La pace nei passaggi biblici: significato, promesse e cammino cristiano

Secondo la Bibbia, la pace non è soltanto l’assenza di guerra o di conflitti, ma una condizione di pienezza, giustizia, riconciliazione, sicurezza e comunione con Dio, con gli altri e con il creato. Nella prospettiva cristiana, questa pace è dono di Dio, si manifesta pienamente in Gesù Cristo e viene accolta attraverso la fede, la preghiera, il perdono e la pratica della giustizia.

La Bibbia annuncia anche una pace futura e universale: sotto la guida di Gesù Cristo ci sarà “abbondanza di pace finché non ci sia più la luna”, cioè per sempre (Salmo 72:7). Dio farà cessare tutte le guerre (Salmo 46:8, 9) e le persone buone “proveranno squisito diletto nell’abbondanza della pace” (Salmo 37:10, 11).

Che cosa significa la pace nella Bibbia

Occorre subito fare una precisazione sul linguaggio biblico perché purtroppo il nostro termine «pace» nel linguaggio corrente risulta molto depauperato rispetto ai termini shalom dell’Antico e eirene del Nuovo Testamento. Queste precisazioni sono ovvie, ma vale la pena di ricordarle sempre perché noi siamo troppo abituati a pensare la pace come semplice assenza di guerra, come tranquillità, calma.

Incominciamo col dire che il termine biblico «shalom», che viene comunemente tradotto con pace ha un significato molto ampio, anzi pare che nella sua radice significhi «completezza, integrità», cioè è la condizione di un uomo, di una comunità, che è in armonia con la natura, con se stesso, con Dio, con gli altri uomini. Questa è la pace, secondo la Bibbia, un concetto globale, una realtà che o c'è tutta o non c'è.

In realtà, lo shalom biblico è molto di più, è un concetto che positivamente esprime un valore assoluto in una gamma amplissima di significati e in una dinamica che rende sovente difficile la distinzione tra la pace di Dio e la pace con Dio e quella molto più materiale tra gli uomini. Già i LXX han dovuto forzare la lingua greca nel tradurre shalom con eirene dando a quest’ultimo termine un significato più esteso, un contenuto mai posseduto dal greco.

La pace biblica comprende salute fisica, felicità, prosperità materiale, sicurezza, benedizione, salvezza e vita piena. Non c’è una pace interiore, una pace spirituale senza che ad essa corrisponda un’esperienza umana nell’esterno, nel concreto, nel materiale!

La pace come pienezza, benedizione e salvezza

Quando Assalonne, ribellatosi al padre Davide, cade in battaglia, dei messaggeri ne portano la notizia. Davide, che attendeva la fine delle ostilità, domandò a quelli: «c’è pace (shalom) per il mio figlio Assalonne?». Saputo che era caduto morto, Davide piange. (cfr. 2 Sam. 18, 19-19,5).

La pace allor qui non è fine delle ostilità ma è vita piena e salvezza. La pace tra Davide e Assalonne poteva giungere non con la semplice fine della ribellione, con la vittoria del re sul rivoltoso, ma con la prosperità, con la vita piena di entrambi.

Non solo gli ebrei si salutano con la formula shalom (cfr. Gn. 29,6; 2 Sam. 18,28) ma quando formulano una preghiera chiedono la pace, augurano la pace per una persona, per il popolo, per gli abitanti della città santa di Gerusalemme (cfr. Sal. 122,6-9; 128,2-6; 147,15-14 ecc.). In questi casi la pace è strettamente collegata con la benedizione; anzi è il segno della sua dilatazione sul popolo e sul credente insieme.

Non è mai un bene individuale, tanto meno un bene soltanto collegato con un’entità collettiva. È un bene promesso ai poveri, atteso dai poveri, capito dai poveri. A volte c’è una localizzazione dello shalom biblico in un soggetto, in una persona, ma la sua destinazione è il popolo di Dio e quando lo shalom è sulla città, sulla terra, non lo è in modo astratto, dovendo raggiungere ciascuno dei credenti.

La pace biblica, però, non è un’utopia, non sta in un passato perduto, ma è una possibilità che Dio offre all’uomo, è una pace nella storia! Essa fa parte, dunque, dell’annuncio profetico e non è accessoria rispetto all’annuncio del Dio unico e fedele, il Dio dell’Alleanza fatta in ogni carne.

Quest’alleanza sarà sempre alleanza di Pace (berit shalom) mentre la sua rottura significherà morte, distruzione, desolazione. Non han forse ragione gli esegeti nel tradurre shalom quando esso appare col suo più pieno significato con il termine salvezza?

Frutto e risultato dell’Alleanza con Dio è la salvezza, è la pace, rapporto di riconciliazione e di scambio tra i credenti del patto, in cui Dio dà ciò che possiede: la vita, la gioia, la pace, la salvezza!

Pace e salvezza nell’annuncio profetico

Il criterio ermeneutico per cui pace e salvezza sono sinonimi ci è fornito dal grande annuncio dell’evangelo in Is. 57,7: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annuncia la pace, messaggero di bene, ché annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio!» e ancora in Is. 54,10: «La mia grazia non ti abbandonerà e il patto della mia salvezza (berit shalom) non vacillerà!».

L’annuncio della pace è dunque annuncio della buona notizia, dell‘evanghelion, riservato ai poveri. Quando Dio regna, quando il suo regno viene tra gli uomini, allora si manifesta la pace!

Luca 4,18: «ai poveri un lieto messaggio (evanghelion)» è l’annuncia della pace. Per questo chi annuncia il regno, annuncia la pace, chi mostra di essere sotto la signoria di Dio si mostra servo e artefice della pace, chi accoglie il Regno di salvezza accoglie la pace.

Di fronte allo sconcertante predominio dell’ingiustizia e della menzogna nel mondo, con amarezza il profeta constata: Non conoscono la via della pace (Isaia 59,8). Non solo i rapporti sono inquinati dalla violenza, ma - aspetto ancor più grave - si tende a giustificare lo status quo con argomentazioni false, tese a mascherare la logica di sopruso a cui ci si è consegnati.

I profeti quando parlano di pace elencano sempre accanto alla pace la pratica della giustizia, l’osservanza del diritto anche per i poveri, l’accoglienza dei poveri, l’ordine, il benessere e la fedeltà religiosa. I profeti hanno polemizzato a proposito della pace, hanno sempre polemizzato con i falsi profeti, i profeti di corte e ci son sempre i profeti di corte.

I profeti di corte, secondo i veri profeti, parlavano troppo facilmente di pace, promettevano troppo facilmente la pace, cioè promettevano pace senza nel contempo dichiarare che per avere la pace occorreva un profondo, radicale cambiamento della situazione.

Parlavano di pace e basta; secondo i veri profeti questo è ridicolo: è sciocco parlare di pace se non parli nel contempo di una radicale conversione; bisogna cambiare alla radice il modo di vivere, solo così è impossibile la pace, altrimenti è come imbiancare, il paragone è di Ezechiele, un casa che sta crollando, che è tutta screpolata, è un palliativo che non risolve niente.

Pace e violenza nei testi dell’Antico Testamento

Di fronte allo shalom, alla pace veterotestarnentaria non sta la guerra (milhama) ma la violenza (hamas). La guerra è una delle forme che minacciano la pace, è il pericolo più grande e manifesto, ma ve ne sono altri analoghi e tutti possono convergere nell’espressione hamas indicante la violenza essenziale, radicata nel cuore dell’uomo ma capace di ferire tutto l’ordine di relazioni tra gli uomini, tra l’uomo e le cose, tra l’umanità e Dio.

Non dimentichiamo che il messaggio biblico ci proviene proprio da un ambiente di violenza, il Medio Oriente, dove la storia è fatta di guerre, di rivoluzioni, di invasioni e dove sovente la violenza è legalizzata, eretta a sistema. L’esperienza di Israele si colloca in questo spazio, anzi la nascita stessa di Israele e della sua coscienza di popolo avvengono nella violenza patita nella schiavitù egiziana.

Una delle prime domande che si pone il credente israelita è proprio questa: da dove viene la violenza? Chi l’ha introdotta nel mondo? Perché il rapporto personale tra uomo e uomo è minacciato dall’odio e dalla violenza?

La risposta è formulata a più riprese e in forte crescendo nei primi capitoli della Genesi. C’è una violenza primaria insediata nel cuore dell’uomo che si manifesta addirittura nell’immagine e nella somiglianza di Dio ormai perduta, nell’Adam maschio e femmina.

Il rapporto stesso uomo e donna è minacciato dal dominio, da un atteggiamento di violenza, e questo per una presa di posizione di entrambi nei confronti di Dio. Le scelte dell’uomo non sono mai concluse e irrelazionate nella sfera umana ma sono inerenti al rapporto con il Creatore (cfr. Gn. 23,24).

La storia di Caino e di Abele è una risposta successiva. La relazione tra uomo e uomo, la relazione profonda tra fratelli, si spezza per una rivalità, una lotta. Caino agricoltore e Abele pastore impersonano due condizioni sociali tra cui scoppia la violenza.

Caino fa il sacrificio a Dio separato da quello di suo fratello, si separa nel riconoscimento dell’Unico Creatore e nella sua libertà uccide il fratello. Il monoteismo non poteva essere che una fraternità; spezzata questa fraternità, appare l’omicidio (Gn. 4, 3-16).

La violenza si espande vertiginosamente e si costruisce sulla crudeltà e sulla vendetta. Lameck può cantare: «Ho ucciso un uomo che mi aveva graffiato, un ragazzo per un mio livido. Se Caino sarà vendicato sette volte, io Lameck, settantasette» (Gn. 5,23-24).

Dal rifiuto di Dio cresce la violenza e si estende a tal punto che «la terra era corrotta e piena di violenza» (Gn. 6,11). Dio, frustrato nella sua qualità di creatore, constata che la terra «per causa degli uomini erapiena di violenza» (Gn. 6,13), che con il suo male poteva solo meritare il diluvio.

L’alleanza di Dio e il rifiuto della violenza

Dio però non accetta che questa violenza separi per sempre l’uomo da Lui e ricompare la pace con la nuova umanità sfuggita al diluvio. Dio si vincola all’uomo, a ogni carne, e gli garantisce la salvezza attraverso l’alleanza.

In questa alleanza cosmica Dio non chiede altro che il rispetto della vita dell’uomo: «Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello!» (Cfr. Gn. 9,5).

Così Dio non abbandona l’umanità omicida a se stessa ma ascolta il grido di quelli che patiscono violenza, si china su di loro e promette pace, salvezza. Anche nell’alleanza mosaica al Sinai, alleanza con cui Dio si sceglie un popolo tra tutte le genti, una delle clausole del patto è: «Tu non ucciderai» (Es. 20,13), formula categorica senza repliche né eccezioni.

L’israelita non dovrà esercitare la violenza, dovrà invece, attraverso l’osservanza dei Comandamenti, creare una situazione di vita sociale e familiare in cui la violenza non abbia spazio per introdursi.

Non esiste nell’Antico Testamento nessuna giustificazione per la violenza e quando si prescrive quel famoso codice del taglione (Es. 21,23-24) in realtà si cerca di arginare la violenza, di metterle un limite, affinché non si estenda come nel caso di Lameck e di tutta l’esperienza medio-orientale antica.

Il grande messaggio deuteronomistico Dio mette davanti lo shalom e la violenza, la benedizione e la maledizione, la vita e la morte. Ora qui è evidente (basta leggere il capitolo 28 del Deuteronomio) che la pace, lo shalom, fa parte della costituzione di Israele.

Ciò che Dio enuncia sotto forma di benedizione è esattamente la definizione piena della parola pace, shalom. Questo significa che la violenza può solo sorgere per libera scelta dell’uomo che percorre le vie dell’infedeltà a Dio e alla sua legge.

La guerra sarà nient’altro che una delle punizioni per l’infedeltà: «Se seguirete le mie leggi, se osserverete i miei comandi e li metterete in pratica… io metterà pace nel Paese: nessuno vi incuterà terrore e la spada non passerà per il vostro Paese (Lv. 26,3.6) ma se non mi ascolterete e non metterete in pratica tutti questi comandi… manderò contro di voi la spada vindice della mia alleanza» (ib. v. 14; 25).

Le vie della pace sono dunque praticabili, la violenza, le guerre non sono un fato ineluttabile che pesa sugli uomini: Israele sa e annuncerà che la pace è una possibilità per l’uomo che rimane in alleanza con Dio.

La pace come dono di Dio

La pace dono di Dio insieme viene data anche la pace con Dio, la riconciliazione con il Signore. È qui che si misura la portata teologica e religiosa della pace!

Ed è proprie questa qualità della pace che è testimoniata in una singolare espressione del Salmo 85,9; 11: «Il Signore annuncia la pace per il suo popolo, i suoi fedeli. Si incontrano amore e verità, si baciano pace e giustizia».

Può essere per noi scandaloso ma nella Bibbia la parola pace, pur essendo anche impegno umano è essenzialmente dono di Dio, è qualcosa che l’uomo da se stesso non può darsi, per il quale l’uomo può predisporre situazioni, per il quale deve invocare il Signore ma in definitiva quando le aspirazioni degli uomini alla pace sono corrisposte, ciò appare sempre come dono di Dio.

Lo shalom non nasce da un regolamento internazionale dei conflitti né dalla coesistenza pacifica perché la pace è nella storia ma non è della storia è nel mondo ma non è del mondo.

Noi siamo portati a pensare che essa possa nascere da un’evoluzione di fattori storici, di cause interne al mondo ma non è così. Potrebbe anche darsi che un’evoluzione, un nuovo ordine politico internazionale, un ulteriore sviluppo dei rapporti tra le nazioni possa offrire dei mezzi diversi dalla guerra per la risoluzione dei conflitti ma noi per questo cesserebbe la violenza.

La guerra non è che un aspetto del confronto crudele e violento tra i poteri. L’illusione di pace infraumana può lasciare intatti i rapporti di dominio, le disuguaglianze e la ricerca del potere.

Il re pacifico e la promessa dei profeti

Questa illusione di pace infraumana l’aveva già avuta come tentazione Israele quando pensò che avere un re significasse garantirsi la pace. In nome dell’ideologia monarchica dominante Israele avrà un re, ma il profeta non attenderà mai la pace da lui!

Il profeta ammonisce che «il re non dovrà avere un gran numero di cavalli, né dovrà accrescere la sua cavalleria, la sua armata» (cfr. Dt. 17,16; 1 Sam. 8,11-18) ma a questo programma il re non si atterrà e non sarà mai degno di essere un ministro di Dio.

Neanche Davide sarà degno di edificare un tempio al Signore avendo guerreggiato durante la vita e avendo sparso il sangue davanti a Dio sulla terra. Solo il re pacifico, solo Melkisedeck Re di Salem, solo il Sommo Sacerdote Gesù saranno degni di edificare al Signore una vera dimora tra gli uomini (cfr. 1 Re 5,17; 1 Cr. 22,7; 10; Eb. 7,1-28).

Neanche Davide, avendo usato violenza, può rappresentare interamente la missione religiosa di Israele. La pace che annunciano i profeti quale menuha, riposo gioioso e pacifico, dono storico e salvifico ad Israele e in particolare ai poveri, agli umili, ai curvati (anawim) di quel popolo verrà solo da Dio.

I profeti attendono questo dono da un bambino appena nato, il cui nome è principe della pace (per shalom) e nel cui regno la pace non avrà fine. Sarà lo zelo del Signore Shevaot a fare questo (Is. 9,5-6) con un intervento diretto, divino!

In quei giorni la parola del Signore, il devar Adonai, parola-evento, farà sì che gli uomini «forgeranno le loro spade in aratri, le loro lance in falci, un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is. 2,4).

Spade trasformate in aratri Isaia 2

La pace annunciata dalla nascita di Gesù

Il testo, forse uno dei testi più chiari, più interessanti, anche se semplicissimo, è il testo del Natale «Gloria a Dio nell’alto dei Cieli e pace in Terra agli uomini che Dio ama».

C’è da osservare prima di tutto, secondo questo canto angelico che la trascrizione storica della gloria che Dio ha in Cielo è la pace fra gli uomini. Quindi se la Chiesa di Dio vuole dar gloria a Dio, realizzare intera la gloria di Dio, non deve fare altro che operare per la pace, perché il risvolto terrestre della gloria celeste è la pace.

Ma pace con ogni uomo! Dio ama ogni uomo, dunque la pace con tutti, con il giusto e con il peccatore, con il vicino e con il lontano.

Nel Vangelo secondo Luca, alla nascita di Gesù, gli angeli proclamano: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Il messaggio della nascita di Gesù unisce la gloria di Dio e la pace sulla terra. La pace non è riservata a un gruppo selezionato, ma è collegata all’amore di Dio per l’umanità.

Gesù Cristo è la nostra pace

Questo concetto è ripetuto poi nella lettera agli Efesini, da Paolo, cap. 2° versetto 11 e seguenti: «Gesù è la nostra pace, Colui che dei due ha fatto un solo popolo, abbattendo il muro che li separava: l’inimicizia».

Paolo sta pensando ai due popoli, il popolo ebreo e i pagani; queste differenze sono crollate, la Croce di Cristo ha fatto crollare le differenze tra popolo e popolo, fra uomo e uomo, non esistono più i vicini, non esistono più i lontani, ma l’unica famiglia umana.

Per Paolo, questa pace, che ha fatto crollare le barriere, viene dalla Croce, cioè è fondata sul perdono, sulla gratuità, e mi sembra questa una cosa tutt’altro che secondaria.

Dalla morte di Cristo in poi l’uomo dovrebbe ragionare in termini di famiglia umana, non più un popolo - il popolo eletto - sopra un altro popolo come invece era nell’Antico Testamento, ma semplicemente un popolo accanto agli altri popoli, una solidarietà universale come in famiglia.

Gesù si è fatto nostro compagno di viaggio per insegnarci a vivere in questo mondo (Tito 2,12) secondo la logica che ha orientato la sua vita, e così guidare i nostri passi sulla via della pace (Luca 1,79), che è controcorrente rispetto alla mentalità e alle attese comuni.

“Non pace, ma spada”: il significato delle parole di Gesù

Nei Vangeli Gesù pronuncia anche parole che sembrano opposte alla sua missione di pace: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Matteo 10,34).

Nel Vangelo secondo Luca si legge: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Luca 12,51).

Queste parole non presentano la violenza come via del Regno di Dio. Esse descrivono piuttosto la divisione che può nascere quando l’annuncio di Gesù mette in discussione valori, legami e sicurezze radicate.

Gesù non cerca di sanare i conflitti e le divisioni percorrendo la via del miracolo in serie o quella della violenza, due possibilità accomunate dalla pretesa di trasformare la realtà con la forza.

Sa che il superamento del male, in ogni sua forma, raggiunto grazie a interventi prodigiosi o atti di potenza, non cambierebbe nulla della trama del mondo. La gente resterebbe prigioniera del culto del prestigio e della forza, invischiata nella vecchia logica secondo la quale solo la ricchezza e il potere sono efficaci.

Lungi dal promettere una pace a buon mercato, ripete che la trasformazione della condizione umana può essere unicamente il frutto di un paziente cammino nello spirito e nella logica delle beatitudini, che hanno guidato la sua pratica messianica.

Le beatitudini e gli operatori di pace

Gesù proclama: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra».

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia».

Le beatitudini (Matteo 5,3-12), così come il discorso della montagna (Matteo 5-7) di cui costituiscono l’introduzione, sono il ritratto del cristiano adulto e di ogni uomo e donna che ha raggiunto la piena maturità e tracciano un percorso di umanizzazione.

Il discorso della montagna è il testo di riferimento, non solo per i seguaci di Gesù, ma per ogni persona, gruppo o popolo che desidera perseguire la pace. È un discorso che «non ha nessuna etichetta confessionale, rinnova l’esistenza come tale e può valere per chiunque».

Il suo insegnamento non è riservato a un gruppo di iniziati; è destinato a illuminare e guidare ogni persona animata dalla ricerca onesta del bene.

Gli “operatori di pace” possono essere descritti anche come “artigiani della pace”, dato che nel termine artigiano si trova l’idea dell’arte, dell’immaginazione inventiva.

Il riferimento è a coloro che, animati da un grande desiderio di pace, operano nei loro ambiti di vita con creatività e coraggio. Promuovono con ingegno spazi di fraternità e di riconciliazione.

Saranno chiamati figli di Dio: il significato pregnante del titolo che ricevono si chiarifica alla luce del Primo Testamento, dove i figli di Dio sono presentati come membri della corte celeste.

«I “figli di Dio” sono pertanto i servitori di Dio, i suoi consiglieri, i suoi messaggeri, i suoi più stretti collaboratori. Sono i membri del suo consiglio.

La beatitudine di Matteo suggerisce, di conseguenza, che gli operatori di pace sono i più stretti collaboratori di Dio nell’avvenimento del suo regno.

Contribuire alla pace - nel senso biblico e pregnante della parola - significa diventare stretti collaboratori di Dio nel suo piano di felicità profonda per l’umanità.

La pace come missione dei discepoli

Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare il Regno e a portare la pace. Nel Vangelo secondo Matteo dice: «Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

Nel Vangelo secondo Luca, ai settantadue discepoli Gesù ordina: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi».

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”.

Per questo chi annuncia il regno, annuncia la pace, chi mostra di essere sotto la signoria di Dio si mostra servo e artefice della pace, chi accoglie il Regno di salvezza accoglie la pace.

La pace di Cristo e la risurrezione

Dopo la risurrezione, Gesù appare ai discepoli e dice: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma.

Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

La pace proclamata dal Risorto non è una semplice formula di saluto. È legata alla sua presenza, alla vittoria sulla morte, al perdono dei peccati e alla missione affidata ai discepoli.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo».

Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù appare ai discepoli impauriti e dice: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

La pace cristiana nasce quindi dalla riconciliazione, dalla presenza del Risorto e dal dono dello Spirito Santo.

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace”

Gesù promette ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore».

La pace di Gesù non coincide con la sicurezza offerta dal potere, dalla ricchezza o dall’assenza temporanea di problemi. È una pace che proviene dalla relazione con il Padre e dalla presenza dello Spirito Santo.

Gesù non promette una vita senza prove, ma offre la sua pace, una pace che non dipende dall'esterno, una pace che viene dalla sua presenza in noi.

«Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!»

La pace interiore non è sempre facile da mantenere. Può essere indebolita da preoccupazioni quotidiane, conflitti, ferite, dubbi o prove.

Eppure è essenziale per stare in piedi, per amare, per vivere pienamente. La Bibbia ci insegna che questa pace non dipende dalle circostanze esterne, ma che proviene da un luogo più profondo e segreto, dove abita Dio.

La pace interiore secondo la Bibbia

Anche oggi coloro che sono vicini a Dio possono avere “la pace di Dio che sorpassa ogni pensiero” (Filippesi 4:6, 7). La pace interiore è un dono, una promessa, ma anche un cammino da percorrere.

Paolo scrive: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù».

Paolo ci invita a non tenere per noi le nostre preoccupazioni, ma a metterle nelle mani di Dio nella preghiera. E non è solo una pace psicologica quella che ci viene promessa, ma una pace che trascende ogni logica, ogni comprensione umana.

Una pace che viene da Dio stesso e che custodisce il nostro cuore come un baluardo contro l’agitazione interiore.

La pace che nasce dalla fiducia

«A chi è saldo nel suo proposito, tu dai pace, pace, perché confida in te» (Isaia 26:3).

Questo versetto ci mostra che la pace interiore nasce anche dalla fiducia. Più mettiamo la nostra vita nelle mani di Dio, più il nostro cuore diventa tranquillo.

Non si tratta di uno sforzo di volontà, ma di una scelta di fede: credere che Dio c'è, che ci guarda, che ci guida. È in questo rapporto di fiducia che la pace si radica e diventa duratura.

La pace come riposo dell’anima

«Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete il mio giogo su di voi e accogliete le mie istruzioni, perché io sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime».

Quando la vita diventa troppo pesante, quando tutto in noi è teso, preoccupato o esaurito, queste parole sono un rifugio. Gesù ci invita a venire da lui così come siamo.

Non ci chiede uno sforzo, ma un abbandono. Vuole sollevarci, insegnarci a vivere in modo diverso, più dolce, più fiducioso.

La pace nel riposo notturno

«Mi coricherò e mi addormenterò subito in pace, perché tu solo, o Signore, mi fai abitare in sicurezza» (Salmo 4:9).

Questo versetto semplice e profondo evoca un abbandono totale. Potersi addormentare in pace è un segno di fiducia.

Anche quando tutto sembra incerto, anche quando non abbiamo controllo su nulla, è possibile riposare tra le braccia di Dio, come un bambino tra le braccia di suo Padre.

Versetti biblici sulla pace

PassaggioMessaggio sulla pace
Numeri 6:24-26Il Signore protegge, benedice e concede pace.
Salmo 4:9La fiducia in Dio permette di coricarsi e riposare in pace.
Salmo 34:15Occorre stare lontani dal male, fare il bene, cercare la pace e perseguirla.
Salmo 46:11La pace nasce anche dal riconoscere che Dio è Dio.
Salmo 119:165Grande pace è promessa a chi ama la legge di Dio.
Isaia 2:4Le spade saranno trasformate in aratri e i popoli non impareranno più la guerra.
Isaia 26:3Dio assicura la pace a chi confida in lui.
Isaia 52:7Il messaggero annuncia la pace insieme alla salvezza.
Matteo 5:9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Giovanni 14:27Gesù dona una pace diversa da quella del mondo.
Giovanni 16:33In Cristo è possibile avere pace anche nella tribolazione.
Filippesi 4:6-7La preghiera affida a Dio le preoccupazioni e la sua pace custodisce cuore e pensieri.
Colossesi 3:13Il perdono reciproco segue il perdono ricevuto dal Signore.
Colossesi 3:15La pace di Cristo deve regnare nei cuori.
Giacomo 3:18Un frutto di giustizia viene seminato nella pace da chi opera per la pace.
Ebrei 12:14La pace va cercata con tutti insieme alla santificazione.

La pace come pratica quotidiana

La Bibbia non presenta la pace come un sentimento astratto. Essa richiede scelte concrete nel modo di parlare, di reagire, di perdonare e di trattare gli altri.

«Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra da parole d'inganno; eviti il male e faccia il bene, cerchi la pace e la segua».

«Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene. A questo infatti siete stati chiamati da Dio per avere in eredità la sua benedizione».

«Badate che nessuno renda male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti».

«Sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi».

«Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore».

«Cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace».

«E' una gloria per l'uomo astenersi dalle contese, attaccar briga è proprio degli stolti».

«Il paziente val più di un eroe, chi domina se stesso val più di chi conquista una città».

La pace richiede quindi autocontrollo, mitezza, capacità di ascolto, rinuncia alla vendetta, perdono e impegno per il bene comune.

La radice della violenza è nel cuore umano

Il Nuovo Testamento ha già completato il discorso come ho lasciato intendere, con la Croce di Cristo, però ha introdotto alcune cose che mancavano nell'Antico Testamento e una di queste cose, importantissima, è l'universalità della pace.

Un ultimo concetto, mi pare, ci offre il Nuovo Testamento ricuperando il discorso dei profeti, quello di aver sottolineato che la radice della violenza, alla fin fine, è nel cuore dell'uomo.

San Giovanni al cap. 3 in un passo famoso dice che gli uomini amano più le tenebre che la luce, per questo rifiutano la luce, per questo hanno condannato la verità.

L'uomo vive una stortura esistenziale, cioè progetta la vita su falsi valori, o su valori di parte, ed ecco che quest'uomo che ha fatto di questi valori, valori assoluti, di fronte ai quali non vuole assolutamente rinunciare, ecco che quest'uomo quando la verità lo illumina, quando una luce lo contesta, ricorre alla menzogna, cerca di demolire quella verità, dice che la verità è falsità, dice che la luce è tenebre.

Ma se quella luce è coraggiosa e continua a parlare e a inquietare, allora quest'uomo che sembrava un nonviolento diventa di colpo un violento e, seppur dice a malincuore, spegne quella luce, la mette a tacere e crocifigge il Cristo.

Questa è l'analisi della violenza che ha fatto San Giovanni nel Vangelo e che nell'Apocalisse riprende, applicandola non tanto al singolo uomo, quanto alle formazioni, alle diverse idolatrie sociali politiche presenti in Babilonia.

La prima e perenne difficoltà nella costruzione della pace nella città degli uomini risiede in un dato antropologico che la Bibbia ricorda fin dalle prime pagine e cioè che “l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza” (Genesi 8,21).

Ogni volontà costruttiva della pace si scontra con la ineludibile aggressività umana, col desiderio insito in tanti di noi, persone e gruppi, di possedere ciò che è dell’altro, di avere più dell’altro, meglio dell’altro, togliendolo, se non c’è altro mezzo, anche con la forza.

Educare il cuore alle vie di Dio

Il cuore, in cui si annidano i semi della violenza, va educato così da essere liberato dalla bramosia e dalla «ineludibile aggressività», che minano la pace tra le persone e tra i popoli.

La voce dei profeti si alza ripetutamente per denunciare l’ingiustizia e la violenza strutturale presenti nell’ambito economico, politico, giuridico e finanche in quello religioso.

Tuttavia, l’insistenza principale delle pagine bibliche verte sul fatto che la violenza ha il suo principio nel cuore (Genesi 6,5 e 8,21; Salmo 51,7.12; Geremia 7,24; 17,1.9; Marco 7,21).

Il cuore umano, infatti, è esposto all’idolatria, principio, causa e culmine di ogni male (Sapienza 14,27). Il rischio ricorrente è di venerare ciò che appare attraente, piacevole e rassicurante, con il risultato che all’interno della persona si afferma il culto del potere, del primato, della forza.

Il cuore umano va educato attraverso l’ascolto della Parola, la conversione, la preghiera, la responsabilità e il riconoscimento del male presente nelle proprie scelte.

La Bibbia va considerata come il grande libro educativo dell’umanità. Per i credenti, in particolare, è «un libro educativo perché libro dello Spirito Santo, che muove il cuore al vero e al bene, che descrive le condizioni dell’autenticità profonda nel cammino umano, che stimola ogni energia positiva e smaschera le trappole e gli infingimenti che ostacolano il cammino della santità cristiana».

È necessaria una trasformazione radicale dell’interiorità, è necessario cambiare il cuore. Ciò comporta una sorta di nuovo atto creatore, un evento di coscienza che solo Dio può produrre.

Paolo di Tarso riconoscerà che la circoncisione del cuore, intravista da Geremia, si è attuata con la venuta di Gesù (Romani 2,28-29 e Colossesi 2,11-12).

La pace richiede giustizia e responsabilità

La pace non può essere separata dalla giustizia. Il profeta Michea denuncia i governanti che «costruite Sion sul sangue e Gerusalemme con il sopruso», mentre i capi giudicano in vista dei regali, i sacerdoti insegnano per lucro e i profeti danno oracoli per denaro.

Le parole del profeta mostrano che non è possibile proclamare la presenza di Dio mentre si alimentano corruzione, sfruttamento e violenza.

Manca la volontà di interrogarsi onestamente su quanto si sta vivendo, di riconoscere le conseguenze devastanti di certe scelte, contrassegnate dalla difesa a oltranza dei propri interessi.

Gli idoli della violenza, della vendetta, del potere politico, militare ed economico possono presentarsi con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, ma diventano assetati di sangue umano quando rifiutano ogni limite, ogni compromesso giusto e ogni attenzione al dolore dell’altro.

La pace ha necessariamente un costo. Per affrontare «realtà avverse» nello spirito del discorso della montagna, è necessario «essere disposti a pagare un prezzo e a rinunciare anche a qualcosa a cui si avrebbe pure diritto… non solo a livello personale ma pure a livello di gruppo, di popolo, di nazione».

La pace richiede la disponibilità a rinunciare alla rivalsa, alla pretesa di vincere in tutto e alla volontà di non cedere in nulla.

La pace futura promessa dalla Bibbia

La Bibbia presenta la pace futura come una realtà universale, definitiva e duratura. Sotto la guida di Gesù Cristo ci sarà “abbondanza di pace finché non ci sia più la luna”, cioè per sempre (Salmo 72:7).

I malvagi saranno eliminati dalla terra, così le persone buone “proveranno squisito diletto nell’abbondanza della pace” (Salmo 37:10, 11).

Dio farà cessare tutte le guerre (Salmo 46:8, 9). Le armi non avranno più il compito di distruggere e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra.

La promessa profetica dice: «forgeranno le loro spade in aratri, le loro lance in falci, un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Isaia 2,4).

Dio promette inoltre di eliminare le sofferenze e le ingiustizie, facendo “ogni cosa nuova” (Rivelazione [Apocalisse] 21:4, 5).

La pace biblica comprende quindi la fine della guerra, della violenza, della morte, delle lacrime, delle ingiustizie e di tutto ciò che distrugge la vita umana.

La pace come cammino di fede

La pace di Dio non elimina la responsabilità umana. Essa è dono, ma anche vocazione; promessa, ma anche cammino; realtà futura, ma anche impegno quotidiano.

«E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!»

«Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi».

«Per il resto, fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi».

«Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace».

«Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!»

La pace interiore è un tesoro. Non si può fabbricare con la forza delle armi, ma si accoglie nella relazione con Dio. È fatta di fiducia, preghiera, lasciarsi andare, presenza.

Leggerli, meditarli e pregarli può aprire gradualmente uno spazio di calma e chiarezza, anche in mezzo al tumulto. Perché dove c'è Dio, la pace è possibile.

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