Predicavano l'amore di Dio ai margini delle strade. Ma dietro le chitarre, i canti e il vivere in comunità, si consumava una violenza quotidiana fatta di abusi sessuali, percosse, controllo e manipolazione.
Anche, e soprattutto, sui minori. Loro erano i "Bambini di Dio", membri della setta apocalittica fondata nel 1968 in California dal guru David Berg e poi diffusasi in tutto il mondo, Italia inclusa.
La nascita dei Bambini di Dio
Per molti è passata alla storia come una setta terribile diffusa in tutto il mondo, che dalla California all’Europa fino in Italia, dietro il volto paradisiaco della devozione a Dio e dei canti e predicazioni lungo le strade, ha nascosto per anni un vero e proprio inferno fatto di abusi sessuali, violenze di ogni genere, controllo e manipolazione.
Parliamo della comunità dei “Bambini di Dio”. Chi è stato giovane negli anni ’70 probabilmente li ricorda come una delle tante organizzazioni hippy dell’epoca che predicavano in maniera fanatica e radicale l’amore per Gesù.
E che dagli Usa, dove nascono, si diffondono ovunque arrivando anche nel nostro Paese facendo grande proselitismo. Almeno fino agli anni ’90 quando l’organizzazione, dopo varie denunce in tutto il mondo che fanno emergere le violenze consumate all’interno, fa perdere le sue tracce, cambiando volto e rinnegando il passato.
Alla fine degli anni ’60 il fondatore David Berg - che si fa chiamare Mosé - comincia a predicare in California, inizialmente come pastore evangelico ma poi rompendo con ogni chiesa ufficiale.
Parla di necessaria rivoluzione, di fine del mondo sempre più vicina, di rottura col “sistema” e di un amore sconfinato per Gesù Cristo da dover dimostrare con una totale concessione.
Di anima e corpo. La comunità si allarga in tutto il mondo. E le regole, impartite da Berg tramite lettere in cui lui racconta di profezie comunicategli direttamente da Dio, diventano sempre più ferree.
Controllo della comunità e regole sulla vita privata
E toccano, come mostrano le testimonianze inedite raccolte da Farwest, anche la sfera intima. Non esistono, ad esempio, coppie fisse ma queste vengono decise di volta in volta dal pastore che è capo della singola comune.
“Io sono stata costretta ad avere rapporti sessuali con persone all’interno della comunità - racconta una donna che ha fatto parte dell’organizzazione per dieci anni all’inviato Carmine Gazzanni -. Ho avuto sette figli ma non so chi siano i padri perché i contraccettivi erano vietati”.
Tutto sarebbe ruotato, dunque, intorno al sesso. Anche per raccogliere soldi.
Il flirty fishing e il proselitismo
È così che nasce la pratica del flirty fishing, un vero e proprio adescamento di uomini, una sorta di “prostituzione sacra” utile a fare proselitismo, “ma soprattutto a raccogliere soldi e avere coperture politiche nel caso di indagini giudiziarie”, spiega Amoreena Winkler che all’interno della setta è nata ed è rimasta fino a 17 anni.
C’erano addirittura opuscoli in cui Berg dava dei suggerimenti sugli abiti succinti da indossare, su cosa dire, come porsi, quali locali frequentare.

Violenza fisica e abusi sui minori
E poi ci sono le violenze (“L’adolescente - ricorda Winkler a Farwest - doveva essere legato al letto e picchiato ogni giorno finché non si fosse pentito”) e, soprattutto, gli abusi.
È ancora Winkler (che ha scritto la sua storia in un libro, tradotto in Italia da Fandango: “I Bambini di Dio”) a raccontare la sua storia: “Sono stata abusata dall’età di 4 anni.
Ma non solo dal mio patrigno, un uomo che mia madre aveva adescato, ma anche da altri membri della setta. Avvenivano anche degli scambi di bambini, della serie: io ti do mia figlia e tu mi dai la tua.
L’idea era questa: tutti apparteniamo a Cristo, i nostri corpi non ci appartengono. Anche quelli dei bambini.
Siamo strumenti per mostrare con i corpi l’amore. L’amore di Dio”.
Insomma, violenze e abusi che, secondo le testimonianze raccolte, non sarebbero stati casi isolati proprio perché in qualche maniera teorizzati da Berg.
La diffusione internazionale e la crisi dagli anni Novanta
Come detto, però, dopo la morte di Berg (1994) e dopo la serie di denunce e indagini giudiziarie che sorgono negli anni (ce ne saranno anche in Italia per sfruttamento della prostituzione, ad esempio, ma non si arriverà mai a una condanna), il movimento si eclissa, cambia pelle, rinnega il suo passato.
St 2024/2510 min Con testimonianze inedite di vittime ed ex appartenenti al gruppo, FarWest ricostruisce una storia controversa, non ancora finita.
Svelando in esclusiva come, in realtà, alcuni vecchi membri della setta stiano continuando a fare proseliti.
Le nuove attività di alcuni ex leader
Oggi però se ne torna a parlare. Un’inchiesta realizzata da Farwest, il programma di Salvo Sottile che andrà in onda stasera venerdì 20 giugno (Rai3, a partire dalle 21,30), svela come alcuni dei capi di allora non si siano affatto eclissati ma siano ancora attivi e che, in veste di pastori, continuano ad avere al loro seguito migliaia di seguaci.
Anche in Italia. Ma andiamo con ordine. Per capire questa storia bisogna riavvolgere il nastro.
Ma l’inchiesta di Farwest, realizzata da Carmine Gazzanni, Giulia Paltrinieri, Coralla Ciccolini e Bianca Giammanco, mostra come alcuni dei vecchi leader italiani sarebbero ancora attivi e si sarebbero riciclati come “pastori” capaci di compiere miracoli anche a distanza e pronti a parlare, esattamente come faceva Berg, di una fine del mondo prossima.
Tutto ruota attorno alla figura di tale “Fratello Giuseppe” che, su internet, sebbene non sveli mai il suo nome e non si faccia mai vedere in volto, raccoglie oltre 50mila seguaci.
Ma ci sono anche persone che si sono allontanate e madri profondamente preoccupate per i loro figli perché sarebbero stati plagiati.
Testimonianze, queste, raccolte da Farwest che è riuscita a parlare direttamente con Fratello Giuseppe, chiedendogli conto del suo passato.
Anche perché, chi ha avuto a che fare con lui negli anni all’interno dei Bambini di Dio, oggi racconta: “Sono stata costretta a fare sesso con lui. Non posso escludere che uno dei miei sette figli sia suo”.
Un’altra vicenda: la setta The Truth
Un'inchiesta della Bbc svela accuse di abusi sessuali su minori all'interno di una «chiesa» fondata in Irlanda a fine '800.
Si facevano chiamare «The Truth», la verità, o «Two by Twos», due a due. Una setta cristiana segreta negli Stati Uniti per quattro decenni ha sottratto centinaia di bambini a coppie di genitori.
A procreare erano gli stessi adepti i cui figli venivano dati in adozione ad altri genitori, a volte ad altri membri della chiesa. Secondo la Bbc, sulla vicenda sta ora indagando l'Fbi.
Alcune persone sottratte ai genitori quando erano bambini hanno raccontato di aver subito abusi da parte delle famiglie adottive.
Quattro donne - che all'epoca erano tutte nubili - hanno raccontato alla Bbc di non aver avuto altra scelta che rinunciare ai loro bambini.
Tre di loro temevano di essere cacciate dalla chiesa e destinate all'inferno se avessero rifiutato.
Una spiega di aver subito pressioni per dare il suo bambino a una coppia sposata della chiesa dopo essere stata violentata nel 1988, all'età di 17 anni.
«La mia paura di andare all'inferno era così grande che mi ha costretto a decidere di dare il bambino a questa coppia della setta», ha raccontato.
Un'altra ricorda che non le è stato permesso di vedere la sua bambina prima che le venisse le venisse sottratta per sempre.
Le adozioni forzate e i “Baldwin Babies”
La storia della setta risale al 1897, quando venne fondata da una pastore evangelista.
La Bbc ha parlato anche con sei persone date in adozione da neonati tra gli anni Sessanta e Ottanta.
Una donna denuncia di essere stata maltrattata fisicamente ed emotivamente durante i primi anni di vita.
I bambini dati forzatamente in adozione venivano chiamati in tutti gli Stati Uniti «Baldwin Babies» (neonati di Baldwin) dal nome del medico della setta che ne decideva il destino.
E il cui figlio, Gary Baldwin, ha detto alla Bbc che il numero esatto delle adozioni non è noto perché i registri sono stati distrutti ma che si stima siano circa 200.
Si stima che i membri della setta siano 10.000.
Poiché The Truth non ha un leader ufficiale, la Bbc ha contattato sei dei suoi attuali funzionari più anziani, noti come «supervisori», per un commento.
E un supervisore contattato ha dichiarato che tutte le adozioni di cui è a conoscenza erano state effettuate «attraverso canali legali» e di aver sentito «alcune belle storie».
Un arresto in una comunità evangelica in Trentino
Un ex pastore di 83 anni appartenente alla chiesa evangelica è stato arrestato dalla squadra mobile della questura di Trento per aver molestato una bambina di 7 anni.
L'uomo, indagato per atti sessuali con una minorenne e che ora si trova ai domiciliari, avrebbe approfittato della piccola nel periodo in cui lei e la famiglia, originaria del Camerun, sono stati ospitati, dal dicembre 2022, nella comunità con sede in Trentino.
L'inchiesta è nata dopo che una volontaria della Caritas ha segnalato ai servizi sociali che il padre della piccola, durante una confidenza, le aveva raccontato delle molestie.
Abusi nelle organizzazioni religiose e responsabilità istituzionali
Il 6 gennaio del 2002 «The Boston Globe» usciva con un titolo sparato in prima pagina a caratteri cubitali: «La Chiesa ha permesso per anni abusi da parte dei preti».
Lo scandalo che sorse allora non si è più fermato. In questi vent’anni la Chiesa è stata profondamente travagliata dalla pedofilia, sorta di male incurabile diffuso tra le file dei chierici, un fenomeno che ha assunto, dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa e nel mondo, le dimensioni di una vera epidemia.
Resisi conto della gravità dell’accaduto, i vescovi statunitensi avevano prontamente reagito convocando a giugno una Conferenza episcopale a Dallas, che si pronunciò per una vigorosa azione di risanamento, affidando a un importante studio di criminologia, il John Jay College of Criminal Justice della New York City University, la stesura di un rapporto sugli abusi sessuali i cui risultati furono resi noti nel febbraio del 2004.
La linea di fermezza promossa dalla Conferenza episcopale statunitense si esaurì per le resistenze dell’ala tradizionalista e conservatrice del clero, ma da allora la richiesta di delineare un quadro dettagliato dell’abuso clericale sui minori ha sempre accompagnato la progressiva emersione del problema su scala globale.
La dimensione internazionale dello scandalo
Se infatti al tempo di Giovanni Paolo II la Curia poteva ancora sostenere che gli abusi sui minori fossero un fenomeno essenzialmente statunitense, Benedetto XVI da subito (2005) dovette confrontarsi con l’esplosione del caso irlandese.
Una serie di inchieste governative, confluite nei rapporti Ferns, Ryan e Murphy, produssero nell’opinione pubblica di uno dei Paesi più cattolici del mondo uno shock enorme, che causò una vistosa diminuzione del numero dei sacerdoti e cattolici praticanti.
Il problema però, come si vide bene nel 2010, non era solo irlandese.
In quell’anno, che può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa, si registrò la più grande serie di scandali del cattolicesimo moderno, capaci di coinvolgere numerosi cardinali, decine di vescovi e migliaia di preti e religiosi.
La progressione dei casi rivelati di pedofilia si fece incalzante: dalla Svizzera al Belgio, dal Regno Unito ai Paesi Bassi, dall’Austria alla Germania, dappertutto si verificò un’esplosione di segnalazioni, che segnarono duramente la fase terminale del pontificato di Ratzinger e contribuirono forse a spingerlo alle dimissioni.
Il 2010 può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa: la progressione di casi rivelati di pedofilia si fece incalzante e furono coinvolti cardinali, vescovi, preti e religiosi.
Ma intanto il tema della pedofilia aveva varcato i confini europei.
Se nel caso australiano una commissione governativa dimostrava la consistenza, ampiezza e durata del fenomeno (di recente si è mossa anche la Nuova Zelanda), lo scandalo della pedofilia ecclesiastica si è propagato in tutta l’America Latina, trasmettendosi come un’onda sismica avvertita negli episcopati cileno, brasiliano, colombiano, argentino, ecuadoregno, costaricano, peruviano, e perfino in quello del piccolo San Salvador.
Da allora taluni episcopati europei hanno preso l’iniziativa di promuovere indagini: è stato il caso della Polonia e poi della Chiesa francese.
Le indagini in Francia, Portogallo e Germania
Quest’ultima, nel 2018, ha deciso di avviare un’inchiesta, diretta da un alto funzionario statale cattolico, Jean Marc Sauvé, che nel dicembre scorso ha consegnato il suo rapporto, suscitando enorme clamore per aver rivelato un fenomeno di grande ampiezza (300 mila vittime).
Nel gennaio di quest’anno, poi, anche la Chiesa portoghese si è mossa in questa direzione, avviando un’indagine che è in corso.
Negli stessi giorni, in Germania, vi è stato l’annuncio dei risultati dell’inchiesta promossa nelle sedi di Frisinga e di Monaco (centinaia di abusi perpetrati dal 1945 al 2019; dozzine di chierici coinvolti), con l’accusa mossa a Ratzinger di avere insabbiato alcuni casi al tempo in cui era arcivescovo della diocesi bavarese.
Il papa emerito si è difeso in modo assai confuso, senza fugare i gravi sospetti di negligenza o di complicità.
Le resistenze alle indagini in Spagna e in Italia
In altri contesti però gli episcopati sono riluttanti a mappare la questione: nel caso spagnolo, malgrado un’inchiesta condotta da «El País», la Chiesa locale non appare intenzionata a promuovere un’indagine, che - taluni vescovi temono - potrebbe travolgerla.
Similmente, nel caso italiano, si osserva una forte resistenza all’apertura di un’inchiesta per valutare ampiezza e gravità di un fenomeno che potrebbe avere dimensioni ancora maggiori di quelle di altri paesi.
Certo, è passato del tempo dal 2010, anno in cui il segretario della Cei, Giuseppe Betori, poteva dichiarare impunemente che la pedofilia tra le fila del clero è un «fenomeno estremamente limitato»: grazie soprattutto all’azione di papa Francesco, l’orientamento culturale è significativamente mutato.
Ora anche nella Cei v’è chi si ripromette di lanciare un’indagine conoscitiva interna, ma tutto è stato rimandato a maggio, quando chi sostituirà Gualtiero Bassetti dovrà decidere il da farsi.
A sollecitare un’inchiesta indipendente, pubblica e non condizionata dalle cautele dell’episcopato italiano, affidata a una commissione autorevole, è adesso un coordinamento di associazioni, in gran parte cattoliche, alcune delle quali, fin qui non troppo visibili, riuniscono le vittime degli abusi che hanno rotto il silenzio (Rete l?Abuso, Comitato Vittime e Famiglie).
Del coordinamento, che ha ricevuto l’appoggio di «Left» e dell’agenzia di stampa Adista - punto di riferimento dei fedeli più progressisti - fanno parte l'Osservatorio interreligioso dulle violenze contro le donne e Donne per la Chiesa.
In modo significativo, il comunicato che ha chiesto a gran voce di avviare l’inchiesta, emanato il 12 febbraio di quest’anno, tre giorni prima della presentazione pubblica dell’iniziativa, si è avvalso dell’hashtag #ItalyChurchToo, con riferimento alla campagna mondiale contro la violenza sulle donne (#MeToo) che ha riscosso successo partendo dagli Stati Uniti.
I promotori ricordano che ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica.
Ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno della pedofilia non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica.
Il problema del silenzio e della tutela delle vittime
Negli stessi giorni è stata resa nota su «Domani» una lettera del 2015, vergata dall’allora segretario e ora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria, che ha contribuito a suscitare indignazione, nonostante la distrazione di una parte della stampa italiana intorno a questo tema.
Nella missiva, infatti, si suggeriva all’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin di intervenire nel caso di don Bernard Preynart, che avrebbe travolto i vertici della diocesi francese, ma senza suscitare scandalo.
«Scandalo» è la parola che torna in documenti analoghi che l’ex Sant’Uffizio - investito da secoli delle materie di adescamento sessuale del clero, e dunque anche dei peccati e delitti di pedofilia - ha indirizzato ai pastori d’anime di tutto il mondo, Italia compresa.
Essa ci ricorda che il diritto canonico continua a mettere al riparo le colpe occulte, dei laici e del clero, tentando di risolverle e di riconciliarle senza clamore (e senza imporre la denuncia al magistrato civile).
È una lunga storia, quella del segreto e della prassi penitenziale dei tribunali della Chiesa, che abbiamo provato a raccontare in un libro (Peccato o crimine. La Chiesa di fronte alla pedofilia, Laterza, 2021), cercando di mettere in luce come oggi l’opinione pubblica non sia più disposta a comprendere e a tollerare le norme canoniche, che appaiono come astute regole di tutela corporativa che coprono diffuse abitudini sessuali del clero in spregio alle vittime (le vittime fragili e non consenzienti di un abuso sentito come particolarmente grave perché tocca l’infanzia e l’adolescenza).
Eppure, come si legge nel Vangelo (Mt 18,7; Lc 17,1), occorre che lo scandalo accada, che venga alla luce; e guai a chi lo provoca.
Guai a chi tenta di tenerlo lontano dai riflettori, lasciando le vittime da sole.
Perciò l’iniziativa di questa rete di associazioni ci sembra importante, e non deve essere lasciata cadere nel silenzio né stravolta con un’inchiesta interna della Cei.
Perché anche in Italia, nel giardino di casa dei papi, si faccia piena chiarezza sull’entità di comportamenti che per troppo tempo la Chiesa ha faticato ad avvertire come criminosi.
Violenza di genere, prevenzione e responsabilità educativa

Roma (NEV), 13 settembre 2023 - Sono 79 le donne ammazzate da inizio anno.
Non sono cadute sul lavoro, per malattia o per incidenti, ma per mano di uomini, spesso ex mariti o ex compagni.
Per non parlare degli stupri. I numeri della violenza maschile non cambiano, nonostante il cosiddetto “Codice rosso” sia in vigore da quattro anni (parliamo della Legge per la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere del 19 luglio 2019, n. 69).
“La strage in Italia continua, mentre il governo si muove soprattutto con una logica repressiva e sulla spinta emotiva di terribili fatti di cronaca.
Ad esempio, quelli di Caivano che stanno portando a un inasprimento delle pene per i più giovani.
Nel mentre il disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei Ministri in data 7 giugno 2023 - in cui sarebbero previste norme più rigorose per contrastare il fenomeno dei femminicidi - non chiarisce dove saranno presi i finanziamenti per sostenere quanto in esso previsto.
E cioè come e quando verranno formati magistrati specializzati in materia e se vi sarà un maggior sostegno finanziario ai centri antiviolenza, che a me pare essere un elemento imprescindibile”.
Lo ha dichiarato la pastora Mirella Manocchio, presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI).
Da quanto accaduto dal 2019 - data di approvazione del “Codice Rosso” - ad oggi, prosegue Manocchio, “pare chiaro che agire preminentemente sul lato punitivo e securitario non sia sufficiente per aggredire il fenomeno.
E non produce effetti a lungo termine”.
La FDEI continua a ribadire che “la violenza sulle donne e il femminicidio sono la punta dell’iceberg di un fenomeno strutturale della nostra società.
Sono l’espressione estrema di una cultura patriarcale che attanaglia sia le singole coscienze, senza esclusioni di classe sociale, sia le istituzioni, come si nota da alcune motivazioni di giudici che assolvono o riducono la pena per atti di violenza sulle donne addossando a costoro la colpa.
Più o meno come accadeva nel passato.
Ci sembra che poco o nulla sia cambiato in merito alla questione culturale su cui poggiano e di cui vivono atteggiamenti pregiudizievoli e lesivi, discriminazioni e violenze contro le donne.
Possesso e predominio, non accettazione del diverso in tutte le sue espressioni, sono alla base di questa mentalità.
Riteniamo che, invece, si debba partire dalle famiglie e dalla scuola, dai luoghi di lavoro e di socialità per operare un cambiamento radicale!
Il ruolo delle comunità e dei centri antiviolenza
Noi donne evangeliche che ci riconosciamo nella FDEI non possiamo accettare questo status quo.
Pertanto, ci siamo impegnate fra l’altro a far ripartire in Italia la campagna del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) dei ‘giovedì in nero’, per sensibilizzare in primis anche le nostre chiese al tema.
Inoltre, stiamo lavorando per sviluppare materiali di studio (ad esempio il libretto dei 16 giorni contro la violenza che uscirà a ottobre).
Nei prossimi mesi, inoltre, organizzeremo incontri territoriali, convegni e collaborazioni”.
La FDEI propone iniziative specifiche sul tema delle discriminazioni e dei ricatti sessuali in ambito lavorativo.
Sul fronte educativo, la FDEI sostiene percorsi di formazione per minori e adulti nelle chiese, con l’obiettivo di dare attenzione alla giustizia di genere e al rispetto delle donne e di ogni persona nella sua unicità.
Cosa altro si può fare, concretamente?
Abbiamo chiesto un commento anche a Manuela Vinay, responsabile Otto per mille alla Chiesa valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi.
“La categoria ‘contrasto alla violenza di genere’ è una di quelle per le quali riceviamo, ahimè, molte richieste di supporto - ha detto Vinay -.
Nel 2022 abbiamo finanziato 40 progetti per lo più di centri antiviolenza che, come sappiamo, sono un punto di riferimento fondamentale per le donne che subiscono violenza.
Oltre agli aspetti legati a come sottrarre le donne dalla situazione di violenza, i centri sono importanti anche per le opportunità che riescono a dare.
Dal permettere alle donne di rifarsi una vita, alla possibilità di una nuova situazione abitativa dignitosa e sicura.
Finanziamo inoltre anche delle organizzazioni che lavorano sul recupero di uomini che hanno maltrattato le donne.
Siamo particolarmente convinti che serva anche questo tipo di lavoro.
La violenza sulle donne è frutto di una mentalità maschilista legata all’idea del possesso.
Finché non lavoreremo per sradicare questo paradigma non riusciremo ad uscirne”.
Il Codice rosso e la tutela giuridica
“Codice rosso” La Legge per la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere n. 69 ha inasprito le pene.
Ad esempio, sono previsti fino a 14 anni di carcere per la violenza sessuale di gruppo.
Sono aumentate anche le aggravanti, come quelle per reati commessi su minori.
Inoltre, il Codice rosso prevede tempi più rapidi e procedure più efficaci per le denunce.
Infine, introduce 4 nuove fattispecie di reati.
- Delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate. Pena: carcere fino a 6 anni e multe fino a 15mila euro.
- Deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso. Il reato è sanzionato con la reclusione da 8 a 14 anni o con l’ergastolo in caso di morte della vittima.
- Costrizione o induzione al matrimonio. Anche se il fatto è commesso all’estero da o in danno di un cittadino italiano o di uno straniero residente in Italia. Pena: carcere fino a 5 anni.
- Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Pena: carcere fino a 3 anni.
Molte donne, fra l’altro, non sanno di poter chiedere l’avvocato gratuito da parte dello Stato.
Come spiega Valerio de Gioia, giudice penale del Tribunale di Roma su Donna Moderna: “Va ricordato che non è obbligatorio avere un legale per sporgere denuncia come persona offesa.
Inoltre, a prescindere dal reddito, si ha diritto al patrocinio a spese dello Stato.
È l’unica categoria di reato, quella per violenza di genere e domestica, per cui c’è questa possibilità”.
Prima ancora che entrasse in vigore, il Codice rosse aveva ricevuto diverse critiche.
Poco si è fatto per la prevenzione della violenza e per stanziare risorse a tutela delle sopravvissute.
“Le obiezioni sostanziali espresse nel corso delle audizioni non sono state prese in considerazione da un testo governativo blindato, che riflette una percezione della violenza contro le donne come fenomeno emergenziale da affrontare esclusivamente con misure penali e securitarie.
Nonostante i fatti dimostrino ampiamente che si tratta di una manifestazione strutturale della disparità di potere tra uomini e donne” aveva dichiarato Lella Palladino, presidente dell’Associazione Donne in rete contro la violenza (Dire).