Vangelo del Salvatore: Gesù Cristo, la salvezza e la buona novella

Il Vangelo del Salvatore annuncia che Gesù Cristo è venuto sulla terra e ha compiuto la sua missione di salvezza. Nei Vangeli, Gesù è chiamato Salvatore perché guarisce, libera dal male, perdona i peccati, restituisce dignità alle persone escluse e conduce alla vita eterna.

La salvezza non riguarda soltanto l’aldilà: nei racconti evangelici essa si manifesta anche concretamente nella vita umana, attraverso la guarigione, la liberazione, il perdono, la reintegrazione nella società e la possibilità di vivere una vita feconda, generosa e orientata verso Dio.

Il nome di Gesù e la sua missione salvifica

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.

Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: - Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.

Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: - Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Matteo ci descrive in che modo avvenne la generazione di Gesù. Sin dal principio vuole far sapere al lettore che la generazione di Gesù avvenne in maniera miracolosa, senza intervento di uomo, “per opera dello Spirito Santo”, nel seno di Maria.

Giuseppe riceve l’incarico di mettere il nome al bambino, e nel nome è descritta la missione: Gesù è il Salvatore, è il Messia, è colui che ci salva dai nostri peccati.

Inoltre l’angelo gli ricorda che tutto quello che sta avvenendo era stato profetato nell’Antico Testamento; in questo caso, dal profeta Isaia.

Giuseppe, l’uomo giusto che ascolta Dio

“Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto”. L’intenzione di Giuseppe era quella di compiere la volontà di Dio; per questo si dice che era giusto.

Non capisce, e per non interferire nel volere di Dio si ritira. Ma Dio ha altri progetti, che gli fa conoscere per mezzo dell’angelo, mentre Giuseppe meditava quello che stava succedendo.

Una notte un angelo del Signore appare a Giuseppe e gli dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”.

Quando Giuseppe si sveglia, fa “come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”. Giuseppe è un uomo che nella sua vita ha curato la sintonia con Dio mediante l’orazione.

Per questo è capace di ascoltare l’angelo e di rendersi conto che ciò che l’angelo gli dice è la volontà di Dio per lui. In tal modo trova la via che Dio ha preparato per lui e vivrà in armonia con Dio, con la creazione e con gli altri.

Nella nostra vita accade lo stesso; solamente mediante l’orazione riusciamo a scoprire qual è la volontà di Dio per ciascuno di noi. Solo per mezzo dell’orazione possiamo dire, come Maria e Giuseppe: si realizzi il progetto che Dio ha per noi.

La nascita del Salvatore a Betlemme

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.

Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide.

Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.

Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Presepe di Betlemme con Maria Giuseppe Gesù

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.

Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».

Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.

Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

Il significato evangelico della salvezza

La prima domanda riguarda il termine “Salvezza” che usiamo spesso in modo indiscriminato. In genere, nella mentalità popolare dei cristiani, la Salvezza è sinonimo di vita eterna.

Lasciando da parte la dottrina del peccato originale, possiamo trovare una conferma di questa opinione nel Nuovo Testamento, ad esempio, nella conversazione di Gesù di Nazaret con Nicodemo in Gv 3,16 ove leggiamo: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.

La vita eterna, ovviamente, è la vita che segue la morte, nell’aldilà. In secondo luogo, i Vangeli parlano di Salvezza nel nostro mondo, e in un modo molto concreto.

“Salvezza”, in effetti, è spesso sinonimo di “guarigione” nei racconti evangelici. Quando Gesù di Nazaret guarisce l’emorroissa, le dice: “La tua fede ti ha salvata”, vale a dire “La tua fede ti ha guarita” (Mt 9,22 e paralleli).

La fede, in questo caso, è la fiducia nella capacità di Gesù di Nazaret di sanare, ossia il suo potere taumaturgico. In molti racconti evangelici, in effetti, “salvare” significa concretamente “guarire”, “curare”, e i termini possono essere intercambiati nelle traduzioni (Mc 3,4; 5,23.28.34; 6,56; 10,52; 15,31 e paralleli in Matteo e Luca; cf. Atti 3,16; 4,9.12; 14,9).

Salvezza come guarigione e liberazione

Gesù è venuto a proclamare la Buona Novella e anche questa Parola si rivela potente contro il male. Domenica scorsa nella sinagoga di Cafarnao liberò un indemoniato e dimostrò che il Regno di Dio è vicino.

Adesso guarisce la suocera di Pietro, senza che lei gli abbia chiesto niente. E’ l’entourage che si interessa a lei e Gesù, senza dir niente, la guarisce.

San Matteo dice soltanto che “la mise in piedi tenendola per mano e la febbre la lasciò”. Da notare che in greco il verbo “mettere in piedi” è il verbo usato per la resurrezione.

Con questa donna tutto era morto e con Gesù arriva la Resurrezione. La sera Gesù guarisce ogni sorta di malattie e caccia molti spiriti cattivi.

San Marco presenta tutta la missione di Gesù come una manifestazione del Regno di Dio in parole ed atti. Questa missione di Gesù qualifica la missione dei cristiani: dimostrare in parole ed opere che è già in atto un mondo nuovo.

Con la Sua Parola Gesù agisce con potenza per liberare e per salvare. Ciò che dice San Paolo è ancora vero: “Il Vangelo è la potenza di Dio per la salvezza di ogni uomo”.

Salvezza come restituzione della dignità

In terzo luogo, il verbo “salvare”, acquista in alcuni contesti una connotazione più ampia ancora, vale a dire, “ridare dignità umana”, “permettere di ricuperare una posizione sociale accettabile e rispettata”.

È il caso, ad esempio, della peccatrice di Luca 7,36-50 (cf. 7,50: “La tua fede ti ha salvata”). La peccatrice non è “curata” da alcuna malattia, è perdonata, e quindi può essere reintegrata nella società che l’aveva esclusa.

Nella spiegazione della parabola del seminatore, Gesù di Nazaret dice che il grano caduto sul sentiero è da accomunare alla parola tolta dal cuore delle persone a opera del diavolo affinché tali persone non credano e non siano “salvate” (Lc 8,12).

Si tratta di individui o gruppi che ascoltano la parola del Vangelo senza reagire, che rimangono perfettamente indifferenti e, quindi, non portano frutti. Sono vite “sterili”, personalità letteralmente “incolte”, “infertili”, vuote e inutili.

“Salvezza”, perciò, significa non solo scampare a pericoli o a malattie, significa anche più positivamente condurre una vita generosa, che porti frutti e renda servizio alla comunità e alla società.

In Lc 8,36, la Salvezza dell’indemoniato guarito da Gesù può avere questi due significati correlati. Da una parte, l’uso del verbo “salvare” denota certamente una guarigione perché l’uomo è liberato dal male che lo affliggeva.

D’altronde, una volta sanato, può condurre una vita normale in mezzo alla società: è sano di mente, vestito, ai piedi di Gesù che lo manda a proclamare la buona notizia della sua guarigione (Lc 8,35.39).

L’uomo che viveva solo, in mezzo alle tombe, può essere reintegrato nella società e anche comunicare “una buona notizia” ai suoi simili.

Nel caso di Zaccheo (Lc 19,1-10), la Salvezza che “giunge” nella sua casa è spesso interpretata come frutto della sua conversione.

Non è del tutto sicuro, però, che Zaccheo si sia “convertito” perché parla al presente quando spiega il suo comportamento: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo” (Lc 19,8).

Quello che cambia è piuttosto lo statuto di Zaccheo, giudicato “peccatore” dalla gente (Lc 19,7) e giustificato da Gesù che scende nella sua casa.

Il gesto di Gesù di Nazaret rende dignità e rispettabilità a un uomo che, nonostante il suo mestiere, si comporta in modo onesto.

Gesù, Salvatore del mondo

Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».

E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola.

Alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Il Vangelo di Giovanni invita tutti a credere “che Gesù è il Cristo” (Giovanni 20:31), compresi coloro che ancora non credono, come pure i discepoli che cercano di perseverare e rafforzare la loro fede in Lui.

La Salvezza, nei Vangeli, è più un’attività che un titolo. In effetti, Gesù di Nazaret è spesso soggetto del verbo “salvare”, però è chiamato solo due volte “Salvatore” nei vangeli (Lc 2,11, nel messaggio dell’angelo ai pastori di Betlemme; Gv 4,42, nella confessione di fede dei Samaritani).

Nel resto del Nuovo Testamento, il titolo gli è conferito solo altre due volte (Ef 5,23; 1Tm 4,10).

Il Salvatore e gli altri titoli di Gesù

Il titolo di “Salvatore” dato a Gesù di Nazaret non è il suo unico titolo nel Nuovo Testamento. Tuttavia, è l’appellativo che riassume la sua principale missione nei confronti dell’umanità.

In effetti, gli altri titoli, quali Messia (figlio di Davide), Figlio dell’uomo o Figlio di Dio, sono spesso messi in relazione con la sua funzione salvatrice.

Ad esempio, i passanti che vedono Gesù di Nazaret crocefisso lo insultano dicendo: “Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!” (Mt 27,40).

Il Figlio di Dio deve essere capace di “salvare”, e quindi anche se stesso.

Il Figlio di Davide e il Messia

In taluni racconti, alcune persone interpellano Gesù di Nazaret, gli chiedono di intervenire in loro favore, e lo chiamano con il titolo di “Figlio di Davide”: “Figlio di Davide, abbi pietà di me/di noi!” (Mt 9,27; 15,22; 20,30-31; Mc 10,47.48; Lc 18,38.39; cf. Mt 12,22-23).

Anche se non si usa il titolo “Messia”, è abbastanza chiaro che “Figlio di Davide” faccia accenno alla messianità di Gesù di Nazaret, figlio di Davide (cf. Mt 1,1; Lc 1,32).

Il Figlio dell’uomo venuto a salvare

Infine, il titolo “Figlio dell’uomo” è forse una eccezione perché appare soprattutto in contesti ove si sottolinea la natura propria di Gesù di Nazaret, la sua umanità, però anche la sua autorità, e la sua relazione con Dio, suo Padre.

Il titolo è spesso utilizzato negli annunci della passione e durante il racconto della passione. L’elemento di “autorità” appare chiaramente, ad esempio, in Mc 2,28, ove Gesù asserisce: “il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”.

È addirittura l’unico titolo che lo stesso Gesù di Nazaret rivendica davanti al Sinedrio e che provocherà la sua condanna a morte: “anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo»” (Mt 26,64).

In ogni modo, vi è almeno un testo ove Gesù stesso, usando il titolo di Figlio dell’uomo, parla della sua missione salvifica: “Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

Così si conclude l’episodio dell’incontro con Zaccheo (Lc 19,1-10). La stessa frase appare nella tradizione occidentale (Codex Bezae e alcuni altri) in Mt 18,11.

Tale idea è inoltre presente in un’affermazione conosciuta: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28; Mc 10,45).

La missione del Figlio dell’uomo è, quindi, di “servire” e di “salvare”.

Maria, Zaccaria e l’attesa della salvezza

Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Maria canta il Magnificat davanti alla cugina Elisabetta

Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:

«Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:

salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci,

liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati.

Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Le due vie della salvezza

"In nessun altro [se non in Gesù Cristo, il Nazareno] è la Salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4,12).

Così si esprime Pietro davanti al Sinedrio, vale a dire davanti alle autorità religiose e civili più importanti del popolo d’Israele. Il discorso appartiene all’opera lucana che risale, secondo molti specialisti, all’80 d.C. circa, vale a dire una cinquantina di anni dopo gli eventi narrati nei Vangeli.

L’affermazione di Pietro si ritrova sotto altre forme nel Nuovo Testamento. Come sappiamo, però, ogni affermazione suppone un’altra asserzione contraria.

Se per Pietro e i discepoli, vi è Salvezza solo in Gesù di Nazaret, altri gruppi hanno un’opinione opposta che troviamo negli stessi Atti degli Apostoli, in 15,1: “Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli, dicendo: «Se voi non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati»”.

La Salvezza, per questo gruppo, viene dalla circoncisione, vale a dire il segno di appartenenza al popolo d’Israele.

In altre parole, l’osservanza della legge di Mosè è necessaria alla Salvezza: “Ma alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, si alzarono dicendo: «Bisogna circonciderli, e comandar loro di osservare la legge di Mosè»” (Atti 15,5).

La fede in Gesù, riconosciuto come Cristo, vale a dire Messia, non è sufficiente. La circoncisione e l’osservanza della legge di Mosè sono altrettanto necessarie.

Ecco il problema che, secondo queste testimonianze, si è posto alla prima generazione cristiana. Sappiamo quale fu la decisione: la circoncisione e l’osservanza dei dettagli della legge di Mosè non furono dichiarati condizioni essenziali per diventare discepoli di Gesù Cristo.

La fede in Gesù Cristo

Orbene, l’affermazione che la Salvezza venga dalla sola fede in Gesù di Nazaret sarà contestata non solo dai suoi avversari, bensì all’interno della comunità cristiana, da un gruppo di farisei convertitisi al cristianesimo, come abbiamo visto nell’introduzione.

Per il suddetto gruppo, la Salvezza include la necessità di osservare la legge di Mosè, vale a dire che i cristiani, per essere salvati, devono anche essere membri del popolo d’Israele e fedeli osservanti della legge di Mosè.

Non basta, quindi, la fede in Gesù Cristo e l’adesione alla comunità dei credenti nel Vangelo.

Sappiamo che, secondo il racconto di Atti 15, la comunità cristiana decide di non imporre l’osservanza della legge ai cristiani provenienti dal mondo non ebraico.

Significa, in parole chiare, che l’osservanza della legge di Mosè non è indispensabile alla Salvezza. La ragione è che “lo spirito” di Gesù Cristo è stato dato a gruppi di Ebrei così come a gruppi di non-Ebrei, senza discriminazione.

Lo stesso spirito anima i cristiani di entrambe le origini. Inoltre, aggiunge Pietro, nessuno è capace di osservare tutta la legge e, pertanto, la legge non permette a nessuno di essere salvato.

Una salvezza aperta a tutti

In questo caso, “Salvezza” sembra avere un significato molto ampio. Non si tratta di guarigione perché la legge di Mosè non ha questa funzione nell’Antico Testamento.

Si tratta piuttosto di appartenenza al popolo di Dio, a questa parte dell’umanità che gode di privilegi particolari, anzi unici.

Il popolo ebraico è il “popolo eletto”, il “popolo di Dio”, una nozione che potremmo tradurre, in un linguaggio più moderno, come un popolo di persone che vivono pienamente la vocazione umana.

Per appartenere all’umanità vera, occorre appartenere al popolo eletto. Chi non appartiene al popolo eletto vive in una condizione inferiore.

La circoncisione è, di conseguenza, la condizione unica per poter passare da una condizione umana inferiore a una condizione umana superiore.

Tale idea è negata dalla comunità cristiana del primo secolo e dai suoi dirigenti. Per appartenere all’umanità autentica, per raggiungere il massimo di quello che una persona possa sognare in questo mondo, basta credere in Gesù Cristo.

In termini più religiosi, la relazione con l’assoluto, con Dio, è legata alla fede in Gesù Cristo. È la sua persona, il suo messaggio, la forza del suo Vangelo che permettono all’umanità di avere accesso all’assoluto e alla vita nella sua pienezza, vale a dire alla vita eterna.

La “Salvezza” corrisponde allora al desiderio più profondo dell’anima umana: non essere più prigionieri dei limiti della condizione terrestre, della sua debolezza e, in fin dei conti, della condizione mortale.

Le diverse testimonianze dei quattro Vangeli

La parola Vangelo significa “buona novella” e la buona novella è che Gesù Cristo è venuto sulla terra e ha compiuto la Sua missione di salvezza (vedere 3 Nefi 27:13-14).

I quattro Vangeli del Nuovo Testamento descrivono la vita e la missione del Salvatore. Ogni Vangelo fu originariamente scritto come una testimonianza indipendente del Salvatore.

Quando guardiamo attentamente ogni singola testimonianza, possiamo apprezzare punti di vista distinti che sottolineano importanti verità su Gesù Cristo.

Marco: il Salvatore vittorioso nel dolore

Tradizionalmente si crede che sia Giovanni Marco, un collega missionario di Paolo (vedere Atti 12:25).

Probabilmente Pietro, che aveva accompagnato a Roma e di cui trascrisse i ricordi sul Salvatore.

Probabilmente tra il 65 e il 70 d.C. (il primo dei quattro Vangeli del Nuovo Testamento a essere scritto).

Lettori Gentili, probabilmente romani. Marco spiega le usanze ebraiche per i lettori che non conoscevano la lingua e la cultura di Gesù (vedere Marco 7:1-4) e menziona anche le usanze romane (vedere Marco 6:48; 13:35).

Invece di iniziare con la nascita di Gesù, Marco inizia con il Suo battesimo, quando Dio dichiarò che Gesù era il Suo diletto Figliuolo (vedere Marco 1:11).

Questa approvazione e identità divine sono il fondamento dell’autorità di Gesù sulle malattie, le infermità e l’opposizione.

In generale, Marco sottolinea che, sebbene sia stato rigettato, incompreso e abbia subito una morte umiliante sulla croce, alla fine Gesù ha trionfato su tutte le cose.

Quando dimostrava la Sua autorità, Gesù veniva spesso frainteso dagli altri Giudei (vedere Marco 1:27; 4:11-12; 8:27-28), compresi quelli della Sua città natale, Nazaret, (vedere Marco 6:1-4) e alcuni familiari (vedere Marco 3:21; vedere anche Giovanni 7:5).

Persino i Suoi discepoli non comprendevano completamente la portata della Sua missione (vedere Marco 4:36-41). Nonostante l’opposizione e le incomprensioni, tuttavia, Gesù fu vittorioso.

Durante il Suo ministero terreno, insegnò ai Suoi discepoli che sarebbe risorto dai morti (vedere Marco 8:31; 9:31; 10:34).

Mentre era sulla croce, persino il centurione romano dichiarò che Gesù era veramente il Figlio di Dio (vedere Marco 15:39).

Presso la tomba, un messaggero con una veste bianca confermò che Gesù era risorto (vedere Marco 16:5-6) e molti testimoni videro essi stessi il Cristo risorto (vedere Marco 16:9-14).

A coloro che si chiedono perché non ci furono più persone che accettarono il Messia crocifisso e che stanno cercando di ottenere o rafforzare la propria testimonianza, il Vangelo di Marco offre speranza.

Sin dal principio le persone non hanno capito Gesù Cristo. Tuttavia, coloro che con pazienza rimangono leali e seguono il Salvatore, di qualsiasi razza o origine siano, riceveranno la certezza che “veramente, quest’uomo era Figliuol di Dio” (Marco 15:39).

Matteo: Dio con il suo popolo

Matteo descrive Gesù come l’adempimento delle profezie israelite e come prova che Dio è con il Suo popolo.

Tradizionalmente si ritiene che fosse l’esattore delle tasse menzionato in Matteo 9:9.

Il suo Vangelo sembra dipendere in qualche modo dal Vangelo di Marco sia per le storie narrate che, con alcune eccezioni, per l’ordine in cui vengono presentate.

Probabilmente tra l’80 e il 95 d.C.

I lettori giudei. A differenza di Marco, Matteo non sente la necessità di spiegare i concetti ebraici ai suoi lettori.

Il Vangelo inizia con una genealogia che collega Gesù alla linea reale di Davide e ad Abrahamo, il padre dell’alleanza ebraica (vedere Matteo 1:1-17).

Tuttavia, contiene anche diversi passi che mettono in evidenza la fede dei Gentili e la loro inclusione nel regno dei cieli (vedere Matteo 1:2-6; 8:5-12; 15:21-28), preannunciando il comandamento del Salvatore sul Monte degli Ulivi: “Ammaestrate tutti i popoli” (Matteo 28:19).

Matteo descrive Gesù come l’adempimento delle profezie israelite sul Messia che doveva giungere dal lignaggio di re Davide.

Egli descrive anche Gesù come il nuovo Mosè tramite dei parallelismi: Gesù uscì dall’Egitto (vedere Matteo 2:13-15), tenne cinque sermoni principali2 (così come Mosè lasciò cinque libri della legge) e diede la Sua nuova legge su un monte (vedere Matteo 5:1).

Il Vangelo di Matteo, inoltre, indica che la venuta di Gesù dimostra che Dio è con il Suo popolo.

Quando era in prigione, Giovanni Battista mandò i suoi discepoli da Gesù per chiederGli se Egli fosse “colui che ha da venire” (vedere Matteo 11:2-3).

Gesù rispose che era venuto per guarire le persone e per insegnare il Vangelo ai poveri (vedere Matteo 11:4-5).

Solo il Vangelo di Matteo riporta il fatto che l’angelo abbia identificato Gesù come “Emmanuele, che, interpretato, vuol dire: ‘Iddio con noi’” (Matteo 1:23; vedere anche Isaia 7:14) e le ultime parole che Gesù risorto disse ai Suoi discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:20).

Il Vangelo di Matteo è una testimonianza importante del ruolo di Gesù nel mostrare che l’amore di Dio è con il Suo popolo.

La venuta di Gesù sulla terra fu l’adempimento di un piano che era stato stabilito sin dal principio. Prima del Giorno del Giudizio, Dio aveva mandato Suo Figlio per istruire e guarire il Suo popolo, sia fisicamente che spiritualmente.

Luca: il Salvatore di tutti

Luca sottolinea che Gesù era il Salvatore di tutte le persone, non solo degli eletti o di una élite.

Medico e collega di missione di Paolo (vedere Colossesi 4:14; 2 Timoteo 4:11; Filemone 1:24).

Apprese le sue informazioni da testimoni oculari e dai Vangeli scritti in precedenza, forse anche dal Vangelo di Marco (vedere Luca 1:1-3).

Probabilmente tra l’80 e il 90 d.C., insieme all’altro suo volume, il libro degli Atti (confrontare Luca 1:1-4 con Atti 1:1-3).

I lettori Gentili. Mentre la genealogia di Gesù compilata da Matteo inizia con Abrahamo (vedere Matteo 1:2), quella di Luca risale a Adamo, il padre di tutta l’umanità (vedere Luca 3:38).

Facendo un confronto con Marco, a volte Luca modifica i riferimenti che non erano tanto significativi per i suoi lettori non giudei, come ad esempio omettendo le tradizioni religiose ebraiche e cambiando i nomi o i titoli aramaici o ebraici.

Luca menziona donne fedeli più di quanto venga fatto negli altri Vangeli; alcune di queste donne accompagnavano Gesù e Lo sostenevano materialmente (vedere Luca 8:1-3).

Egli fa notare che altre donne assistettero alla morte del Salvatore e dichiararono poi agli Apostoli che Gesù era risorto dai morti (vedere Luca 23:49, 55-56; 24:1-10).

Luca sottolinea che Gesù era il Salvatore di tutte le persone, non solo degli eletti o di una élite.

Egli sottolinea anche che il messaggio del Salvatore veniva trasmesso mediante il potere dello Spirito Santo.

Luca menziona coloro che furono ricolmi dello Spirito mentre si preparavano e profetizzavano del Salvatore (vedere Luca 1:15, 35, 41, 67; 2:25-27).

Gesù stesso ricevette lo Spirito, ministrò agli altri tramite Esso (vedere Luca 3:16, 22) e dichiarò che Dio è disposto a dare questo stesso Spirito ai Suoi figli (vedere Luca 12:10).

Solo Luca scrive del mandato affidato dal Signore ai Settanta di insegnare il Vangelo a tutti (vedere Luca 10:1-12).

Questo tema viene ripreso in Atti quando i discepoli portano la buona novella da Gerusalemme “fino all’estremità della terra” (Atti 1:8).

Più di altri Vangeli, quello di Luca dimostra che il Salvatore del mondo andò incontro al Suo destino preordinato con dignità e coraggio, in modo che ognuno di noi potesse ricevere le benedizioni della Sua Espiazione e risurrezione, a prescindere dal nostro passato.

Giovanni: la vita nel nome di Gesù

L’apostolo Giovanni. Molti dei primi cristiani credevano già che Giovanni fosse il discepolo senza nome, “quello che Gesù amava”, menzionato in questo Vangelo (vedere Giovanni 13:23).

La rivelazione moderna conferma questa identificazione (vedere 3 Nefi 28:6; Dottrina e Alleanze 7:1).

La sua testimonianza oculare, gli scritti di Giovanni Battista (vedere Dottrina e Alleanze 93:6-16) e i discepoli fedeli non identificati che aiutarono Giovanni a raccogliere le informazioni (vedere Giovanni 21:24).

Probabilmente tra il 90 e il 110 d.C.

Tutti. Il Vangelo di Giovanni invita tutti a credere “che Gesù è il Cristo” (Giovanni 20:31), compresi coloro che ancora non credono, come pure i discepoli che cercano di perseverare e rafforzare la loro fede in Lui.

Il Vangelo di Giovanni è unico tra i quattro Vangeli. Nell’antichità era conosciuto come “un Vangelo spirituale”3 per via della sua enfasi sulla natura divina di Gesù.

Il versetto iniziale dichiara: “Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” (Giovanni 1:1; enfasi aggiunta).

Ma sottolinea anche che “la Parola è stata fatta carne ed ha abitato […] fra noi” (Giovanni 1:14).

Questo Vangelo mostra che uno dei motivi per cui molte persone non comprendevano gli insegnamenti di Gesù era che Egli veniva “di lassù” e aveva una prospettiva diversa ed eterna rispetto a quella delle persone che “sono di questo mondo” (Giovanni 8:23; vedere anche 3:11-13, 31).

Una lettura attenta dei Suoi dialoghi mostra come Gesù usò queste interazioni per aiutare le persone a elevare il loro sguardo e iniziare a sviluppare una prospettiva eterna.

Ogni volta che parlava, rivelava le parole di Dio (vedere Giovanni 8:40; 14:10, 24) e quando agiva, compiva la volontà di Dio (vedere Giovanni 4:34; 5:30; 6:38).

Il Vangelo di Giovanni dichiara il proprio scopo: “A tutti quelli che l’hanno ricevuto [Gesù] ha dato il diritto di diventar figliuoli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome” (Giovanni 1:12) e “queste cose sono scritte, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figliuol di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Giovanni 20:31).

Questo Vangelo è quindi un promemoria per tutti i suoi lettori dell’importanza di permettere a Gesù di insegnarci a comprendere più profondamente la prospettiva eterna di Dio.

La salvezza nella vita concreta

“Il Regno di Dio è vicino!”: è la scintilla di tutta la predicazione apostolica. I primi cristiani hanno proclamato la Buona Novella.

Oggi questo fervore si è un po’ raffreddato. Eppure Cristo è, oggi come ieri, vittoria sul male e potenza di salvezza.

Ascoltiamo allora le letture che ci vengono proposte per oggi.

Giobbe: dalla prova all’invocazione

Giobbe, ovvero la saggezza di un povero. Giobbe è per tutti i tempi l’uomo caduto nella prova.

Una figura sufficientemente generale per rassomigliare ad ogni essere umano. “ La vita dell’uomo sulla terra è fatica”: è il lamento di un uomo nella depressione.

Un’esistenza senza sapore, né orizzonti. Non è la situazione di molti contemporanei?

La Bibbia ci presenta Giobbe circondato da amici che lo assalgono con i loro discorsi e le loro spiegazioni.

La lettura termina con questa bella invocazione: “Aiutami tu Signore! La mia vita non è che un soffio e i miei occhi non vedranno più il bene”.

Giobbe è passato dalle considerazioni all’invocazione. Giobbe è questo povero che mette in luce i limiti dell’uomo e non si ripiega su se stesso, ma si apre a colui che gli è maestro di vita.

Invece di soffermarsi alla ricerca delle origini del male, Giobbe si rivolge verso Colui che è l’origine della vita. Invoca con tutte le forze Colui che può salvarlo.

La storia di Giobbe è eclatante per l’uomo di oggi. Dobbiamo accettare di non saper cosa dire dopo la grande malattia.

Le persone nella prova hanno bisogno di essere ascoltate, perché davanti al male la presenza vale più che il tentativo di spiegazione.

E la nostra presenza può essere segno della presenza del Cristo Salvatore se sappiamo essere trasparenza della Sua presenza. Il Signore conta su di noi per essere segno della sua Presenza.

Paolo: cooperatore dell’opera di Dio

L’apostolo Paolo percorre lo stesso cammino quando dice: “Mi son fatto tutto a tutti per guadagnare il maggior numero possibile”.

Così possiamo rivelare il Volto del Cristo Salvatore per raggiungere i deboli e i piccoli.

San Paolo era un temperamento bollente e stupisce sentigli dire: “Ho condiviso la debolezza dei più deboli per guadagnare anche i deboli.”

A dire la verità, San Paolo sa a quali disastri può condurre un progetto personale in nome della Religione. Ne ha fatto un’esperienza dolorosa.

Nel nome di una certa idea di Dio e di un certo ordine che ne deriva, era diventato persecutore dei cristiani. E lo faceva in nome di un certo ideale religioso, di una certa idea di Dio.

Fino al giorno in cui incontrò in maniera brutale quel Gesù che perseguitava attraverso i cristiani.

A più riprese San Paolo sottolinea l’opposizione tra la sapienza del mondo e la sapienza di Dio. Gli itinerari di Giobbe e di san Paolo si riuniscono su questo punto.

Giobbe da lontano prepara il cammino del Vangelo. Questo vangelo non viene come una risposta facile ai problemi, ma come la Presenza di Colui che viene a salvarci.

La collaborazione dei cristiani alla missione del Salvatore

Questa missione di Gesù qualifica la missione dei cristiani: dimostrare in parole ed opere che è già in atto un mondo nuovo.

Per realizzare questo, sono necessarie due cose:

  • Trasparenza allo Spirito Santo.
  • Fiducia nella missione del Vangelo.

Abbiamo la gioia di essere invitati a cooperare all’opera di Dio stesso. Con la Sua Parola Gesù agisce con potenza per liberare e per salvare.

Come si vede, Dio, che potrebbe fare benissimo tutto da solo vista la Sua onnipotenza, preferisce invece renderci Suoi collaboratori, quasi che Lui avesse bisogno di noi.

In questo episodio il Salvatore chiede aiuto per essere salvato dalla folla.

Lo sviluppo della comprensione cristiana della salvezza

L’evoluzione iniziata nelle controversie della prima comunità cristiana, dopo la risurrezione, è solo una prima tappa e continuerà per molto tempo, in particolare nel periodo patristico.

Nelle discussioni teologiche di tale periodo, possiamo notare un doppio salto.

Da una parte, si parla sempre di più della vita eterna piuttosto che della vita terrestre.

Detto in altro modo, si tende a parlare di più dell’aldilà piuttosto che della trasformazione della vita terrestre operata dall’irruzione del Vangelo nel nostro mondo.

In secondo luogo, la vita terreste di Gesù di Nazaret ha sempre meno importanza in confronto con il suo ruolo di “Figlio di Dio” e di “seconda persona della Trinità”.

Nella prassi e nella devozione popolare, la sua divinità adombra spesso la sua umanità.

Alcune riflessioni di san Paolo vanno già in questa direzione, ad esempio quando afferma: “Quindi, da ora in poi, noi non conosciamo più alcuno secondo la carne e, se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così” (2Cor 5,16).

L’evoluzione giunge a un primo culmine nel concilio di Nicea (325).

Il concilio fu convocato e presieduto, non dal papa, Silvestro I, che non aveva ancora l’autorità che conosciamo oggi, bensì dall’imperatore Costantino I.

Il papa, che forse non era nemmeno stato consultato, era rappresentato da legati.

Costantino, dal canto suo, aveva riconosciuto la legittimità del cristianesimo nell’Editto di Milano, nel 313, e doveva, però, affrontare il problema posto da diverse correnti nello stesso cristianesimo in Oriente, in particolare l’arianesimo che insisteva molto sulla natura terreste di Gesù Cristo, non uguale a Dio Padre, perché “creato” come tutti gli esseri umani e “adottato” in seguito come Figlio.

Il concilio, per volontà espressa dell’imperatore, secondo i resoconti dell’epoca, rigettò la posizione di Ario per adottare quella difesa soprattutto dalla chiesa di Alessandria, in particolare dal suo vescovo Alessandro e, poi, dal suo successore Atanasio.

Il risultato è ormai conosciuto perché è entrato nel nostro Credo: [Credo] in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè dall’essenza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato, non creato, consustanziale [omousios] con il Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create, sia quelle nel cielo sia quelle sulla terra; per noi gli uomini e per la nostra Salvezza discese e si è incarnato; morì ed è risuscitato il terzo giorno ed è salito nei cieli; e verrà per giudicare i vivi e i morti.

Gesù Cristo unico salvatore del mondo (via, verità e vita)

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