Il Buon Pastore è un’immagine biblica che indica principalmente Gesù, «il Pastore grande delle pecore» (Eb ). Il Vangelo secondo Giovanni dedica all’immagine una sua celebre pagina ().
Il nucleo dell’immagine è la relazione tra Gesù e le sue pecore: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me… Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono…» (Giovanni 10:14 e 27). Riconoscere la voce del Buon Pastore, distinguerla dalle voci estranee e seguirla nella Chiesa e nelle Scritture è fondamentale per vivere la sequela cristiana.
Le radici bibliche dell’immagine del pastore
L’immagine affonda le sue radici nella matrice nomadica del popolo ebraico, basata sull’allevamento del bestiame. La vita dei pastori era spesso sentita in tensione con quella sedentaria degli agricoltori. La Bibbia rivela spesso una certa nostalgia per il nomadismo, anche sulla base della vicenda dell’esodo, quando Israele aveva vagato per quarant’anni nelle steppe della penisola sinaitica.
Nell’Antico Testamento il pastore è la guida del gregge e lo guida attraverso la valle oscura; il bastone è il simbolo e lo strumento della sua autorità; la presenza del pastore è sicurezza per il gregge (Sal ). Il Pastore divino «le mie lacrime nell’otre suo raccoglie» (Sal ), impedendo che le sofferenze si dissolvano nel non senso e nel nulla.
Chi non vorrebbe seguire il pastore del Salmo 23 che ci accompagna attraverso la valle dell’oscurità e prepara un banchetto di fronte ai nemici? O seguire il pastore di Geremia che allevia paure e terrore (Geremia 23: 4)? Le promesse messianiche dell’antico Israele sono ricche di immagini del Buon Pastore, che la Chiesa antica applica poi a Gesù negli scritti sacri e nell’arte.
Il pastore è la guida del gregge e lo guida attraverso la valle oscura; il bastone è il simbolo e lo strumento della sua autorità; la presenza del pastore è sicurezza per il gregge. Questa immagine esprime una guida che protegge, accompagna e conduce verso la vita.
I pastori infedeli e la promessa del Pastore divino
L’immagine del pastore è usata dal profeta Ezechiele per delineare il comportamento negativo dei pastori di Israele, ossia dei capi politici e religiosi; essi si preoccupano solo di «nutrirsi di latte, di rivestirsi di lana, di ammazzare le pecore più grasse, ignorando le pecore deboli, non curando le inferme, non fasciando le ferite, non riportando le disperse» ().
Queste voci sono come quelle di cui parlò Geremia: «Guai ai pastori d’Israele che si prendono cura solo di se stessi! Non dovrebbero i pastori prendersi cura del gregge? Mangiate la cagliata, vi vestite di lana e macellate gli animali scelti, ma non vi prendete cura del gregge. Non avete rafforzato le deboli o curato le malate o fasciato le ferite, non avete riportato le smarrite o cercato le perdute. Le avete governate duramente e brutalmente. Così sono state disperse perché non c’era pastore e sono diventate cibo per gli animali selvatici». (34:2b-5)
Perciò YHWH annuncia che si farà egli stesso pastore del suo popolo e le condurrà a pascolare sui monti alti d’Israele (). Anche il Deuteroisaia usa l’immagine di YHWH: egli si farà pastore che conduce con tenerezza e forza gli esiliati verso la terra d’Israele (Is )[4].
Gesù pronunciò queste parole alle autorità ebraiche di Gerusalemme. Esse servirono sia come critica alla leadership di quelle autorità, che egli paragonò a uomini salariati che non si curavano delle pecore, sia come conforto e istruzione per coloro che erano alla ricerca del Messia, un pastore alternativo.
Gesù, il Buon Pastore
Gesù si presenta come il compimento delle promesse dell’Antico Testamento che immaginano il Messia in termini pastorali. I sinottici presentano numerosi tratti che annunziano l’allegoria di Gv .
La nascita di Gesù a Betlemme (Mt ) ha realizzato la profezia di Michea (Mi ); la sua misericordia rivela in lui il pastore voluto da Mosè (Nm ), perché egli viene in aiuto alle pecore senza pastore (Mt ; Mc ); Gesù si considera come inviato alle pecore perdute di Israele (Mt ; Lc ).
Il «piccolo gregge» dei discepoli che egli ha radunato (Lc ) rappresenta la comunità escatologica alla quale è promesso il regno dei santi dell’Altissimo (cfr. Dn ); esso sarà perseguitato dai lupi esterni (Mt ; Rm ) e da quelli interni, travestiti da pecore (Mt ); sarà disperso, ma, secondo la profezia di Zaccaria, il pastore colpito lo radunerà nella Galilea delle genti (Mt ; cfr. Zc ); infine, alla fine dei tempi, il Signore separerà le pecore dai capri (Mt ).
Nella stessa linea altri scritti del Nuovo Testamento presentano «il pastore grande delle pecore» (Eb ), maggiore di Mosè, il «capo dei pastori» (1Pt ), «il pastore e il guardiano» che ha ricondotto le anime smarrite guarendole con le sue stesse lividure (1Pt ).
Nell’Apocalisse, poi, Cristo-agnello diventa il pastore che conduce alle fonti della vita (Ap ) e che colpisce i pagani con uno scettro di ferro ().

Il discorso del Buon Pastore in Giovanni 10
Nel quarto vangelo queste indicazioni sparse formano un quadro grandioso e unitario che presenta la Chiesa sotto il vincastro dell’unico pastore (Gv ). La particolarità, in riferimento agli annunci dell’Antico Testamento, è che non si tratta tanto del re, signore del gregge, quanto del Figlio di Dio che rivela ai suoi l’amore del Padre.
Il discorso di Gesù riprende i dati anteriori e li approfondisce: come in Ezechiele (), si tratta di un giudizio (Gv ); Israele assomiglia a pecore sfruttate (Ez ), in balia «dei ladri, dei predoni» (Gv ), disperse (Ez ; Gv ).
Gesù, come YHWH, le «fa uscire» e le «guida al buon pascolo» (Ez ; Gv ); ciò farà sì che esse conoscano il Signore (Ez ; Gv ) che le ha salvate (Ez ; Gv ); l’«unico pastore» annunziato (Ez ) si identifica con Gesù (Io sono, Gv ).
Altri dati sono invece originali: Gesù è il mediatore unico, la porta per accedere alle pecore (Gv ) e per andare ai pascoli (); egli solo delega il potere pastorale (cfr. ); egli solo dà la vita nella piena libertà dell’uscire e dell’entrare[6].
La porta, il recinto e il pascolo
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce.
Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». (. )
A quei tempi non c’erano porte che chiudevano gli ovili: era lo stesso pastore che alla sera si sdraiava all’ingresso per non far uscire le sue pecore e per non consentire ad altri di introdursi. Ladri, briganti, lupi se volevano entrare dovevano vedersela con lui, rimasto a guardia, a far da porta, da cancello.
«Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Ladri, briganti e lupi vengono solo per strappare, ferire, spadroneggiare, lasciando ferite e mani e cuore vuoto, impoveriti e rotti, smarriti lungo vicoli ciechi, con in bocca l’amaro della solitudine e della inconsistenza.
La conoscenza reciproca tra il pastore e le pecore
La nuova esistenza è fondata sulla mutua conoscenza del pastore e delle pecore (), amore reciproco fondato sull’amore che unisce il Padre e il Figlio (). Gesù è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore (); egli non è soltanto «percosso» (Mi ; Zc ), ma dà spontaneamente la propria vita (Gv ).
Si conoscono, invece, le pecore ed il pastore, lui le conosce una ad una, a ciascuna ha dato un nome e una carezza. E le pecore riconoscono quella voce, una voce che non fa paura.
Riconoscere una voce è fare casa, fare famiglia, è capire le inflessioni, il sussurro, a volte le sgridate: è fiducia che consente di seguire, è speranza in un pascolo dall’erba verde e croccante.
Le pecore disperse che egli raduna vengono sia dal recinto di Israele che delle nazioni (); infine, il gregge unico così radunato è unito per sempre, perché l’amore del Padre onnipotente lo custodisce e gli assicura la vita eterna ().
La voce del Buon Pastore e le voci contrarie
Vorrei concentrarmi su un singolo aspetto della metafora del Buon Pastore in Giovanni 10 che ritengo essenziale per costruire e vivere la nostra vita cristiana nel XXI secolo: la voce del Buon Pastore.
Gesù disse alla folla che lo ascoltava che le sue pecore conoscevano la sua voce e lo avrebbero seguito, piuttosto che la voce di uno sconosciuto che non riconoscevano. Fondamentale per la più elementare sequela di Gesù è il riconoscimento della sua voce e la distinzione della sua voce da tutte quelle che ci porterebbero in altre direzioni.
Oggi viviamo in un mondo con così tanto rumore che diventa sempre più difficile distinguere la voce di Gesù tra tutte le altre voci. Credo che questo sia voluto.
Anche Gesù stesso ci ha avvertito: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci». (Matteo 7: 15)
Le voci apertamente ostili e le voci più sottili
Anche ai tempi di Gesù, egli dovette confrontarsi con voci di opposizione, in particolare da parte dei leader religiosi di Israele. Oggi ci sono certamente voci che sono apertamente ostili a qualsiasi cosa lontanamente correlata a Gesù.
Quelle sono forse le distrazioni più facili da discernere e superare. Le voci più sottili possono essere più difficili da discernere.
Ad esempio, nelle ultime settimane, sono stato più attento ai media del solito. La realtà di una pandemia globale e di disordini sociali hanno stuzzicato il mio interesse e mi ritrovo a consumare i media sia attivamente che passivamente.
C’è stato un momento la scorsa settimana in cui ho realizzato che questo non solo stava riducendo il tempo che normalmente potrei dedicare alla preghiera o allo studio, ma stava anche distraendo quando stavo pregando o studiando.
Di certo, non c’è niente di male nell’essere informati sugli affari correnti, ma la natura pervasiva e negativa dei moderni media può essere dannosa sia psicologicamente che spiritualmente se non stiamo attenti.
Quando le cose buone soffocano la voce di Dio
I beni di cui godiamo come parte della nostra vita, il nostro lavoro, i beni, il cibo, le feste, persino le nostre relazioni, possono diventare così potenti da soffocare la voce del Buon Pastore.
Ognuna di queste cose buone può diventare opprimente, tanto che perdiamo la prospettiva e la temperanza che ordina queste cose per vivere bene. Nei casi peggiori, l’equilibrio può essere notevolmente distorto e ci ritroviamo dipendenti da voci che chiamano il nostro peggio, anziché il nostro meglio.
Poi, ovviamente, ci sono le voci del male che possono distrarci. Esse competono con la voce del Buon Pastore, conducendoci dal suo cammino verso comportamenti peccaminosi che sono distruttivi per i nostri corpi e le nostre anime.
Ci chiamano a unirci ad altri greggi che portano solo al nostro essere consumati. Il Buon Pastore vuole aiutarci a evitare questo destino ascoltando la sua voce e appartenendo al suo gregge.
Come discernere la voce del Buon Pastore
È logico che più tempo trascorro a conversare con un’altra persona, più imparerò a conoscere e riconoscere la sua voce. È più probabile che riconosca la voce di un fratello, di un compagno di stanza o di un collega rispetto a quella di uno sconosciuto o di un conoscente.
Lo stesso vale per la nostra relazione con il Buon Pastore. Più tempo trascorro a conversare con lui, più è probabile che sarò in grado di distinguere la sua voce tra il rumore.
In molti modi i seguenti sono suggerimenti di base per la crescita spirituale: sviluppare una vita di preghiera privata, partecipare alla vita della Chiesa, studiare, trascorrere del tempo con altri cristiani, circondarsi di promemoria della voce del Signore, invocare lo Spirito Santo e leggere le Scritture.
Toccherò tutti questi strumenti suggeriti per la crescita spirituale, ma voglio davvero concentrarmi su due: rimanere vicino alla Chiesa e divorare le Scritture.
La Chiesa come ovile, pascolo e luogo di rifugio
«Stare vicino alla Chiesa» è fondamentale per avvicinarsi al Buon Pastore e riconoscere la sua voce. Giovanni 10 dice che il Buon Pastore ci chiama per nome e noi lo seguiamo.
Ci conduce fuori dall’ovile mentre andiamo a trovare pascolo. La Chiesa stessa può rappresentare sia l’ovile, Gesù dice che lui stesso è la porta dell’ovile, sia il pascolo.
È pascolo in quanto è il luogo in cui troviamo nutrimento per la nostra vita di discepoli, specialmente nei Sacramenti. Ad esempio, il battesimo ci rende parte del suo gregge, l’Eucaristia ci nutre e ci rafforza per seguirlo e con la Riconciliazione le nostre ferite vengono fasciate e guarite.
Come ovile, la Chiesa è un luogo di rifugio. In quanto tale, la Chiesa ci aiuta ad ascoltare e riconoscere la voce del Buon Pastore attraverso l’associazione con altri discepoli, solitamente chiamata «compagnia».
La compagnia dei credenti
I nostri fratelli e sorelle in Cristo ci aiutano a discernere le direzioni in cui il Buon Pastore ci invita a camminare. Questo pellegrinaggio è meglio percorrerlo in compagnia di altri credenti che possono aiutarci ad autenticare la voce di Gesù.
Gli amici cristiani ci sostengono quando lottiamo nel cammino e ci aiutano a correggere la nostra rotta quando abbiamo perso la strada. Come luogo di rifugio, la Chiesa ci aiuta anche a crescere come discepoli.
Offre opportunità di studiare e pregare, entrambe le cose che ci aiutano a crescere nella familiarità con la voce del Signore. Stare vicino alla Chiesa ci aiuta a discernere quando i lupi travestiti da pecore cercano di strapparci via dal gregge del Buon Pastore.
Lo Spirito Santo, il Papa e il magistero
Lo Spirito Santo è stato dato alla Chiesa come insegnante e animatore per i fedeli. Lo Spirito Santo guida anche la Chiesa e la aiuta a rimanere fedele nei suoi insegnamenti e nelle sue pratiche.
Il Buon Pastore ha anche lasciato un vicario per tenerci uniti come un gregge. Lo Spirito Santo è all’opera in modo straordinario nel Vicario di Cristo.
Un modo in cui possiamo essere certi di ascoltare la voce del Buon Pastore è rimanere in unione con il Papa, il Vicario di Cristo sulla Terra, e il magistero.
Le Scritture come voce del Buon Pastore
Soprattutto, sappiamo sempre che c’è un posto in cui possiamo sentire la voce del Buon Pastore: la Sacra Scrittura.
Noi, come Chiesa, sosteniamo che «i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento nella loro interezza, con tutte le loro parti, sono sacri e canonici perché scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio come autore e sono stati consegnati come tali alla Chiesa stessa», e che «i libri della Scrittura devono essere riconosciuti come insegnanti solidamente, fedelmente e senza errore di quella verità che Dio ha voluto fosse messa nelle sacre scritture per amore della salvezza». (Dei Verbo 11)
La conoscenza delle Sacre Scritture è essenziale per seguire il Buon Pastore. San Girolamo ammonì in modo famoso: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo».
Anche il contrario è logico: per conoscere Cristo, conosci le Scritture. Chiamiamo la Bibbia «Parola di Dio» e sappiamo che incontreremo quella Parola quando leggeremo e studieremo la Bibbia.
Lo studio delle Scritture è letteralmente un esercizio per ascoltare la voce del Buon Pastore. Questi testi senza tempo, scritti in linguaggio umano, ci preparano ad ascoltare e seguire il loro vero autore, Dio stesso.
San Paolo disse al suo giovane protetto: «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio, letteralmente Dio respirato, ed è utile per insegnare, per convincere, per correggere e per educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona». (2 Timothy 3: 16-17)
Quanto più conosciamo il testo sacro, tanto più saremo in grado di discernere la voce di Gesù.
Il silenzio e il «sussurro gentile»
Infine, non dovremmo aspettarci che la voce del Buon Pastore sia sempre la più forte. A volte abbiamo bisogno di fare silenzio per sentire la sua voce.
Il profeta Elia sperimentò questo sul monte Horeb (1 Kings 19: 11-13). Dio lo mandò in una grotta ad aspettare. Elia sapeva che Dio sarebbe passato.
Mentre aspettava Dio, ci furono tre eventi naturali: un incendio, un terremoto e una potente tempesta di vento, tutti i quali, in altri tempi e luoghi, preannunciavano la presenza e il potere di Dio.
Ma Elia conosceva la voce di Dio abbastanza bene da sapere che Dio non era presente in quegli eventi. Dopo, ci fu un «sussurro gentile» ed Elia nascose il suo volto perché Dio era nel silenzio.
A volte, abbiamo solo bisogno di spegnere il rumore intorno a noi e di stare in silenzio, ascoltando la voce del Buon Pastore nel profondo dei nostri cuori.
Il Buon Pastore nell’arte cristiana
Le promesse messianiche dell’antico Israele sono ricche di immagini del Buon Pastore, che la Chiesa antica applica poi a Gesù negli scritti sacri e nell’arte.
Fino all’inizio del IV secolo l’unica iconografia di Gesù utilizzata era la sua rappresentazione come Buon Pastore, recante sulle spalle una pecorella smarrita. L’immagine si trova nelle pitture delle catacombe e nell’arte paleocristiana.
L’immagine del Buon Pastore appare in opere di epoche e ambienti diversi, tra cui il mosaico delle maestranze bizantine «Gesù Cristo buon pastore», del secondo quarto del V secolo, conservato nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.
È documentata anche nell’ambito romano, con il «Buon Pastore con il gregge» del III secolo, un affresco della Catacomba di San Callisto a Roma.
Il modello per i pastori della Chiesa
È con il modello di Gesù che devono identificarsi i pastori della Chiesa, a partire da Pietro, che riceve la missione di pascere le pecore del gregge di Cristo risorto (Gv ).
Ed è lo stesso apostolo ad ammonire i pastori della Chiesa a «pascere il gregge di Dio, facendosi modelli del gregge» (1Pt ).
Prima ancora che un insieme di riti e regole da seguire, la fede è invece riuscire a distinguere una voce amica, che non ti vuole rubare libertà, desideri, sogni, identità; che non si impone con la sua autorità, ma ti apre la strada.
Non trascina, non spinge, non usa il bastone quel pastore: a lui non serve schiacciare o umiliare perché sa che, tra lui e ciascuna delle sue pecore, c’è una relazione, c’è un legame forte.
Se ne sta lì, il buon pastore, sulla soglia della nostra vita, là dove vanno e vengono i rischi, i pericoli, le ferite, le scelte, quei lupi che vorrebbero azzannarci alla gola, quei ladri di speranza, di sogni, di amore.
Lui sta lì a trattenere il respiro, a vegliare su ognuno e ognuna di noi, a calmare la paura, a dar coraggio e accompagnarci là dove ciascuno è se stesso, ciascuno alla sua casa.
Se ne sta lì, sdraiato proprio nel bel mezzo tra noi e le nostre paure, tra noi e ciò che ci ferisce. A vegliare, a custodire i nostri passi incerti, i nostri giorni.
E lo fa non per impadronirsene o per invadere, ma per allargare i nostri piccoli orizzonti: una vita straripante, esagerata, così abbondante da non averla mai persino sognata.
E sembra dirci: «Vieni, passa da qui: c’è tanta vita».