La pedagogia secondo Benedetto XVI: educare alla libertà, alla verità e alla speranza

Secondo Benedetto XVI, educare significa formare la persona affinché possa vivere in pienezza, assumere responsabilmente la propria libertà, riconoscere la verità e contribuire al bene della comunità. L’educazione non è quindi semplice trasmissione di informazioni, né adattamento a regole esteriori: è un incontro personale tra educatore ed educando, fondato sulla vicinanza, sulla fiducia e sull’amore.

La pedagogia di Benedetto XVI nasce dalla diagnosi di una «emergenza educativa», ma non si limita a denunciare le difficoltà del presente. Essa propone un cammino concreto: trasmettere certezze e valori senza imporli meccanicamente, accompagnare la crescita morale, mantenere un equilibrio tra libertà e disciplina, educare al desiderio del bene e aprire la persona alla speranza affidabile che, per il credente, ha il suo fondamento in Dio.

L’emergenza educativa e la crisi della trasmissione

Il Papa riconosce che educare “non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile”. Per questo si parla di una grande “emergenza educativa”, “confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita”.

In questa situazione, “viene spontaneo dare la colpa alle nuove generazioni, “come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato”. “Si parla inoltre di una 'frattura fra le generazioni', che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori”.

Sulla fine del primo decennio del 2000, siamo in fase di «emergenza educativa», qualificata come «una grande e ineludibile sfida». Benedetto XVI la raccoglie nei seguenti segnali: insuccessi formativi, frattura fra le generazioni, tentazione degli educatori (genitori…) di rinunciare ad educare, a causa anche dell’incomprensione del loro ruolo, l’affidarsi ingenuo ad una socializzazione tradizionale, più radicalmente, denuncia il Papa, «un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana e del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita».

Il giudizio finale è molto forte: «Sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali». Nella «consegna» della Lettera, rimarcando questa diagnosi dove sono «troppe incertezze, troppi dubbi, troppe immagini distorte», il Papa conclude con molto realismo: «Educare non è mai stato facile e oggi sembra diventare sempre più difficile… Diventa difficile proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti di spendere la propria vita».

Di fronte al difficile compito educativo, ha osservato il Pontefice, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori è forte “la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata”.

In questo contesto che è giusto definire inquietante, si inserisce Benedetto XVI, non proprio con fervorini di circostanza, ma con una visione precisa e organica, che se non costituisce un manuale pedagogico pronto all’uso, dà criteri per interpretare la situazione e indicazioni per una buona pratica, con un tono per altro non pessimista, ma certamente serio, come se risuonasse il monito paolino: «È ora di svegliarsi dal sonno!».

Il fine dell’educazione: la persona e il bene comune

Due sono i fini supremi, costantemente richiamati nella Lettera e poi in tanti altri interventi, e così riassunti: «Lo scopo essenziale dell’educazione (…) è la formazione della persona per renderla capace di vivere in pienezza e di dare il proprio contributo al bene della comunità».

Dunque la persona umana (giovane) è l’obiettivo supremo dell’educazione (o formazione: il Papa non distingue), l’educazione è un mezzo indispensabile al fine. Sono i due pilastri che - pur con molteplici variazioni e approfondimenti - reggono tutto il pensiero papale.

La Lettera come tale è rivolta dunque alla «diocesi e alla città di Roma», entra nel tracciato di esperienze vive, coinvolge credenti e in generale abitanti della città, come un compito che va oltre il perimetro della fede in senso stretto, perché le giovani generazioni sono un bene comune, «da loro dipende il futuro di questa nostra città».

La Lettera - cui va strettamente collegata la citata «consegna» - è breve, si fa portavoce di fatti reali, riesce facilmente leggibile da tutti. Come avverte lo stesso Papa, «in essa potete trovare alcune indicazioni semplici e concrete, sugli aspetti fondamentali e comuni dell’opera educativa».

Educare è educare alla libertà

Il punto centrale della pedagogia di Benedetto XVI è il rapporto tra educazione e libertà. Se in campo tecnico o economico i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, “nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni”.

“Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”. La libertà rende ogni persona responsabile del proprio cammino e impedisce di ridurre l’educazione a una trasmissione automatica di contenuti.

Uno snodo sostanziale presenta a questo punto il Papa, centrando l’intima essenza dell’atto educativo come educazione alla libertà e della libertà, in tale maniera superando nettamente processi cognitivisti e behavioristi: «A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, ove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni… Il rapporto educativo è anzitutto l’incontro di due libertà, e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate».

Il rapporto educativo, tuttavia, è “anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”. L’educatore non sostituisce la libertà dell’educando, ma lo accompagna affinché impari a esercitarla in modo responsabile e orientato al bene.

Libertà e disciplina

Il punto “forse più delicato” dell'opera educativa, secondo Benedetto XVI, è “trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina”. “Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro”.

Regole di comportamento e di vita formano il carattere per le prove della vita. Libertà d’altra parte non vuol dire accettare gli errori, correggere è amare.

La disciplina, in questa prospettiva, non è una forma di dominio sull’educando, ma una condizione per la maturazione della persona. Le regole quotidiane rendono possibile l’autocontrollo, aiutano a riconoscere i limiti e preparano ad affrontare le difficoltà senza cedere alla fragilità o all’immediatezza dei desideri.

La vicinanza e la fiducia che nascono dall’amore

Una vera educazione, ha proseguito il Papa, ha bisogno anzitutto “di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore”. Ogni vero educatore, ha infatti spiegato, “sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore”.

«Vicinanza e fiducia che nascono dall’amore»: «ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso (per) aiutare i suoi alunni a superare gli egoismi e diventare capaci di autentico amore».

L’educatore non trasmette soltanto conoscenze, ma offre la propria presenza, il proprio tempo e la propria testimonianza. La relazione educativa diventa così un’esperienza concreta di fiducia, attraverso la quale l’educando può imparare a superare l’isolamento e l’egoismo.

Ma non può essere la paura che ci anima ultimamente. Lo Spirito Santo sta suscitando nella coscienza dei cristiani una nuova direzione di marcia, cioè un impegno costruttivo di annunciare la fede in Gesù Cristo, ma anche di preoccuparsi con l’esempio e la parola di farlo assimilare alle giovani generazioni, seguendo il loro modo di capire ed esprimendo loro una relazione affettiva intensa, educando appunto e avendo come luoghi strategici la famiglia, la scuola (cattolica), la comunità, intesa come parrocchia e ogni altra forma aggregativa.

La verità come orientamento dell’esistenza

Alle tante domande e richieste di spiegazioni da parte dei giovani, occorre collegare «la grande domanda a riguardo alla verità, a quella verità che può essere guida nella vita».

L’educazione, quindi, non può limitarsi a fornire competenze utili o a favorire l’inserimento sociale. Deve anche affrontare le domande decisive: che cosa è bene, quale significato ha la vita, come si può vivere insieme, verso quale compimento è orientata la libertà.

Chiaramente l’ottica del Papa è strettamente religiosa, in vista della comunicazione della fede, ma è interessante che lo faccia appellandosi all’azione educativa con tutte le sue implicanze umane.

La cultura materialista dominante ha capovolto il senso di quello che il Papa pone come il secondo aspetto fondamentale della pedagogia del desiderio, il “non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto”. Questo principio, infatti, oggi si traduce spesso in arrivismo o in un’ insoddisfazione vorace, proprio per una conoscenza distorta della natura umana.

Educare anche alla sofferenza

«Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita». Non tematizzarla significa far «crescere persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde, infatti, alla capacità di soffrire e soffrire insieme».

L’educazione autentica non promette una vita priva di ostacoli e non nasconde l’esperienza del dolore. Aiuta piuttosto a interpretarla, a viverla senza disperazione e a trasformarla in occasione di maturazione, solidarietà e responsabilità.

La capacità di amare, secondo questa prospettiva, è inseparabile dalla capacità di sostenere la fatica, affrontare la prova e condividere la sofferenza altrui. Un’educazione che elimina ogni difficoltà rischia di lasciare la persona impreparata davanti alla realtà.

La speranza come anima dell’educazione

Chi crede in Cristo, ha aggiunto, ha “un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene”.

L'“anima dell'educazione, come dell'intera vita”, quindi, per il Papa “può essere solo una speranza affidabile”. Al giorno d'oggi, constata il Vescovo di Roma, “la nostra speranza è insidiata da molte parti”, ed è proprio qui che nasce “la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita".

La crisi educativa non è dunque soltanto una crisi di metodi, strumenti o istituzioni. Alla sua radice vi è una crisi di fiducia nella vita, nella persona e nella possibilità di un bene capace di orientare il futuro.

Di fronte a questo, il Papa ha invitato a “porre in Dio la nostra speranza”. “Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite”.

“La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore”.

La pedagogia del desiderio

In una recente udienza Benedetto XVI ha parlato dell’utilità di promuovere una “sorta di pedagogia del desiderio, sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede”. Suggerisce almeno due aspetti su cui svilupparla: imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita; non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto”.

Non tutte le gioie della vita e le soddisfazioni conseguenti sono uguali. Alcune “ci rendono più attivi e generosi”; altre, svanita la parvenza positiva, ci lasciano delusi, in preda “all’amarezza o a un senso di vuoto”.

Educare sin dalla tenera età ad assaporare le gioie vere, in tutti gli ambiti dell’esistenza, “significa esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi”.

Il desiderio è il luogo in cui si gioca la libertà dell’uomo e in cui si esprime la domanda della felicità. Esso ci protende verso il futuro e nel suo dinamismo “è sempre aperto alla redenzione. Tutti abbiamo bisogno di percorrere un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio”.

In realtà, è solo “perché nulla di finito può colmare il nostro cuore” che nulla ci soddisfa e “anche le gioie più vere sono capaci di liberare in noi quella sana inquietudine che porta ad essere più esigenti -volere un bene più alto, più profondo -.

Il desiderio si trova spesso imbrigliato in una logica di possesso o di chiusura da cui occorre liberarsi per non soffocare dentro ciò che desideriamo ostinatamente nell’illusione che ci compia.

Infatti, “nemmeno la persona amata è in grado di soddisfare il desiderio che alberga nel cuore dell’uomo, anzi, tanto più è autentico l’amore per l’altro, tanto più lascia dischiudere l’interrogativo sulla sua origine e sul suo destino”.

Accorgersi e accettare che il desiderio debba essere guarito dall’egoismo e purificato per tendere al vero bene, ci fa trovare “disarmati verso quel bene che non possiamo costruire o procurarci con le nostre forze” perché l’esistenza dell’uomo è un mistero.

E’ proprio in questo essere “disarmati” che sta la possibilità della libertà. Pertanto “quando nel desiderio si apre la finestra verso Dio, questo è già segno della presenza della fede nell’animo”.

Così, il desiderio, sorretto dalla fede - cioè dal riconoscimento della Presenza di Dio -, è profondamente legato alla speranza perché poggia sulla certezza che la risposta alle proprie esigenze e ai desideri del proprio cuore, c’è. Non siamo destinati a desiderare e a sperare invano.

Tanto più sapremo riconoscere “che il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio”, tanto più il nostro rapporto con la realtà potrà diventare ricco e fruttuoso. Dio, infatti, “che non cessa di attirare a sé l’uomo”, gli offrirà “la felicità che cerca senza posa”, permettendo che nulla di ciò che l’uomo ama vada perso.

Il ruolo e la responsabilità dell’educatore

Finalmente rimarcando con forza che «nell’educazione è decisivo il senso di responsabilità» delle persone, Benedetto XVI rivela quello che appare essere il punto che gli sta più a cuore e che ripete in tutti gli interventi dove tocca l’educazione: il ruolo dell’educatore.

Di fronte al difficile compito educativo, ha osservato il Pontefice, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori è forte “la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata”.

Anzitutto chi è educatore responsabile? È «chi sa rispondere a se stesso e agli altri» a proposito dei tanti problemi emergenti nel processo di crescita. E per colui che crede, la responsabilità lo impegna davanti a Dio.

È una persona perciò che si rende conto, interviene, corrisponde alle attese. Non basta dunque una qualsiasi informazione o una qualche partecipazione, ma è un I care, per dirla con Don Milani, che l’educatore fa proprio con intima convinzione.

L’educatore è quindi un testimone della verità e del bene - ha concluso -: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione.

Il fatto che l’educatore sia fragile non annulla la sua responsabilità. Al contrario, lo obbliga a riconoscere i propri limiti, a correggersi e a ricominciare, mostrando che la maturità non consiste nell’assenza di errori, ma nella disponibilità a cercare nuovamente il bene.

La responsabilità della società

Nella Lettera la responsabilità educativa è un fattore di condivisione stretta e interattiva fra due soggetti: la singola persona (educatore e educando) e la società.

Di questa il Papa ricorda il persistente influsso: «Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l’immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male».

Si ricordi però che «la società non è un’astrazione; alla fine siamo noi stessi».

La responsabilità educativa non appartiene soltanto alla famiglia o alla scuola. Coinvolge anche la cultura, le istituzioni, i mezzi di comunicazione, le comunità e gli stili di vita quotidiani, perché ogni ambiente trasmette implicitamente un’immagine della persona, della libertà, del successo e della felicità.

Famiglia, scuola e comunità

La questione dell’educazione, a cui la Chiesa Cattolica dedica una particolare attenzione, si esplica in diversi ambiti, dalla famiglia alla scuola, dalle parrocchie agli oratori, dalle associazioni culturali al tempo libero.

È quanto avviene - o dovrebbe avvenire - nell’ambito ecclesiale nel contatto soprattutto con i minori (scuole, oratori, catechesi): noi credenti non possiamo volere una educazione umana senza lasciarsi raggiungere dal Vangelo.

Questa reciprocità asimmetrica, ma strettamente correlata, ha sempre avuto una costante pratica nella tradizione della Chiesa. Si pensi al catecumenato dei primi secoli, dove al primo annuncio o kerigma si sono sempre accompagnati vari riti e doverosi scrutini, mirando ad una sorta di certificazione di maturità per accedere al Battesimo.

Si pensi all’impianto grandioso dell’istituzione catechistica dal Concilio di Trento ai nostri giorni (catechesi come iniziazione) dove il fattore educativo è emerso tramite persone dedite a questo compito, con sussidi, percorsi catechistici… E reciprocamente nell’educazione svolta nella Chiesa sempre si è mirato all’incontro con il Signore.

Si pensi all’oratorio di Don Bosco e di tanti altri educatori eccellenti.

Educazione ed evangelizzazione

Credo si sia ormai capito che il binomio evangelizzazione ed educazione esprime una simbiosi singolare: evangelizzare ed educare non sono esattamente la stessa cosa, tanto quanto è diversa un’azione diretta di Gesù Cristo e la nostra di uomini.

Gesù non ha bisogno di educare per salvare (v. il ladrone in croce), ma normalmente sì, perché educare significa maturare la libertà di corrispondere all’azione del Signore.

Quindi evangelizzare ed educare si richiamano a vicenda, azioni necessarie ciascuno nel suo ruolo: non evangelizzo veramente, specie i minori, se non li educo all’accoglienza e all’esperienza del messaggio (Parola di Dio), e questo per volontà stessa di Dio, che nell’intera storia biblica ha manifestato la sua relazione di salvezza tramite anche una progettualità pedagogica (paedagogia Dei).

Viceversa, pur dovendosi ammettere che si possono raggiungere obiettivi educativi senza per sé richiamarsi al vangelo, resta vero che una educazione integrale conduce all’apertura della fede almeno come possibilità costruttiva.

Per quanto uno non pensi a questo legame tra evangelizzazione ed educazione, resta sempre vero che ogni volta che si annuncia il dato della fede si incide educativamente in bene o in male, si provoca in un senso o in un altro educazione, cioè una conoscenza motivata di valori che toccano la coscienza e premono per farne l’esperienza.

Come pure qualsiasi atto educativo, soprattutto negli ambiti strategici come la famiglia, la scuola e la Chiesa, tende - si dica o meno, in bene o in male - ad una offerta nell’ordine della verità e dei valori che contano, si risponde a domande di senso che ultimamente aprono all’ipotesi della religione, al Trascendente, ad una fede.

La pedagogia della vita e della dignità umana

Nella sua prima omelia nella cattedrale di Roma, Ratzinger ribadisce “l’inviolabilità della vita umana dal concepimento”.

Ha affermato che compito del vescovo di Roma è “presiedere nella dottrina e presiedere nell’amore”: espressione, quest’ultima, ripresa da sant’Ignazio di Antiochia.

Quanto alla dottrina, ha detto che il papa “non deve proclamare la proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all'obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte a ogni opportunismo”.

L’altro suo dovere è di predicare “in modo inequivocabile l'inviolabilità dell'essere umano, l'inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale”, a fronte di “tutti i tentativi apparentemente benevoli verso l'uomo” e alle “errate interpretazioni della libertà”.

Eucaristia, “Dominus Jesus”, difesa della vita: su questi tre assi Joseph Ratzinger ha impostato il suo programma di papa. Il terzo asse coincide con la “questione antropologica” che domina l’inizio del secolo XXI: il grande conflitto di fede, di cultura, di civiltà, in atto tra la visione cristiana e quella laica della vita e dell’uomo.

Perché a suo giudizio l’inviolabilità della vita umana nascente non è solo un comandamento della fede cristiana, ma una legge naturale scritta nel profondo di ogni uomo e valida sotto ogni cielo.

La persona come unità indivisibile

Un intero capitolo è dedicato alla questione dell’embrione, se cioè questo possa essere considerato un essere umano fin dal primo momento del suo sviluppo.

Guardini risponde che l’organismo si manifesta in forma sia sincronica che diacronica, secondo gli stadi in cui è passato o deve ancora passare l’essere umano.

E che entrambe le forme, quella strutturale e quella del divenire, “si coappartengono, vale a dire rappresentano entrambe appunto l’organismo, la prima nello spazio, l’altra nel tempo. In entrambi i casi si tratta di una unità indivisibile”, perché l’uomo “è la totalità della sua esistenza, che non è soltanto natura, ma anche storia, che non possiede soltanto uno sviluppo, ma anche un destino”.

Se si rifiuta questa realtà, se si considera l’essere umano non un carattere essenziale, ma qualcosa che è dato in grado superiore o inferiore, si finisce fatalmente con il costruire una graduatoria, applicabile non solo alla fase embrionale, ma a tutte le parti del complesso vitale.

La distanza dall’optimum si può dunque manifestare sia nella decadenza della vecchiaia sia nelle menomazioni e nelle malattie, cosicché “quanto più un individuo è malato, debole, sventurato, tanto meno può pretendere al carattere di vero essere umano”.

In perfetta analogia con il concetto, originariamente nazista, di “vita non degna di essere vissuta”. La difesa della vita, in Guardini, coincide con la difesa dell’umanità dalla barbarie, appena sperimentata nella dittatura hitleriana, e il suo lucido ragionare mette in guardia da ripetere gli stessi errori, perché “le azioni sbagliate, anche se appaiono utili, alla fine conducono alla rovina”.

La formazione integrale e la missione della Chiesa

La Chiesa “esperta di umanità”, come scrisse Paolo VI nella Populorum progressio, dimostra di saper accompagnare l’uomo nel suo cammino di consapevolezza di sé e di potergli offrire una lettura del vissuto esistenziale ed esperienziale che prende luce dalla fede per svelare la profondità che abita il suo cuore.

Il volume prende in esame la questione dell'educazione, a cui la Chiesa Cattolica dedica una particolare attenzione che si esplica in diversi ambiti, dalla famiglia alla scuola, dalle parrocchie agli oratori, dalle associazioni culturali al tempo libero.

In particolare vengono qui proposte alcune tra le più chiare ed accorate riflessioni di Benedetto XVI, che in numerose circostanze ha manifestato la propria preoccupazione sulla tematica dell’educazione, definendola "uno dei punti nodali della questione antropologica odierna" che tocca direttamente la missione della Chiesa, in quanto "senza educazione non c'è evangelizzazione duratura e profonda".

Ogni volta che si annuncia il dato della fede si incide educativamente in bene o in male, si provoca in un senso o in un altro educazione, cioè una conoscenza motivata di valori che toccano la coscienza e premono per farne l’esperienza.

Una pedagogia fondata sulla fiducia

“Non temete!”, ha detto il Papa ai Romani. “Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili - li ha rassicurati -. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna”.

Proprio per questo il Papa ritiene che non si debba buttare la spugna, ritenendo con una convinzione positiva che vi è, anzi «aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale».

E presenta una gamma differenziata di richieste, che dicono il malessere pedagogico in atto, ma anche il desiderio di farvi fronte, dal punto di vista di genitori in quanto «preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli»; degli insegnanti che vivono l’esperienza del «degrado delle loro scuole»; della società, «che vede messe in dubbio la base stessa della convivenza»; dei ragazzi e giovani «che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita».

La speranza cristiana non elimina la responsabilità educativa, ma la rende possibile. Essa permette di guardare alla persona senza ridurla ai suoi fallimenti, alle sue debolezze o alle sue condizioni iniziali, riconoscendo sempre la possibilità di una nuova scelta e di un nuovo bene.

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