La Prima Lettera a Timoteo presenta Paolo come apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio e come testimone della misericordia ricevuta: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io». Il cuore del brano è la consapevolezza che la vita cristiana nasce dalla grazia e che nessuno può salvarsi da solo.
Le due espressioni che riassumono questa esperienza sono «mi è stata usata misericordia» e «il primo dei peccatori sono io». Paolo riconosce il proprio passato di bestemmiatore, persecutore e violento, ma proclama anche che Cristo lo ha trasformato in un servo del Vangelo e in un esempio per coloro che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
La Prima Lettera a Timoteo e il suo contesto
Per questa e le prossime cinque domeniche leggeremo la prima e la seconda lettera a Timoteo. Insieme alla lettera a Tito queste lettere paoline formano il gruppo detto "le pastorali", poiché sono state mandate a una singola persona incaricata di guidare una comunità e contengono infatti temi pastorali.
Il Commento alla Prima Lettera a Timoteo del «Bocca d’Oro», che viene qui presentato per la prima volta in versione italiana, risponde a una duplice motivazione. La prima, propriamente pastorale, si propone di focalizzare l’ardore apostolico e missionario che ha contraddistinto la figura di quest’«instancabile predicatore ed esegeta della parola divina, l’educatore e il fedele ammonitore della sua comunità, l’amico e il protettore dei poveri, degli oppressi, dei bisognosi» …
La denominazione di “Lettere pastorali” - che ormai è corrente nel linguaggio di coloro che scrivono commenti al testo biblico - in realtà è piuttosto recente; risale alla fine del ‘700 e da quell’epoca in poi il dibattito nell’ambiente degli studiosi è molto vivace per quanto riguarda l’autenticità paolina di questi scritti; molti studiosi hanno ritenuto necessario considerare queste tre lettere come scritti provenienti da un altro autore, o altri autori, non certamente Paolo.
E’ una questione che ora non ci interessa in modo particolare anche perché l’epistolario paolino è una raccolta di tanti scritti che sono il frutto di un’attività redazionale che ha impegnato in prima persona Paolo e altri suoi collaboratori: Paolo ha dettato, qualche volta ha soltanto sviluppato qualche tema di riflessione, altri sono intervenuti.
Non è strano, quindi, che ci siano variazioni di linguaggio e che l’elaborazione dei contenuti proponga prospettive originali a seconda delle tappe nel corso delle quali la vita di Paolo ha affrontato temi nuovi, con sensibilità maturata nel tempo.
La prima lettera a Timoteo è indirizzata a questo amico, collaboratore, discepolo di Paolo di cui si parla negli Atti degli Apostoli a più riprese. Paolo gli scrive dalla Macedonia; è in viaggio, molto probabilmente è l’ultimo viaggio della sua vita che lo condurrà a Roma dove poi morirà.
Dalla Macedonia scrive a Timoteo che ha lasciato poco tempo prima a Efeso. In questa lettera risulta essere vescovo di Efeso, mentre il suo maestro è in catene, forse a Roma e gli manda alcune raccomandazioni riguardo la vita della comunità cristiana.
Paolo e Timoteo: apostolo, discepolo e figlio nella fede
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio nostro salvatore e di Cristo Gesù nostra speranza, a Timòteo, vero figlio mio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro.
Paolo, nella sua auto-descrizione, mette in risalto le proprie credenziali (apostolo) e la propria autorità (per comando di Dio), sia per dare un incoraggiamento personale a Timoteo sia affinché la lettera fosse usata come epistola di riferimento davanti ai cristiani di Efeso.
Sembra che 1 Timoteo sia stata scritta dall’apostolo Paolo a Timoteo qualche tempo dopo la sua liberazione dalla prigionia romana, mentre si trovava in Macedonia (1 Timoteo 1:3), come descritto alla fine del libro degli Atti.
A quanto pare, dopo la sua liberazione (attesa in Filemone 1:22 e Filippesi 1:25-26 e 2:24), Paolo tornò nella città di Efeso. Lì scoprì che durante la sua assenza Efeso era diventata il covo di molti falsi insegnamenti.
È probabile che Paolo avesse avuto a che fare personalmente con i falsi insegnanti, ma ben presto ritenne necessario partire per la Macedonia. Diede quindi a Timoteo la responsabilità di prendersi cura delle questioni a Efeso in qualità di suo rappresentante personale.
Conosceva bene le difficoltà del lavoro che aveva assegnato a Timoteo; perciò, sperava che questa lettera fungesse da equipaggiamento e incoraggiamento per il compito affidatogli.
Il libro degli Atti ci dice che Timoteo era originario di Listra, città della provincia della Galazia (16:1-3). Era figlio di padre greco (16:2) e di madre ebrea, il cui nome era Eunice (2 Timoteo 1:5).
Sua madre e sua nonna gli avevano insegnato le Scritture fin da bambino (2 Timoteo 1:5; 3:15). Paolo poteva considerare Timoteo un vero figlio nella fede perché probabilmente fu lui, durante il suo primo viaggio missionario, a portare Timoteo e la madre alla fede in Gesù (Atti 14:8-20 e 16:1).
Ciò esprimeva anche la fiducia di Paolo nell’integrità e nella fedeltà di Timoteo alla verità. Timoteo era uno dei più fedeli collaboratori di Paolo.
La figura di Timoteo è presente in diverse lettere di Paolo come anche negli Atti degli apostoli (16,1-3). Paolo lo definisce "figlio diletto e fedele" (1Cor 4,17), "colui che vive gli stessi sentimenti" e "si è dedicato con Paolo al servizio del Vangelo" (cfr. Fil 2,19-2).
Le lettere di Paolo sono indirizzate, in condizioni normali, a delle Chiese. Paolo scrive ai cristiani della Chiesa di Tessalonica, così ai Corinzi, ai Filippesi, agli Efesini, ai Colossesi; qui Paolo scrive a Timoteo e a Tito.
Tre Lettere pastorali sono indirizzate non a delle Chiese, ma a dei singoli personaggi. Paolo scrive a Timoteo e Tito, destinatari molto precisi che sono impegnati da tempo accanto a Paolo nel servizio dell’Evangelo.
Paolo ci tiene più che mai, in questa fase terminale della sua vita in cui la sua attività pastorale si esprime col massimo dell’impegno, a interpellare singolarmente i suoi interlocutori.
Come dire che se leggiamo queste lettere è perché anche noi dobbiamo avere la pazienza di essere sollecitati, richiamati, coinvolti personalmente.
«Mi è stata usata misericordia»
Il brano di ieri era un collage dei primi due versetti della lettera e dei versetti 12-14 del primo capitolo: Paolo, apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio nostro salvatore e di Cristo Gesù nostra speranza, a Timòteo, vero figlio mio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro.
Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento.
Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù (cfr. 1Tim 1,1-2.12-14).
Da quel brano ho estratto il primo hashtag, una “parola-chiave” che mi accompagna da tempo e che vi consegno, se la volete appuntare anche voi: «mi è stata usata misericordia».
Qui, Paolo, facendo in poche parole il riassunto della sua vita precedente («ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento»), fissa come una gemma il motivo e l’origine di quello che è ora (ovvero, l’apostolo delle genti): la misericordia infinita di Dio, che ha sovrabbondato in lui.
Ripetiamocelo spesso: non saremmo niente di niente, se non fosse per la misericordia infinita di Dio.
La situazione di Paolo prima della sua conversione è descritta con tinte molto fosche. In altri brani (Gal 1,13-17) egli parla della sua situazione precedente in modo piuttosto positivo: egli in fondo non era altro che un ebreo osservante e intransigente, che voleva riportare sulla retta via questa nuova religione seguita dai cristiani.
Qui si sottolinea molto la peccaminosità del suo agire: egli era un bestemmiatore (poiché non riconosceva Gesù come il Messia), persecutore degli aderenti a questa nuova "setta", un violento, poiché aveva la mano pesante contro i cristiani.
La situazione è subito mitigata dalla frase seguente: mi è stata usata misericordia. Segue poi un'attenuante: egli agiva per ignoranza, lontano dalla fede.
E' questa la giustificazione di Paolo, egli non conosceva ciò che stava perseguitando, ma il Signore lo ha illuminato, gli ha fatto capire il male che stava compiendo.
Su Paolo si sono riversati copiosi doni: la grazia, la fede, la carità. L'incontro con Dio ha totalmente cambiato la sua vita.
Egli era come i peggiori pagani, ma grazie alla visita di Dio nella sua vita ha potuto voltare pagina.
«Il primo dei peccatori sono io»
Il brano di oggi contiene la seconda “parola-chiave” che mi accompagna sempre e che voglio condividere con voi: Figlio mio, questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.
«Il primo dei peccatori sono io»: la consapevolezza di essere solo un povero peccatore (il peggiore di tutti), e che non c’era altro modo di uscire da questa miseria se non la salvezza operata da Cristo con la Sua morte in croce per i nostri peccati è la colonna portante della mia vita, e credo debba essere quella di ogni credente.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.
Qui si mette ancora in risalto la situazione di Paolo come peccatore. Gesù ha voluto recuperare tutti coloro che erano lontani da lui, i peccatori, visti nella loro situazione di mancanza di gioia, di vita piena.
Paolo si riconosce come facente parte della schiera. Egli usa il presente, perché sa bene che è solo grazie alla misericordia di Dio che egli può perseverare in questa amicizia e vicinanza a Dio stesso.
Paolo in forza della sua esperienza può affermare che ciò che sta dicendo è degno di fede. La sua esperienza gli rende autorità.
Paolo si definisce il “primo” (1 Timoteo 1:15), ossia il peggiore, dei peccatori alludendo alla persecuzione dei cristiani che portava avanti prima della sua conversione.
Egli rassicura gli altri che la misericordia di Cristo aiuterà anche loro. La sua esperienza gli rende autorità in questo.
La misericordia come origine della vita nuova
L’ho scritto ampiamente nell’omelia per la 24ª Domenica del Tempo Ordinario che vivremo domani: finché non ci sentiremo eterni debitori insolventi (ma sempre condonati) di una somma impossibile da risarcire, non capiremo mai il senso della nostra vita, che è essenzialmente e totalmente grazia.
Dobbiamo smetterla di dire, come il primo servo della parabola, «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa», perché diecimila talenti non si possono risarcire nemmeno in mille vite!
Dobbiamo smetterla di pensare di potercela cavare da soli, in qualche modo, di saper risolvere le cose a modo nostro.
Il nostro peccato - piccolo o grande che sia - è qualcosa di ben più pesante di diecimila talenti, e nessuno lo potrà sollevare se non l’immensa misericordia di Dio!
Il fine della legge si trova nell’opera interiore che avviene nel cuore, non nella semplice osservanza esteriore. Se non capiamo questo, è facile diventare dei legalisti superficiali che si preoccupano solo della prestazione e dell’apparenza esteriore.
Se trascorrere del tempo nella parola di Dio non produce in noi amore da un cuore puro, una buona coscienza o una fede non finta, qualcosa non va.
Il legalismo può portarci a distorcere la parola di Dio in modo che, invece di mostrare amore, siamo severi e giudichiamo; invece di avere una buona coscienza, ci sentiamo sempre condannati sapendo di non essere all’altezza; invece della fede non finta, confidiamo praticamente nella nostra capacità di piacere a Dio.
La grazia che sovrabbonda
Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Il primo motivo per cui Paolo ringrazia è perché è stato chiamato ad essere servo (diakonos) di Dio. L'autorità di Paolo è autentica perché egli è stato chiamato proprio da Cristo, che lo ha reso forte in vista del compito che gli avrebbe affidato.
Paolo non era degno di fiducia, ma Cristo lo ha reso capace di realizzare fedelmente il compito che Egli voleva affidargli.
Paolo ringrazia il Signore per quanto ha realizzato nella vita di Paolo. La gioia di Paolo sfocia in una dossologia, un'affermazione della grandezza di Dio.
Dio ha perdonato Paolo, gli ha dato di vivere una vita nuova perché la sua vicenda fosse di esempio a tutti quelli che lo avrebbero conosciuto.
La sua vita diventa annuncio del Vangelo di Cristo, non solo con le parole, ma con la sua stessa esperienza. Da persecutore egli diventa annunciatore di una nuova dottrina.
Diventa esempio per quelli che lo ascoltano. Questo brano della Lettera a Timoteo non fa altro che esaltare la forza dirompente dell’incontro di Paolo con Dio.
Un incontro che lo ha portato a cambiare vita, perché ha sperimentato la grazia del perdono e del sentirsi amato.
La più grande testimonianza
Per questo, anche nel brano odierno (come nel primo che avremmo dovuto ascoltare ieri), Paolo rende conto di questa consapevolezza: Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Io credo che la testimonianza più grande che possiamo rendere a Dio e al vangelo di Cristo sia proprio dire, come e con l’apostolo: «io non sono altro che un peccatore, il primo e il più grande di tutti i peccatori, ma Dio mi ha usato e mi userà sempre misericordia».
La sua vita diventa annuncio del Vangelo. Lui che, da persecutore è diventato annunciatore, è la dimostrazione che tutti possono cambiare, ma ci vuole coraggio.
Una conversione che ci deve interrogare ogni giorno e che, personalmente, mi rende anche irrequieto, perché essere testimone non è sempre così facile. Anzi.
Il Vangelo affidato e trasmesso
Paolo aveva lasciato ai cristiani di Efeso un insieme specifico di insegnamenti (che aveva ricevuto da Gesù e dall’Antico Testamento). Voleva che Timoteo facesse tutto il possibile per assicurarsi che gli Efesini continuassero in quella dottrina.
Questo fu il primo motivo per cui era fondamentale che Timoteo rimanesse in Efeso. Paolo lo fece perché la dottrina è importante per Dio e dovrebbe essere importante per il Suo popolo.
Oggi, ciò che si crede - cioè la propria dottrina - è ritenuto sorprendentemente irrilevante dalla maggior parte delle persone. Lo spirito di quest’epoca ha influenzato pesantemente anche i cristiani odierni.
Viviamo in un tempo in cui alla domanda di Pilato: “Che cosa è verità?” (Giovanni 18:38) si risponde così: “Qualsiasi cosa significhi per te”. Eppure, la verità è importante per Dio e dovrebbe esserlo anche per il Suo popolo.
Timoteo doveva tenere duro contro delle persone difficili e ordinare ad alcuni di non insegnare dottrine diverse. Non c’è da stupirsi che Timoteo avesse voglia di lasciare Efeso.
In greco antico, ordinare è una parola di origine militare. Significa “dare ordini precisi da parte di un ufficiale in comando” (Wiersbe).
Timoteo non doveva presentare a questi “alcuni” a Efeso la giusta dottrina come un’alternativa. Doveva comandarla come un ufficiale militare.
Il pericolo di questi insegnamenti (favole e genealogie senza fine) era che si trattava di distrazioni assurde. Timoteo doveva rimanere in Efeso in modo da poter comandare agli altri di ignorare tali distrazioni speculative e ridicole.
Non è che ci fosse un’elaborata teologia anti-Gesù in circolazione a Efeso. Era più il fatto che tendevano a concentrarsi e lasciarsi trasportare dalle cose sbagliate.
Paolo voleva prevenire la corruzione che avveniva quando le persone davano autorità alle favole e alle genealogie senza fine invece che alla vera dottrina.
Inoltre, si trattava di distrazioni assurde pericolose, perché prendevano il posto dell’opera di Dio, che è fondata sulla fede.
Il frutto finale prodotto da queste distrazioni umane è evidente. Sebbene possano risultare popolari e affascinanti nell’immediato, a lungo termine non fortificano il popolo di Dio nella fede.
“Discorsi che non servono a nulla; tante grandi parole e poco significato; un significato che non vale la pena di essere ascoltato.” (Clarke)
Il fine del comandamento è l’amore, che viene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede non finta. Alcuni, essendosi sviati da queste cose, si sono rivolti a discorsi vani e, volendo essere dottori della legge, non comprendono né le cose che dicono né quelle che affermano.
La legge, il Vangelo e la sana dottrina
Or noi sappiamo che la legge è buona, se uno la usa legittimamente; sapendo questo, che la legge non è stata istituita per il giusto, ma per gli empi e i ribelli, per i malvagi e i peccatori, per gli scellerati e i profani, per coloro che uccidono padre e madre, per gli omicidi, per i fornicatori, per gli omosessuali, per i rapitori, per i falsi, per gli spergiuri, e per qualsiasi altra cosa contraria alla sana dottrina, secondo l’evangelo della gloria del beato Dio, che mi è stato affidato.
Lo scopo della legge è di mostrarci il nostro peccato, non di condurci alla giustizia (come leggiamo in Galati 3:24-25). Non fu istituita per il giusto (che cammina per fede secondo Galati 3:11) ma per gli empi e i ribelli, per mostrar loro il loro peccato.
Non è che la legge non abbia nulla da dire al giusto, ma parla soprattutto agli empi.
Nella mente di Paolo la sana dottrina e la retta condotta sono strettamente connesse. Le azioni peccaminose descritte nei versetti 9 e 10 sono contrarie alla sana dottrina.
Molti condannano di legalismo chiunque abbia degli standard - in particolare standard più elevati. Né avere degli standard e osservarli né l’obbedienza fanno di noi dei legalisti.
Siamo invece legalisti quando pensiamo che ciò che facciamo ci renda giusti davanti a Dio.
Sebbene la legge non possa produrre la giustizia, il vangelo della gloria del beato Dio invece può ─ un vangelo che, secondo le parole di Paolo, gli era stato affidato.
Sentiva la responsabilità di preservare e custodire il vangelo, e di trasmetterlo a Timoteo e ad altri.
Rimanere fedeli nelle difficoltà
Sebbene a Timoteo fosse stato assegnato un compito difficile, Paolo voleva che rimanesse a Efeso e continuasse l’opera. Prima di partire per la Macedonia, esortò Timoteo a rimanere nonostante le difficoltà dell’incarico.
Paolo disse a Timoteo di rimanere in Efeso perché sembrava che volesse arrendersi e scappare. Alcune volte, quasi tutti nel ministero affrontano delle situazioni simili, che per alcuni si traducono in un’afflizione costante.
Era probabilmente a causa di pressioni sia esterne che interne che Timoteo voleva abbandonare Efeso.
Possiamo pensare a molte ragioni per cui Timoteo non volesse rimanere in Efeso:
- Forse sentiva la mancanza di Paolo e voleva stare con il proprio mentore.
- Forse si era lasciato intimidire seguendo il ministero di Paolo.
- Sembra che fosse per natura piuttosto timido o riservato e che si fosse lasciato intimidire dalla sfida.
- Forse si era scoraggiato per le normali difficoltà del ministero.
- Forse aveva messo in dubbio la propria vocazione.
- Forse provava frustrazione a causa delle dottrine contrastanti e distraenti che giravano tra i cristiani di Efeso.
Malgrado tutte queste ragioni, non c’è dubbio che Dio - e l’apostolo Paolo - voleva che Timoteo rimanesse in Efeso.
Nel resto di 1 Timoteo 1, Paolo dà almeno sei ragioni a Timoteo per cui rimanere lì e portare a termine il ministero che Dio gli ha affidato:
- Perché hanno bisogno della verità (1 Timoteo 1:3-7).
- Perché sei un ministro nelle difficoltà (1 Timoteo 1:8-11).
- Perché Dio usa persone indegne (1 Timoteo 1:12-16).
- Perché servi un grande Dio (1 Timoteo 1:17).
- Perché sei in battaglia e non puoi arrenderti (1 Timoteo 1:18).
- Perché non tutti gli altri lo fanno (1 Timoteo 1:19-20).
Dio permetterà che ci troviamo in situazioni difficili. Dobbiamo impostare le nostre menti in modo da affrontare la sfida, o sicuramente ci arrenderemo.
L’ambiente apparentemente peccaminoso di Efeso ci mostra un’altra ragione per cui era importante che Timoteo rimanesse a Efeso. Doveva rimanere lì perché era un luogo difficile dove servire Dio e far avanzare il regno.
Doveva dissodare il terreno incolto lì, invece di correre alla ricerca di un suolo più facile da arare.
La fede come potenza generatrice
L’attributo che Paolo mette qui in evidenza lo troviamo anche altrove benché non sempre allo stesso modo: “apostolos”: Paolo si presenta in quanto “inviato”, un impegno missionario il suo che ricapitola l’essenziale della sua vita, una vita che ormai si sta consumando nella continuità con quella che è stata la missione di Gesù in quanto Messia.
Il Messia è Gesù. E Paolo è apostolo; è vissuto, sta vivendo e sta esaurendo la sua esistenza umana, e subito ci tiene a illustrare questa sua condizione di vita missionaria che è inserita nella continuità con quella che è stata la missione realizzata una volta per tutte da Cristo Gesù.
Si pone in atteggiamento di obbedienza rispetto all’iniziativa di Dio; e il termine “salvatore” torna più volte nelle Lettere pastorali, anche se non è frequente nel Nuovo Testamento, e Paolo dà uno spazio piuttosto importante a questo titolo che rinvia puntualmente all’iniziativa di Dio che vuole la salvezza.
Una volontà di salvezza che non è rimasta un programma teorico, ma si è realizzata nei fatti della storia, nell’evento decisivo dell’incarnazione del Figlio, nella sua Pasqua redentiva.
E la salvezza è il ritorno alla pienezza della vita per noi creature umane che dalla vita ci siamo separati. Dio è salvatore.
E’ evidente che vuole condividere con noi la pienezza della vita, il ritorno alla sorgente, nell’intimo, nel grembo, nella comunione con il Dio vivente: Dio è salvatore.
La fede, l’adesione, la corrispondenza, il coinvolgimento libero e responsabile in rapporto a questo dono ricevuto sono vissuti - in maniera essenziale e perentoria - da Paolo ed entra nella relazione con Timoteo in quanto è generatrice: la fede genera un figlio, genera dei figli.
La fede non è neanche la formulazione del “Credo”, non è la ripetizione della formula, non è un prontuario di sentenze teologiche che possono essere rivestite come un paludamento che serve a distinguere qualcuno da qualcun altro; la fede è una potenza generatrice; “vero figlio mio nella fede” dove l’autenticità della figliolanza è garantita dalla fede.
La fede è feconda, genera credenti. Paolo si rivolge a Timoteo in continuità con quello che diceva di sé e si rivolge a noi, a ciascuno di noi.
La dossologia finale: onore e gloria a Dio
Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
La gioia di Paolo sfocia in una dossologia, un'affermazione della grandezza di Dio. Questo poteva essere parte di un inno cantato nelle chiese dell'Asia Minore (l'antica Turchia) oppure di un prefazio utilizzato durante le celebrazioni eucaristiche.
La testimonianza dell’apostolo non termina con l’autocommiserazione e nemmeno con il ricordo del peccato. Il riconoscimento della propria miseria conduce alla lode del Dio che salva, perdona e rende possibile una vita nuova.
Per la meditazione personale
- Ho qualche motivo per ringraziare Dio?
- Quale esperienza ho fatto di lui?
- C'è un "prima" e un "dopo" anche nella mia esperienza di incontro con il Signore?
- Sento anche io di aver ricevuto misericordia? In che senso?
Un esempio vivente della grandezza e della magnanimità di Gesù. È così che Paolo si sente: un esempio per tutti i peccatori che, ancora, non hanno conosciuto Cristo.
La sua esperienza gli rende autorità in questo. La sua vita diventa annuncio del Vangelo.
Lui che, da persecutore è diventato annunciatore, è la dimostrazione che tutti possono cambiare, ma ci vuole coraggio.
