Secondo i puritani, la Chiesa d’Inghilterra doveva essere “purificata” da tutte le forme, le pratiche e le strutture che non trovavano un fondamento diretto nelle Sacre Scritture. Il loro obiettivo era annullare i compromessi con il cattolicesimo promossi dalla Riforma sotto Enrico VIII ed Elisabetta I d’Inghilterra.
Il puritanesimo fu un movimento sorto nell’ambito del protestantesimo calvinista inglese durante il XVI secolo, con l’intento di riformare la Chiesa d’Inghilterra secondo il modello calvinista. I puritani contrapponevano alla struttura episcopale anglicana un sistema presbiteriano fondato sull’autorità degli “anziani” eletti direttamente dai fedeli e insistevano sulla necessità di vincolare il culto e la vita ecclesiale agli insegnamenti biblici.
Che cosa significava “purificare” la Chiesa
Storicamente, la parola è stata utilizzata dagli anglicani con un significato dispregiativo per caratterizzare le comunità evangeliche radicali. Il puritanesimo fu fondato da alcuni protestanti di orientamento calvinista dopo l’incoronazione di Elisabetta I d’Inghilterra nel 1558, indicando la corrente che si opponeva al compromesso tra cattolicesimo e anglicanesimo.
Il puritanesimo non è mai stato ristretto a una setta, può essere piuttosto considerato uno stato dello spirito che ha permeato varie congregazioni, religiose e non. Sviluppatosi in riferimento al pensiero zwingliano e calvinista, ha come elementi più importanti l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio, la necessità di un rapporto diretto con il Signore, l’idea della predestinazione e della giustificazione per fede, il rifiuto della Chiesa di Stato e la libera predicazione.
Il termine p. divenne appunto sinonimo di rigoroso e intransigente programma riformatore, finalizzato a liberare la Chiesa dal controllo politico (a purificarla), ad allontanarla cioè dall’influenza della Corona, mediata dalla gerarchia episcopale anglicana (struttura di potere che rappresentava la più importante eredità del cattolicesimo).
Il quadro storico in cui nacque il p. fu quello dei processi di riassetto della nuova Chiesa nazionale d’Inghilterra, frutto dello scisma anglicano (1534), atto di nascita di una nuova figura di monarca. A partire da Enrico VIII il sovrano era divenuto primate della Chiesa inglese, coadiuvato, in questo ruolo, dall’arcivescovo di Canterbury.
A questa impostazione, il p. contrapponeva il progetto presbiteriano, ossia la creazione di un organo ecclesiastico supremo: un consiglio di anziani espresso unicamente dalla comunità dei fedeli. Secondo i puritani la chiesa doveva essere svincolata dal potere politico in quanto Cristo è il solo capo della chiesa.
Le pratiche considerate non bibliche
Infatti, l’obiettivo dei puritani era quello di riformare la chiesa anglicana, poiché secondo loro doveva essere “purificata” da alcuni rituali e strutture ancora vicine alla chiesa cattolica, come ad esempio:
- l’uso di paramenti e vesti liturgiche (come cotte e stole), considerate inutili e simbolo di formalismo;
- le cerimonie elaborate e solenni, viste come distrazioni dalla vera fede;
- segni e gesti rituali, come il segno della croce o l’inginocchiarsi in momenti prestabiliti;
- feste religiose tradizionali, ritenute non fondate direttamente sulla Bibbia;
- preghiere fisse e libri di preghiera, in particolare il Book of Common Prayer, perché non lasciavano spazio a una preghiera spontanea e personale.
Nel 1563 alcuni prelati, tra cui Thomas Cartwright, Walter Travers e William Perkins si opposero sia all’uso, da parte degli ecclesiastici, del cappello e toga nella vita giornaliera e della cotta in chiesa, sia all’uso del segno della croce e alla musica d’organo in chiesa.
Nel periodo elisabettiano, infatti, la nomina regia dei vescovi e il controllo rigoroso dei pulpiti, limitano fortemente l’idea protestante. La religione sembra incidere sulla vita del Paese solo in quanto strumento di controllo politico e sociale.
Il potere accentrato e coercitivo delle autorità ecclesiastiche, contravvenendo in modo significativo a quello che è uno degli aspetti fondanti della stessa Riforma, tende ad annullare il valore che ha acquisito l’individuo nella prospettiva luterana e calvinista.
Il puritanesimo, comunque, durante il regno di Elisabetta I, riesce a esprimersi senza incorrere in drastiche disposizioni governative. L’intelligenza politica della regina, la sua arte del compromesso e l’incombente pericolo spagnolo contribuiscono, infatti, a non esacerbare le rispettive posizioni.
Il principio regolativo del culto
Il punto principale del Puritanesimo era la suprema autorità di Dio sulle questioni umane, particolarmente nella chiesa, e specialmente come espresso nella Bibbia. Questa visione li condusse a ricercare la conformità individuale e collettiva agli insegnamenti biblici, e ciò li condusse ad inseguire la purezza morale fino al più piccolo dettaglio così come la purezza ecclesiastica al più alto livello.
A livello del corpo ecclesiastico, i Puritani credevano che il culto della chiesa avrebbe dovuto essere strettamente regolato da ciò che è comandato nella Bibbia (principio regolativo del culto). I puritani condannavano come idolatria molte pratiche di adorazione, che i loro avversari difendevano con la tradizione, ignorando l’antichità di tali pratiche o il fatto che la loro adozione fosse ampiamente diffusa fra tutti gli altri cristiani.
Come alcune chiese riformate nel continente europeo, le riforme puritane erano caratterizzate da pochissimi rituali e decorazioni e da un’evidente enfasi sul sermone. Essi eliminarono l’utilizzo di strumenti musicali nelle loro pratiche di culto, per diverse ragioni teologiche e pratiche.
Fuori dalla chiesa comunque i puritani erano abbastanza appassionati della musica e la incoraggiarono in alcuni casi. La semplicità nel culto, l’esclusione di paramenti sacri, immagini, candele e altri oggetti costituivano alcune delle loro più importanti opinioni.
Le celebrazioni liturgiche, dovevano essere caratterizzate dalla massima semplicità e austerità. In particolare: enfasi sul sermone del sacerdote dopo le letture, abolizione di canti e di strumenti musicali, rifiuto di decorazioni, di sculture e di immagini sacre.
Persino le rappresentazioni teatrali e le feste pubbliche erano vietate, per motivi dedotti da interpretazioni teologiche distorte. I puritani si opponevano con forza alle feste e alle rappresentazioni teatrali che avevano caratterizzato l’epoca elisabettiana.
La Bibbia come unica guida della vita religiosa
La Chiesa come organizzazione unificatrice va perdendo la sua presa a vantaggio dell’individuo; i puritani stanno snaturando il suo ruolo di mediatrice tra Dio e il fedele, professando la necessità che ogni uomo instauri un dialogo diretto con il Creatore.
Bisogna arrivare a conoscere il proprio stato di grazia di fronte al Signore, e questo è possibile solamente per mezzo dell’introspezione. Se l’uomo deve imparare a conoscersi, a conoscere Dio e la realtà quotidiana, deve però possedere gli strumenti per farlo.
Perciò, per il puritano, l’assidua e attenta lettura della Bibbia costituisce l’esperienza culturale fondamentale. L’esigenza della lettura personale chiama in causa la capacità di leggere, che non può essere negata ad alcuno poiché tutti debbono avere la possibilità di ricorrere direttamente, senza intermediari, alla Verità delle Sacre Scritture.
Inoltre, la Bibbia, letta e interpretata direttamente dai fedeli, doveva diventare l’unica guida della vita religiosa. I puritani affermavano perciò la libertà da parte di ogni uomo di aderire o no ad una religione.
Il controllo del sistema educativo e l’ideazione di un piano d’istruzione universale sono, dunque, tra le grandi preoccupazioni del puritanesimo che, a tale fine, investirà sempre rilevanti risorse intellettuali ed economiche.
Oltre a promuovere l’educazione laica, per i puritani era molto importante che i pastori fossero colti e a passo con i tempi, che potessero leggere la Bibbia nelle versioni originali in greco, ebraico e aramaico, che conoscessero la tradizione della chiesa antica e moderna e i saggi degli eruditi che erano molto spesso scritti in latino.
Perciò molti dei loro ecclesiastici intrapresero studi rigorosi alle Università di Oxford o di Cambridge prima di ricevere l’ordinazione. I loro passatempi consistevano nel discutere la Bibbia e le sue applicazioni pratiche, così come la lettura dei classici come Cicerone e Virgilio e incoraggiarono la composizione di poesie di argomento religioso.
La morale individuale e la disciplina della comunità
L’affermazione della potentissima e suprema volontà di Dio sulle questioni umane spinse i puritani a ricercare la purezza morale in ogni loro azione. Per loro, ogni persona doveva essere continuamente riformata dalla grazia di Dio, in modo tale da poter combattere contro le tentazioni del peccato.
A livello individuale, i puritani enfatizzarono che ogni persona avrebbe dovuto essere continuamente riformata dalla grazia di Dio per combattere contro il peccato insito nell’uomo e fare ciò che è giusto davanti a Dio. Una vita umile ed obbediente sarebbe adatta ad ogni cristiano.
I puritani credevano che se il fedele avesse avuto fede in Cristo e nella sua opera si sarebbe salvato. Per loro, la fede non era limitata alla sfera spirituale, ma investiva ogni aspetto dell’esistenza: Dio era al centro della vita individuale e collettiva e l’uomo aveva il dovere di dimostrare la propria devozione attraverso comportamenti corretti, sobri e disciplinati.
Il lavoro era visto come una vocazione, un mezzo per onorare Dio, mentre l’ozio e il lusso erano considerati segni di corruzione morale. La società puritana era regolata da norme severe.
Il comportamento pubblico e privato veniva costantemente osservato, e chi si discostava dai principi condivisi poteva essere punito. L’abbigliamento doveva essere semplice, le feste limitate, i divertimenti controllati.
Questa disciplina aveva lo scopo di mantenere la comunità “pura” e fedele ai dettami religiosi, ma spesso sfociava in un forte conformismo e in una ridotta tolleranza verso le differenze. Questa visione li condusse ad inseguire la purezza morale ed ecclesiastica fino al più piccolo dettaglio.
La sessualità, il teatro e la letteratura
La sessualità era considerata un tabù, aspetto che si ritrova anche nel periodo vittoriano due secoli dopo, in Inghilterra. I puritani manifestavano sentimenti di orrore e di avversione verso le pulsioni sessuali.
L’adulterio era considerato un peccato gravissimo, molto più grave sia del furto che dell’omicidio. La produzione letteraria, sia in prosa che in poesia, era guardata con sospetto, soprattutto se in essa vi erano tematiche e argomenti non attinenti con la Bibbia.
La loro spiritualità era basata sulla valorizzazione dell’interiorità e della morale; inoltre essi si opponevano con forza alle feste e alle rappresentazioni teatrali che avevano caratterizzato l’epoca elisabettiana.
Sotto il protettorato di Oliver Cromwell in Inghilterra vennero chiusi tutti i teatri e i luoghi di divertimento. La condanna non riguardava soltanto la forma artistica, ma anche l’idea che lo spettacolo, la festa e il divertimento potessero sottrarsi alla disciplina morale e religiosa della comunità.
Religione, autorità e organizzazione ecclesiastica
Un’altra importante distinzione era l’approccio puritano alle relazioni fra chiesa e stato. Essi si opponevano all’idea anglicana della supremazia del monarca nella chiesa (erastianismo), e, come Calvino affermavano che l’unico capo della Chiesa celeste o terrena è Cristo (non il papa o l’arcivescovo di Canterbury).
Comunque, credevano che i governi secolari fossero responsabili davanti a Dio (non attraverso la Chiesa, ma a fianco di essa) e che avessero il compito di proteggere e ricompensare la virtù, inclusa la “vera religione”, e punire chi sbagliava - una politica che si può descrivere più come di non-interferenza piuttosto che di separazione fra chiesa e stato.
La forte connotazione presbiteriana dei puritani, unita al grande peso che vanno assumendo nella loro teologia la predestinazione e la giustificazione per fede, impensieriscono sempre più Giacomo I e Carlo I.
Il timore di Giacomo I che “niente vescovo” significhi “niente re” va prendendo corpo. È chiaro quanto sia importante avere il controllo delle piazze facendo perno sui pulpiti e sull’unità dei fedeli all’interno di una sola grande Chiesa: il puritanesimo invece sta minando il sistema.
Quando Giacomo I salì al trono nel 1603, i puritani scrissero la Millenary Petition (Petizione Millenaria), con la quale chiedevano nuove riforme e indissero nel 1604 una conferenza a Hampton Court, sotto la presidenza del re.
Giacomo I però, convinto che l’eliminazione dei vescovi portasse alla successiva eliminazione del re (celebre la sua frase “No bishop, no king”, “Nessun vescovo (equivale a) nessun re”), non appoggiò le richieste puritane; tuttavia concesse l’autorizzazione alla pubblicazione di una versione della Bibbia, denominata Authorised Version (versione autorizzata) o King James Bible (Bibbia di re Giacomo).
La persecuzione sotto gli Stuart
Ben diversa è la situazione dopo la morte di Elisabetta I. Giacomo I Stuart e il figlio Carlo I, di fronte alla crisi d’instabilità provocata da una forte mobilità sociale e da una significativa ridistribuzione della ricchezza, reagiscono tentando di limitare i cambiamenti e di ripristinare l’antico ordine sociale.
Il deteriorarsi dei rapporti tra i ceti produttivi e la corte, l’aggravio fiscale provocato dai provvedimenti regi, spesso incostituzionali, che divengono sempre più frequenti durante il regno di Carlo I, l’intervento della corona in materia economica, con la creazione di vari monopoli, sono tutti elementi che aumentano i disagi sociali, e questi finiscono per coincidere con i già gravi dissidi religiosi.
L’arcivescovo di Canterbury, William Laud, di tendenze arminiane e filocattoliche, in accordo con Carlo I, decide allora di seguire la linea dell’intransigenza e molti predicatori puritani, perseguitati con sempre maggiore veemenza, sono costretti all’esilio.
Successivamente i puritani vennero perseguitati dall’arcivescovo di Canterbury, William Laud e quindi dal re Carlo I e costretti ad emigrare in Olanda e nel New England, dove formarono uno dei nuclei dei futuri Stati Uniti d’America.
Nel 1620 un nutrito gruppo di puritani, rifugiati già da dodici anni a Leida, emigrano, a bordo del Mayflower, verso la Nuova Inghilterra, dove fondano una comunità. Solo nel 1630, però, a seguito dei provvedimenti regi, queste emigrazioni si faranno più frequenti; e il viaggio assume una valenza simbolica.
Dalla riforma religiosa alla rivoluzione politica
Il puritanesimo rappresentò in origine, in un ambito esclusivamente teologico ed ecclesiale, il tentativo di riorganizzare la Chiesa inglese sul modello riformato svizzero, calvinista in specie.
A partire dalla missione del pastore T. Cartwright, le rivendicazioni religiose dei puritani avevano assunto connotazioni politiche sempre più marcate e radicali. Negli anni Venti del 17° sec. il p. era ormai divenuto una realtà culturale, religiosa e politica molto variegata, da cui scaturirono anche ideologie antiassolutiste e di chiaro stampo repubblicano.
Quando nel 1629 Carlo I scioglie d’autorità il Parlamento, senza più convocarlo per undici anni, si approfondisce ulteriormente lo scarto tra le forze produttive del Paese e la corte.
Nel 1640, agli esordi di quella che passerà alla storia come rivoluzione puritana per alcuni, rivoluzione borghese per altri, il re commette l’ennesimo errore: nel tentativo di imporre il proprio controllo sulla Chiesa riformata scozzese provoca una reazione armata.
Il 3 novembre 1640 si riunisce quello che verrà chiamato il Lungo Parlamento e da questo momento, sino al 1660, protagonisti della politica inglese saranno i puritani, che contano tra le forze parlamentariste numerosi seguaci.
Le dottrine teologiche e le istanze sociali ed economiche entrano a far parte di uno stesso programma. L’uguaglianza davanti al peccato diviene uguaglianza degli uomini di fronte alla legge, la libertà di coscienza si trasforma in libertà costituzionale.
In madrepatria la conquista di significativi spazi in Parlamento (1628-29) fu inoltre opera di abili leader fra i quali si impose O. Cromwell, protagonista di un processo politico che portò all’abolizione dell’episcopato e della liturgia anglicana (1643-46) e della Camera dei lord, e alla proclamazione del Commonwealth (guidato dallo stesso Cromwell).
L’azione di contrasto al p. fu una delle cause della prima rivoluzione inglese (1642-49), guerra civile che si concluse con la decapitazione di Carlo I Stuart (1649) e la momentanea abolizione della monarchia a opera di un parlamento dominato dai puritani.
Le divisioni interne e la Restaurazione
Ma ciò causa, anche, un processo di disgregazione: si forma un numero sempre maggiore di congregazioni e ognuna con un proprio teorico. Quelle più radicali reclamano riforme sociali di spirito democratico e una totale libertà religiosa, ma per i moderati presbiteriani ciò costituisce il primo passo verso l’anarchia e l’anomismo.
Oliver Cromwell riesce a tenere in equilibrio le forze in campo, ma alla sua morte si assiste al crollo di quel puritanesimo che già da tempo si era trasformato da movimento religioso in movimento politico.
I moderati favoriscono così, per paura dell’opposizione radicale, la restaurazione monarchica, chiamando sul trono Carlo II, figlio del re decapitato. Il nuovo Parlamento, detto il Parlamento dei Cavalieri, fortemente episcopalista, sembra dimenticare l’aiuto ricevuto, nei momenti cruciali, dai puritani moderati e convince Carlo II a promulgare l’Atto di uniformità.
Con l’ascesa al trono di Carlo II e la successiva restaurazione della monarchia inglese nel 1660 i puritani vennero nuovamente perseguitati dalla chiesa anglicana e chiamati non-conformisti, in quanto si rifiutavano di obbedire all’Uniformity Act, emanato nel 1662, che obbligava all’uso del Libro delle Preghiere della chiesa anglicana.
Altre leggi vennero fatte contro i puritani, in particolare il Corporation Act (1661), che escludeva i non-conformisti dai pubblici uffici, il Conventicle Act (1664), che proibiva funzioni religiose non-conformiste e il Five Mile Act (1665), che proibiva ai pastori non-conformisti di avvicinarsi alle città.
Si torna alle persecuzioni che, inaspritesi sotto Giacomo II, dureranno sino al 1688. Gugliemo III d’Orange, con il Tolerance Act (Atto di tolleranza), nel 1689, ridiede ai puritani libertà di culto.
Il puritanesimo nelle colonie americane
Gli Stuart portarono avanti la strategia di contenimento del calvinismo scozzese e favorirono l’emigrazione dei puritani in Olanda e nelle colonie d’Oltreoceano. Episodio celebre, in questa cornice, fu quello del Mayflower, veliero salpato da Plymouth nel 1620, sotto il regno di Giacomo I Stuart.
Il viaggio dei Padri pellegrini, fra i quali la componente puritana era prevalente, si concluse nella Baia di Massachusetts, che divenne la culla del p. americano, centro nevralgico della costruzione del New England, terra di comunità spiritualmente e culturalmente ricche e sempre più autonome dai condizionamenti politici ed episcopali.
Stabilitisi nei futuri Stati Uniti, iniziano ad essere chiamati Padri Pellegrini, poiché il loro viaggio venne visto come una sorta di pellegrinaggio religioso. La storia dei puritani ha anche altre sfumature: il viaggio verso il Nuovo Mondo divenne il simbolo della ricerca di una comunità fondata sulla fede e separata dalle strutture ecclesiastiche inglesi.
Il termine “puritano” è usato colloquialmente come peggiorativo informale per indicare una persona di strette vedute a proposito della sessualità che disapprova i divertimenti e che cerca di imporre il suo credo sugli altri.
Nessuna di queste caratteristiche erano uniche del puritanesimo o caratteristiche universali di tutti i puritani, le cui visioni morali e tendenze ascetiche non erano più estreme di quelle di molti altri riformatori protestanti del loro tempo, e che erano relativamente tolleranti riguardo ad altri credi - almeno in Inghilterra.
L’immagine popolare è decisamente più accurata come descrizione dei puritani nell’America coloniale, che erano i puritani più radicali e i cui esperimenti sociali assunsero la forma di teocrazie calviniste.
La rappresentazione letteraria della morale puritana
Le vicende narrate sono collocate nel pieno del XVII secolo, periodo in cui si stava diffondendo il puritanesimo in America. La protagonista del romanzo è la giovane Hester Prynne, la quale, essendo giunta nel Massachussetts prima del marito, anziano medico inglese, ha avuto una figlia da un amore illegittimo.
Per questo motivo viene punita molto duramente dalle leggi puritane: messa alla gogna su un palco eretto nella piazza di un piccolo paesino, deve portare per tutta la vita ricamata sul petto la lettera “A” di adultera, ritagliata in un panno scarlatto.
Nella mentalità puritana inoltre, in cui si poneva l’accento sulla gravità dei peccati di sesso, le adultere erano emarginate, insultate e umiliate, mentre gli uomini, ovvero, i loro amanti complici nel tradimento del marito, potevano rimanere impuniti e nascondersi con la loro codardia e ipocrisia.
Hester Prynne, in seguito a un periodo di prigionia, decide di non allontanarsi dal paesino in cui si è guadagnata la pessima fama di adultera, stabilendosi dunque in una casetta in riva al mare con la figlioletta Pearl, bambina vivacissima e dotata di un’intelligenza molto precoce.
Da non dimenticare che i puritani, oltre ad essere molto superstiziosi, erano fissati con il diavolo. Lo nominavano ogni volta che si presentava a loro un’occasione.
Pearl, in quanto frutto di una relazione esterna al matrimonio, era considerata “la figlia del Demonio” ed era esclusa dai giochi di gruppo con gli altri bambini. Proprio quest’aspetto aveva incattivito e intristito la bambina.
La questione della tolleranza
La società puritana era regolata da norme severe e questa disciplina poteva trasformarsi in conformismo e in una ridotta tolleranza verso le differenze. Tuttavia, il termine moderno “puritano” non deve essere applicato indistintamente a tutti i seguaci del movimento.
Il puritanesimo fu una realtà culturale, religiosa e politica molto variegata. Alcuni approvavano la gerarchia ecclesiastica, altri cercarono di riformare la chiesa episcopale sul modello presbiteriano, mentre alcuni separatisti puritani erano presbiteriani e la maggior parte era del congregazionalismo.
Il congregazionalismo, una parte del movimento puritano più radicale dei puritani anglicani, credevano che il diritto divino dei re fosse eresia, un credo che venne ancora più sostenuto durante il regno di Carlo I d’Inghilterra.
La breve vita della Repubblica e l’opposizione congregazionalista, ala del p. che osteggiava la creazione di una struttura ecclesiastica permanente, impedirono l’attuazione della riforma religiosa che era rimasta al centro del programma presbiteriano.
I puritani che rifiutarono di accettare l’Atto di uniformità presero la via dell’esilio oppure diedero vita alle cosiddette comunità non uniformate, presbiteriane, congregazionaliste, quacchere e battiste.
La Gloriosa rivoluzione inglese del 1688 concesse libertà di culto ma non parità di diritti civili, con l’esclusione dalle cariche pubbliche e dall’insegnamento, un traguardo raggiunto nel XIX secolo.
L’eredità del movimento
Il puritanesimo iniziò a declinare gradualmente nel XVIII secolo e rimase nella sua forma originaria soltanto in America fino all’inizio del XIX secolo, in particolare nel Rhode Island con Roger Williams e nel Massachusetts con Jonathan Edwards.
Con il periodo della Restaurazione finisce una grande paura, ma il puritanesimo non scompare nel nulla. Ha lasciato in eredità esigenze di giustizia e di libertà, politica e religiosa, che non saranno più dimenticate.
E se ne giova anche il mondo della cultura, non solo scientifica. Il puritanesimo ebbe un forte sfogo sulla filosofia americana soprattutto per via dell’influsso esercitato su Ralph Waldo Emerson, che è stato definito il padre del pensiero e della letteratura americana.
