Liberta questo anelito profondo: don Tonino Bello, profeta della speranza e della pace

Don Tonino Bello è stato il vescovo della speranza, della pace e della nonviolenza, il fratello vescovo capace di incarnare il Vangelo nella prossimità agli ultimi, nella cura dei volti e nella responsabilità concreta verso l’umanità. Nessuno ha saputo incarnare come lui quell’anelito supremo di speranza di pace nel mondo.

La sua testimonianza si può comprendere attraverso alcune immagini decisive: il grembiule, la strada, il volto dell’altro, la croce, la libertà e la speranza. Don Tonino ha insegnato che la fede non può restare separata dalla vita, perché il Vangelo chiede di trasformare le vie accecate dall’egoismo in strade illuminate dall’incontro con Gesù e orientate al bene del prossimo.

Il dialogo con don Tonino: dalla disperazione alla speranza

La prima volta che t’incontrai , io avevo nel cuore un coltello rovente, ti ricordi? L’aria era dura e aspra. E la luna di sangue. Mi stavo perdendo nella cenere della disperazione. Ero come pazza. Avevo la mente sconvolta. Fu allora che tu mi parlasti.

Per ore e ore. E in quella tua voce piena di calore, entusiasmo, fede, voglia di vivere, voglia di eterno, io ritrovai la speranza. Io ripresi a vivere. Tu dovevi riscoprire il senso della vita. Molti l’hanno perduto e s’aggirano come larve nei sotterranei della droga. O consumandosi in una sfrenata libidine di distruzione.

E mentre tu parlavi, io vidi la notte illuminarsi. Là, intorno a noi, erano i prati verdi , i papaveri, le margherite. Che correvano per i campi. E i cieli erano più chiari. Tutto si era rivestito di nuovo e di diverso. Nuovi gli alberi. Che ora mi venivano incontro come persone che camminano. Nuova la terra , che sembrava cantasse.

E poi i mari delle due riviere erano più azzurri. Gli ormeggi delle barche del Canneto più saldi. Le vele di San Giorgio issate al vento dello spirito. Tutto era rinato….Io ti ascoltavo stupita e rapita, come in un sogno.

Io ero triste fino alla morte e tu mi ridonasti la fiducia in me stessa, la speranza del domani, la serenità perduta. Tu mi offristi la tua ala di riserva, perché io riprendessi a volare. La tristezza non può prendere il sopravvento. Non ha diritto di cittadinanza in una comunità di risorti.

E io ripresi finalmente il mio volo interrotto. Dopo quel giorno t’incontrai di nuovo. Sapevo che sarei restata con te, in volo. Per sempre. Fino alla tua croce, che non tardò a venire.

La croce, la sofferenza e il cammino della luce

Se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti ( ma non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. E’ come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sogno nella notte. E’ la sofferenza che tiene spiritualmente in piedi il mondo.

Oh, non è stato facile restarti d’accanto, in tutte quelle tue battaglie impossibili. Non è stato facile seguirti, ma io lo sapevo che il tuo cammino era quello definitivo, quello della luce, della verità, dell’eternità.

Mi ricordo nel viaggio a Sarajevo, sulla nave. Con il medico che ti straziava le vene , per iniettarti il veleno, ti venivo dietro, come la Maddalena. Tu , pallido, spettrale, debolissimo per la chemio, ma sempre dolcissimo e forte nella tua fede. Seminavi serenità e speranza nei 500 della marcia della pace.

C’erano tanti cristiani stupidi e infingardi, come me, tanti preti che fanno la pratica , ovvi, scontati, mondani , anche quando si propongono per le grandi imprese sociali , sempre attenti alle televisioni . E poi c’eri tu, che dicevi col quel tuo sorriso dolcissimo e infinito: “ amare è voce del verbo morire, amare è soffrire per far cadere le squame dell’egosimo…

Voler bene a te , uomo povero, dal pudore verginale, uomo tutto evangelico, è stata la cosa più bella che mi sia capitata nella vita. E’ stato uno stupore continuo , un’esaltazione dello spirito, un momento di grazia….Oh, tu sapevi amare davvero col cuore di Dio, in ogni momento!.

E anch’io ho cercato di amarti così, col cuore di Cristo. Con te ho gustato la carità, la tenerezza, il silenzio, la poesia dello spirito. Non io, non io. Infima particella dell’Amore Infinito.

Ma una scheggia di luce precipitata sulla terra, il cuore del crocifisso ti indicò la via. Tu, poeta del Signore, torna fra di noi. Noi tutti ti aspettiamo. Abbiamo bisogno della tua poesia, perché è la poesia della pace, della speranza, della giustizia, della bellezza, della fede e dell’amore.

E tutti , tutti siamo assetati , affamati d’amore.

Chi era don Tonino Bello

Quello che avete ascoltato è uno dei “dialoghi” con Don Tonino Bello, il fratello vescovo, il profeta della chiesa del grembiule, l’uomo tutto evangelico, le cui spoglie mortali si trovano nel cimitero di Alessano, nella sua piccola patria natìa, in quel recinto della febbre e della polvere dove per mille anni il nascere fu spento, e del perire non ci fu traccia; ora c’è lui, Tonino riposa lì, dove suo fratello Trifone ha piantato un ulivo che fa ombra e musica sulla pietra tombale, e poi ha costruito un arco di pace, in pietra viva, che guarda a oriente.

E tutt’intorno ha disposto i bianchi gradini, che sanno di eternità silenzio e preghiera; un piccolo sacrario dove molte persone s’adunano per un saluto, un’orazione, una meditazione, un lieve bacio un sospiro nell’orlo della luce, spargendo profumi di nostalgiche memorie.

E’ stato il vescovo più straordinario e popolare che la chiesa italiana abbia avuto dopo il Concilio Vaticano II°, uno di quegli uomini che arricchiscono la storia dell’Umanità… Nessuno ha saputo incarnare come lui quell’anelito supremo di speranza di pace nel mondo.

Ed è per questo che molti lo hanno definito Profeta della Pace e della Non-Violenza, Testimone della Speranza, ma anche il fratello vescovo, il profeta della Chiesa del Grembiule , una Chiesa al Servizio degli umili, un pastore autentico , che ha rifiutato onori e titoli per servire gli ultimi, con gesti coraggiosi e il dono carismatico della parola, un uomo che ha sfidato le convenzioni e ha dimostrato fino all’ultimo suo respiro, anche nelle incomprensioni all’interno della stessa Chiesa, l’adesione totale al Vangelo nell’amore del prossimo.

Monsignor Mincuzzi gli aveva profetizzato, nell’omelia della sua consacrazione a vescovo: “Tu farai cose nuove” , ed è stato facile profeta.

“Bastava conoscerlo appena, Tonino, per capire che non era un uomo che s’incontra tutti i giorni. I suoi occhi, il suo volto luminoso proteso verso i suoi interlocutori, le sue parole, tutto rivelava la presenza di un uomo eccezionale, di un santo, di un profeta.

Per incontrare una figura carismatica come don Tonino bisogna risalire ai tempi di san Francesco di Paola per la straordinarietà della sua vita, per le sue imprese, per l’amore alla gente, alla terra, per il coraggio nell’affrontare i potenti…”

Se Don Tonino fosse nato e vissuto in uno dei paesi del centro o del sud America, state pur certi che sarebbe stato un martire come Oscar Romero, un vescovo fatto popolo. Se fosse nato e vissuto in Oriente, in India , ad esempio, sarebbe stato un altro Mathama Gandhi, non solo perchè profeta della non-violenza, ma per il suo ecumenismo.

Ma per fortuna nostra, e forse non a caso, è nato e vissuto nel Salento, il Salento povero e contadino della sua infanzia e adolescenza, il Salento custode di antichi e inalienabili valori, la famiglia, il rispetto per gli altri, la cultura profondamente cristiana, il Salento dei martiri di Otranto, croce del Sud, il Salento arca di pace.

Il Salento e il Capo di Leuca

Dai numeri alterni, dalla danza perenne di nascite e morti, da celesti città di sabbia o infernali città di fuoco, da imperio e servitù, da inedia e opulenza, da grazia e venustà, da asprezza e calma, dalle dominazioni di secoli su una terra che vomita morti, dal profondo Salento, quello del Capo, a poche miglia da Leuca finibus terrae, era nato , NELL’ANNO DOMINI 1935 , lui, Antonio (Tonino) Bello, terzo figlio di una famiglia poverissima.

Lui era miele di miele, sostanza di sostanza, essenza di essenza, l’amore che aiuta a vivere e a sperare, ma anche un prigioniero nella sfera delle nostre piccolezze, abitudini, indifferenze, grigiore; era venuto a scuotere, a far crollare le nostre sicurezze, le nostre certezze con le parole del Vangelo, parole che fanno sempre male , che feriscono per chi non conosce l’umiltà di cuore.

Tra fuori e dentro, tra l’altro e noi, tra l’istinto animale e il collegamento divino, s’infiltrava lui come una passione senza limiti, senza confini, senza spazi, ed era accettato da giovani, dai poveri, dai diseredati, dai drop out, dagli ultimi, combattuto dagli altri, dai potenti, dai benpensanti, dalle istituzioni, e, talora, dai suoi stessi confratelli.

Lui era l’altrove.

Don Tonino Bello nel Salento

La malattia e la ricerca dell’altro

Il ciclo di chemioterapia lo aveva distrutto , anche psicologicamente. L’uomo bellissimo , forte e robusto che era solo pochi mesi prima, era diventato irriconoscibile: smagrito nel viso e nel corpo, il sorriso affaticato , era devastato dalla malattia, ma guai a chiedergli di parlarne, come testimonia un suo amico della ciociaria.

“ Quanno je chiedevano come stai? se metteva in imbarazzo. Me disse: Me vergogno a parlà de questo, potrebbe sembrà che ne faccia uno show ascetico-spirituale, come se la sofferenza de un vescovo fosse più interessante, più “aristocratica”, de l’artre sofferenze. Io nun faccio artro che partecipà alle sofferenze de Cristo , ma anche alle sofferenze de la ggente.

C’è tanta ggente che soffre, come me, e nun c’ha li aiuti che c’ho io. Ppe’ tutta la vita , Tonino ha sempre cercato l’Altro: “Il tuo volto, fratello, io cerco. Non me nasconne il tuo viso che è come ‘no scrigno de tenerezze e de paure, de solitudine e de sofferenze…

Lui sapeva annà sempre ar nocciolo de le cose; era uno illuminato dar padreterno, era ‘no scopritore de stelle , uno che sapeva vedè le stelle pure quanno er cielo è nuvoloso , oppure non brillano perché se nasconneno , ma lui riusciva a scoprille nei luoghi più impenzati , là dove nissuno de noi le potrà mai trovà.

‘Nzomma uno che sapeva scoprì e stelle anche qua su la tera , in mezzo ar fango, tra l’imbriaconi e le mignotte, i ladri , i paraculi, i mascarzoni, i drogati , i barboni e l’avanzi de galera … e poi la Messa , ma ce sete mai annati a le messe sue? ”

La libertà del Padre Nostro

Io dico er Padrenostro e dicenno er Padrenostro vojo di’ tutta la mia libertà!!! Mitico! - Tonino lo gridava er Padre Nostro e si commoveva , ed era come ‘no stendardo de libertà .

Che la messa sia danza e concerto di campane. Che sia una liberazione di speranze prigioniere. Che sia una festa dell’anima sospesa tra la notte e l’aurora.

Gente del sud, di tutti i sud martoriati della terra, aprite la finestra alla speranza. E che la strada vi venga sempre dinanzi e il vento vi soffi alle spalle. Che la rugiada bagni sempre l’erba su cui poggiate i passi e il sorriso brilli sul vostro volto…

“Lui sì che ch’aveva coraggio, un grande, immenso , infinito coraggio. Era un pugliese, un salentino povero, un figlio purissimo de quer popolo de formiche , ggente bbbona, ggente umile che se dava da fa’ , è ggente orgogliosa e fiera…

Io l’ho conosciuti, so stato in mezzo a loro, assomijano a li ciociari che me ricordo io , quann’ero regazzino; facevano a botte la domenica nei cortili fumanti de passione. Se menavano magari ppe’ ‘no sguardo che s’apriva ar cortello , e così se giocavano ‘na morra e ‘n bicchiere de fiele…

Tu non sei Caino e non sei nissuno, -diceva l’uno all’artro, - e nun diventi neanche Abbele , se sopra i muri nun scrivi la Giustizzia e la libbertà, ne la lingua tua che sa de stornello antico.

Ricordate questo, amico, la pace è un segreto delicato che Abbele s’è portato via cco’ la morte!…Eppure io so che Abbele è ancora in mezzo a noi, dove er dolore ppe secoli e secoli è stato ‘na lunga nottata che nun passava mai , ‘na staggione de le piogge senza fine che scoreva , continuamente, senza interruzione, come oggi score in tutte le popolazzioni der terzo quarto o quinto monno…

Caro Tonino , quanto ce manchi! Torna qui da noi pe’ tenè in piedi ‘sta nostra bacheca de fede che nun fa artro che vacillà ad ogni momento, ad ogni soffio de vento, ridacce quer senso de la libbertà che solo tu sapevi dà”.

La crisi della speranza

Chi l’ha conosciuto ricorda questa sua umiltà, la sua infinita tenerezza , la condivisione per tutte le creature, in specie i poveri, i diseredati, gli emarginati, i reietti, gli “ultimi” che, diceva lui, sono icone di santità.

Ma ci sono anche persone che l’hanno conosciuto in un’aula di un Liceo, a Tricase, quando ancora era solo un insegnante di religione, totalmente sconosciuto , una materia che a lui non interessava essendo ateo, e tuttavia una volta, in classe, don Tonino lesse La Giara di Pirandello ed il fumo della pipa di Zi’ Dima rimase per sempre sospeso in aria.

Parlo di Abele Longo, che è venuto apposta da Londra per rendere testimonianza del suo grande conterraneo. Possiamo ora davvero dire che Abele è tornato tra noi, con un vessillo di pace.

“Ecco la carezza perpetua di don Tonino, e le sue parole che ardono, che palpitano ancora negli universi che si sgranano, i suoi battiti nell’ombra, gli spazi che si animano e diventano anima mundi, madre di tutte le razze erranti che si trovano insieme sulla cima, sul pinnacolo, nell’empireo e carezzano i cieli, le galassie, e si carezzano tra loro, e ogni carezza dura un secolo, mille anni per dio e per l’uomo, un tempo identico, un identico volare, un identico franare”.

Un tempo bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia, l’arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale, il crepitare del ceppo che d’inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa, il sopraggiungere delle rondini in primavera, l’acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi, le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti, l’incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno, il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla.

Se oggi non sappiamo attendere più , è perché siamo a corto di speranza.

“Oggi si muore per anemia cronica di gioia. Si moltiplicano le feste, ma manca la festa. E le letizie diventano sbornie, gli incontri frastuoni; e i rapporti umani, orge da lupanari… E si ha paura di tutto, di non essere capiti, della cattiveria degli uomini, paura di non farcela, paura per la salute che declina, paura della vecchiaia, paura di rimanere soli, paura della morte”

Annunci di vita piena

La prima comunità di cristiani è caratterizzata nel senso dell’evangelizzazione, dell’annuncio che in Gesù morto e risorto c’è vita e salvezza. Annuncio e Via sono le direttrici attraverso cui passa la Parola e la Vita.

L’annuncio si realizza lungo la via, quella che da Gerusalemme si snoda verso le strade dell’umanità. Annuncio perché veniamo da una Parola che ci ha chiamati, ci ha creati. Via perché siamo alla sequela del Maestro, tanto che i primi cristiani erano denominati “quelli della via”. Vita perché è nel quotidiano che rivela e si svela la forza generativa dell’amore.

Proviamo, allora, a far parlare il Vangelo alla vita lungo la via. Durante il tempo di Pasqua daremo voce e forma ad Annunci di Vita piena.

La Risurrezione di Gesù ci consegna alla vita nuova, bella, buona, vera, quella illuminata dall’Amore infinito del Padre che sconfigge le tenebre della morte, la notte del male.

E’ la chiamata della vita e per la vita, l’anelito profondo che fa vibrare la gioia, la forza che sostiene il cammino, la consapevolezza del dono ricevuto che abilita alla testimonianza.

Come è avvenuto per Filippo verso l’etiope e come sarà per Paolo che dalla via di Damasco attraverserà le strade del mondo. Gesù, la Vita, ci invita ad essere vivi per davvero, protagonisti nelle vicende dell’esistenza, costruttori della civiltà dell’amore con segni e gesti di accoglienza, giustizia, prossimità che rimettano in piedi la vita laddove è più in emergenza.

Una Chiesa in uscita e al servizio

Siamo nella terza fase del cammino sinodale, quella attuativa, in cui “la comunità cristiana è chiamata a uscire dall’autoreferenzialità dell’io della propria autoconservazione verso il servizio alla costruzione di un noi inclusivo nei confronti di tutta la famiglia umana e dell’intera creazione” (Documento finale del Sinodo, n. 125).

Si tratta, pertanto di intitolare vie, di chiamarle, nominarle, e di far correre, lungo queste strade individuate nei diversi territori della nostra diocesi, la gioia del Vangelo che raggiunge tutti e rinnova i dinamismi esistenziali delle generazioni in contesto.

Annunci di vita piena è il tentativo della nostra Chiesa locale di lavorare insieme “passando da un lavoro per uffici a un lavoro per progetti” (Documento finale del Sinodo, n. 141), dalle singole parrocchie al vicariato, zona pastorale, paese.

Annunci di vita piena è un’esperienza da realizzare mettendo insieme le diverse generazioni, in modo particolare favorendo e accompagnando il protagonismo giovanile e la testimonianza di adulti nella fede.

Si propone di attivare e consolidare processi, buone prassi ordinati alla promozione della vita in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, nella collaborazione con le agenzie educative presenti sul territorio.

I giovani ci chiedono di non essere lasciati soli ad affrontare le sfide del mondo sociale per trovare attraverso la forma del dialogo nuove vie di partecipazione.

Sinodalità e profezia

Assumiamo come criterio quello della sinodalità. “In un mondo segnato dalla diversità dei popoli e dalla varietà delle culture, camminare insieme è fondamentale per dare credibilità ed efficacia alle iniziative di solidarietà, di integrazione, di promozione della giustizia, e per mostrare in che cosa consista una cultura dell’incontro e della gratuità” (Documento finale del Sinodo, n. 126).

Abbiamo la responsabilità di testimoniare il nostro essere discepoli di Gesù dentro la forma della comunione tra di noi e con il mondo, per essere sim-patici, profondamente umani, anzi fino in cima, contestualizzati nella complessità della storia, inseriti nel tempo presente.

Nulla di ciò che è l’uomo di oggi può esserci estraneo.

Ci lasciamo guidare anche da un altro criterio, quello della profezia. Il Vangelo è profetico, riguarda le cose della vita ma offre una nuova prospettiva, affida le questioni del vissuto al futuro ancora tutto da scrivere ma possibile, innalza le realtà umane alla pienezza dell’amore vero.

Cerca soluzioni e attiva prassi virtuose orientate al bene comune, “inserendo nei processi sociali l’ispirazione dei principi della dottrina sociale: la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, l’opzione preferenziale per i poveri, il primato della solidarietà, l’attenzione alla sussidiarietà, la cura della casa comune” (Documento finale del Sinodo, n. 127).

La strada come luogo dell’incontro

La strada, luogo dove si incrocia e scorre la vita, sarà il segno che guida l’esperienza. Ogni giorno della settimana verrà individuata una via del proprio territorio.

Sarà nominata a seconda del tema che si intende affrontare. E’ possibile anche trattare un unico tema e declinarlo in modo differente per i giorni della settimana.

Il risultato è che proveremo a scrivere il Vangelo con la vita.

La strada scelta di giorno in giorno sarà il luogo di incontri e manifestazioni: giochi di squadra, oratorio di strada, percorsi artistici, mostre fotografiche, mercatini, cenacoli della parola, tavole conviviali, flash mob, maratona lenta, percorsi con la fiamma (dello Spirito), festival di musica, esibizioni di danza, spazio di co-working in cui le imprese del territorio si incontrano e decidono percorsi condivisi.

Particolare attenzione si dedichi ai luoghi della povertà e della sofferenza, agli anziani soli.

Si potrebbero allestire delle edicole con immagini e brani scelti, i balconi della strada scelta potranno essere addobbati con fiori.

Si potrebbe decidere di organizzare gruppi di persone che si occupino durante la settimana della pulizia e risistemazione di alcuni luoghi in disuso o peggio oggetto di atti vandalici.

Si penserà ad artisti di strada, bande/band che animeranno le strade. Dovrà essere un’esplosione di vita.

Dibattiti a tema, incontri, potranno essere svolti in luoghi adatti, nelle vicinanze della strada scelta. Così come nella chiesa più vicina si curi l’adorazione o tempi di riflessione durante l’arco della giornata.

Sarà bello vedere le strade senza auto parcheggiate, pronte ad aiutare la gente a incontrarsi.

Sarà altresì necessario progettare la settimana in sinergia con le istituzioni civili e le diverse associazioni e enti che animano la vita del proprio territorio.

Le idee segnalate, le prassi sperimentate, diventeranno processi che la comunità avrà la responsabilità di promuovere in futuro.

Il grembiule: carità, pace e responsabilità

Ancora dobbiamo commuoverci per i bisogni dell’umanità, ancora dobbiamo nutrirci di santi, di profeti e di santi testimoni e ancora dobbiamo sporcare il nostro grembiule di “umanità corrente” .

In piedi costruttori di pace, costruttori di felicità: Organizziamo la speranza

È nel dovere del grembiule, nel dovere del “consumo umano” che il tempo, i pensieri e i progetti dedicati agli uomini diventano valori, diventano capitali, diventano investimenti, diventano patrimonio e ricchezza. Diventano felicità.

“E’ il principio dell’essere l’uno per l’altro a fondare la giustizia e il bene, il dovere e il dono. In questa etica della trascendenza non è il possesso a far da padrone, ma la perdita di sé per l’altro, in cui solo è possibile che l’io ritrovi la verità di se stesso; non è il dominio dell’uomo sull’uomo, ma la comunione dei volti che rende umana la vita e possibile e significativo il vivere insieme.”

Un punto di arrivo che necessita di voglia di cambiare, di anelito di profezia, di ricerca di profondità e di appello alla radicalità e allo scuotimento.

“Dalla cultura del lamento al culto della speranza”. Un cammino per un cambiamento d’ottica ma anche un cambiamento per trovare nuovo nutrimento.

Un cammino di transumanza che deve rappresentare una dinamica organizzata di un momento di “rinfresco” e di profonda riconsiderazione della nostra vita.

L’analisi di una realtà “arida e brulla” che stimola il viaggio come movimento dello spirito di una comunità di donne e uomini di buona volontà…

Tale coraggio di rinnovamento spinge al cammino e alla grande responsabilità di portare gli altri, di stimolarli al viaggiare, di scuoterli dalla pigrizia, di cercare e trovare la “terra fertile e verdeggiante”.

Un nutrimento nuovo. Riscoprire una voglia di fare servizio, di vivere l’etica, di vivere il “grembiule”. Liberati da tornaconti, dedicata liberamente all’Uomo, liberante per ogni organizzazione incrostata da tensioni e violenze nascoste.

Quando le procedure soffocano la vita

Chi incontra le persone con felicità e godendo delle emozioni dell’incontro servendo la vita per il solo gusto della vita e ricercare la felicità oggi è guardato con sospetto. Tenuto d’occhio, perché pericoloso, addirittura dichiarato destabilizzante.

Ogni cambiamento, ogni slancio verso l’emozione, costituisce una minaccia. Le regole e i regolamenti sostituiscono l’armonia, la passione, la vita stessa.

I processi e le procedure si moltiplicano, ma a poco a poco il canto e la gioia e la felicità si spengono inesorabilmente. Arrivano il legalismo, il formalismo, il giuridicismo.

Le persone perdono il loro nome in un’atmosfera anonima, fredda e calcolata. I numeri hanno la meglio sulle persone. L’efficienza è l’idolo cui viene sacrificata la crescita degli individui.

Urge ritrovare una dimensione più discreta, meno ingombrante, ricondotta alla funzione di servizio alla vita, meno invadente, più elastica, più modesta, portatrice di un messaggio di libertà, meno trionfalista, che faccia respirare la vita.

Altrimenti c’è la morte per asfissia. La corazza, se ha un peso insopportabile finisce per schiacciare proprio la vita che dovrebbe proteggere.

La cura dei volti e delle relazioni

Don Tonino ci obbliga alla transumanza e a farci domande radicali.

“Quante assenze consuntiviamo nella nostra vita di chi avremmo voluto e quante altre sono quelle nostre nella vita di chi avrebbe voluto. Questo è il tormento che mi assale spesso e mi porta a tenere un ipotetico conto delle parole mai dette e delle carezze mai date che avrebbero potuto curare, che avrebbero potuto consolare o che avrebbero potuto salvare.”

Dobbiamo imparare a scoprire le forze più profonde della relazione, l’emozione dell’incontro e della condivisine quotidiana.

Dentro i nostri volti dobbiamo imparare a scorgere sogni e idee nuove per una visione sempre vivace e creativa della circolarità delle nostre vite.

Tutti avvertiamo un TORPORE tra i nostri giovani. Chi li deve scuotere? Tutti avvertiamo una SOFFERENZA tra i nostri malati e anziani. Chi li deve consolare?

Tutti avvertiamo una RABBIA tra i nostri disoccupati. Chi li deve aiutare? Tutti avvertiamo una TRISTEZZA tra i nostri poveri e immigrati. Chi li deve consolare?

Signore donaci testimoni, profeti, rivoluzionari e la vicinanza di chi ci vuole bene veramente.

I governatori, i gestori, i preti, gli educatori ci devono voler bene veramente e devono essere vicini alla vita sino a toccarla e abbracciarla.

Impastarsi con le povertà. Vivere gli androni dei condomini vicini agli “odori casalinghi”.

La contemplazione dentro la vita quotidiana

“Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo.

Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino, come s’inzuppa un frusto di pane nel vino.

Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull’umanità, segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.

Perchè l’attrattiva del nostro, come di tutti i tempi, è ciò che di più umano e di più divino si possa pensare, Gesù e Maria: il Verbo di Dio, figlio d’un falegname; la Sede della Sapienza, madre di casa.”

Questo è anche l’insegnamento di don Tonino: voler dire di più e voler fare di più.

“Chiedete al Signore il fuoco della festa, per incendiare il mondo con le vampe della profezia e incenerire gli schemi della sua logica antica”.

In questo e in tutto il suo magistero don Tonino sviluppa il passaggio fondamentale che ribalta una logica del pensare per emozionare all’emozionare per pensare e progettare.

La parola assume il ruolo di protagonista, la poesia, la tenerezza dello sguardo “scongela” le potenzialità di chi lo ascolta e le riattiva in entusiasmatici percorsi operativi di cose e piani di lavoro carichi del “fuoco della festa”.

La speranza organizzata

Il coraggio di Dio. Le stelle di Baruc rispondono a Dio risplendendo di luce: eccoci. Questa è la luce che don Tonino ci invita ad accendere: energia e forza di scuotimento.

“Se c’è conversione che dobbiamo chiedere alle nostre comunità è quella di essere capaci di liberare Speranza di saperla organizzare, di dare carne e sangue agli aneliti dei piccoli, dei poveri: di disegnare per loro i percorsi concreti per raggiungere le cime utopiche”.

L’iperbole di don Tonino è una scelta radicale tra due infiniti. Quello di Dio Caritas sine modo: il Tanto raggiungibile col niente e con la perdita massima e quello del Potere lucraris sine modo: il Niente raggiungibile con la massima ricchezza materiale ma con nessuna presenza di Dio.

Don Tonino racconta l’infinito di Dio con la poesia e con la dolcezza e tenerezza di padre ma con anche ispirazioni creative e rivelative.

Le sue ispirazioni sovrastano tutto e un’influenza che viene dal di fuori si impadronisce di lui: una potenza divina penetra in lui e lo porta a creare certe immagini perfette attraverso le quali cerca di spiegare la quotidiana presenza di Dio.

Questi sono lampi di ispirazione attraverso cui viene fuori il genio e l’intuizione misteriosa della presenza divina accordata ai mistici.

Ancora dobbiamo commuoverci per i bisogni dell’umanità, ancora dobbiamo nutrirci di santi di profeti e di santi testimoni e ancora dobbiamo sporcare il nostro grembiule di “umanità corrente”.

La pace come cantiere quotidiano

Non è un avversario tondo . Non è un anniversario tondo. Per questo non merita rilievi mediatici il 21° anniversario della morte di don Tonino Bello.

Ma oggi giorno di Pasqua non si può non ricordare l’Innamorato della Resurrezione, della luce, del cambiamento. L’indicatore stradale, l’additatore di gemme, la sentinella del mattino.

Tanti testimoni sono caduti nel silenzio per mancanza di anniversari tondi! Ma forse è proprio per questo silenzio, per questa pigrizia, per questo torpore che oggi mancano a noi i messaggi forti, i messaggi profetici, le grida d’allarme.

In piedi costruttori di pace gridava don Tonino Bello. Alzatevi, muovetevi, svegliatevi!

Sento ancora oggi la forza del suo scuotimento anche un po’ tipica degli inviti dei nostri padri contadini quando si chiamava al lavoro al mattino presto nei campi ancora ghiacciati di rugiada.

Perché è al lavoro che dobbiamo andare. Già al mattino presto instancabili costruttori.

In piedi costruttori. Non demolitori, lamentatori incalliti, distruttori di sogni, ma sviluppatori di idee, di visioni e di progetti.

Amplificatori di voci buone, di grida di protesta e di calde utopie.

Costruttori di terre ed edifici di pace fatti di mattoni di tenerezza, di premura, di sensibilità, di protezione, di entusiasmo, di audacia, di comprensione, di accoglienza, di ascolto, di aiuto, di abbraccio e carezza, di allegria.

No. Non si può dimenticare il “prete col grembiule”. Operoso, operativo e operaio nel cantiere della pace sempre aperto, giorno e notte.

La santità laica e la città

Forse ricordare don Tonino oggi significa andare a scuola di pace. Formarsi alla solidarietà e alla politica del grembiule e non tradire questo vescovo da “catechismo di strada” stando lontano dagli androni dei palazzi e dagli angoli delle città dove si consuma l’ingiustizia e la povertà.

Lo ricordiamo nei convegni e nelle messe ma dimentichiamo il suo grido “la pace è finita andate a messa” e che ci invitava ad immergerci nella città tracciando “ricami di luce sulla folla” cosi come un altro profeta gridava.

Manager col grembiule, Medici col grembiule, Insegnanti col grembiule, Politici col grembiule.

Queste sono le icone di riferimento. Sono iperbole di “disarmo” dai segni del potere, che, con la Carità , la nonviolenza e il potere dei segni, tendono all’infinito di Dio e dell’Uomo.

David Turoldo scriveva “. la gente, l’umile gente abbia ancora chi l’ascolta e trovino udienza le preghiere”

E noi, sappiamo prestare ascolto ai poveri, agli ultimi e all’umile gente bisognosa di santità laica, che attende di trovare udienza alle proprie preghiere?

Questa è la domanda per un anniversario non tondo. Direi quotidiano , stabile, continuo e regolare

E don Tonino ci risponderebbe ancora cosi: “Siate voi i promotori della santità. Io mi appello a quella santità laica di cui tutti quanti voi potete essere fornitori, protagonisti e propositori

La santità laica, i valori del Vangelo che poi sono i valori che si sprigionano dalle viscere della terra. La solidarietà.

La solidarietà non intesa come vago sentimento adolescenziale, ma come farsi carico delle sofferenze degli altri, le sofferenze della città.

La trasparenza. La trasparenza della vita perché non ci siano fratture tra l’audio e il video.

C’è molto audio nelle nostre chiese. Ma di video ce ne è poco; si sente bene, ma il video è a strisce; ci sono delle interferenze.

L’accettazione dell’altro. La ricerca dell’altro.

Capite allora? Provocare dalle viscere del territorio questa esemplarità. Questo è promozione nuova per la città.

La santità laica, la promozione di questi valori. Che i vostri figli apprendano da voi quelle fierezze che fanno l’uomo grande, quelle fierezze umane; quelle indipendenze interiori, quei riconoscimenti di subalternità solo dinanzi a Dio.

Servi di tutti ma schiavi di nessuno. Protesi in questo servizio straordinario dell’uomo.

Quanto merito vi troverete per essere stati promotori di questa santità urbana, di questa santità laica, democratizzata, diffusa.

La città langue di interiorità.”

Il volto di Cristo e la pastorale dei volti

Il Vangelo è la risposta alle domande di senso dell’uomo.

La missione ecclesiale implica il fare attenzione a quella fame e sete profonda dell’uomo che è fame di senso di amore, di senso di speranza, di Dio … Dimostrare che nella fede cristiana la vita può essere vissuta con serenità e speranza, pur tra le fatiche, i dolori e le prove che essa ci riserva.

Vorrei rifarmi a un testo a me molto caro di san Giovanni Paolo II con il quale egli ha voluto inaugurare l’ingresso della Chiesa nel nuovo millennio.

Per come io le ho intese, queste linee possono essere ricondotte a due: 1) contemplare e rivelare al mondo il volto di Cristo; 2) tendere insieme alla santità, dando così compimento alla missione della Chiesa.

Il volto di Cristo e la santità della Chiesa: credo che questi debbano essere i cardini della nostra missione ecclesiale oggi.

“Vogliamo vedere Gesù » (Gv 12,21). Questa è la richiesta fatta all’apostolo Filippo da alcuni Greci. Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in certo senso di farlo loro vedere”.

Contemplare e rivelare il volto di Cristo: ecco il nostro compito.

Il volto rinvia all’identità segreta del soggetto e la rende familiare. Il volto della madre per un bimbo è tutto il suo mondo, è garanzia di sicurezza e di vita. Il suo sorriso è il motivo della sua felicità.

Questo è per noi il volto di Cristo, volto del Signore crocifisso e risorto, rivelazione inaspettata del mistero di Dio, che è misericordia infinita, mitezza e umiltà.

La Chiesa vive di questo sguardo e in questo sguardo. La sua missione è farsi trasparenza di questa forza di bene che accoglie, sostiene, conforta, risana, riscatta.

Vorrei tanto che alla base di tutta la nostra azione di Chiesa ci fosse la contemplazione del volto amabile di Gesù, il nostro grande Dio e salvatore.

Così dal volto di Cristo si passerà, quasi senza accorgersi, al volto degli uomini e la nostra diventerà la “pastorale dei volti”.

Acquisterà la forma della cura delle persone per quello che sono, ciascuna con la sua identità.

La vita non è mai generica e quindi nemmeno potrà esserlo l’amore per la vita: non esiste, infatti, la vita come tale, esiste il volto di ciascuno che vive.

C’è bisogno di una pastorale “generativa”, che faccia sentire a ciascuno la carica positiva dell’esistenza quotidiana.

Su questo si deve concentrare tutto ciò che la Chiesa fa.

Libertà, solitudine e indifferenza

Il Vangelo così annunciato è la nostra risposta alle grandi sfide del momento attuale, di cui la prima è la giusta rivendicazione della libertà.

Nessuno deve sentirsi obbligato a fare ciò di cui non è convinto, ciò che non ha scelto, ciò che sente come imposizione.

Ma oggi il punto sta proprio qui: che si fatica a scegliere e a decidere.

La nostra società è diventata incredibilmente fluida. Tuto è in contino movimento.

Ma la vita domanda scelte e decisioni, punti fermi su cui edificare qualcosa che non venga travolto dal tempo e non rincorra semplicemente le emozioni.

La pastorale dei volti andrà pensata anche così, come aiuto a vivere la libertà, come un affiancarsi amorevole e autorevole che consenta di affrontare insieme l’avventura seria della vita.

C’è poi la triplice sfida dell’insicurezza, della solitudine e dell’indifferenza. Tre esperienze che mettono pericolosamente a rischio la qualità della vita.

La loro radice è comune: in Evangelii Gaudium papa Francesco la identifica con “l’individualismo triste di un cuore comodo e avaro” (EG 2).

Questo sì ci deve preoccupare: il fatto che - almeno nell’Occidente benestante e piuttosto orgoglioso - stiamo scivolando dolcemente, senza che ce ne accorgiamo, verso una diminuzione della gioia di vivere.

L’esistenza sta smarrendo la sua profondità e il senso di mistero che la avvolge.

Un individualismo triste, assecondato dalla logica del consumo e dell’enfasi della tecnologia, sta rendendo più grigio il nostro orizzonte.

Ma non possiamo certo consegnare le grandi domande della nostra coscienza al mercato e alla tecnica.

Relazioni, sentimenti e bene comune

C’è un umanesimo nobile da riscoprire, la cui verità è riconosciuta delle grandi anime, sia di alta cultura che di semplici origini.

Un umanesimo che si esprime anzitutto nel riconoscimento del valore delle relazioni e dei sentimenti del cuore.

Attraverso di essi la terra si riprenderà il suo cielo.

Occorrerà ritornare alle grandi parole di civiltà che per noi attingono al mistero santo di Dio e che la tradizione non solo cristiana ha qualificato come virtù: rispetto, giustizia, onestà, lealtà, solidarietà, mitezza, magnanimità, fermezza, pazienza, dominio di sé.

Occorrerà inoltre riscoprire la naturale bellezza dei grandi gesti con cui le buone relazioni si esprimono, gesti di simpatia, di amicizia, di affetto: la stretta di mano cordiale, l’abbraccio affettuoso, il sorriso spontaneo, lo sguardo amico, la vicinanza silenziosa.

Occorrerà, infine, rilanciare il gusto del pensare insieme, del valutare le cose senza pregiudizi, dell’unire le energie facendo convergere i diversi punti di vista, cercando insieme il bene di tutti.

Proprio come ci ha esortato a fare san Paolo nella seconda lettura che abbiamo ascoltato: “Tutto quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8).

La santità della Chiesa come testimonianza

Si apre così la seconda via della nostra azione pastorale, quella che punta ad una testimonianza forte e chiara della santità della Chiesa.

“Non esito a dire - scrive Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte - che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità (Novo Millennio ineunte, 30).

La santità è trasparenza sulla terra della bellezza di Dio nei cieli, è manifestazione tra gli uomini della sua gloria, è perfezione di bene e splendore di grazia.

Di questo la Chiesa è chiamata ad essere segno, dando così compimento alla sua missione.

Quella Chiesa che Paolo VI ha tanto amato e di cui ebbe a dire: “La Chiesa! È questo l’anelito profondo di tutta la nostra vita, il sospiro incessante, intrecciato di passione e di preghiera, di questi anni di pontificato . Ad essa il nostro comune amore, i nostri pensieri, il nostro servizio perché la Chiesa è il disegno visibile dell’amore di Dio per l’umanità” (Discorso ai cardinali, 22 giugno 1973).

Potessimo avere anche noi questa visione della Chiesa, questo senso del suo mistero e della sua grandezza e insieme della sua missione.

Ma Chiesa sarà missionaria nella misura in cui sarà veramente se stessa, fedele alla sua vocazione alla santità.

Dovrà presentarsi al mondo con quello che è e che fa e non semplicemente con quello che dice.

Occorre mostrare con le opere quello che il Vangelo annuncia, perché - come ricorda papa Francesco - “la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione” (EG 14).

E santità della Chiesa, alla luce della Parola di Dio e del recente magistero dei nostri grandi papi, significa concretamente questo: lotta alla mondanità e coltivazione di un’alta qualità evangelica dell’azione pastorale.

La Chiesa sa che deve convertirsi ogni giorno, per dire no alla ricerca della gloria umana, del prestigio sociale, dell’interesse privato, del benessere personale; e ancora di più per dire no a tutte le forme della corruzione e dell’ingiustizia, a tutto ciò che può ferire la dignità delle persone o comprometterne la felicità.

L’Eucaristia e la luce della Parola

«Rimani con noi, Signore, perché si fa sera» (cfr Lc 24,29). Fu questo l'invito accorato che i due discepoli, incamminati verso Emmaus la sera stessa del giorno della risurrezione, rivolsero al Viandante che si era ad essi unito lungo il cammino.

Carichi di tristi pensieri, non immaginavano che quello sconosciuto fosse proprio il loro Maestro, ormai risorto. Sperimentavano tuttavia un intimo «ardore» (cfr ivi, 32), mentre Egli parlava con loro «spiegando» le Scritture.

La luce della Parola scioglieva la durezza del loro cuore e «apriva loro gli occhi» (cfr ivi, 31).

Tra le ombre del giorno in declino e l'oscurità che incombeva nell'animo, quel Viandante era un raggio di luce che risvegliava la speranza ed apriva i loro animi al desiderio della luce piena.

«Rimani con noi», supplicarono. Ed egli accettò.

Di lì a poco, il volto di Gesù sarebbe scomparso, ma il Maestro sarebbe «rimasto» sotto i veli del «pane spezzato», davanti al quale i loro occhi si erano aperti.

L'icona dei discepoli di Emmaus ben si presta ad orientare un Anno che vedrà la Chiesa particolarmente impegnata a vivere il mistero della Santa Eucaristia.

Sulla strada dei nostri interrogativi e delle nostre inquietudini, talvolta delle nostre cocenti delusioni, il divino Viandante continua a farsi nostro compagno per introdurci, con l'interpretazione delle Scritture, alla comprensione dei misteri di Dio.

Quando l'incontro diventa pieno, alla luce della Parola subentra quella che scaturisce dal «Pane di vita», con cui Cristo adempie in modo sommo la sua promessa di «stare con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (cfr Mt 28,20).

La «frazione del pane» - come agli inizi veniva chiamata l'Eucaristia - è da sempre al centro della vita della Chiesa.

Per mezzo di essa Cristo rende presente, nello scorrere del tempo, il suo mistero di morte e di risurrezione.

In essa Egli in persona è ricevuto quale «pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6,51), e con Lui ci è dato il pegno della vita eterna, grazie al quale si pregusta l'eterno convito della Gerusalemme celeste.

L'Eucaristia è luce innanzitutto perché in ogni Messa la liturgia della Parola di Dio precede la liturgia eucaristica, nell'unità delle due «mense», quella della Parola e quella del Pane.

Nel racconto dei discepoli di Emmaus Cristo stesso interviene per mostrare, «cominciando da Mosé e da tutti i profeti», come «tutte le Scritture» portassero al mistero della sua persona (cfr Lc 24, 27).

Le sue parole fanno «ardere» i cuori dei discepoli, li sottraggono all'oscurità della tristezza e della disperazione, suscitano in essi il desiderio di rimanere con Lui: «Resta con noi, Signore» (cfr Lc 24,29).

«Lo riconobbero nello spezzare il pane» (Lc 24,35) .

Il dono ricevuto e la responsabilità della testimonianza

La consapevolezza del dono ricevuto abilita alla testimonianza.

Sarebbe bello, durante il tempo pasquale, dare voce e forma ad Annunci di vita piena.

Famiglie e giovani con le loro comunità parrocchiali potrebbero, in ogni vicariato, proporre momenti di annuncio, incontro, confronto ed esperienze di servizio in cui manifestare la pienezza della vita risorta.

Che possiamo trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell’impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

Alda Merini scriveva “. domandano tutti come si fa a scrivere un libro …. Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via …”

Cosi ha scritto il libro della sua vita don Tonino Bello e cosi lo dobbiamo imitare in tutti gli anniversari tondi e non tondi.

Anelito di pace - Ritratto di don Tonino Bello

tags: #liberta #questo #anelito #profondo #don #tonino