Ad Asiago l’elezione del parroco si svolge secondo l’antico istituto dello jus patronatus, o giuspatronato comunitativo: il vescovo di Padova indica il candidato, mentre i capifamiglia della comunità sono chiamati ad approvarne l’elezione.
La procedura è stata avviata venerdì 3 maggio 2024 durante una seduta straordinaria del Consiglio comunale, alla presenza del vescovo Claudio Cipolla, e si è conclusa con la votazione dei 2.747 capifamiglia prevista per domenica 26 maggio.
La procedura per la nomina del parroco
Il vescovo della Diocesi di Padova, mons. Claudio Cipolla, è intervenuto questa sera - venerdì 3 maggio 2024 - alla seduta straordinaria del Consiglio comunale di Asiago per presentare, nel contesto dell’applicazione del giuspatronato comunitativo, il nome del candidato parroco per la comunità di San Matteo di Asiago.
La parrocchia di Asiago è l’unica in Diocesi di Padova in cui vige ancora il giuspatronato comunitativo, particolare istituto le cui radici risalgono al XVI secolo e prevede che il vescovo proponga il candidato parroco, ma che siano poi i capifamiglia di Asiago ad approvarne l’elezione.
Numerosi cittadini, venerdì 3 maggio, hanno partecipato al consiglio comunale straordinario di Asiago - l’ultimo della consigliatura in corso - a cui è intervenuto il vescovo Claudio per dare avvio alla procedura per la nomina del nuovo arciprete in seguito alle dimissioni, per raggiunti limiti di età, di don Roberto Bonomo.
Ciò avverrà domenica 26 maggio, quando i 2.747 capifamiglia, più numerosi del 2006 quando è stato eletto don Bonomo, saranno chiamati a esprimersi rispetto al nome comunicato alla comunità dal vescovo Claudio.
È quello di don Antonio Guarise, parroco dal 2007 alla Conca in Thiene.
| Fase | Contenuto |
|---|---|
| 3 maggio 2024 | Il vescovo presenta il candidato al Consiglio comunale straordinario |
| 11 maggio | Il nome viene condiviso con i partecipanti alla Grande Rogazione |
| 26 maggio | I 2.747 capifamiglia sono chiamati ad approvare l’elezione |
Il candidato: don Antonio Guarise
E infine il nome proposto: è don Antonio Guarise, attuale parroco di Conca di Thiene.
Originario di Varese, è cresciuto a Rossano Veneto ed è stato ordinato nel 1984; ha 65 anni.
È stato vicario parrocchiale nella parrocchia della Madonna Incoronata a Padova, quindi Santi Angeli in zona Guizza, sempre nel capoluogo e infine nella parrocchia del Duomo di Monselice.
Nel 1996 è nominato parroco a Carmignano di Sant’Urbano, al confine sud della Diocesi, incarico che si allarga, poi, alle vicine parrocchie di Balduina e Ca’ Morosini, fino a quando nacque l’unità pastorale di Sant’Urbano, di cui divenne parroco moderatore.
Dall’autunno 2007 è parroco alla Conca di Thiene.
In questi anni don Guarise è stato membro del Consiglio presbiterale per il Vicariato di Villa Estense (2003-2008) e vicario foraneo del Vicariato di Thiene dal 2013 al 2018.
Il vescovo Claudio era accompagnato dal vicario generale, mons. Giuliano Zatti, dal vicario foraneo e parroco dell’unità pastorale di Gallio, don Federico Zago e dai preti in servizio ad Asiago: mons. Roberto Bonomo, arciprete uscente di San Matteo, e don Nicola Cauzzo, vicario parrocchiale.
Il ruolo del Consiglio comunale e dei capifamiglia
In funzione del “giuspatronato comunitativo” dopo la candidatura in consiglio comunale la votazione passa ai capifamiglia della comunità di Asiago.
Il vescovo prima di presentare il candidato ha ricordato anche il ruolo e i compiti del parroco e il profilo che deve avere.
A conclusione del suo intervento il vescovo Claudio ha annunciato che sabato 11 maggio parteciperà alla Grande Rogazione e celebrerà l’Eucaristia al Lazzaretto, affidando al Signore il bene della comunità Asiaghese e dello stesso don Antonio Guarise, in attesa della votazione dei capifamiglia che si terrà domenica 26 maggio.
Dopo la comunicazione del candidato parroco, il 3 maggio, ora il nome viene “condiviso”- sempre dal vescovo Claudio - con i partecipanti alla Grande Rogazione in programma sabato 11 maggio.
Mons. Cipolla celebra la messa al Lazzaretto, una delle tappe della Grande Rogazione.
Perché Asiago conserva lo jus patronatus
Al Comune e ai cittadini di Asiago, il 13 luglio 1579 fu concesso dall’allora vescovo di Padova Federico Corner il diritto di patronato - jus patronatus - sulla chiesa di San Matteo, previa l’approvazione di papa Gregorio XIII, che giunse il 5 dicembre 1580.
Tale diritto, che ha vissuto nel tempo varie vicissitudini, oggi prevede che - indicato dal vescovo di Padova un candidato parroco - i capifamiglia lo votino.
Lo jus patronatus ad Asiago: concesso nel 1579 dal vescovo di Padova e approvato da Gregorio XIII nel 1580.
Il vescovo Cipolla, rispetto ai valori che porta con sé l’istituto dello jus patronatus, ha sottolineato il «dialogo costruttivo tra Comune e parrocchia, che ha originato una sana collaborazione al servizio del bene comune».
«La parrocchia di Asiago ha svolto, insieme con la sua particolare e specifica missione sul piano salvifico e pastorale, anche un importante ruolo sul piano della vita sociale, nell’educazione della coscienza, nella proposta di valori spirituali e sociali, nelle opere di carità.
Il Comune, d’altra parte, ha offerto alla parrocchia il suo aiuto, sia in quelle forme di collaborazione quotidiana che sono tipiche di tutte le amministrazioni, sia in quelle attenzioni più specifiche, previste dai patti antichi, con le quali ha sostenuto economicamente le strutture materiali della parrocchia (canonica, sagrato, edificio esterno della chiesa), senza far mancare il sostegno economico ai preti della parrocchia.
È da ritenere che questo mutuo interesse e questa collaborazione sia stata fruttuosa per il bene di tutta la popolazione di Asiago».

Le origini storiche della parrocchia di San Matteo
Le origini dello jus patronatus ad Asiago si rintracciano - come emerso dalle ricerche di don Pierantonio Gios (Asiago 1940-2014) - alla nascita della parrocchia.
Nel 14° secolo era stata costruita, secondo una vecchia epigrafe ormai scomparsa, una «chiesetta in legno», sostituita il 20 febbraio 1393 da una in pietra, dedicata a san Matteo.
Però, fino al 21 aprile 1402 non risulta avere, secondo i documenti, alcun rettore.
Poi arriva il primo di una serie di preti tedeschi.
Un po’ per la lontananza da Padova (sede della Diocesi), un po’ per l’asperità dei luoghi, un po’ per la complessità della lingua - il cimbro - un po’ per la mancanza di sacerdoti nativi… il Comune di Asiago si trova a “importare” il personale ecclesiastico dall’estero e da altre parti d’Italia, in un primo momento, e poi - quando le vocazioni fioriscono - a individuarlo da sé.
Solo individuato il candidato - con cui viene stipulato un contratto: il servizio “alle anime” in cambio di un «onesto sostentamento» - lo si invia a Padova per “raccogliere” l’idoneità al ministero.
Di fronte a questa situazione, il vescovo Francesco Corner concede ad Asiago, il 13 luglio 1579, il diritto di patronato, approvato da papa Gregorio XIII il 5 dicembre 1580.
L’evoluzione dell’istituto nel tempo
Lo jus patronatus ha vissuto, di parroco in parroco, vicende più o meno felici.
- l’obbligo di parlare il cimbro cadde nel 1917;
- l’esame dei candidati divenne preventivo nel 1804, così da far dire l’ultima parola al vescovo;
- l’individuazione di un candidato unico divenne prassi nel 1885;
- nel 1966 e nel 1970 ne fu chiesta la soppressione.
Solo per citare alcune tappe…
Il significato del rapporto tra Comune e parrocchia
Nel suo discorso il vescovo Claudio, dopo aver ringraziato mons. Roberto Bonomo per il servizio prestato in questi anni, ha ripercorso la particolarità del giuspatronato di Asiago che fa emergere l’impegno, tra parrocchia e amministrazione comunale, alla collaborazione e al dialogo costruttivo per il bene comune, nel rispetto delle reciproche competenze.
«È la seconda volta che partecipo a un consiglio comunale in cui viene designato un candidato parroco - ha evidenziato il sindaco di Asiago, Roberto Rigoni Stern - e l’emozione è tanta.
Si tocca con mano la storia di una comunità e quanto sia forte il desiderio di condividere un momento di crescita così importante.
Per l’istituto dello jus patronatus, presente oggi in poche comunità, mi immagino una interpretazione innovativa: continuare a dare ai cittadini la possibilità di esprimersi può rafforzare il rapporto tra Comune e Chiesa.
Soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui sappiamo delle difficoltà di molti a vivere i sacramenti, a partecipare alle messe, a condividere quelli che sono i valori cristiani.
L’istituto dello jus patronatus è da rivitalizzare, perché rinsalda i rapporti tra la comunità civile e chi si prende cura dei fedeli».
Il parroco: ruolo, requisiti e responsabilità
Parroco can. 519-545, 1740-1752 c.j.c.
Presbitero preposto a capo della parrocchia.
La nomina del parroco è sempre di competenza del Vescovo diocesano il quale sceglie liberamente salvo sussista qualche residuo diritto di presentazione o di elezione.
Il parroco viene, di regola, nominato a tempo indeterminato in modo da assicurargli una certa stabilità.
In Italia la Conferenza episcopale italiana ha stabilito che i Vescovi possono nominare i parroci per un periodo di nove anni.
Ci deve essere per ogni parrocchia un solo parroco.
Tuttavia, per la scarsità di sacerdoti o anche per altri motivi (ad es. l’esiguità delle parrocchie) può essere affidata al medesimo parroco la cura di più parrocchie vicine.
La persona da nominarsi parroco deve:
- essere sacerdote;
- distinguersi per dottrina e onestà di costumi;
- essere dotato di zelo per le anime e delle qualità necessarie per la cura pastorale di una parrocchia;
- aver sostenuto eventualmente una prova destinata ad accertare la sua capacità.
Il parroco può e deve esercitare le sue funzioni dal momento della presa di possesso della parrocchia (c.d. conferimento del possesso canonico da parte del Vescovo o di un suo delegato).
I compiti pastorali e amministrativi
I compiti del parroco possono così enuclearsi:
- amministrare i sacramenti;
- conoscere personalmente i fedeli, dedicandosi soprattutto agli infermi, ai deboli, ai poveri e alla formazione degli sposi cristiani;
- riconoscere e promuovere il ruolo dei laici nella missione della Chiesa favorendo la comunione parrocchiale nell’ambito delle più vaste comunioni diocesana ed universale;
- rappresentare la parrocchia in tutti i negozi giuridici e curare l’amministrazione dei beni parrocchiali;
- tenere i libri parrocchiali.
Due obblighi particolari incombono al Parroco:
- ogni domenica e nelle feste di precetto deve applicare la Messa per il popolo affidatogli;
- deve risiedere nella casa parrocchiale (c.d. casa canonica) in vicinanza della chiesa.
L’ordinamento statuale italiano riconosce al parroco:
- diritto di certificare, ai fini della trascrizione e del riconoscimento degli effetti civili, l’avvenuta celebrazione del matrimonio canonico (art. 8 nuovo Concordato);
- il potere di certificazione in ordine agli atti di nascita, di matrimonio e di morte, di data anteriore all’istituzione dei registri di stato civile (art. 48 disp. trans., art. 1865 c.c.);
- il diritto di disporre liberamente circa l’esercizio del pubblico culto e la disciplina delle funzioni da eseguirsi nella loro chiesa;
- il diritto di pubblicare ed affiggere all’interno delle chiese, nonché alle porte esterne di queste, tutti gli atti e documenti relativi al governo spirituale dei fedeli senza assoggettamento ad oneri fiscali, e quello di eseguire collette nell’interno e all’ingresso delle chiese e degli uffici appartenenti ad enti ecclesiastici.
La conclusione dell’incarico del parroco
Il parroco cessa dal suo ufficio per rimozione, trasferimento disposto dal Vescovo, rinuncia (per giusta causa) accettata dal Vescovo, per decorso del tempo stabilito.
Al compimento del settantacinquesimo anno di età il parroco è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Vescovo il quale deciderà se accettarla o meno.
Le cause per la legittima rimozione del parroco sono:
- il modo di agire che arrechi grave danno o turbamento alla comunità ecclesiale;
- l’inettitudine o la permanente infermità fisica o mentale, che rendano il parroco incapace ad assolvere convenientemente i suoi compiti;
- la perdita della buona considerazione da parte di parrocchiani onesti e seri o l’avversione contro il parroco, che si preveda non cesseranno in breve;
- grave negligenza o violazione dei doveri parrocchiali che persista dopo l’ammonizione;
- cattiva amministrazione delle cose temporali, con grave danno della Chiesa, ogniqualvolta a questo male non si possa porre altro rimedio.
Se il bene delle anime oppure la necessità o l’utilità della Chiesa richiedano che un parroco sia trasferito dalla sua parrocchia (che egli regge utilmente) ad un’altra o ad altro ufficio, il Vescovo gli deve proporre il trasferimento per iscritto cercando di convincerlo ad accettarlo.
Il passaggio da don Roberto Bonomo a don Antonio Guarise
Diciotto anni fa, il 6 settembre 2006, fu l’allora vescovo mons. Antonio Mattiazzo a portare la candidatura di mons. Roberto Bonomo, tuttora alla guida della parrocchia, ma che ha presentato nei mesi scorsi al vescovo le dimissioni per raggiunti limiti di età.
Rapporti che sono stati intensi con don Roberto Bonomo - tanti i grazie e le attestazioni di affetto ricevute, non solo nella serata del 3 maggio - e che si aprono, ora, a don Antonio Guarise.
Il sindaco Rigoni Stern esprime vicinanza nei confronti del candidato parroco: «Credo che, accettando la proposta del vescovo, don Antonio abbia accettato anche una sfida: mettersi in gioco in una consultazione elettorale.
Di fatto sarà un referendum per lui.
Saremo felici di poterlo accogliere tra di noi con quell’apertura mentale che ha da sempre contraddistinto la nostra comunità».
Il messaggio a don Roberto Bonomo è di grande bene, «non solo perché è di Asiago - sottolinea il sindaco - ma perché ha saputo adempiere al suo ministero con grande serenità e con grande senso di appartenenza alla Chiesa e ai valori della cristianità.
Ha saputo stare vicino alle persone che hanno sofferto e portare avanti le opere realizzate dalla parrocchia a favore della comunità civile di Asiago: penso alla cooperativa San Matteo, alla casa famiglia… tutte le opere poste in essere dalla parrocchia per il bene di tutti».
