XXII canto del Paradiso, quando Dante contempla la Trinità e la descrive come “tre giri, di tre colori e d’una contenenza”, si ispira ai tre cerchi tricolori disegnati da Gioacchino nell’XI tavola del “Libro delle Figure”.

Il Liber Figurarum e la teologia simbolica

Il libro delle figure è la più bella ed importante raccolta di teologia figurale e simbolica del Medio Evo.

Le “Figurae”, che si possono ammirare qui, sono concepite e disegnate da Gioacchino da Fiore in tempi diversi, vennero esemplate e radunate nel Liber Figurarum nel periodo immediatamente successivo alla sua morte, avvenuta nel 1202.

In esse è perfettamente illustrato il complesso ed originale pensiero profetico dell’abate florense, basato sulla teologia trinitaria della storia e sulla esegesi concordistica della Bibbia.

Del Liber Figurarum esistono pochi esemplari ben conservati: il codice di Oxford, il codice di Reggio Emilia e il codice di Dresda.

Il Codice di Oxford, conservato presso il Corpus Christi College è il più antico, prodotto dall’Officina scrittoria di un monastero calabrese, probabilmente l’abazia di San Giovanni in Fiore, tra il 1200 e il 1230.

Il codice di Reggio Emilia, tenuto presso il seminario vescovile, è invece databile intorno alla metà del XIII° secolo, mentre quello di Dresda è conservato presso la Sächsische Landesbibliothek.

Frammenti vari si possono poi trovare in diverse Bibiolteche europee: la Vaticana, la Nazionale di Parigi, l’Ambrosiana di Milano, la Marciana di Venezia, la Centrale di Vienna e nel British Museum di Londra.

Gioacchino da Fiore, il fondatore dell’Ordine florense

Nato a Celico, in provincia di Cosenza, in un anno collocabile fra il 1130 ed il 1135, Gioacchino entrò a venticinque anni nel ramo cistercense dell’Ordine benedettino.

Trasferitosi nel monastero di Corazzo, presso Catanzaro, fu nominato abate nel 1177.

Nel monastero di Casamari divenne abate e iniziò la stesura della sua opera maggiore, la “Concordia Veteris et Novi Testamenti”.

Durante l’anno in cui papa Urbano VIII lo volle accanto a sé a Roma, si dedicò all’“Expositio in Apocalypsim”: l’esegesi biblica in Gioacchino da Fiore divenne l’occasione per proporre il radicale rinnovamento morale all’interno della Chiesa.

Nel 1189, sui monti della Sila, fondò il monastero di S. Giovanni in Fiore, che divenne il centro del nuovo Ordine detto Florense, per il quale ottenne l’approvazione con regolare bolla papale di Celestino III.

La vena riformatrice e l’ansia di purezza di Gioacchino attirarono molti francescani della corrente spirituale ed il dono della profezia che gli veniva attribuito suscitò numerose opere spurie, a carattere visionario più che profetico, che riunirono in gruppi eretici elementi delle più diverse provenienze, chiamati “gioachimiti” ed ispirati più o meno liberamente al pensiero di Gioacchino.

Tutti questi elementi misero presto in moto la censura dell’ortodossia e la condanna delle idee di Gioacchino fu netta e decisa, fin dal concilio Lateranense del 1215, anche ad opera di san Bonaventura da Bagnoregio.

Nel 1202 Gioacchino da Fiore morì a Canale, nei pressi di Cosenza.

La fondazione dell’abbazia di San Giovanni in Fiore

A differenza del Protomonastero edificato da Gioacchino da Fiore dopo il 1189 a Jure Vetere, in una località da lui denominata Fiore con un chiaro significato simbolico-spirituale, il complesso abbaziale florense di San Giovanni in Fiore sorge in una località che aveva già secoli di storia ed un toponimo, Faraclonus oppure Faradomus di origine longobarda.

Fara, infatti, è la più diffusa parola longobarda ed indica un corpo di spedizione, un'unità di insediamento.

Nei secoli VIII e IX, infatti, la località Faradomus era un avamposto difensivo longobardo sull'estremo confine sud-orientale del ducato di Benevento, un posto di guardia dal quale i longobardi controllavano il territorio della bassa valle del Neto rimasto sotto il governo bizantino.

L’imperatore di Bisanzio Basilio I conquistò, nel biennio 885-886, tutti territori longobardi della Calabria.

I monaci basiliani del monastero dei Sanctorum Trium Puerorum della località Patia nei pressi di Caccuri, durante il X secolo, occuparono i terreni di Faraclonus per utilizzarli come pascoli stagionali.

Tra l'XI ed il XII secolo, i Normanni eliminarono la dominazione bizantina e saracena dall’Italia meridionale e dalla Sicilia; successivamente, verso la fine del XII secolo, gli Svevi subentrarono ai Normanni.

La località Faradomus fu inclusa nella donazione di un vastissimo territorio della Sila che l’imperatore Enrico VI concesse a Gioacchino da Fiore il 21 ottobre del 1194.

L'abate di Fiore, dopo questa donazione, vi costruì un oratorio dedicato a San Giovanni Battista provocando un aspro contenzioso con i monaci basiliani.

Dopo la morte di Gioacchino, un violento incendio divampato verso la fine del 1214 distrusse il protomonastero di Jure Vetere, in omnibus hedificiis suis.

L'abate Matteo, successore di Gioacchino, dopo un tentativo di ricostruzione, ottenne da Papa Innocenzo III, nel febbraio del 1215, l'autorizzazione a costruire una nuova sede in un altro luogo meno freddo e più adatto alla vita monastica (liceat vobis descendere Calabriam).

I florensi, confermando la scelta del loro fondatore, si spostarono invece di soli 5 km e restarono sui monti della Sila, inter frigidissimas alpes.

Luca di Cosenza rese noto l'accordo raggiunto nel 1215 fra l'abate di Fiore e l'abate dei Santi Tre Fanciulli con la definitiva rinuncia dei monaci basiliani su Faradomus.

In questa località l'abate Matteo eresse l'attuale complesso abbaziale di San Giovanni in Fiore, probabilmente ampliando e consolidando la preesistente fabbrica monastica avviata da Gioacchino nel 1195.

Il nuovo complesso fu ultimato entro il 1234 e conservò la denominazione di Monasterium Sancti Iohannis de Flore, a testimonianza della valenza simbolica del nome Fiore.

Una vicenda che Federico II, che concesse il diritto d'asilo al Monastero e poteri giurisdizionali all’abate, in un privilegio del 1220 riassunse così: "Locum ipsum qui nunc Flos, olim vero dictus est Faraclonus, in quo post combustionis infortunium Florense Monasterium non sine apostolice concessionis auctoritate mutatum est" (lo stesso luogo che oggi si chiama Fiore e che un tempo si chiamava Faraclonus, presso il quale, a causa di un incendio, il Monastero florense fu trasferito, con il consenso della Sede apostolica).

Il trasferimento delle reliquie di Gioacchino

Entro il 1226 le reliquie di Gioacchino furono traslate da San Martino di Canale nella nuova chiesa abbaziale e collocate nella cappella di destra del transetto, dove attualmente sono ricomposte in un'urna di bronzo e cristallo.

Le sue ossa sono conservate nella navata di destra dell’Abbazia florense di San Giovanni in Fiore.

Sul sepolcro di Gioacchino fu inciso il distico iniziale di un inno di Pietro di Matera: Hic Abbas Floris / coelestis gratia roris (Questi è l’Abate di Fiore, / grazia di rugiada celeste).

Dall’anno 2000 è in corso il procedimento per la beatificazione di Gioacchino, grazie anche agli studi approfonditi sul suo pensiero, che tra gli altri ispirò Michelangelo Buonarroti e fu determinante per la fondazione nel XVI secolo di Puebla de los Ángeles, l’attuale Puebla de Zaragoza.

L’architettura dell’Abbazia Florense

Frate Giuliano, il maestro di fabbrica del nuovo complesso abbaziale, ebbe come modello architettonico lo stile romanico-gotico, tipico dell'ordine dei cistercensi, secondo i principi codificati da Bernardo di Chiaravalle nel XII secolo: un chiostro quadrangolare al centro, chiuso dalla parete meridionale della chiesa e dalle ali conventuali; la chiesa orientata lungo la direzione sacra, con l'entrata a occidente e la facciata absidale rivolta a oriente verso Gerusalemme e Nazareth.

L’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore è un autentico tesoro di arte e di cultura.

Scrigno ed emblema di una tradizione spirituale e culturale ancora viva, con soluzioni architettoniche dai significati simbolici che richiamano la visione di Gioacchino.

La Chiesa ha una struttura alta, maestosa, solennemente disadorna, con muri perimetrali spessi che sostengono senza contrafforti la copertura; definita da G. Martelli "particolarmente interessante ed originale".

L'impianto spaziale evidenzia varianti e peculiarità introdotte dai Florensi rispetto alla coeva architettura cistercense.

L'iconografia della chiesa è caratterizzata da alcuni aspetti:

  • la lunghissima aula a tetto che si conclude in un coro rettangolare con volta a botte acuta;
  • le due ali del transetto che non si aprono direttamente sul vano della chiesa e formano, su due piani, quattro cappelle separate;
  • la scenografica facciata absidale.

Il portale e la navata

Si accede dal portale gotico del 1220.

Lo splendido ed elegante portale archiacuto in bianca pietra calcarea, iscritto in un rettangolo leggermente sporgente come nella chiesa abbaziale cistercense di Fossanova, è sormontato da un grande rosone e si presenta come uno degli elementi più elaborati ed articolati dell'intera struttura.

Alcuni studiosi hanno evidenziato gli influssi cistercensi mutuati dalla cattedrale di Cosenza, ricostruita dopo il terremoto del 1184 ed inaugurata alla presenza dell'imperatore Federico II nel 1222.

Probabilmente anche le maestranze impiegate a Cosenza furono utilizzate a Faraclonus.

La navata unica allungata è in pietra nuda priva di decorazioni.

La pianta della chiesa abbaziale è caratterizzata da una grande navata non voltata, di notevoli dimensioni e con direzione sacra culminante a est nell'abside rettangolare.

Dal rosone della facciata occidentale e dalle sei alte monofore, poste sulle slanciate pareti laterali, filtra una luce che tiene l'aula in uno stato di penombra.

Le pareti sono spoglie di ornamenti e, secondo le Consuetudines dettate da san Bernardo, sono nude e prive di ogni curiositas dipinta o scolpita, di qualsiasi forma di arte figurativa e di orpelli decorativi che avrebbero potuto far trasparire "sontuosità e superfluità, attirare curiosità" e distrarre i monaci ed i fedeli nella concentrazione della preghiera.

Le cappelle e gli spazi monastici

Le cappelle laterali inferiori si aprono sul presbiterio con una porta ad arco ogivale e sono orientate nello stesso senso della navata.

Ciascuna cappella è costituita da un’aula rettangolare voltata con doppia crociera, illuminata da una monofora archiacuta e dotata di abside piatta con volte a botte spezzata.

La cappella di destra è dotata di quattro porte e si configura come il più importante spazio distributivo del complesso abbaziale.

Dalla prima porta si entra nella sagrestia, che aveva l'accesso sulla sala capitolare e su altri ambienti monastici; la seconda, ubicata sul pianerottolo della rampa della scala, faceva accedere al piano conventuale; dalla terza si scende nella cripta; dalla quarta si accede al chiostro.

La cappella laterale sinistra ha una porta rivolta ad ovest ed un'altra, chiamata "porta dei morti", che si apriva a nord e portava al cimitero dei monaci.

Le aule delle cappelle superiori si affacciano sul presbiterio con due grandi arcate a sesto acuto, sono coperte a mezze capriate e sono dotate di absidi piatte coperte con volte a botte spezzata.

Le due aule sono collegate per mezzo di un camminamento visibile sulla parete di fondo dell'abside.

I locali sopra le navate laterali, nelle cattedrali e nelle chiese cittadine, erano riservati alle donne; nella chiesa abbaziale florense, invece, avevano la funzione di cori notturni "per la celebrazione della messa e degli uffici divini da parte dei monaci malati, per rispondere anche agli obblighi di solitudine, meditazione e contemplazione sanciti nelle perdute Costituzioni gioachimite -scrive Giovanni Greco- e per le preghiere notturne".

La facciata absidale e il simbolismo della luce

E allora, la facciata principale della chiesa è sprovvista di rosone spostato su quella posteriore con un rosone centrale più grande circondato da 3 più piccoli disposti a triangolo attorno al primo.

Una singolare e grandiosa trama di sette trafori caratterizza la suggestiva quinta absidale che conclude la lunga e imponente navata.

Nelle successive chiese francescane sarà ripreso questa caratteristica della unicità della navata con il coro.

La facciata absidale e le absidi delle due autonome cappelle laterali, chiuse sul transetto, sono rettangolari e non semicircolari come nelle prime costruzioni florensi.

L'abside, rispetto alle cappelle laterali, sporge all'esterno.

Tra le monofore e le superiori finestre circolari lobate, la muratura della parete si restringe ed un camminamento largo 70 cm collega le due aule dei cori notturni.

Un insistito ritmo triadico propone il mistero della Trinità: tre severe monofore ad arco acuto, poste a tre metri dal piano pavimentale, sono sormontate da una grande finestra circolare esalobata che è attorniata, in disposizione triangolare, da altre tre piccole finestre circolari quadrilobate.

Mentre i 4 rosoni alle sue spalle conferiscono una sorprendente atmosfera con uno straordinario gioco di luci e ombre.

Dal complesso ordito dei trafori del fondo del coro, una cascata di luce, "più che illuminare la chiesa, investe ed abbaglia.

Oculi del genere sono costanti nell'architettura cistercense; inedito è il riferimento al triangolo ad un centro preponderante.

L'unico caso cistercense di quattro oculi nella lunetta di volta del coro, quello dell'abbaziale di Silvanes, rileva Cadei, se ne discosta per la gerarchia e la forma diversa.

Disposizione ed ampiezza degli oculi del coro della chiesa abbaziale florense sembrano invece riprodurre in architettura la struttura trinitaria nell'interpretazione data da Gioacchino e da lui disegnata col triangolo del Salterio dalle dieci corde, che ha al centro un cerchio simboleggiante l'unità della divinità nella distinzione delle tre persone", la tav. XIII del Liber Figurarum.

Dello stesso avviso è anche Martelli, secondo cui "il singolare e grandioso motivo absidale delle grandi quinte di parete piena affiancanti il muro di fondo con i sette trafori che sembrano disposti a valore di simbolo, motivo che, con le strutture delle cappelle superiori, diviene il centro di una composizione architettonica di alto rilievo, fa pensare di trovarsi di fronte ad una disposizione espressione del frutto delle tormentate concezioni di Gioacchino da Fiore sul Mistero Trinitario e sugli effetti della luce, quali appunto si riscontrano in uno dei suoi Psalteri".

È stata recentemente proposta da Pasquale Lopetrone la suggestiva ipotesi che il singolare quadro simbolico dei trafori luminosi absidali offrano, "attraverso una combinazione luce-ombra" l'immagine della Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, così come narrato dagli evangelisti Matteo, Marco e Luca.

Il possibile rapporto tra la chiesa e le figure gioachimite

Per Cadei, è leggibile un parallelo fra la chiesa abbaziale e la tavola XII del Liber figurarum, la "Dispositio novi ordinis pertinens ad tercium statum ad instar superne Jerusalem" (Disposizione del nuovo Ordine pertinente al Terzo Stato a somiglianza della Gerusalemme celeste).

Se osserviamo la sezione trasversa in corrispondenza del coro abbiamo un'aggregazione di vani la cui corrispondenza alla parte superiore della Dispositio è troppo precisa per essere casuale, afferma lo studioso nella relazione tenuta al 1° Congresso Internazionale di Studi Gioachimiti.

Al vano unitario di coro si collegano le quattro cappelle ricavate nelle ali di transetto, pur restandone distinte come oratori autonomi.

Certo nella traduzione dallo schema bidimensionale in architettura a tre dimensioni va persa la forma a croce, che si ripropone però nella pianta del coro e di tutta la chiesa.

La complessità dei percorsi d'accesso alle singole cappelle sembra salvaguardare la distinzione tra i diversi gruppi di monaci che alcune proposizioni della Dispositio traducono, insieme al disegno, in vero e proprio isolamento reciproco anche in termini logistici.

La navata chiude il parallelismo fra la tavola della Dispositio e la chiesa.

Nella navata si esprime il momento dell'estensione di alcuni aspetti della vita monastica anche alle comunità del clero secolare e dei laici.

L'articolazione dell'area strettamente monastica sembra esemplata anche sullo schema del diagramma del Libro delle figure (tav. XV) che illustra la visione di Ezechiele del misterioso cocchio che trasporta il trono divino.

L'interpretazione data da Gioacchino del complesso intrecciarsi dei cerchi della visione di Ezechiele è figura, cioè profezia della croce e sulla forma della croce si imposta la nuova e perfetta organizzazione della vita monastica dell'età dello Spirito.

L’altare di San Giovanni Battista e la cripta

L’altare è barocco con una statua lignea di San Giovanni Battista.

La grande pala lignea dell'altare maggiore, posta tra l'abside ed il transetto in corrispondenza del grande arco absidale, culmina in un grandioso fiore ornamentale con ricche volute in fastoso barocco, contenente la nicchia per la statua di san Giovanni Battista.

L'opera fu commissionata dall'abate Gioacchino Tambati all'ebanista Giovanni Battista Altomare, appartenente alla scuola roglianese del "maestro dei merletti", per l'ornato ricco e meticoloso.

Una iscrizione in latino, tracciata sul retro di una parasta del lato sinistro dell'altare, ne immortala l'anno di esecuzione e l'autore: "Joannes Baptista Altomare A Roblano Hoc opus suum Sculpsit Hoc Anno D.ni 1740 (Giovanni Battista Altomare da Rogliano scolpì questa sua opera in quest'anno del Signore 1740)".

L'altare, riccamente intagliato e indorato, rappresenta un notevole lavoro di scultura in legno, che si rivela nell’opulenza delle decorazioni e nella tecnica dell’esecuzione, scrive Teresa Bitonti nella rivista del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti.

Il manufatto è ricco di elementi decorativi simmetricamente disposti, tra cui si evidenziano grosse girali, ampie volute, foglie d'acanto lunghe e sottili a pieno tondo che si intrecciano con testine alate.

Manca il ciborio, mentre le parti laterali della mensa riportano decorazioni a spighe di grano ricche e mature, simbolicamente ricorrenti e di particolare effetto.

Alla destra dell’altare una scalinata porta alla cripta con l’urna delle spoglie di Gioacchino da Fiore alla sinistra, invece, su un altare una teca custodisce il corpo ricostruito dell’Abate.

Il complesso monastico e le istituzioni culturali

In origine il complesso monastico, oltre all’Abbazia, comprendeva una serie di edifici come officine, cucine, falegnameria, ricovero degli attrezzi e altri edifici per il riposo e per il ricovero di chi qui arrivava.

Oggi, nelle sale dell’Abbazia è ospitato il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti.

Istituito nel dicembre del 1982 e riconosciuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’attività di promozione, ricerca e diffusione del pensiero Gioachimita nel mondo.

Il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti si occupa della diffusione del pensiero di Gioacchino da Fiore nel mondo, attraverso anche una serie di pubblicazioni.

Meraviglia del posto l’Abbazia Florense, prestigio: il Centro Internazionale di studi Gioachimiti che, da circa tre decenni, compie, ininterrottamente, un lodevole lavoro di diffusione e di raccolta delle opere dell’Abate a livello nazionale ed internazionale.

Tantissimi sono, inoltre, gli incontri che vengono organizzati con personalità di forte autorevolezza per far conoscere la grandezza di Gioacchino da Fiore.

Nel 1989 l’Abbazia è stata riaperta al culto con Don Vincenzo Mascaro alla presenza del Cardinale Ugo Poletti.

E ancora, il pian terreno e il primo piano dell’ala est dell’Abbazia ospitano invece il Museo Demologico dell’Economia, del Lavoro e della Storia Sociale Silana.

Inaugurato nel 1984 e considerato uno tra i musei etnografici più interessanti del Sud Italia, con annesso il Fondo fotografico Saverio Marra (1894 - 1978) autore di una documentazione fotografica autentico capolavoro di antropologia visuale.

Il messaggio di Gioacchino e la sua eredità

Sulla base della propria interpretazione della Bibbia, Gioacchino credeva che l’essere umano potesse elevarsi spiritualmente sino a sconfiggere l’istinto di violenza e sopraffazione che ne caratterizza la natura.

Il messaggio profetico dell’abate, ripreso nella Divina Commedia di Dante Alighieri, è dunque legato alla speranza della giustizia e dell’armonia tra gli uomini, come confermato da monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, secondo il quale «Gioacchino non concepisce la dottrina di Dio come dottrina, ma piuttosto come motore della storia, come forza e potenza di cambiamento delle relazioni umane, anche sociali e civili».

In un tempo di crisi internazionale, morale, economica, spirituale e civile, il pensiero e l’opera di Gioacchino da Fiore - pieni di fascino anche in virtù delle figure simboliche che egli utilizzò per spiegare concetti complessi - sono senza dubbio un riferimento e un richiamo straordinari per costruire un futuro di pace, solidarietà e cooperazione tra gli uomini.

Nello specifico, durante la loro opera di evangelizzazione in Messico, i francescani spirituali riprodussero integralmente il modello urbanistico e sociale dell’abate calabrese, finanche i toponimi gioachimiti risalenti alla presenza in Sila del grande monaco e teologo della storia.

Ancora, diretto dal regista Jordan River, è in produzione il film, sulla vita di Gioacchino, intitolato “Il Monaco che vinse l’Apocalisse”, scritto tra gli altri dal filosofo italiano Andrea Tagliapietra e centrato sulla visione del futuro dell’abate calabrese, precursore del Rinascimento italiano.

Diverse scene di quest’opera cinematografica sono state girate a San Giovanni in Fiore e nei dintorni, a riprova del ritrovato interesse per i luoghi in cui Gioacchino da Fiore visse e concepì le sue opere.

Visitare San Giovanni in Fiore

San Giovanni in Fiore, incantevole paese di montagna, vanta un passato ricco di storia e di tradizioni dove vivere è godere appieno delle bellezze del luogo.

La cittadina, nota anche come “capitale della Sila”, è patria di Gioacchino da Fiore, filosofo, teologo, esegeta, fondatore dell’Ordine monastico florense, il cui pensiero influì moltissimo nella formazione giovanile di Dante.

La vita scorre lenta e tranquilla e le giornate sono riempite dall’irresistibile fascino del tempo.

San Giovanni in Fiore è un paese straordinario anche per la sua gastronomia amata persino dai palati più raffinati.

Ogni stagione ha le sue specialità e resistervi è davvero un’impresa impossibile.

Non manca l’arte.

Tanti maestri artigiani, considerati veri e propri artisti, vivono nel posto ed eseguono opere uniche dal valore inestimabile conosciute in tutto il mondo.

San Giovanni in Fiore, perla della Sila, colpisce per la sua amorevole ospitalità, per la sua straordinaria accoglienza e per la bellezza della sua serenità.

L’aria è tersa, l’acqua limpida e fresca.

Il paesaggio è imponente, caratterizzato da rigogliose montagne che suscitano un indescrivibile senso di infinito.

E’ il paese dal cuore grande e generoso e visitarlo riempie l’anima di indimenticabili emozioni.

Accesso e informazioni essenziali

L'accesso è consentito liberamente a tutti i visitatori, ma la presenza di alcune barriere architettoniche può rendere difficoltosa o inaccessibile la visita ad alcune aree per gli utenti con disabilità motorie.

InformazioneDato
LuogoCentro storico, 87055, San Giovanni in Fiore (CS)
AccessoConsentito liberamente a tutti i visitatori
Barriere architettonichePresenti in alcune aree
Centro Internazionale di Studi GioachimitiIstituito nel dicembre del 1982
Museo DemologicoInaugurato nel 1984
Riapertura al culto1989

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