La risurrezione di Lazzaro e la Trasfigurazione: Gesù, vita e gloria

La risurrezione di Lazzaro e la Trasfigurazione rivelano due aspetti inseparabili del mistero di Cristo: la sua identità divina e il suo potere sulla morte. Nella Trasfigurazione Gesù colloca la sua presenza tra gli uomini nell’orizzonte della sua identità divina, facendo di essa il punto prospettico con cui interpretare l’umiliazione della Croce (Mt 17,1-9).

La risurrezione di Lazzaro è invece la rivelazione del potere del Figlio di Dio sulla morte e rivela pertanto che nel battesimo non solo si adempie il desiderio umano, non solo è donato al credente uno sguardo nuovo, quello della fede, per vedere il mondo nella sua verità, ma la vita stessa dell’uomo viene ricreata e fatta nuova.

Il percorso quaresimale: via, verità e vita

Con l’episodio di Lazzaro chiudiamo quella trilogia che normalmente ci accompagna nel percorso quaresimale nell’anno A. Una trilogia composta dagli episodi della Samaritana, del Cieco nato, della risurrezione di Lazzaro.

Mediante questi 3 grandi affreschi Evangelici, il tempo forte della quaresima ci accompagna a conoscere Gesù come via, verità e vita. Alla Samaritana, infatti, donna “persa” dentro un cammino sbagliato, sia dal punto di vista umano che religioso (aveva 5 mariti ed era samaritana), Cristo si rivela come via: né su questo monte né in Gerusalemme si adora Dio, ma lo si adora in spirito e verità, cioè attraverso la via del Figlio.

La verità del Figlio si fa strada nella vicenda del cieco nato, di colui cioè che impossibilitato fin dalla nascita a vedere viene illuminato dalla Presenza del Cristo. Ed ecco che ora, prima di imboccare la stretta via della passione che porterà Cristo alla morte, Giovanni offre la testimonianza certa che il Figlio è anche vita.

La successione dei testi evangelici proposti dalla liturgia nelle domeniche di Quaresima nell’anno A, va compresa di una prospettiva battesimale che ne diventa anche la chiave di lettura. Proviamo a indicarne gli snodi essenziali per collocare, nel loro sviluppo, il racconto della risurrezione di Lazzaro, il vangelo che viene proclamato in questa V domenica.

Il primo passo è stato segnato dal vangelo delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11), con cui ci è stato indicato come il cammino della conversione, a cui la Quaresima esorta, deve partire dalla consapevolezza che la vita dell’uomo è posta sotto il segno della lotta contro il male.

Un confronto rigoroso, ma che va affrontato con fiducia, in quanto nella parola di Dio ci è data la risorsa che permette di vincere la contesa con Satana. Il passo successivo, che abbiamo compiuto nella II domenica, ci ha portato a comprendere come la conversione deve sì prendere realisticamente in conto la fragilità della condizione umana, ma non si risolve semplicemente in un rifiuto del male, bensì, nella sua pienezza, nell’incontro con il mistero del Figlio di Dio.

Che cosa derivi dall’incontro con il mistero di Cristo ci è stato mostrato nelle due successive domeniche rispettivamente dal vangelo della samaritana (Gv 4,5-42) e da quello del cieco nato (Gv 9,1-41). La condizione dell’uomo è segnata dal desiderio, dall’attesa, dall’aspirazione a una pienezza di vita mai compiutamente raggiunta.

Ne è simbolo la sete della donna al pozzo di Giacobbe, con la sua vita mai compiuta e con il desiderio di poter mettere fine alla sua ricerca di acqua. La risposta al desiderio è Gesù stesso, l’acqua che disseta ogni nostra aspirazione e, ancor più, diventa in noi «sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14), così da diventare noi stessi dono di vita per gli altri.

L’incontro con Gesù non solo è fonte che disseta la nostra sete di vita, ma è anche luce che ci permette di illuminare noi stessi e il mondo intorno a noi, uscendo dalle tenebre dell’incomprensione e dell’errore. «Sono la luce del mondo» (Gv 9,5), proclama Gesù, e con la sua presenza di verità fa giustizia di pregiudizi, esclusioni, manipolazioni umane, per ridare alla nostra umanità la sua piena dignità, ci dà soprattutto la gioia dell’incontro con lui e la possibilità di seguirlo.

E siamo così giunti alla nostra domenica, in cui ci viene proposto il vangelo della risurrezione di Lazzaro, rivelazione del potere del Figlio di Dio sulla morte e rivelazione pertanto che nel battesimo non solo si adempie il desiderio umano, non solo è donato al credente uno sguardo nuovo, quello della fede, per vedere il mondo nella sua verità, ma la vita stessa dell’uomo viene ricreata e fatta nuova.

Il battesimo ci rigenera e fa di noi figli di Dio.

La Trasfigurazione nel cammino verso la Pasqua

Nella sua trasfigurazione egli colloca la sua presenza tra gli uomini nell’orizzonte della sua identità divina, facendo di essa il punto prospettico con cui interpretare l’umiliazione della Croce (Mt 17,1-9).

Raffaello, proprio grazie al veneziano Sebastiano del Piombo, l’aveva vista e qui come lì l’opera è divisa in due. In alto Cristo trasfigurato accompagnato dai profeti Elia e Mosè e ai suoi piedi i discepoli Pietro Giacomo e Giovanni.

In basso i discepoli che, non essendo stati scelti da Cristo per accompagnarlo, invidiosi non riescono a compiere la liberazione del bimbo indemoniato. Il risultato è volutamente esasperato e drammatico, in linea con quanto Raffaello aveva dipinto nell’Incendio di Borgo dell’omonima stanza.

Così si mette in luce ancora di più il Cristo trasfigurato: braccia aperte per ricordare la crocifissione. Colori freddi e cangianti: quanto Michelangelo!

Che vediamo anche nella donna in primo piano di spalle che ricorda la torsione della Madonna del Tondo Doni. Emozioni intense esibite attraverso una mimica esasperata.

Tanti disegni preparatori, che testimoniano la lunga e complessa elaborazione, probabilmente terminato alla morte di Raffaello, dal suo allievo più dotato, Giulio Romano.

I colori, le torsioni, l'esasperazione sono tutti elementi che troveremo, propri grazie agli allievi di Raffaello, nel Manierismo.

Chi sono i due personaggi in alto a sinistra? Sono Felicissimo e Agapito, santi celebrati il 6 agosto, giorno della trasfigurazione. O Giusto e Pastore, santi patroni di Narbonne?

A chi si rivolgono i discepoli in basso? Chi indicano? Secondo una lettura di Ernst Gombrich, indicherebbero san Pietro; i nove discepoli rimasti a terra, non riuscirebbero a compiere il miracolo.

Non solo per l'assenza di Cristo, ma anche per quella di Pietro che qui - sono proprio gli anni della Riforma di Lutero - svolge il ruolo di primatus Petri e dunque primatus papae.

L’opera alla morte di Raffaello non fu collocata in Francia ma in San Pietro in Montorio, luogo del martirio del santo.

La risurrezione di Lazzaro come settimo segno

La signoria sulla morte che Cristo manifesta con la risurrezione di Lazzaro è la prova, pur debole e imperfetta, della signoria che manifesterà con la sua risurrezione. Imperfetta perché Lazzaro, redivivo, morirà di nuovo, mentre Cristo risorto, non muore più.

La risurrezione di Lazzaro è poi anche il settimo segno prima degli eventi della passione, Giovanni, infatti, non parla mai di miracoli, quanto piuttosto di segni. Rispetto agli altri sinottici che abbondano di miracoli (ventotto per l’esattezza) Giovanni ne cita solo sette i quali sviluppano una pedagogia all’ottavo grande segno: la morte e la Risurrezione del Signore Gesù.

SegnoEpisodioRiferimento
Primo segnoNozze di CanaGv 2,1-11
Secondo segnoGuarigione del figlio del funzionario di CanaGv 4,46-54
Terzo segnoGuarigione del paralitico alla piscina di BetzaetàGv 5,1-9
Quarto segnoMoltiplicazione dei paniGv 6,1-15
Quinto segnoGesù cammina sulle acqueGv 6,16-21
Sesto segnoGuarigione del cieco natoGv 9,1-40
Settimo segnoRisurrezione di LazzaroGv 11,1-45

L’arco dei sette segni si estende, appunto dalle nozze di Cana (Gv 2,1-11), il primo dei segni, come afferma lo stesso evangelista, fino a quello di Lazzaro, il settimo segno.

Questo era accaduto all’apertura del libro dei segni, a Cana di Galilea, dove l’acqua era stata mutata in vino perché i discepoli credessero (cfr. Gv 2,11). Lo stesso accade in quest’ultimo segno prima della Passione: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate» (Gv 11,14-15).

Betania, Marta, Maria e Lazzaro

Sulle pendici orientali del Monte degli Ulivi, a pochi chilometri da Gerusalemme, sorge la città di Betania, divenuta celebre per uno dei più significativi miracoli di Gesù: la risurrezione di Lazzaro.

Proprio per questo, Betania (in arabo al-Azariyeh), nonostante il complesso contesto politico, è una meta fondamentale per la tradizione cristiana. Per ricordare il miracolo di Lazzaro, è ancora conservata la chiesa francescana che ricorda la casa di Marta, Maria e Lazzaro, a cui Gesù era legato da una profonda amicizia.

Il racconto che abbiamo ascoltato inizia con alcune frasi che ci fanno entrare, per così dire, nella vita privata di Gesù, nei suoi sentimenti. Gesù aveva degli amici e questi non erano nella cerchia ristretta dei Dodici o nel gruppo appena più ampio che lo seguiva, tra cui un ruolo significativo avevano alcune donne, come riferisce l’evangelista Luca (cfr. Lc 8,2-3), ma erano i componenti di una famiglia di Betania, nella cui casa Gesù probabilmente alloggiava quando andava a Gerusalemme, due sorelle e un fratello: Marta, Maria e Lazzaro.

Che li legasse a Gesù un vincolo di amicizia lo dice il vangelo nelle parole messe in bocca alle sorelle nel messaggio che inviano a Gesù per informarlo della malattia di Lazzaro: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3).

L’espressione che la nostra traduzione rende con “colui che tu ami” ha dietro di sé un verbo greco che non è agapáō ma philéō, il verbo che esprime l’affetto dell’amicizia. Si sarebbe potuto tradurre anche: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”.

Tutto inizia dunque come un dramma familiare, una nube che viene a offuscare la serenità di affetti consolidati. Il grande e prodigioso segno che in seguito avverrà, il culmine dei segni compiuti da Gesù, che erano cominciati a Cana di Galilea (cfr. Gv 2,1-11), si innesta in un contesto di umana quotidianità, la malattia di un amico; una sofferenza che più volte ci ha toccati tutti da vicino.

Nella quotidianità delle nostre relazioni e delle nostre condizioni di vita, nelle vicende gioiose e tristi dei nostri giorni, si manifesta la presenza di Dio e della sua grazia.

Il ritardo di Gesù e il significato dei quattro giorni

La reazione di Gesù di fronte all’annuncio della malattia di Lazzaro è stupefacente. Ci si aspetterebbe che egli si precipiti accanto agli amici e, invece, egli indugia per ben due giorni prima di muoversi.

Sconcertano, a prima vista, anche le parole che egli pronuncia: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4).

Gesù vuole dirci altro, e cioè che nella sofferenza di Lazzaro, che comporta pure la sua morte, si dovrà compiere un mistero in cui si rivelerà il dominio di Gesù sulla morte, il suo potere di vincere la morte e dare la vita.

Sarà la rivelazione su Gesù e quindi la fede in lui a portare a Lazzaro la salvezza e la vita. Che questo sia possibile è spiegato dalla frase che segue immediatamente le parole di Gesù: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5).

Questa volta la traduzione è precisa, perché il verbo greco che sta dietro alla parola “amava” è proprio il verbo agapáō, il verbo che indica l’amore che ha la sua sorgente in Dio. Qui si va oltre l’amicizia: quel che Gesù si appresta a fare è espressione di come egli si pone verso tutti, anche verso di noi, che quindi possiamo aspettarci che Gesù vinca la morte anche per noi.

Questo amore spinge Gesù a mettere in pericolo sé stesso, a recarsi dove è certo che subirà ostilità, là dove avevano già cercato di lapidarlo. Sono passati due giorni, il tempo perché la malattia evolva nella morte, e Gesù dice: «Andiamo di nuovo in Giudea!» (Gv 11,6).

Secondo la tradizione evangelica, in particolare seguendo quanto scritto da Giovanni (Gv 11,1-44), Lazzaro abitava a Betania, insieme alle sorelle Marta e Maria. I tre fratelli erano soliti ospitare Gesù quando quest'ultimo risiedeva a Gerusalemme.

Secondo il racconto di Giovanni, una volta che Gesù venne a conoscenza della malattia di Lazzaro, scelse di trattenersi nel luogo in cui si trovava per due giorni. Al suo arrivo a Betania, Lazzaro era già morto da quattro giorni.

Esisteva allora la credenza giudea che l’anima del defunto potesse vagare fuori dal corpo fino al terzo giorno, ma al quarto giorno il corpo cominciava a decomporsi. Probabilmente Marta si riferiva a questa credenza quando Gesù chiede di togliere la pietra del sepolcro e lei dice che il cadavere manda già cattivo odore.

In base a questo, Gesù avrebbe ritardato il suo arrivo perché voleva davvero chiamare Lazzaro dallo stato di corruzione, vale a dire dallo sheol, la regione dei morti.

Il cammino verso la Giudea

Per un poco il racconto perde di vista Lazzaro e mette in evidenza che la decisione di Gesù possa portare alla sua morte. Certamente egli è cosciente che va a collocarsi in un ambiente che gli è ostile, come lo sono le tenebre, ma Gesù esorta i discepoli a riconoscere in lui la luce in grado di vincere ogni tenebra, e questo può accadere purché la presenza di Gesù prenda posto nel loro cuore.

Al contrario di chi camminando nella notte inciampa «perché la luce non è in lui» (Gv 11,10), occorre che lui, la luce, sia in noi.

La risurrezione di Lazzaro rappresenta un punto di non ritorno per Gesù. Da qui inizia il Suo cammino inesorabile verso il destino che Dio ha voluto per Lui.

Mostrando il Proprio potere davanti ai tanti giudei accorsi per piangere la morte dell’uomo, Gesù rivela se stesso, senza più maschere, senza limitazioni. Da questo momento diventerà un bersaglio per i Suoi nemici.

Sceglie consapevolmente di recarsi in Giudea, sebbene sappia che là lo odiano. I discepoli tentano infatti di dissuaderlo: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (Gv 11,8).

Ma Lui ha già fatto la Sua scelta. Ha atteso due giorni perché la morte di Lazzaro era funzionale a quello che Egli aveva in mente di compiere, era un sacrificio necessario per attivare la fede dei discepoli, per spingerli a credere.

Da qui in poi il Vangelo di Giovanni accelera, come se fosse stato attivato un meccanismo irreversibile, una catena di eventi sempre più ravvicinati e frenetici destinata a culminare con la Passione e la morte di Gesù.

«Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato»

A questo punto torna in gioco la situazione di Lazzaro. Dice Gesù: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11).

Ne nasce un’incomprensione da parte dei discepoli che non capiscono che Gesù, con le parole “dormire” e “svegliare”, intende parlare di morte e risurrezione. Lo stesso era accaduto quando Gesù aveva risuscitato la figlia di Giàiro (cfr. Mc 5,38-42).

Il potere di Dio di far rinascere dalla morte rende la morte una condizione provvisoria agli occhi di Gesù, nulla più di un sonno.

Infine Gesù svela qual è lo scopo di quanto sta accadendo: la fede dei discepoli. Il segno che Gesù compirà dovrà suscitare nei discepoli la fede in lui come sorgente di vita.

I segni ci sono dati non come rimedi alle fragilità della condizione umana, che fragile sempre resterà finché è nel tempo - un giorno anche la vita temporale di Lazzaro avrà un termine -, ma come rivelazioni che aprono alla fede.

Marta e la professione di fede

La scena successiva vede il colloquio tra Gesù e Marta, la sorella di Lazzaro. È un colloquio nella fede, ma di una fede che Gesù deve purificare e completare.

Marta, infatti, si pone di fronte a Gesù pronta a riconoscere in lui un intermediario potente di fronte a Dio, da cui si può attendere qualche gesto che venga a lenire il dolore degli umani.

Marta non sa in che modo questo potrà accadere, dal momento che la morte è già intervenuta a stroncare la vita del fratello, ma può dire a Gesù: «So che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (Gv 11,22).

La risposta di Gesù va ben oltre le attese della donna: «Tuo fratello risorgerà» (Gv 11,23). Marta tenta di ricondurre questa parola di Gesù dentro i termini della sua visione di fede, quella comune tra i farisei del tempo come anche tra la gente comune: la fede nella risurrezione dei morti alla fine dei tempi.

Gesù non nega questa fede, ma chiede che Marta riconosca in lui la sorgente stessa della vita e la garanzia della vita eterna per chi crede: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).

Ad attirare la nostra attenzione sono anzitutto le prime parole, “Io sono”, cioè il nome con cui Dio si era rivelato a Mosè dal roveto ardente (cfr. Es 3,14). L’essere di Dio, di cui Gesù partecipa in quanto Figlio, viene poi specificato come forza di vittoria sulla morte, “risurrezione”, e come sorgente di “vita” eterna.

Gesù ha il potere di dare la vita, e la vita che egli comunica vince ogni morte e proietta l’uomo nell’eternità. Per questo merita che crediamo in lui.

Gesù chiede a Marta di condividere questa fede, e lei lo fa con i titoli con cui la Chiesa dei primi tempi esprimerà la sua fede in Gesù: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27).

Per suscitare questa fede Gesù si appresta a compiere il gesto che riporterà Lazzaro in vita. È la fede che al termine del vangelo viene riassunta dall’evangelista in una formula in cui i titoli cristologici sono illustrati proprio con il potere di Gesù di dare la vita: «Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31).

Credere in Gesù è credere nella vita.

Maria, il dolore e le lacrime di Gesù

Il successivo incontro di Gesù, quello con Maria, l’altra sorella di Lazzaro, che gli va incontro con quanti erano andati a consolare le due donne in lutto, non aggiunge nulla dal punto di vista dell’annuncio della fede in Gesù. Apre invece un nuovo spiraglio nei sentimenti di Gesù.

Sembra che egli si faccia partecipe del dolore di Maria e di quanti sono con lei: «Si commosse profondamente […], molto turbato» (Gv 11,33).

Quel che viene reso in italiano come “commozione profonda”, più esattamente è “collera”, “indignazione”. Gesù non tollera le condizioni in cui il male prende il sopravvento sull’uomo, la morte in modo particolare; la sua è una forte reazione contro ciò che umilia l’uomo fino ad annientarlo.

Colui che ha il potere della vita non può accettare il trionfo della morte; per questo, di lì a poco, agirà. Ma, insieme all’indignazione di fronte alla morte, atteggiamento che Gesù riproporrà al momento in cui raggiungerà il sepolcro (cfr. Gv 11,38), egli ci appare anche interiormente “turbato”, partecipe del dolore che lo circonda.

Al punto che subito dopo condividerà le lacrime di Maria e degli altri, vicino al cuore sofferente degli uomini e alla loro miseria: «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35).

Questo affetto del Signore ha sempre destato lo stupore dei santi e il loro desiderio di ricambiare. San Josemaría si esprimeva così: “Gesù è tuo amico. L’Amico. Con un cuore di carne, come il tuo. Con gli occhi, dallo sguardo amabilissimo, che piansero per Lazzaro. E così come a Lazzaro, vuol bene a te”.

Il sepolcro e la gloria di Dio

Gesù, dopo quattro giorni dalla morte dell’amico, finalmente giunge al sepolcro di Lazzaro, per compiere il miracolo che lo riporterà in vita. È ancora l’indignazione contro il male, contro il potere della morte, che muove Gesù verso il sepolcro.

Una volta giunto là e aver ottenuto che venisse rimossa la pietra che lo chiudeva, le parole che egli rivolge al Padre ci offrono il significato del suo agire: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,41-42).

Quella di Gesù non è una preghiera con cui rivolge una petizione al Padre perché lo esaudisca. Gesù è una cosa sola con il Padre, egli vive con lui un ascolto reciproco perché non ha altro desiderio che la volontà del Padre.

Egli sa che il Padre vuole la vita degli uomini e il gesto che il Figlio sta per compiere su Lazzaro è un segno di questa volontà. Le sue parole non sono quindi per stabilire un legame tra lui e il Padre che c’è sempre, ma servono a rivelare tutto questo a quanti gli sono attorno.

Nel miracolo che sta per compiersi, devono riconoscere in lui il Figlio di Dio, inviato dal Padre a portare la vita agli uomini. Altrettanto importanti sono quindi le parole che Gesù dice poco prima a Marta: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40).

Solo chi crede in Gesù e ne riconosce il potere di dare la vita coglie la presenza di Dio nel mondo, la rivelazione del suo volto, la sua gloria. Gesù è tutto per il Padre e noi, se vogliamo toccare il mistero di Dio, dobbiamo passare attraverso di lui, ora nei segni e poi, nella Passione, nel dono di sé, compimento dell’amore.

«Lazzaro, vieni fuori!»

Giunto sul luogo, Gesù chiede di far rimuovere la pietra che sbarrava l’entrata alla tomba e, con le parole "Lazzaro, vieni fuori!", il defunto uscì dalla tomba.

Il morto uscì, i piedi e le mani legati con le bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberatelo e lasciatelo andare!" (Gv. 11,44).

L’invito che Gesù rivolge a Lazzaro, “Alzati e vieni fuori” (Gv 11,43), è il compimento di quanto da Lui promesso a Marta: “Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno»” (Gv 11,25-26).

Lazzaro è la forma greca del nome ebraico Eleazar, che significa aiuto di Dio. Lazzaro diventa il preludio di ciò che è annunciato da Gesù: “è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv 5,25).

Gesù ha potere sulla morte perché lo ha anche sul peccato, che ne è la causa. Per questo, in qualche modo, le bende che legano e avvolgono Lazzaro rappresentano non soltanto i legami dello sheol, ma anche quelli del peccato.

Fissiamo la nostra attenzione su un particolare: Gesù non interviene direttamente su Lazzaro, ma si avvale della mediazione di altri perché lo sleghino. In questi collaboratori possiamo vedere simbolizzati anche i ministri che nella Chiesa assolvono dai peccati.

Il gesto di Gesù che risuscita Lazzaro mostra fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione, il nostro cambiamento. Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti!

Il Signore è sempre pronto a sollevare la pietra tombale dei nostri peccati, che ci separa da Lui, la luce dei viventi.

Da qui in poi nulla potrà più essere come prima.

Il punto di non ritorno e l’inizio della Passione

In quest’ottica, la Resurrezione di Lazzaro diventa come e più degli altri miracoli una dimostrazione da parte di Gesù della ragione della Sua presenza nel mondo, una dichiarazione d’intenti che diventa anche un messaggio da parte di Dio.

È proprio nel momento in cui Gesù si reca a Betania e resuscita Lazzaro che il Suo destino di compie. Mostrando il Proprio potere davanti ai tanti giudei accorsi per piangere la morte dell’uomo, Gesù rivela se stesso, senza più maschere, senza limitazioni.

Da questo momento diventerà un bersaglio per i Suoi nemici. La scelta di Giovanni di raccontare questo episodio, che appare unicamente nel Vangelo che porta il suo nome, e non è citato negli altri Vangeli, ha un significato più profondo, simbolico e profetico.

La risurrezione di Lazzaro non è dunque soltanto il racconto di un morto riportato alla vita, ma l’ultimo grande segno che prepara la rivelazione piena della morte e della Risurrezione del Signore Gesù.

La risurrezione di Lazzaro nell’arte

La resurrezione di Lazzaro ha ispirato molti artisti nel corso dei secoli. In particolare Caravaggio realizzò nel 1609 uno splendido dipinto che raffigura questo episodio del Vangelo di Giovanni.

L’opera, conservata al Museo Regionale di Messina, venne commissionata all’artista, appena fuggito dalle prigioni di Malta, da un mercante genovese, Giovanni Battista de’ Lazzari.

Si tratta di un quadro dal realismo sconvolgente, circonfuso di un’oscurità cupa, in cui la figura di Lazzaro, investito dalla luce divina evocata dal Cristo, emerge con drammatica bellezza e intensità, le braccia aperte in un gesto che richiama la Croce.

La leggenda vuole che per ritrarre il corpo di Lazzaro il famoso pittore abbia preteso un vero cadavere retto da facchini.

Gesù, recatosi al sepolcro dove era seppellito il suo amico Lazzaro, chiede di togliere la pietra che chiudeva l'apertura e chiama Lazzaro. "Il morto uscì con i piedi e le mani avvolte in bende, e il volto coperto da un sudario, e Gesù disse loro: - Scioglietelo e lasciatelo andare - ." (Giovanni, 11, 38-44).

L'evento miracoloso, commentato con stupore dai discepoli, con devozione dalle sorelle Marta e Maria inginocchiate ai piedi di Cristo, viene sintetizzato emblematicamente nel volto di Lazzaro dalle palpebre e dalla bocca semichisa.

La putrefazione del corpo viene espressa dal discepolo a destra che si copre il naso con il mantello, una figura che Giusto de' Menabuoi imiterà nella scena di analogo soggetto nel ciclo degli affreschi del Battistero della Cattedrale di Padova.

  • Cronologia: XIV, inizio sec.
  • Materiale e Tecnica: Affresco.
  • Dimensioni: Altezza: 203 cm ca.; Larghezza: 217 cm ca.
  • Collocazione: Navata, parete sinistra, registro centrale, III riquadro da destra.
  • Stato di conservazione: Buono.

Raffaello e la Trasfigurazione

Il cardinale Giulio de' Medici, futuro papa Clemente VII, commissiona due grandi pale d'altare per la cattedrale di Narbonne in Francia, era lì cardinale.

Sebastiano del Piombo, Resurrezione di Lazzaro, 1516-19, cm 381 x 290, olio su tela, Londra, National Gallery.

Raffaello, Resurrezione di Lazzaro, 1518-20, cm 410 x 280, tempera grassa su tavola, Pinacoteca Vaticana.

Quindi opere in competizione. Nell'opera di Sebastiano del Piombo c'è tanto Michelangelo, come mostrano il plasticismo e la gestualità.

Nell'opera di Raffaello che la iniziò tardi e non la concluse alla morte c'è tanto di nuovo. Ancora non abbiamo fatto Tiziano, ma la pala Assunta dei Frari a Venezia nel 1518 era finita.

Raffaello, proprio grazie al veneziano Sebastiano del Piombo, l'aveva vista e qui come lì l'opera è divisa in due.

In alto Cristo trasfigurato accompagnato dai profeti Elia e Mosè e ai suoi piedi i discepoli Pietro Giacomo e Giovanni. In basso i discepoli che, non essendo stati scelti da Cristo per accompagnarlo, invidiosi non riescono a compiere la liberazione del bimbo indemoniato.

Il risultato è volutamente esasperato e drammatico, in linea con quanto Raffaello aveva dipinto nell'Incendio di Borgo dell'omonima stanza. Così si mette in luce ancora di più il Cristo trasfigurato, con le braccia aperte per ricordare la crocifissione.

Colori freddi e cangianti: quanto Michelangelo! Che vediamo anche nella donna in primo piano di spalle che ricorda la torsione della Madonna del Tondo Doni.

Emozioni intense esibite attraverso una mimica esasperata. Vedrete come il ragazzino ossesso lo ritroveremo in Caravaggio, Martirio di san Matteo.

Tanti disegni preparatori testimoniano la lunga e complessa elaborazione, probabilmente terminata alla morte di Raffaello dal suo allievo più dotato, Giulio Romano.

I colori, le torsioni, l'esasperazione sono tutti elementi che troveremo, proprio grazie agli allievi di Raffaello, nel Manierismo.

L’opera alla morte di Raffaello non fu collocata in Francia ma in San Pietro in Montorio, luogo del martirio del santo.

La trasformazione della morte nella vita

La Trasfigurazione e la risurrezione di Lazzaro si illuminano reciprocamente. Nella prima, Cristo appare nella gloria che anticipa la Pasqua; nella seconda, la sua parola irrompe nel sepolcro e richiama alla vita un uomo già morto da quattro giorni.

La Trasfigurazione offre la chiave per interpretare la Croce, mentre la risurrezione di Lazzaro offre la chiave per comprendere la potenza della vita che viene da Cristo. In entrambi gli episodi la fede dei discepoli deve passare da una comprensione incompleta al riconoscimento dell’identità di Gesù.

La gloria che i discepoli contemplano sul monte e la vita che Lazzaro riceve davanti al sepolcro convergono nella stessa rivelazione: Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo.

Il racconto di Lazzaro prepara così il passaggio dalla manifestazione dei segni al dono totale della Passione. La luce del Cristo trasfigurato non elimina la Croce, ma la illumina; la voce che chiama Lazzaro fuori dal sepolcro anticipa la vittoria pasquale sulla morte.

Seguendo quanto affermato dalla tradizione orientale, Lazzaro divenne in seguito vescovo di Cipro, luogo in cui poi, in età avanzata, morì definitivamente. Nella cripta della chiesa di Larnaca, a lui dedicata, si trova la sua tomba.

Secondo la tradizione occidentale, invece, Lazzaro si dedicò poi alla predicazione in Francia, assieme alle sorelle Marta e Maria. Secondo questa ipotesi, egli fu anche nominato vescovo di Marsiglia.

noimgs

tags: #resurrezione #di #lazzaro #the #transfiguration