La setta del Rosario di San Pietro in Amantea: storia, omicidio e processo

Il “Gruppo del Rosario”, noto anche come “Apostoli di Cristo” o “Setta di San Pietro in Amantea”, fu un movimento religioso di matrice cattolica fondato da Antonio Naccarato e guidato, dopo la sua morte, dalla nipote Lidia Naccarato. La vicenda culminò nel maggio 1988 con la scoperta di un adepto ucciso nella masseria di Contrada Moschicella, il ferimento di Lorenzo Tommasicchio, l’arresto di 35 persone e un processo per concorso morale e materiale in omicidio e tentato omicidio.

Il gruppo mescolava preghiera del Rosario, cattolicesimo popolare, misticismo, tradizioni locali e credenze apocalittiche. Secondo le ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche, la struttura era caratterizzata dal culto del leader, dalla raccolta di denaro e beni, da una rigida gerarchia interna, da pratiche di controllo psicologico e dalla presenza di armi nella masseria.

Che cosa significa “setta”

Il termine setta, rifiutato da molti capi carismatici, deriva dal latino sequor e dal rafforzativo sector, che significano letteralmente “seguire, andare dietro, accompagnare un maestro”. La secta infatti, non indica separazione ed all’origine definiva le scuole degli stoici, degli epicurei, dei giureconsulti e persino dei cristiani.

Successivamente viene impropriamente collegato al verbo secare (tagliare), per cui la setta diventa, in senso negativo, il gruppo che si stacca da un gruppo più vasto. Oggi assume addirittura una connotazione dispregiativa per via dell’accostamento immediato al satanismo ed alle congreghe ereticali.

Quando si parla di movimenti religiosi criminali in Italia, o di sette se si vuole usare un termine improprio, mutuato dall’anglofono “cult”, una delle vicende più emblematiche giunge dalla Calabria, ovvero dal piccolo borgo di San Pietro di Amantea, dove si è consumata la parabola giudiziaria del “Gruppo del Rosario”.

Le origini torinesi del Gruppo del Rosario

Il “Gruppo del Rosario” fu fondato nel 1972 da Antonio Naccarato, un ambulante di scarpe di origini calabresi che aveva vissuto a Torino. Il “Gruppo del Rosario” nacque alla fine degli anni Settanta per opera di Antonio Naccarato, un commerciante ambulante di scarpe originario di San Pietro di Amantea, che aveva vissuto a lungo a Torino.

La genesi di questa comunità, contrariamente a quanto si possa pensare, non è calabrese ma torinese. Nasce infatti negli anni Settanta attorno alla figura di Antonio Naccarato, noto come “zio Antonio”, un immigrato di San Pietro in Amantea che, dopo aver lavorato all’estero, si era stabilito nel capoluogo piemontese diventando il punto di riferimento di una famiglia patriarcale allargata.

In una grande metropoli industriale che spesso tendeva a emarginarli, i parenti cercavano in lui protezione e identità. Uomo magnetico, ammirato e col tempo ritenuto capace di doti taumaturgiche e persino di guarigioni, zio Antonio consolidò attorno a sé un nucleo devozionale inizialmente classico, incentrato sulla recita del Rosario e sulla lettura di testi mistici.

All’interno del culto, che mescolava tradizioni popolari a elementi del cattolicesimo, l’uomo affermava di essere un profeta e di avere poteri taumaturgici, promettendo una seconda resurrezione di Cristo e altri miracoli. Tornato al suo paese natale, Naccarato fondò una comunità religiosa con elementi che mischiavano cattolicesimo popolare, misticismo e tradizioni locali.

Soprannominato “Santo Nenio”, Naccarato attirò decine di fedeli, promettendo miracoli e la resurrezione di Cristo. Il gruppo, molto conosciuto in paese, era ritenuto un semplice insieme di fedeli così religiosi da portare sempre al collo una coroncina del Rosario e da svolgere intere giornate di preghiera all’interno di una cascina in Contrada Moschicelle.

Lidia Naccarato e la successione alla guida del gruppo

La svolta radicale coincise con l’ascesa della nipote, Lidia Naccarato. Laureata in biologia, donna intelligente ma dalla personalità complessa e segnata dalla morte traumatica del padre, Lidia iniziò nel 1973 a dichiarare di ricevere messaggi divini che le affidavano la missione di preparare il mondo al ritorno di Cristo e alla lotta contro il male.

Insieme allo zio, creò una cosmologia teologica particolare: esistevano 246 coppie “prescelte” per riparare il peccato originale, e loro due ne costituivano la prima. Antonio Naccarato sosteneva di essere la reincarnazione di san Pietro, la nipote Lidia della Madonna.

Antonio Naccarato muore nel 1983 e a succedergli è la nipote Lidia, laureata in biologia, e anche lei a lungo residente a Torino, per poi tornare a San Piero di Amantea. La donna, conosciuta come la Santona, all’epoca dei fatti trentacinquenne, fu nominata successore dello zio Antonio Naccarato, fondatore del gruppo religioso morto nel 1983, poiché ritenuta dotata di poteri sovrannaturali.

Quando lo zio Antonio morì a metà degli anni Ottanta, il gruppo visse un trauma profondo che trasformò la devozione in un’attesa messianica ossessiva. Lidia prese la guida assoluta, annunciando che l’uomo non era veramente morto ma si era solo “assentato” per preparare il suo ritorno glorioso.

Anche lei prometteva miracoli, tra cui la resurrezione dello zio, con cui avrebbe avuto conversazioni quotidiane, e un filo diretto di comunicazione con la Madonna. Dopo la morte del fondatore nel 1983, la guida della setta passò alla nipote Lidia Naccarato.

Dotata di grande carisma, Lidia trasformò il “Gruppo del Rosario” in una comunità ancora più chiusa e segreta, con pratiche sempre più eccentriche e controverse, come le preghiere quotidiane per la resurrezione dello zio e le processioni in una grotta, che divenne il fulcro spirituale della setta.

La dottrina, la gerarchia e il controllo degli adepti

“Secondo la dottrina della setta, i membri erano i prescelti da Dio per salvare il mondo dall’Apocalisse imminente. Avevano mutuato alcuni aspetti del cristianesimo, tuttavia a livello crimino-dinamico c’erano altri aspetti rilevanti: i rapporti sessuali promiscui, un deposito di armi e denaro che gli adepti sarebbero stati costretti a versare, e soprattutto un movimento enorme di persone.”

“La promessa non era solo la resurrezione dalla morte, ma anche la guarigione dalle malattie, al fine di fondare una nuova Lourdes in territorio calabrese”. Le accuse e le ricostruzioni relative al gruppo descrivevano una comunità in cui la promessa religiosa si intrecciava con la subordinazione personale alla guida.

Seguendo una visione che annunciava un’imminente Apocalisse, la donna convinse il nucleo duro a trasferirsi in Calabria, in un casolare isolato in contrada Moschicella, una zona impervia e rurale di San Pietro in Amantea. A Moschicella il gruppo si chiuse ermeticamente all’esterno, strutturandosi in una gerarchia rigida tra i “Consacrati” - uomini che lasciarono lavoro e famiglia a Torino - e le “Verginelle”, giovani donne che circondavano la leader.

La quotidianità divenne un incubo di preghiere incessanti, digiuni, privazione del sonno e controllo psicologico totale. Sulle porte dipinsero cerchi bianchi con nove croci come scudo dal male, mentre i membri vendevano i propri beni per finanziare la comunità.

Le testimonianze raccolte dipingono un ambiente oppressivo, dove ogni aspetto della vita era subordinato alla volontà della “sacerdotessa”. Sotto la sua guida, la setta si trasformò in una vera organizzazione chiusa, con pratiche che miravano a un completo annullamento della personalità e della razionalità degli adepti.

Al momento dell’irruzione delle forze dell’ordine la setta contava oltre mille adepti, dei quali 800 nella sola Torino. “Secondo le indagini della procura di Paola, c’era un asse tra Torino, città esoterica per eccellenza, Pagani in provincia di Salerno e San Pietro in Amantea”.

ElementoInformazione
FondatoreAntonio Naccarato
Guida dopo il 1983Lidia Naccarato
Principali luoghiTorino, Pagani, San Pietro in Amantea
Adepti stimati al momento dell’irruzioneOltre mille
Adepti nella sola Torino800
Persone arrestate nella masseria35
Arma usata contro Pietro LatellaPistola
Proiettili esplosi contro Pietro Latella12

Il trasferimento nella masseria di Contrada Moschicella

Il culmine dell’attesa era fissato per la primavera del 1988, quando lo zio Antonio sarebbe dovuto tornare fisicamente sulla Terra, un’aspettativa che nelle menti dei seguaci si arricchì persino di credenze ufologiche e astronavi, segno del totale scollamento dalla realtà.

La promessa della resurrezione di Cristo e dello zio Antonio attirò nella masseria diversi seguaci provenienti da Torino e dalla provincia di Salerno, luoghi in cui il gruppo contava centinaia di adepti. La masseria, adiacente a una grotta, divenne il centro delle riunioni, delle preghiere e delle pratiche del gruppo.

Le settimane di maggio del 1988 portarono la tensione a livelli insostenibili. La data della profezia passò senza che accadesse nulla ma, secondo i meccanismi tipici delle sette millenaristiche, il fallimento non generò il dubbio, bensì la caccia a un colpevole.

Se il miracolo non si compiva, la colpa era del “maligno” annidato nel gruppo. Il delirio persecutorio si concentrò su Claudio Naccarato, 27 anni, cugino di Lidia, che aveva manifestato l’intenzione di abbandonare il casolare per tornare a Torino.

La notte del 25-26 maggio 1988

È la notte tra il 25 e il 26 maggio 1988. All’ospedale di Cosenza arriva un uomo ferito di striscio da un colpo di pistola: si chiama Lorenzo Tommasicchio e dice di essere stato rapinato.

È l’alba del 26 maggio del 1988, quando un uomo di 39 anni si presenta al pronto soccorso dell’ospedale di Cosenza. L’uomo è Lorenzo Tomasicchio, un ambulante di Bari. Riporta diverse ferite tra cui un colpo di striscio di arma da fuoco.

Alla polizia racconterà di essere stato colpito nel corso di un tentativo di rapina. Ma le domande delle forze dell’ordine sul posto sono tante e alla fine Tommasicchio racconta qualcos’altro: c’è un gruppo di preghiera a San Pietro di Amantea, in una masseria di Contrada Moschicella adiacente a una grotta, lì sarebbe stato ferito.

Subito dopo, però, racconterà di un luogo: una masseria in contrada Moschicella, nelle campagne di San Pietro in Amantea, un piccolissimo paesino in provincia di Cosenza tra Amantea Lago Belmonte ed Aiello Calabro, dove nei giorni precedenti si erano consumati una serie di delitti ed addirittura un sacrificio umano.

La scia di sangue si interruppe solo grazie a Lorenzo Tomasicchio, un ambulante barese rimasto intrappolato nella comunità. Intuendo la stessa fine, Tomasicchio fuggì nei boschi nonostante fosse stato ferito da un colpo d’arma da fuoco, raggiunse la statale e diede l’allarme a Cosenza.

L’irruzione delle forze dell’ordine

Le forze dell’ordine si recano sul posto e sulle prime sono quasi in difficoltà: ci vedono solo un gruppo di preghiera con poco più di una trentina di persone sudate e scalze che si tengono per mano, mentre in una stanzetta la giovane “santona” in veste bianca, Lidia Naccarato, è su un lettino in estasi, risvegliata solo dai militari.

Sono esposti un quadro della Madonna, un ritratto dello zio di Naccarato - il fondatore della setta - e un ritaglio di giornale che riporta la notizia del rapimento di Marco Fiora, un bambino di 7 anni.

All’alba del 26 maggio 1988, i Carabinieri fecero irruzione nel casolare, arrestando 35 persone. Il 26 maggio del 1988, 35 persone usciranno in manette dal casolare, tutte accusate di omicidio e tentato omicidio.

La polizia fece irruzione nella masseria, trovando 35 persone, tra cui Lidia, riunite in quello che sembrava un rituale di preghiera intorno a un tavolo con una tovaglia bianca, un quadro della Madonna e una foto del santone Antonio.

Gli indagati non mostrarono sollievo, ma una compattezza delirante e una totale sottomissione psicologica a Lidia, che fu poi sottoposta a sette perizie psichiatriche contrastanti.

Il ritrovamento del corpo di Pietro Latella

I militari stanno quasi per andarsene, quando notano qualcosa di insolito: uno stanzino sigillato. Rompono i sigilli e all’interno trovano un corpo incaprettato e crivellato da colpi di pistola.

Verrà fuori che si tratta di un adepto, Pietro Latella, ucciso da 12 proiettili esplosi da non meno di 3 persone, forse murato mentre era agonizzante, ancora vivo. Il primo fu ucciso in modo brutale: incaprettato, torturato e finito con dodici colpi di pistola.

Il 28 maggio del 1988, infatti, venne scoperto il cadavere di un giovane torinese di 27 anni all’interno di una cascina sita nelle campagne di un piccolissimo paesino in provincia di Cosenza confinante con Amantea, Belmonte, Lago ed Aiello Calabro: San Pietro in Amantea.

Il corpo del giovane individuato come il Satana traditore, venne trovato in una stanza chiusa da una porta blindata con una fiamma ossidrica al di sopra della quale vi era una corona di spine con 9 croci. Si mostrava vestito di bianco, legato ad una sedia, ripulito e con un gatto sventrato.

Le altre stanze restituivano una scena di preghiera e trance: gli adepti ballavano, cantavano in cerchio intorno a un tavolo sul quale vi era la foto dello Zio Antonio e della Madonna, si tenevano per mano e dipingevano sui muri simboli mai spiegati, mentre la Santona appariva in stato di trance distesa su un letto vestita di bianco e con in mano una coroncina del rosario.

Le motivazioni attribuite all’omicidio

L’uomo, emergerà a processo, era stato sacrificato perché avrebbe incarnato il Maligno, e il suo omicidio sarebbe stato funzionale alla resurrezione del capo carismatico fondatore della setta.

Identificato come l’incarnazione del demonio, il giovane fu sottoposto a una seduta di “purificazione” guidata da Lidia che si trasformò in un linciaggio collettivo: brutalmente picchiato per ore dai Consacrati sotto lo sguardo della cugina, morì per asfissia e traumi.

Il corpo fu poi nascosto nella vicina Grotta dei Pipistrelli. La ricostruzione relativa a Claudio Naccarato descrive un altro episodio di violenza interna, collegato alla volontà di lasciare il casolare e al fallimento della profezia.

La data della resurrezione di Cristo e dello zio Antonio era prevista proprio in quelle giornate. Secondo la ricostruzione giudiziaria e giornalistica, la presenza di un “apostolo traditore” avrebbe impedito il compimento della profezia.

Ed è proprio dopo due giornate di preghiere e canti, ai quali parteciparono oltre trenta persone, che venne ucciso con 12 colpi di arma da fuoco Pietro Latella. I colpi non mortali, ma che portarono al dissanguamento l’apostolo traditore, vennero inferti dopo un inseguimento dai dodici Apostoli di Cristo nominati dalla Santona al vertice del gruppo religioso.

Colpa del Giuda fu la sua stessa presenza, che impedì la resurrezione di Cristo e dello Zio Antonio, previste proprio in quelle giornate e per le quali erano giunti in pellegrinaggio diversi seguaci provenienti da Torino e dalla provincia di Salerno, luoghi in cui il gruppo contava centinaia di adepti.

Armi, denaro e altri elementi sequestrati

Non solo: le forze dell’ordine trovano un arsenale con pistole, fucili, munizioni e quasi un miliardo di lire in contanti, assegni e depositi postali. L’arsenale scoperto nella masseria comprendeva pistole, fucili, migliaia di munizioni e quasi un miliardo di lire in contanti, assegni circolari e depositi bancari.

All’interno della cascina furono rinvenuti armi di ogni tipo, denaro e gioielli probabilmente donati alla Santona nonché foglietti con canti e simboli che avevano come unica protagonista Lidia Naccarato: la “stella” da seguire nelle tenebre ed in grado di intercedere con i santi, tanto da aver sventato diversi attentati e catastrofi.

La presenza di un arsenale e di ingenti somme di denaro alimentò l’ipotesi che il gruppo avesse finalità ulteriori rispetto a quelle dichiarate. Gli investigatori presero in considerazione piste legate alla criminalità organizzata, al traffico di droga, al riciclaggio e al commercio di armi.

Le piste investigative e il ritaglio su Marco Fiora

Per gli inquirenti non è stato facile investigare sulla vicenda, dato che si erano aperte davanti a loro diverse piste. Per esempio: cosa c’entrava l’articolo su Marco Fiora? La setta era coinvolta nel rapimento? La risposta è: no, non è stato mai provato alcun coinvolgimento.

Tra gli oggetti sequestrati anche una foto del piccolo Marco Fiora, rapito a Torino, suggerendo legami con la malavita organizzata. Tuttavia, il coinvolgimento della setta nel rapimento non è stato mai provato.

Si è pensato anche a connessioni con la ‘ndrangheta locale, tuttavia non solo non è stata dimostrata connessione, ma soprattutto non è verosimile che le organizzazioni criminali abbiano avuto un coinvolgimento, se non nella presunta vendita di armi e munizioni.

“Non si muove foglia che la ‘ndrangheta non voglia: quindi è plausibile che qualcuno abbia chiesto parere o permesso per il movimento o l’approvvigionamento di armi. Tuttavia è inverosimile che la ‘ndrangheta abbia avuto rapporti diretti con la setta: più che esserne a conoscenza o vendere armi non credo sia accaduto”.

Le indagini rivelarono un quadro complesso e sconcertante. La setta aveva un’imponente presenza a Torino, con circa 800 seguaci, molti dei quali professionisti rispettati. La comunità era divisa tra il gruppo calabrese, guidato da Lidia Naccarato, e il gruppo torinese.

Gli inquirenti ipotizzarono che dietro la facciata religiosa si celassero attività illecite, come il traffico di droga e il riciclaggio di denaro, oltre a possibili legami con le cosche mafiose dedite ai sequestri. L’omicidio di Latella fu inizialmente attribuito a un rito propiziatorio per la resurrezione del santone Antonio, ma gli investigatori ritennero più probabile un regolamento di conti interno alla setta.

Un membro del gruppo si autoaccusò del delitto, ma le prove suggerirono che l’esecuzione fosse stata compiuta da almeno tre persone.

Il ruolo della leadership carismatica

La figura di Lidia Naccarato emerge come centrale nella dinamica della setta. Laureata e dotata di una forte personalità, Lidia veniva considerata una guida spirituale e medianica dai suoi seguaci.

Per alcuni era una manipolatrice lucida, per altri il nucleo di una “folie à plusieurs” che aveva azzerato la capacità critica di un gruppo fragile. Gli adepti furono considerati capaci di intendere e di volere, ma sottoposti all’influenza della “santona”, un’influenza legata a fede e misticismo.

Un caso unico nel panorama italiano quello del Gruppo del Rosario di San Pietro in Amantea: un esempio di omicidio per induzione in cui un leader carismatico fa leva sulle menti degli adepti così come accadde per i membri della “The Manson family” a Los Angeles nel ’69.

Secondo il professor Michele Del Re, studioso di sette e religioni alternative, il fenomeno trova radici nella cultura rurale calabrese e nel trasferimento di queste tradizioni nel contesto urbano torinese. Del Re sottolinea come la figura della “strega” convivente con il prete nel folklore locale si sia trasformata, nel caso di Lidia, in quella di una leader settaria con fini criminali.

Il processo e le condanne

Le accuse piovute sul capo dei membri della setta in tribunale sono state concorso morale e materiale in omicidio e tentato omicidio. Il processo penale, di tipo inquisitorio, è iniziato poco dopo l’arresto e si è svolto nel tribunale di Cosenza.

Vengono processati in 35, ovvero i presenti al momento dell’irruzione delle forze dell’ordine nella masseria, Lidia Naccarato compresa. Tutti i membri del gruppo del Rosario furono processati, compresi i dodici apostoli.

Ai rinviati a giudizio viene fatta la perizia psichiatrica: sono tutti capaci di intendere e di volere, tutti vengono considerati non pericolosi socialmente ma sotto l’influenza della “santona”, un’influenza legata a fede e misticismo.

La giustizia li ritenne, infatti, pienamente capaci di intendere e di volere poiché: “…l’esaltazione sentimentale ed emotiva non era tale da turbare l’equilibrio psichico fino al livello psicopatologico”.

Lidia Naccarato, in aula, scrive su un foglio il nome degli esecutori materiali dell’omicidio Latella, i quali si consegnano, con grande sorpresa degli astanti, alle forze dell’ordine.

Alla fine del processo quest’ultima viene condannata, insieme con una sparuta rappresentanza del gruppo, un numero più piccolo delle dita di una mano: solo 3 adepti. Solo tre di loro e la Santona furono condannati per l’omicidio del giovane giunto da Torino al fine di trasferirsi definitivamente in Calabria poiché nominato Apostolo di Cristo.

Non si conoscono però ulteriori dettagli. Condannata, trascorse gli anni nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, continuando persino lì a tentare il proselitismo tra le pazienti.

Il silenzio del paese e la memoria locale

Di questa vicenda esistono poche, pochissime tracce sul web, tranne qualche retaggio da quotidiani d’epoca. Come se parlare della vicenda giudiziaria fosse un tabù.

Per San Pietro in Amantea la tragedia fu uno shock indelebile. Inizialmente i residenti guardavano a “quelli di Torino” come a eccentrici fanatici ma del tutto innocui.

Dopo il blitz, il paese fu travolto da orrore e vergogna, temendo di venire marchiato a livello nazionale come l’emblema di un Sud arcaico, oscuro e selvaggio. Per decenni la vicenda è rimasta un tabù doloroso, una ferita che si preferiva dimenticare anche davanti ai giornalisti.

A San Pietro di Amantea, la scoperta della setta divise l’opinione pubblica. Molti abitanti, incluso il sindaco Francesco Guzzo, difesero Lidia e il gruppo, descrivendoli come persone devote e laboriose.

Tuttavia, le evidenze raccolte dagli inquirenti raccontano una storia ben diversa, fatta di violenza, manipolazione e crimini. Al contrario, la figura del giovane Claudio, vittima innocente e capro espiatorio della follia dei suoi stessi parenti, ha continuato a suscitare nella comunità locale una profonda e commossa pietà.

La prosecuzione delle riunioni e i ritrovamenti successivi

“Si dice che successivamente Lidia Naccarato sia tornata a Torino, ma non si sa nulla ormai di lei”. Si dice anche che ci siano state riunioni di preghiera fino al 2010.

Successivamente, nella zona di San Pietro di Amantea, nel 2019, sono stati trovati dei resti di presunti riti, tra cui una gallina sgozzata. Qualche anno fa, ad Amantea in provincia di Cosenza, il ritrovamento di resti di una gallina sgozzata, amuleti, monili e fiori avevano spinto ad ipotizzare la presenza di simboli di un rito oscuro e sconosciuto.

Il luogo di ritrovamento, il cimitero, aveva restituito un’immagine ancora più tenebrosa al caso. L’attualità porta alla ribalta nuovi casi di rituali sospetti e attività settarie, come il ritrovamento di resti di animali sgozzati nel cimitero di Amantea, che alimentano il timore di un ritorno di simili fenomeni.

Difficile immaginare che questo abbia avuto a che fare con la setta dei Naccarato, anche se più di qualcuno sulla stampa ha pensato potesse essere plausibile. “Penso sia possibile che quei resti siano relativi a un rito di migranti, persone che vengono da nuove culture come l’Africa o il Sudamerica, in cui esistono fenomeni di sgozzamento rituale di animali. Non c’entra nulla con il ‘Gruppo del Rosario’, il collegamento è stato solo psicosi”.

Sette, satanismo e cronaca nera in Italia

Il binomio sette-satanismo è, infatti, anche il risultato di una serie di tragici episodi di cronaca che hanno fatto scalpore, come quello relativo all’omicidio di Suor Maria Laura Mainetti nel 2000, uccisa a Chiavenna da due ragazze che motivarono il gesto in onore del maligno o il caso delle Bestie di Satana, il gruppo di ragazzi del Varesotto condannati per tre omicidi ed un’induzione al suicidio nel nome del Demonio.

Esempi, quest’ultimi, di satanismo “acido”, in cui Satana è un pretesto per dar sfogo alle perversioni anche attraverso l’assunzione di sostanze stupefacenti e distinto dal così detto satanismo “razionalista”, in cui il principe delle tenebre è un simbolo di anticonformismo, edonismo e ribellione da adorare.

“Quella del ‘Gruppo del Rosario’ è stata la più vasta esperienza di setta criminale in Italia. Altre vicende, come le Bestie di Satana, sono più note per via del numero di omicidi, ma i membri non avevano nulla a che fare con il satanismo se non per il medium del gruppo. Nel ‘Gruppo del Rosario’ si conta solo un morto: l’omicidio di Pietro Latella”.

La realtà dei gruppi che agiscono sotto l’ispirazione di Satana nel panorama italiano è molto vasta. Tra i più importanti, solo per citarne alcuni tra i circa 600 individuati da un rapporto del Ministero dell’Interno, troviamo: i Bambini di Satana, la Chiesa di Satana, il Tempio di Satana, la Confraternita Luciferiana, i Figli di Satana, la Setta del Laterano e gli Angeli di Sodoma.

Il contesto calabrese

Per quanto riguarda la realtà Calabrese, invece, notizie certe circa lo svolgimento di riti satanici e messe nere sono emerse, negli scorsi anni, a seguito del ritrovamento di tracce in tal senso tra i boschi del Pollino e della Sila, nonché nella zona del Tirreno, evidenziando la presenza di gruppi di ispirazione luciferiana con particolare concentrazione nella provincia di Cosenza.

Il numero esatto dei gruppi non si conosce, così come quello degli adepti, ma certamente fino al 2006 diversi episodi registrati dalla polizia hanno lasciato pensare alla concreta presenza degli adoratori di Satana anche in Calabria.

Tra i fatti che hanno destato maggiore allarme ricordiamo i furti di ostie consacrate nella Chiesa di San Giovanni in Fiore e la denuncia di un contadino della zona testimone di una processione notturna di incappucciati muniti di lumini.

Tracce di messe nere, profanazioni di tombe a Cirella e furti sacrileghi nelle chiese di Belvedere preoccuparono la diocesi di San Marco Argentano e Scalea; nella Chiesa di San Pietro e Paolo in Via XXIV Maggio a Cosenza, vennero bruciati per tre volte i testi sacri e la tovaglia dell’altare.

Nello stesso periodo, tracce di sabba notturni vennero rilevate nelle campagne di Cerisano, Monte Cocuzzo, Montalto Uffugo, Pianette di Rovito e Bonifati. A Cassano due episodi: vennero profanate alcune tombe dell’800 e le ossa dei defunti cosparse di escrementi, mentre dei resti umani vennero ritrovati vicino ad un falò spento.

In ultimo, resti di sacrifici di animali vennero rinvenuti in una Chiesetta sconsacrata a Saracena e misteriosi furti sacrileghi furono registrati nel cimitero di Frascineto.

Ma al di là di questi episodi, la Calabria fu protagonista delle cronache nazionali nel 1988 per un caso in particolare, riconducibile ad un esempio tipico di omicidio rituale verificatosi nell’ambito di un gruppo religioso.

Il caso nella criminologia e nella divulgazione

La vicenda della setta di San Pietro di Amantea, esplosa all’attenzione dell’opinione pubblica il 28 maggio 1988, è una delle più inquietanti storie di fanatismo religioso in Italia.

In una masseria isolata del piccolo centro calabrese, la polizia ha scoperto un mondo oscuro fatto di riti propiziatori, fanatismo, crimini e un arsenale che suggerisce ben altri fini oltre a quelli spirituali professati.

Il caso è tra quelli analizzati nel podcast a cura di Chiara Penna, avvocato penalista e criminologa cosentina, capace di riannodare i fili e raccontare, con dovizia di particolari, sette storie e sette casi in cui la fede si intreccia con il crimine.

«Sette delitti avvenuti in ambito settario, che raccontano di come individui apparentemente innocui possano trasformarmi, insieme agli altri, in brutali assassini».

La prima storia è dedicata al gruppo del Rosario, si parte proprio dal 1988 e da un delitto «riconducibile ad un esempio tipico di omicidio rituale verificatosi nell’ambito di un gruppo religioso».

«Ho raccolto gli atti - continua Penna - effettuando diverse ricerche in tribunale, sono riuscita ad entrare in possesso dei documenti nel 2021. Ho pensato ad un libro, ho scritto qualche pagina. La possibilità di realizzare e registrare un podcast mi ha intrigato ed ho virato su un racconto ed una narrazione evidentemente diverse», confessa l’avvocato.

Che non ha abbandonato l’idea di raccontare la storia in un libro. «Ho già una bozza». Determinante nella realizzazione del progetto anche il confronto di Chiara Penna con l’amica criminologa Flaminia Bolzan.

I segnali di pericolo evidenziati dalla vicenda

A distanza di anni, la vicenda della setta di San Pietro in Amantea continua a sollevare interrogativi. La sua scoperta ha messo in luce non solo i pericoli del fanatismo religioso, ma anche il modo in cui organizzazioni apparentemente spirituali possono diventare coperture per attività criminali.

Gli esperti sottolineano l’importanza di educare le persone sui pericoli delle sette e di creare reti di supporto per chi cerca di uscirne. La storia del “Gruppo del Rosario” mostra come l’isolamento, l’obbedienza assoluta, l’attesa apocalittica, il culto del leader e la ricerca di un capro espiatorio possano trasformare una comunità religiosa in un ambiente di violenza.

Tuttavia, la storia della setta del “Gruppo del Rosario” rimane un monito potente: il fanatismo e la manipolazione possono portare a conseguenze devastanti, sia per gli individui coinvolti sia per le comunità che li circondano.

Il caso di San Pietro in Amantea è un richiamo a non sottovalutare i segnali di pericolo e a vigilare affinché storie come questa non si ripetano.

noimgs

tags: #setta #del #rosario