Missionari: segni luminosi di liberazione e consolazione

Essere missionari oggi significa portare a tutti la gioia e la consolazione del Vangelo, specialmente a coloro che vivono una storia difficile e ferita. La missione si realizza quando si sceglie il bene invece dell’indifferenza, quando si ascolta invece di giudicare e quando si costruisce invece di distruggere.

In un mondo segnato da divisioni, conflitti e ferite profonde, la riconciliazione diventa uno dei segni più urgenti e necessari del Vangelo. Essere missionari oggi significa, prima di tutto, essere strumenti di incontro, di ascolto e di pace.

Missionari accolgono persone migranti

La missione come presenza di consolazione

La missione che nasce dal Cuore di Cristo Ogni missione di riconciliazione nasce da un’esperienza profonda dell’amore misericordioso di Gesù. È nell’incontro con il suo Cuore che impariamo ad accogliere, a perdonare e a ricominciare. Chi si lascia toccare da questo amore non può tenerlo per sé. Diventa naturalmente un segno di misericordia, portando agli altri ciò che per primo ha ricevuto.

Così, la missione non si riduce a parole, ma diventa presenza: una presenza che ascolta senza giudicare, accoglie senza escludere e accompagna con pazienza il cammino di ogni persona. In culture, realtà e contesti sociali differenti, diventano testimoni che l’amore di Dio è capace di ricostruire relazioni, guarire storie e aprire cammini di vita nuova.

Spesso, queste testimonianze nascono da gesti semplici: un ascolto attento, una parola di conforto, una presenza fedele nei momenti di dolore. È in questo quotidiano, apparentemente ordinario, che la grazia di Dio opera in modo straordinario.

La prima spedizione missionaria salesiana

Il giorno 11 novembre 1875 partiva la prima spedizione missionaria salesiana con destinazione: Argentina, Patagonia. Capo della spedizione era il salesiano don Giovanni Cagliero, che diverrà poi vescovo.

L’11 novembre 1875, nel santuario di Maria Ausiliatrice, don Bosco diede loro l’addio. Al termine dei vespri, don Bosco salì sul pulpito, e tracciò ai partenti il programma della loro azione. In primo luogo si sarebbero occupati degli italiani emigrati in Argentina… poi avrebbero iniziato l’evangelizzazione della Patagonia…

Al termine don Bosco diede ai partenti il suo abbraccio paterno. La commozione fu grande quando i dieci missionari attraversarono la chiesa, passando in mezzo ai giovani e agli amici. Si stringevano attorno a loro.

Don Bosco arrivò ultimo sulla soglia della porta. Uno spettacolo grandioso: piazza gremita di folla… Don Lemoyne era vicino a Don Bosco e gli disse: “Don Bosco, comincia dunque ad avverarsi l’Inde exibit gloria mea (Di qui uscirà la mia gloria?)” “E’ vero” rispose don Bosco profondamente commosso.

Sono i momenti in cui si può perdere il senso del limite. Solo pochi mesi prima aveva detto: “Che cos’è nel mondo il nostro oratorio di Valdocco? Un atomo. Eppure ci dà tanto da fare, e da questo cantuccio si pensa a mandare gente di qua e di là. Oh bontà di Dio”.

La preghiera missionaria dell’11 del mese

Come ogni anno ricordiamo la prima spedizione missionaria salesiana del 11 novembre 1875. Ci uniamo nella preghiera per tutti i popoli del mondo, per le vocazioni missionarie religiose e laiche che tanta pace portano in ogni angolo remoto del mondo attraverso uno strumento che ci accompagnerà da oggi ogni 11 del mese.

In ricordo di quella prima partenza si vuole offrire uno strumento utile per la preghiera delle comunità salesiane, dei gruppi giovanili, dei gruppi missionari e di coloro che hanno a cuore la missionarietà della Chiesa…

“Anche tu per evangelizzare il mondo”

“Anche tu per evangelizzare il mondo”: il Signore ce l’ha anche con te. La sua mano tesa ti ha individuato nella folla. E’ inutile che tu finga di non sentire, o ti nasconda per non farti vedere.

Quell’indice ti raggiunge e ti inchioda a responsabilità precise che non puoi scaricare su nessuno. “Anche tu”. Perché il mondo è la vigna del Signore, dove egli ci manda tutti a lavorare. A qualsiasi ora del giorno.

Non preoccuparti: non ti si chiede nulla di straordinario. Neppure il tuo denaro: forse non ne hai. E quand’anche ne avessi, e lo donassi tutto, non avresti ancora obbedito all’intimo comando del Signore.

Si chiede da te soltanto che, ovunque tu vada, in qualsiasi angolo tu consumi l’esistenza, possa diffondere attorno a te il buon profumo di Cristo. Che ti lasci scavare l’anima dalle lacrime della gente.

Che ti impegni a vivere la vita come un dono e non come un peso. Che ti decida, finalmente, a camminare sulle vie del Vangelo, missionario di giustizia e di pace.

Esprimi in mezzo alla gente una presenza gioiosa, audace, intelligente e propositiva. Ricordati che l’assiduità liturgica nel tempio non ti riscatterà dalla latitanza missionaria sulla strada.

Ma fermati anche “a fare il pieno” perché in un’eccessiva frenesia pastorale c’è la convinzione che Dio non possa fare a meno di noi.

“… Se vi dicono che afferrate le nuvole, che battete l’aria, che non siete pratici, prendetelo come un complimento. Non fate riduzioni sui sogni. Non praticate sconti sull’utopia.

Se dentro vi canta un grande amore per Gesù Cristo e vi date da fare per vivere il Vangelo, la gente si chiederà: “Ma cosa si cela negli occhi così pieni di stupore di costoro?”.

Don Tonino Bello

Fede, speranza e carità nel cammino missionario

L’anno 2025 è l’anno giubilare. Secondo un’antica tradizione, il papa proclama un giubileo ogni 25 anni. L’attuale è stata proclamata il 9 maggio 2024, nella solennità dell’Ascensione del Signore, da Papa Francesco nel suo 12° anno di pontificato, con il tema: “Pellegrini della speranza”.

Come lo dice san Paolo (cfr 1 Tm 1,1), tutto parte da Cristo come la nostra Speranza, perché è Lui che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti.

Sperare, dice il papa, “è aspettare qualcosa che ci è già stato dato: la salvezza nell’amore eterno e infinito di Dio”. Ma questa attesa è segnata da una fede che dissipa l’incertezza, la paura, lo scoraggiamento, lo scetticismo, il pessimismo e fa trionfare la fiducia, la serenità, la certezza e la pace.

Per Paolo (Rm 5,1-2.5), il desiderio della missione deve essere sostenuto dalla speranza, perché essa non delude, purché si basi sull’amore che ha inondato i nostri cuori dopo l’esperienza dell’amore che Cristo ci ha mostrato fino alla croce.

Con questo amore, secondo l’Apostolo, nulla e poi nulla può separarci dall’amore di Cristo (né angoscia né tribolazione, né persecuzione né fame, né miseria né pericolo, né spada. né morte né vita, né angeli né principati celesti, né presente né futuro, né potenze, né altezze né abissi.). Perché con Cristo ne usciamo sempre vittoriosi.

Abbiamo quindi bisogno di 3 perni per vivere questo giubileo: credere, sperare e amare (Sant’Agostino).

Il percorso della missione è disseminato da insidie di angoscia. Eppure il missionario deve essere orgoglioso della logica proposta da san Paolo: l’angoscia produce la perseveranza, la perseveranza produce la speranza, il tutto sostenuto da un’altra virtù: la pazienza.

Quest’ultima, però, è minata dalla fretta che caratterizza il nostro tempo: “il mondo del qui e ora”, “il mondo dello zapping”. Dio è paziente con noi, è solo con la pazienza che possiamo fare del bene a noi stessi e agli altri.

La grande preghiera di un missionario pellegrino di speranza in questi tempi de l’impazienza deve essere questa: “Signore, dammi la grazia della pazienza, perdonami i miei peccati contro la pazienza, preservami dall’impazienza”.

San Paolo ne consiglia a Timoteo nella sua predicazione: “annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni pazienza e pedagogia” (2Tm. 4,2).

Perché questa preghiera sia efficace, deve essere accompagnata dal sacramento della riconciliazione, dalla penitenza, dalla mortificazione e dall’abnegazione evangelica per “incontrare il volto della misericordia di Dio”.

I segni di speranza affidati ai missionari

Oltre ad attingere speranza dalla grazia di Dio, i missionari lavoreranno su:

  • La Pace in un mondo immerso nelle guerre.
  • La trasmissione della vita in un mondo segnato dalla perdita del desiderio di trasmettere la vita.
  • La liberazione per i detenuti in un mondo segnato da detenzioni ingiuste, pena di morte.
  • La guarigione e l’affetto per i malati e per tutti coloro che soffrono nell’anima e nel corpo in un mondo senza affetto e indifferente a chi soffre.
  • Un particolare slancio verso i giovani.
  • La difesa dei diritti dei migranti, degli esuli, degli sfollati, dei rifugiati.
  • La difesa e la protezione degli anziani.
  • La difesa e la protezione dei poveri.

A tutti questi, ci vuole un messaggio di speranza. Il papa consiglia gli appelli alla speranza predicando che i beni della terra sono destinati a tutti e non a pochi privilegiati.

I debiti dei paesi poveri che non saranno mai in grado di ripagare devono essere perdonati e rimessi. Sono spesso le conseguenze dei debiti ecologici accumulati dalle grandi potenze, dagli squilibri commerciali, dall’uso storicamente sproporzionato delle risorse naturali, etc.

Missione, migrazioni e nuove frontiere

Se per lungo tempo alla missione abbiamo associato il “partire”, l’andare verso terre lontane che non avevano conosciuto il Vangelo o versavano in situazioni di povertà, oggi le frontiere della missione non sono più quelle geografiche, perché la povertà, la sofferenza e il desiderio di una speranza più grande, sono loro a venire verso di noi.

Ce lo testimonia la storia di tanti nostri fratelli migranti, il dramma della loro fuga dalla violenza, la sofferenza che li accompagna, la paura di non farcela, il rischio di pericolose traversate lungo le coste del mare, il loro grido di dolore e di disperazione.

Fratelli e sorelle, quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro in cui fermarsi e quegli occhi carichi di angoscia e speranza che cercano una terra ferma in cui approdare, non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!

Non si tratta tanto di “partire”, quanto invece di “restare” per annunciare il Cristo attraverso l’accoglienza, la compassione e la solidarietà: restare senza rifugiarci nella comodità del nostro individualismo, restare per guardare in faccia coloro che arrivano da terre lontane e martoriate, restare per aprire loro le braccia e il cuore, accoglierli come fratelli, essere per loro una presenza di consolazione e speranza.

Sono tante le missionarie, i missionari, ma anche i credenti e le persone di buona volontà, che lavorano al servizio dei migranti, e per promuovere una nuova cultura della fraternità sul tema delle migrazioni, oltre gli stereotipi e i pregiudizi.

Ma questo prezioso servizio interpella ciascuno di noi, nel piccolo delle proprie possibilità: questo è il tempo - come affermava Papa Francesco - di costituirci tutti in uno “stato permanente di missione” (Evangelii gaudium, 25).

Accoglienza cristiana di migranti in cammino

Cooperazione missionaria e vocazioni

Tutto ciò esige almeno due grandi impegni missionari: la cooperazione missionaria e la vocazione missionaria.

Anzitutto, vi chiedo di promuovere una rinnovata cooperazione missionaria tra le Chiese. Nelle comunità di antica tradizione cristiana come quelle occidentali, la presenza di tanti fratelli e sorelle del Sud del mondo dev’essere colta come un’opportunità, per uno scambio che rinnova il volto della Chiesa e suscita un cristianesimo più aperto, più vivo e più dinamico.

Allo stesso tempo, ogni missionario che parte per altre terre, è chiamato ad abitare le culture che incontra con sacro rispetto, indirizzando al bene tutto ciò che trova di buono e di nobile, e portandovi la profezia del Vangelo.

Vorrei poi ricordare la bellezza e l’importanza delle vocazioni missionarie. Mi rivolgo in particolare alla Chiesa europea: oggi c’è bisogno di un nuovo slancio missionario, di laici, religiosi e presbiteri che offrano il loro servizio nelle terre di missione, di nuove proposte ed esperienze vocazionali capaci di suscitare questo desiderio, specialmente nei giovani.

Evangelizzazione e promozione umana

Nell’esortazione apostolica Dilexi te, che papa Leone XIV ha ereditato da papa Francesco, proponendola alla cattolicità con l’aggiunta di alcune riflessioni proprie, il Pontefice ribadisce il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri.

Il Papa insiste su questo cammino di santificazione, perché nel «richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi».

Tra questi santi annoveriamo, certamente, san Giuseppe Allamano che indicava nella santità l’aspirazione principale nella vita del missionario: «Nulla è più efficace della carità - scriveva ai suoi missionari -. Nella carità consiste essenzialmente la santità. Amare e farsi santi è la stessa cosa. Non basta che amiamo in un modo qualsiasi, ci vuole un amore superlativo».

Papa Leone parla di tutte le povertà, da quella economica a quella educativa, dai malati ai carcerati, percorrendo tutte le categorie più fragili della società. Leone vuole una Chiesa per i poveri e con i poveri.

Per questo critica con forza un sistema economico oppressivo, capace solo di generare disuguaglianze e povertà, ed esorta a riconoscere e distruggere le strutture d’ingiustizia «con la forza del bene, attraverso il cambiamento della mentalità, ma anche con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società».

San Giuseppe Allamano insegnava a raggiungere questo obiettivo innanzitutto con la visita quotidiana alla gente nelle case e nei villaggi; visite che non dovevano «ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri», dove avevano la precedenza i poveri, gli ammalati e i villaggi più bisognosi.

San Giuseppe Allamano e la tecnica di Cristo

Una delle più belle pagine della storia dell’Istituto dei Missionari della Consolata l’ha scritta la Santa Sede, nel decreto di approvazione, che risale al 28 dicembre 1909: «Caratteristica di queste missioni è che i missionari non si limitano a introdurre la religione, amministrare i sacramenti, raccogliere bambini abbandonati nelle selve, ma con lo splendore della fede portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell’agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali».

Allamano commentava: «Il decreto della Santa Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni di Propaganda fide, le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro apostolato: “Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi, per poi poterli fare cristiani”».

Allamano ricordava che Gesù, prima di redimerci, «si era ridotto a piallare assi, alla scuola di Giuseppe, e quando cominciò a predicare il Regno di Dio era un provetto falegname che sapeva usare gli arnesi del mestiere».

Per questo il fondatore indirizzò i suoi missionari a uno sviluppo basato su una elaborazione della tecnica di Cristo. I suoi missionari furono, e sono tutt’ora, bravi agricoltori, organizzatori di cooperative, di scuole agricole e tecniche, senza dimenticare di essere dei predicatori e dei battezzatori.

La spiritualità mariana della consolazione

Il 12 ottobre 2025 si è svolto il Giubileo della spiritualità mariana. Nell’omelia della messa celebrata in Piazza san Pietro, papa Leone ha parlato della devozione a Maria come crocevia per ritornare a Gesù, e scoprire la sua presenza nelle realtà cantate nel Magnificat.

«Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama.

La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio (cfr. Lc 1,51-54)».

San Giuseppe Allamano avrebbe goduto immensamente nell’ascoltare queste parole di papa Leone: lui che aveva trascorso metà della sua vita all’ombra di un santuario mariano; che aveva passato lunghe ore di preghiera, contemplando l’icona della Consolata, e che aveva battezzato con il nome della Vergine Consolatrice le due famiglie missionarie da lui fondate: «Missionari e Missionarie della Consolata».

Egli spiegava come ognuno di questi due termini fosse sufficiente per caratterizzare la natura dei suoi figli e figlie: missionari mariani per il mondo, con l’impegno di portare ai popoli la vera «consolazione» che è Gesù, figlio di Maria, unico e universale salvatore.

«Il cammino di Maria è dietro a Gesù - ha detto il Santo Padre -, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore.

Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. “Perché - come leggiamo nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium - ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto.

In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti.

Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché ha rovesciato i potenti dai troni e ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53), è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia».

«Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace - ha concluso papa Leone -, interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti».

La consolazione nel pellegrinaggio

Canti, colori e parole di speranza. Con questa atmosfera sono stati accolti i circa 6mila partecipanti al 36° Pellegrinaggio della famiglia missionaria della Consolata a Fatima, sabato 21 febbraio 2026.

Le carovane sono arrivate da tutto il Portogallo, Paese in cui i Missionari della Consolata operano dal 1943. Si tratta di un appuntamento ormai consolidato nel cammino della famiglia Consolata in Portogallo.

L’incontro di quest’anno ha assunto un significato particolare, perché vissuto nel contesto del centenario della morte di san Giuseppe Allamano, come occasione di memoria grata, rinnovamento spirituale e rilancio del carisma missionario.

La giornata, scandita dal motto «Allamano, pellegrino di consolazione», è stata vissuta come un tempo intenso di preghiera, condivisione e celebrazione, nel quale si è manifestato ancora una volta l’affetto di tante persone verso la famiglia missionaria della Consolata e il legame vivo con il carisma del fondatore.

L’incontro è stato preceduto da una veglia di preghiera, riflessione e condivisione che si è svolta venerdì sera, 20 febbraio, a cui hanno partecipato circa 200 giovani.

La Via Crucis missionaria

Momento culminante del pellegrinaggio è stato la Via Crucis missionaria realizzata nel «Valinhos de Fátima». Le meditazioni in ogni stazione, oltre a ricordare gli ultimi passi di Cristo, commentati anche dalle parole di san Giuseppe Allamano, hanno fatto riferimento ai più poveri, a coloro che subiscono ingiustizie e anche a chi commette tali atti.

Insieme, i pellegrini hanno chiesto a Dio la capacità di alleggerire il peso di coloro che portano la croce della malattia, della solitudine e dell’emarginazione e anche il coraggio di denunciare il male.

La celebrazione si è conclusa con un momento scenico presso il Calvario ungherese. È stata l’occasione per parlare ai pellegrini di san Giuseppe Allamano mentre erano esposti pannelli e striscioni che ne illustravano il carisma e l’opera sempre attuali.

La missione come scelta quotidiana

L’opera di sant’Allamano è stata evidenziata anche nell’eucaristia celebrata nella basilica della Santissima Trinità, presieduta da padre James Lengarin, superiore generale dei missionari della Consolata.

Nell’omelia, ha detto che i «missionari sono attualmente in viaggio attraverso l’Africa, le Americhe, l’Asia e l’Europa, portando consolazione, giustizia, speranza e umanità», ma ha pure sottolineato che non è necessario viaggiare per essere missionari: «La missione si realizza quando si sceglie il bene invece dell’indifferenza. Quando si ascolta invece di giudicare. Quando si costruisce invece di distruggere».

La conclusione del pellegrinaggio è avvenuta presso la Cappellina delle apparizioni con la consacrazione alla Madonna di Fatima e l’invito a essere costruttori di pace, seguendo l’esempio di san Giuseppe Allamano.

«La santità di Allamano ci spinge a essere anche noi santi attraverso una vita di preghiera, servizio e dono di sé senza misura e a lavorare per la giustizia e la pace», ha detto padre Lengarin.

Una Chiesa propositiva, creativa e pastorale

La trasformazione culturale, economica e sociale della città - caratterizzata da una parte dall’industrializzazione e urbanizzazione e dall’altra dalla migrazione dalle campagne - generò nuove forme di povertà e marginalizzazione.

Migliaia di giovani arrivavano a Torino in cerca di lavoro, spesso privi di istruzione e di sostegno familiare. La risposta della Chiesa torinese non fu soltanto difensiva nei confronti della modernità, ma propositiva, creativa e pastorale: sacerdoti, religiosi e laici diedero vita a una vasta rete di opere educative, assistenziali e missionarie.

In questo contesto si collocò l’opera di figure straordinarie che contribuirono a delineare un modello di cattolicesimo sociale, capace di coniugare spiritualità, carità e impegno nella trasformazione della società.

I protagonisti della carità cristiana

Furono diversi i protagonisti e testimoni della rinascita cattolica torinese ottocentesca. Una delle figure più emblematiche fu Giuseppe Benedetto Cottolengo, che nel 1832 fondò la Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta da tutti come «Cottolengo».

Quest’opera nacque per accogliere coloro che non trovavano posto negli ospedali pubblici: malati cronici, disabili, poveri e persone abbandonate. Il Cottolengo rappresentò una risposta concreta alla crescente marginalizzazione sociale prodotta dalla modernizzazione urbana.

Accanto a Cottolengo ricordiamo anche due figure laiche di nobili origini, i venerabili Giulia e Tancredi Falletti di Barolo fondatori dell’Opera Pia Barolo e organizzatori di scuole e opere caritative per le donne carcerate.

Tra le figure più influenti emerge Giovanni Bosco, noto come Don Bosco. Nel quartiere torinese di Valdocco ideò l’oratorio come un ambiente educativo che offriva ai ragazzi formazione religiosa, istruzione di base, formazione professionale, accompagnamento umano e spirituale.

Nel 1859 Don Bosco fondò la Società di San Francesco di Sales, più comunemente conosciuta come Salesiani di Don Bosco, destinata a diffondere il suo metodo educativo in Italia e nel mondo.

Un’altra personalità che ebbe un ruolo decisivo nella vita religiosa torinese fu Giuseppe Cafasso, sacerdote e docente presso il Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, istituzione destinata alla formazione dei giovani sacerdoti.

La sua azione, specie a favore dei carcerati, contribuì a formare un clero sensibile ai problemi sociali e capace di una pastorale vicina alla gente.

Un’ulteriore figura di rilievo è stata Leonardo Murialdo, sacerdote impegnato nell’educazione dei giovani lavoratori. Egli fondò la Congregazione di San Giuseppe (Giuseppini del Murialdo), dedicata alla formazione professionale e cristiana dei giovani.

Giuseppe Allamano e l’universalità della missione

Accanto alle opere sociali ed educative sviluppate nel contesto urbano, Torino diede origine anche a un importante impulso missionario. Figura centrale in questo ambito fu Giuseppe Allamano, sacerdote torinese e fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata.

Il Canonico Allamano fu, per 46 anni, rettore del Santuario della Consolata, uno dei luoghi più significativi della spiritualità torinese.

Ispirato da questo centro di spiritualità e di formazione, Allamano maturò il progetto missionario che lo portò alla fondazione, nel 1901, dell’istituto missionario destinato all’evangelizzazione e promozione umana dei popoli.

I primi missionari furono inviati in Africa orientale nel 1902, avviando una presenza ecclesiale che univa evangelizzazione, promozione umana ed educazione.

L’opera di Giuseppe Allamano esprime una dimensione nuova della spiritualità torinese: una visione missionaria aperta all’universalità e alla multiculturalità.

La sua prospettiva può essere sintetizzata nell’idea di «agire localmente pensando universalmente»: la vita spirituale, la formazione e la carità sviluppate a Torino diventarono la base per una missione che superava i confini nazionali.

Il “Chilometro quadrato” della carità

Tutti questi interpreti della carità cristiana furono testimoni di una fede viva, che trasformava la contemplazione in gesti concreti di compassione e solidarietà per diverse categorie di svantaggiati, fragili ed emarginati, all’interno di un’area di Torino che, proprio per questo, possiamo benissimo denominare il «Chilometro quadrato della carità».

In esso, dall’Ottocento a oggi, hanno preso forma opere di bene - congregazioni religiose e apostolato sociale - e hanno visto la luce numerosi carismi.

Per queste e altre ragioni storiche e religiose, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo metropolita di Torino e vescovo di Susa, ha lanciato a gennaio 2026 l’idea di una candidatura internazionale per far conoscere al mondo la «città della carità» iscrivendo questo luogo nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Il progetto mira a garantirne riconoscimento, tutela e valorizzazione come spazio di eccezionale valore umano universale.

Guarigione, liberazione e consolazione nella preghiera

“Preghiere di guarigione, liberazione, consolazione” ti conduce pagina dopo pagina ad attingere forza dalla preghiera, ad aprire il tuo cuore all’ascolto e all’incontro con Gesù, il Salvatore, l’unico in grado di toccare la tua vita, di liberarti dal male, di guarirti e di consolarti.

Credi che Gesù ti guarisce, ti libera e ti consola? Vuoi davvero accogliere Gesù nella tua vita? Sei disposto a volgere lo sguardo a colui che ti guarisce, ti libera e ti consola?

Un Salmo, un Padre nostro, un’Ave Maria, una semplice preghiera è come una fragile goccia d’acqua che, giorno dopo giorno, con l’impegno e la perseveranza, può bucare la pietra più dura.

Meglio ancora, può diventare in te una fonte d’acqua viva che zampilla per la vita eterna.

Testimonianze che trasformano

Nei luoghi in cui le Apostole sono presenti, si moltiplicano storie silenziose ma profondamente trasformanti. Ci sono riconciliazioni in famiglie segnate da anni di distanza. Ci sono persone che ritrovano la fede dopo lunghi periodi di lontananza.

Ci sono cuori feriti che, poco a poco, riscoprono la fiducia e la speranza. Spesso, queste testimonianze nascono da gesti semplici: un ascolto attento, una parola di conforto, una presenza fedele nei momenti di dolore.

La forza del perdono

In contesti di povertà, violenza ed esclusione, la missione della riconciliazione diventa ancora più impegnativa, ma anche più necessaria.

Essere presenti in questi luoghi significa portare la certezza che nessuna storia è perduta e che il perdono può aprire cammini dove sembrava non esserci via.

Il perdono non cancella il passato, ma trasforma il modo in cui lo portiamo. Restituisce dignità, ricostruisce legami e permette alla vita di ricominciare con un nuovo orizzonte.

Missionarie della speranza

Le Apostole del Sacro Cuore di Gesù sono chiamate ad essere missionarie della speranza, portando la tenerezza del Cuore di Cristo a chi ne ha più bisogno.

Nelle scuole, negli ospedali, nelle comunità, nei centri di spiritualità e nelle missioni sociali, la loro presenza diventa segno concreto che Dio continua a essere vicino, soprattutto a chi soffre di più.

Ogni gesto di riconciliazione, anche il più piccolo, diventa un seme di pace seminato nel mondo.

La missione di riconciliare è una chiamata per tutti

La missione di riconciliare non appartiene solo ad alcuni, è una chiamata per tutti. Ogni persona, nella propria realtà, può essere strumento di pace.

La riconciliazione inizia nel cuore, passa attraverso le relazioni più vicine e si estende al mondo. Comincia quando scegliamo di comprendere invece di giudicare, quando facciamo il primo passo, quando crediamo che l’amore possa essere più grande di ogni ferita.

Le testimonianze missionarie ci ricordano che la riconciliazione non è un ideale lontano, ma una realtà possibile. Si costruisce ogni giorno, con piccoli gesti che hanno un grande valore.

Così continueremo la missione di portare al mondo la tenerezza del Cuore di Gesù, facendo del perdono un cammino concreto di speranza e di vita nuova.

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