La gioia nel Signore secondo Benedetto XVI

Per Benedetto XVI, la vera gioia nasce dall’incontro con Gesù Cristo, «incontrato, seguito, conosciuto, amato», e non dal possesso di beni o dalla semplice allegria del momento. Il nostro cuore è fatto per la gioia, ma questa trova la sua sorgente autentica in Dio, nell’amore, nella fede, nella comunione e nel dono di sé.

La gioia cristiana non viene cancellata dalle prove: può abitare anche il dolore, la rinuncia e la persecuzione, perché è un dono dello Spirito Santo e la certezza profonda che nulla può separarci dall’amore di Cristo. Per questo Benedetto XVI invita a custodirla, condividerla e testimoniarla nel mondo.

Il cuore umano è fatto per la gioia

“Quest’anno - esordisce il Santo Padre -, il tema della Giornata Mondiale della Gioventù ci è dato da un’esortazione della Lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi: “Siate sempre lieti nel Signore!” (Fil 4,4). La gioia, in effetti, è un elemento centrale dell’esperienza cristiana. (…). E vediamo la grande forza attrattiva che essa ha: in un mondo spesso segnato da tristezza e inquietudini, è una testimonianza importante della bellezza e dell’affidabilità della fede cristiana.”

Nell’approfondire alcuni aspetti della gioia Benedetto XVI sottolinea che “Il nostro cuore è fatto per la gioia” e che “Dio è la fonte della vera gioia”. E spiega ai giovani come trovare e “conservare nel cuore la gioia cristiana” attraverso, fra l’altro, la vita della Parola.

La gioia quindi al centro del messaggio, al centro della ricerca delle risposte alle domande esistenziali che ciascun uomo si pone, perché “L’aspirazione alla gioia è impressa nell’intimo dell’essere umano”.

La felicità è un concetto pervasivo di tutto il pensiero filosofico di ogni cultura, in ogni latitudine e in ogni tempo. Soprattutto nel mondo antico si accompagnava alla virtù: per raggiungere la felicità occorre un comportamento virtuoso.

Quel dialogo che nel Dio biblico risuona fin dalle prime battute della Genesi perché “nessuno è esclu­so dalla gioia portata dal Signore”. (Gaudete in Domino 3)

La gioia secondo Benedetto XVI

Ancor prima di diventare Papa, Benedetto XVI parlava del coraggio di gioire: “La gioia semplice, genuina, è divenuta più rara. La gioia è oggi in certo qual modo sempre più carica di ipoteche morali e ideologiche. (…) Il mondo non diventa migliore se privato della gioia, il mondo ha bisogno di persone che scoprano il bene, che siano capaci di provare gioia per esso e che in questo modo ricevono anche lo stimolo e il coraggio di fare il bene. (…) Abbiamo bisogno di quella fiducia originaria che, ultimamente, solo la fede può dare. Che, alla fine, il mondo è buono, che Dio c’è ed è buono. Da qui deriva anche il coraggio della gioia, che diventa a sua volta impegno perché anche gli altri possano gioire e ricevere il lieto annuncio” (Joseph Ratzinger, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nella svolta del millennio, ed. San Paolo, Milano 1997).

La gioia più vera, infatti, sta nel rapporto con Lui incontrato, seguito, conosciuto, amato, grazie ad una continua tensione della mente e del cuore.

Essere discepolo di Cristo: questo basta al cristiano. L’amicizia col Maestro assicura all’anima pace profonda e serenità anche nei momenti bui e nelle prove più ardue.

Quando la fede si imbatte in notti oscure, nelle quali non si 'sente' e non si 'vede' più la presenza di Dio, l’amicizia di Gesù garantisce che in realtà nulla può mai separarci dal suo amore (cfr Rm 8,39).

Cercare e trovare Cristo, sorgente inesauribile di verità e di vita: la parola di Dio ci invita a riprendere, all’inizio di un nuovo anno, questo cammino di fede mai concluso.

'Maestro, dove abiti?', diciamo anche noi a Gesù ed Egli ci risponde: 'Venite e vedrete'.

Per il credente è sempre un’incessante ricerca e una nuova scoperta, perché Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ma noi, il mondo, la storia, non siamo mai gli stessi, ed Egli ci viene incontro per donarci la sua comunione e la pienezza della vita.

Chiediamo alla Vergine Maria di aiutarci a seguire Gesù, gustando ogni giorno la gioia di penetrare sempre più nel suo mistero.

Gesù e discepoli lungo il lago

Gioia, felicità e allegria

In termini estremamente generali, la felicità in greco o in latino, come nel significato moderno, deriva dagli agenti esterni, è la risposta a uno stimolo ed è quindi destinata ad esaurirsi, mentre la gioia è il risultato di uno stato interiore che persiste nonostante gli accadimenti.

La felicità è circoscritta all’essere, mentre la gioia si esprime necessariamente nel rapporto con il mondo e con gli altri.

Nel greco antico il termine gioia e quello di felicità hanno significati diversi. Felicità è tradotta con εὐδαιμονισμός, “eudaimonía”, parola composta (eu bene e daímon spirito).

Il significato etimologico è cioè quello di spirito buono. Gioia è invece εὐφροσύνη, euphrosýne, dove all’eu (buono) si unisce il verbo phraino con il significato di “rallegrarsi”.

Anche nel latino si nota la stessa differenza, dal momento che felice (felix) significa fertile, ricco, appagato ma anche fortunato, mentre gioia (gaudium) deriva da gaudeo, godo, e nell’etimologia indica gioiello, ovvero una cosa preziosa, da custodire.

La gioia non è semplicemente una questione di temperamento, è sempre difficile mantenersi gioiosi: una ragione di più per dover cercare di attingere alla gioia e farla crescere nei nostri cuori.

La gioia semplice, genuina, è divenuta più rara. Il mondo non diventa migliore se privato della gioia, il mondo ha bisogno di persone che scoprano il bene, che siano capaci di provare gioia per esso e che in questo modo ricevono anche lo stimolo e il coraggio di fare il bene.

La vera gioia e il rifiuto del materialismo

Nell’Angelus di domenica scorsa, il Papa ha parlato nuovamente di gioia: vivere di cose materiali, vivere per possederle lascia un vuoto, un’insoddisfazione che è la consapevolezza che non bastano alla vita del cristiano.

“Gesù, lui che è il tesoro nascosto e la perla di grande valore - afferma Francesco - non può che suscitare la gioia, tutta la gioia del mondo, di scoprire un senso per la propria vita, la gioia di sentirla impegnata nell’avventura della santità” .

In questi ultimi mesi l’uomo “globalizzato” ha fatto un’esperienza drammatica. La pandemia del coronavirus ci ha posto di fronte a responsabilità dirette verso il prossimo e noi stessi, ci ha lasciato comprendere quanto sia facile spezzare quel fragilissimo equilibrio che vede nella sola ricerca della felicità, intesa come ricerca del piacere, il fine cui tendere a tutti i costi.

Felicità che però troppo spesso pensiamo di poter acquisire attraverso il possesso di cose materiali. Un piacere edonistico che finisce in fretta, lasciando spazio all’insoddisfazione se non all’angoscia.

La madre Chiesa, mentre ci accompagna verso il santo Natale, ci aiuta a riscoprire il senso e il gusto della gioia cristiana, così diversa da quella del mondo.

Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene.

La gioia come dono dello Spirito Santo

Secondo la Scrittura, la gioia è frutto della Spirito Santo (cfr Gal 5, 22).

La gioia è il dono nel quale tutti gli altri doni sono riassunti. Essa è l’espressione della felicità, dell’essere in armonia con se stessi, ciò che può derivare solo dall’essere in armonia con Dio e con la sua creazione.

Come Paolo qualifica la gioia frutto dello Spirito Santo, così anche Giovanni nel suo Vangelo ha connesso strettamente lo Spirito e la gioia. Lo Spirito Santo ci dona la gioia. Ed Egli è la gioia.

La gioia è quindi il segno più evidente e semplice della presenza di Dio in noi e in mezzo a noi, è quindi frutto dello “(…) Spirito Santo che ci rende figli di Dio, capaci di vivere e di gustare la sua bontà, di rivolgerci a Lui con il termine «Abbà»”.

Una delle regole fondamentali per il discernimento degli spiriti potrebbe essere dunque la seguente: dove manca la gioia, dove l'umorismo muore, qui non c'è nemmeno lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù Cristo.

E viceversa: la gioia è un segno della grazia. Chi è profondamente sereno, chi ha sofferto senza per questo perdere la gioia, costui non è lontano dal Dio del vangelo, dallo Spirito di Dio, che è lo Spirito della gioia eterna.

La gioia nella Bibbia

Nella Bibbia, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento, la gioia ricorre di continuo, come una sinfonia che attraversa tutte le corde musicali dell'essere.

Non esprime forse gioia intensissima l'esclamazione di lode a Dio Alleluia, traslitterazione della Parola Ebraica הַלְּלוּיָהּ?

Poetiche o accurate, piene di fervore o di passione, che esprimono la gioia sommessa della preghiera o quella incontenibile della gratitudine, spingendo perfino a ballare e cantare, sono parole che ricorrono moltissimo, quasi 250 volte.

Lo stesso Vangelo, contiene in sé la gioia: è la buona notizia, la lieta novella. Deriva dal greco εὐαγγέλιον “evangelion” ed è composto, come gli altri termini greci relativi alla felicità, dall'avverbio εὐ “bene, buono”, unito a ἄγγελος, “anghelos”, “messaggero, annuncio”.

Nei Vangeli, quindi, la gioia esplode e ricorre in modo serrato, con intensità vertiginosa.

Troviamo il rallégrati dell'Angelo a Maria ( Lc 1,28), l'esultanza di Giovanni nel grembo di Elisabetta ( Lc 1,44) e Maria che pronuncia lo splendide parole del Magnificat, “il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore" ( Lc 1,47) .

Vi è poi la gioia del padre che ritrova il figlio e quella del pastore la sua pecora: il capitolo 15 di Luca è tutto un inno alla gioia.

Anche nel resto dei Vangeli gli esempi sono davvero tanti ma di certo nelle parole di Gesù vi è il compimento più grande, si raggiungono le note più alte come quando dice “la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Gv 15,10-11), impiegando il termine greco χάρις (chàris ), che è la parola più frequente e sta a significare dono, grazia (più di 150 nelle Scritture greche e nel solo Paolo oltre 90 volte).

Aristotele nella Retorica (2,7) definisce chàris un dono che si fa in modo gratuito e disinteressato e che dipende unicamente dalla generosità e dalla liberalità del donatore.

La gioia del Signore nella Regola di san Benedetto

È singolare il fatto che, nella Regola di San Benedetto, la gioia (gaudium) appaia soltanto in due passaggi ove si tratta di mortificazioni o di prove.

Al di là di una frase contenuta nel capitolo dedicato all'abate, dove Benedetto gli augura "di provare la gioia di vedere crescere il suo gregge" (RB 2,32), le altre occorrenze del sostantivo gaudium e del verbo gaudere restituiscono un suono diverso e inaspettato.

La gioia del monaco nella prova

Nel capitolo sull’umiltà, in particolare in questo "grado di umiltà" particolarmente lungo e patetico che è il quarto – dove il monaco incontra "difficoltà, contrarietà e persino offese non provocate"- Benedetto cita un versetto del Salmo dove persone infelici si lamentano di essere trattate " come pecore da macello ", ed aggiunge:

Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono lietamente: "E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a Colui che ci ha amato". (RB 7,39)

Questa nota di gioia (gaudentes) nel bel mezzo della prova risuona di nuovo nel capitolo sulla Quaresima, dove si fa sentire due volte di seguito.

Prima Benedetto invita ogni monaco ad "offrire" al Signore, oltre a quanto dovuto dal dovere comunitario, "qualcosa di propria iniziativa", e specifica che tale offerta spontanea e gravosa di ciascuno sarà fatta "nella gioia dello Spirito Santo (RB 49,6) "(cum gaudio Spiritus Sancti)

Subito dopo, ribadisce e specifica questo invito:

Che ognuno si privi di un po' di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l'animo fremente di gioioso desiderio (RB 49,7).

Prove e gioia, rinunce e gioia: queste associazioni paradossali del quarto grado di umiltà e del capitolo sulla Quaresima non sono delle pure invenzioni di Benedetto.

In entrambi i casi, appare chiaramente un substrato scritturale. Quando ci viene mostrato, nel trattato sull’umiltà, il monaco dolente e gioioso contemporaneamente, occorre stare attenti ad una piccola parola di tre lettere inserita da Benedetto in questa frase: se coloro che sono messi alla prova superano nella gioia la loro afflizione è perché hanno la "speranza" (spe) di essere ricompensati da Dio.

E la speranza non è senza gioia, dice san Paolo: spe gaudentes

Questa parola della Lettera ai Romani sottende il quarto grado dell’umiltà (RB 7, 35-43, citando Rm 12,12).

La Quaresima e il desiderio della Pasqua

Più precisamente ancora, la "gioia dello Spirito Santo" di cui parla nel capitolo della Quaresima ricorda un'altra parola dell'Apostolo.

Scrivendo ai Tessalonicesi, Paolo si felicitava con loro per aver "ricevuto la Parola in mezzo ad una grande tribolazione, con la gioia dello Spirito Santo" (1 Ts 1,6; RB 49,6).

La Quaresima dei monaci italiani del VI secolo fa loro rivivere lo spirito dei primi cristiani di Tessalonica, perseguitati per la loro adesione alla fede in Cristo: la prova che si subisce per causa sua è accompagnata dalla gioia dello Spirito.

E quando Benedetto, ribadendo la sua affermazione, fa sperare che l'attesa della Pasqua sarà immersa nella «gioia del desiderio spirituale", si pensa non solo alle parole della Lettera ai Romani menzionate sopra – spe gaudentes, "lieti nella speranza"- ma anche al "frutto dello Spirito è amore, gioia, pace"ed il resto (Gal 5, 22).

Se la gioia è qui qualificata come "spirituale" è per il fatto che si tratta, come l'amore, di uno dei doni dello Spirito Santo presente nel cuore del cristiano.

La gioia del monaco di San Benedetto è, quindi, sia un coesistente alla prova, sia un dono dello Spirito Santo.

Se Benedetto pronuncia questa parola (gaudium) solo in questi due passaggi della sua Regola, nel quarto grado di umiltà e nel capitolo della Quaresima, non dobbiamo essere sorpresi dal fatto che questo tempo che precede la Pasqua abbia un valore esemplare per lui: " La vita del monaco deve avere sempre un carattere quaresimale" (RB 49,1).

La "gioia del desiderio spirituale", con la quale guardiamo verso la Pasqua, simboleggia dunque “tutta l’anima" che "anela alla vita eterna", come dice uno degli Strumenti delle buone opere (RB 4,46).

La gioia che dilata il cuore

Inoltre, l'estrema rarità di passaggi in cui Benedetto pronuncia la parola "gioia" non deve far dimenticare due pagine della Regola dove appare - senza la parola - uno stato d'animo simile.

Uno di questi passaggi è alla fine del Prologo. Dopo aver definito il monastero, così come nella Regola del Maestro, una "scuola del servizio del Signore", Benedetto aggiunge diverse righe in cui egli formula innanzitutto il suo desiderio di non imporre cose dolorose e poi mette in guardia contro lo scoraggiamento che potrebbero ispirare determinate prescrizioni, giudicate troppo rigorose ed insopportabili.

Questo è solo un inizio, lui dice: La via della salvezza in principio è necessariamente stretta e ripida. (Mt 7, 14).

Mentre invece, man mano che si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato (Sal 119 (118), 32) dall'indicibile sovranità dell'amore (RB Prol 48- 50).

Senza pronunciare la parola gaudium Benedetto evoca qui uno stato d’animo molto vicino alla gioia.

Questa, come nella scala dell’umiltà e nel programma quaresimale, paradossalmente consegue alla prova stessa: la via stretta del Vangelo, con tutte le sue rinunce, non stringe il cuore, ma, al contrario, lo dilata e lo illumina.

La carità divina conquista l'uomo, riempiendolo della sua tenerezza.

L'altro passaggio in cui appare qualcosa che assomiglia alla gioia, è la conclusione del grande capitolo sull’umiltà.

Con Cassiano ed il Maestro, Benedetto evoca qui lo sviluppo a cui porta la salita dell’umiltà, iniziata nel timore del Signore e del suo giudizio.

Quel timore iniziale sarà sostituito dall'amore.

I tre autori variano leggermente nella sua rievocazione – all’ «amore del bene" (Cassiano) o "della buona abitudine" (il Maestro), Benedetto sostituisce semplicemente "l'amore di Cristo" - ma tutti e tre sono concordi nel parlare del "gusto della virtù" a cui si accompagna questo amore finale (RB 7,69).

Ora, trovare il piacere piacere in un atto virtuoso, non significa provare una certa gioia?

La gioia che dilata l'anima è meno rara di quanto non sembri in San Benedetto. Ma, in modo molto coerente, essa affiora sempre nello stesso contesto oblativo e sacrificale.

Molte volte abbiamo anche notato un evidente substrato scritturale. Questo riferimento al Nuovo Testamento, soprattutto agli scritti paolini, ci impegna a esaminarli per capire meglio ciò che ne hanno tratto gli scrittori monastici.

La gioia nella prova secondo san Paolo

Il capitolo sulla Quaresima di Benedetto ci ha posti alla presenza di due parole dell'Apostolo che sono collegate l’una all'altra: la "gioia" e la "prova".

"Lieti nella speranza, pazienti nella prova, perseveranti nella preghiera" (Rm 12,12): tali saranno i Romani se soddisfano i desideri di san Paolo (Spe gaudentes, in tribulatione patientes, orationi instantes).

E prima ancora, i Tessalonicesi sono stati elogiati per aver “accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo" (1 Ts 1,6).

Questa combinazione della gioia e di ciò che è apparentemente il suo opposto – la prova, la tribolazione – si ritrova altrove in san Paolo.

Di sé stesso diceva ai Corinzi: “noi sembriamo come afflitti, ma sempre lieti (Quasi tristes, sempre autem gaudentes)" (2 Cor 6,10).

D'altra parte, la "gioia dello Spirito Santo", citata nella Lettera ai Tessalonicesi, trova diversi echi nell’epistolario paolino.

Quando Paolo elenca nella Lettera ai Galati i "frutti dello Spirito", la gioia arriva seconda, subito dopo l'amore, nella lista di nove parole: "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace" ed il resto (Fructus autem Spiritus est caritas, gaudium, pax) (Gal 5,22).

E quando l'Apostolo definisce per i Romani la vera natura del Regno di Dio, egli scrive: "Il Regno di Dio non è cibo e bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo (Iustitia et pax et gaudium in Spiritu Sancto)" (Rm 14,17).

In armonia con questi propositi di san Paolo, gli Atti degli Apostoli ci presentano i suoi discepoli in Asia Minore, "pieni di gioia e di Spirito Santo", persino nel mezzo della persecuzione che imperversa contro di loro (Discipuli quoque replebantur gaudio et Spiritu Sancto) (At 13, 52).

Gioia e preghiera

Un’altra compagna ricorrente della gioia è la preghiera.

Nella frase della Lettera ai Romani citata prima, dopo aver raccomandato la "gioia nella speranza" e la "pazienza nella prova", Paolo aggiunge subito dopo la "perseveranza nella preghiera" (Rm 12,12).

E quando dice ai Tessalonicesi: "Siate sempre lieti", non manca di aggiungere: "Pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie (Semper gaudete sine intermissione orate, in gratias omnibus agite)" (1 Ts 5,17-18).

Quest’ultimo passaggio delle Epistole di Paolo è della massima importanza per la storia della preghiera cristiana.

È infatti questo "Pregate ininterrottamente" che ha ispirato tutte le ricerche dei fedeli e delle comunità per occupare il tempo con delle preghiere: così è nato l'ufficio divino delle Chiese e dei monasteri.

Ma mentre questo "Pregate ininterrottamente" della Lettera ai Tessalonicesi generava pratiche di ogni genere ed era costantemente invocato dai liturgisti, ruminato dalle anime pie, ricordato dagli scrittori spirituali, le due frasi vicine nella stessa epistola - "Siate sempre gioiosi," ed "In ogni cosa rendete grazie" - non conoscevano per niente lo stesso sviluppo.

Un famoso autore monastico, Giovanni Cassiano, può servire come esempio in tal senso.

Il "Pregate ininterrottamente" dell'Apostolo è menzionato otto volte nelle sue Istituzioni e Conferenze, in cui questa raccomandazione del Nuovo Testamento sta alla base dell'intera organizzazione della preghiera delle ore (Inst. Coen. II, 1 e Conl. IX 3,4).

Al contrario, la vicina prescrizione di san Paolo - "Siate sempre lieti" - non compare mai, a quanto pare, nel lavoro di Cassiano.

Il monaco deve pregare sempre, ci piace ricordarglielo. Ma essere sempre gioioso, ci sembra di dimenticare che egli ha anche questo dovere.

"Siate sempre lieti".

La gioia non coincide con il ridere

Un lettore della Regola benedettina potrebbe obiettare che Benedetto, come molti antichi autori monastici, è severo a proposito del ridere.

Uno dei suoi "strumenti delle buone opere" vieta di pronunciare " parole leggere o ridicole", e raccomanda quanto segue "non ridere spesso e smodatamente (RB 4,53-54 = RM 3,59-60)".

Oltre a queste sentenze, che gli vengono dal Maestro, Benedetto segue ancora quest’ultimo, e con lui Cassiano, in uno degli ultimi gradini della sua scala dell’umiltà, che vuole che non siamo "sempre pronti a ridere (RB 7,59 = RM 10,78)".

Eppure queste frasi non condannano tutti i modi del ridere, ma solo alcune forme di esso.

Ma altri autori monastici, anteriori o contemporanei, arrivano persino a vietare che si rida, sostenendo non solo il "Guai a voi, che ora ridete (Lc 6,25; citato da Basilio di Cesarea nelle Grandi Regole)" ma anche l'esempio di Gesù, che il Vangelo mostra a volte nel pianto, mai col sorriso (Lc 19,41-44; Gv 11,35; Eb 5,7; oltre a Basilio, Gr Reg, e Ferréol nella Regula ad monachos ).

Questi avvertimenti contro il ridere ci impediscono di coltivare la gioia? No, certamente, perché non è necessario ridere per essere gioiosi.

È anche l'opposto del ridere – le lacrime - che Benedetto associa, nel suo programma quaresimale, alla "gioia dello Spirito Santo" che deve dominare l'anima in questo periodo.

Ciò che il monaco "offre a Dio con la gioia dello Spirito Santo" è appunto una serie di ristrettezze che riguardano non solo il cibo, il bere ed il dormire, ma anche la loquacità ed il divertimento.

Nello stesso tempo, la preghiera quaresimale si accompagna con le "lacrime" e la "compunzione del cuore", così come con l’astinenza (RB 49,4-7).

Lungi dall’impedire la gioia, queste manifestazioni di dolore spirituale ne sono il nutrimento.

La gioia come amore e dono di sé

Il messaggio continua affrontando “la gioia e l’amore” che, secondo Benedetto XVI, sono intimamente legati: “L’amore produce gioia, e la gioia è una forma d’amore.”

E ricorda una frase di Teresa di Calcutta: “…Dio ama chi dona con gioia. E chi dona con gioia dona di più”.

La gioia è una forma d’amore, è un frutto dello Spirito, un’espressione di fede, è una risposta all’invito alla generosità, al servizio, alla comunione fraterna, fino alla donazione di tutta la propria vita al Signore.

La carità divina conquista l'uomo, riempiendolo della sua tenerezza.

Fa parte della natura della gioia l’irradiarsi, il doversi comunicare.

Lo spirito missionario della Chiesa non è altro che l’impulso di comunicare la gioia che ci è stata donata.

La vera sfida non riguarda solo il cercare e trovare la vera gioia, ma saperla custodire, trasmetterla e diffonderla.

La risposta di Papa Ratzinger a questa sfida è chiarissima: “Cari giovani, non abbiate paura di mettere in gioco la vostra vita facendo spazio a Gesù Cristo e al suo Vangelo; è la strada per avere la pace e la vera felicità nell’intimo di noi stessi, è la strada per la vera realizzazione della nostra esistenza di figli di Dio, creati a sua immagine e somiglianza”.

La gioia nelle prove e nella conversione

Seguono due passaggi che affrontano “la gioia della conversione” e la sfida di trovare la “gioia nelle prove”.

“Il dolore - afferma il Papa - può essere trasfigurato dall’amore ed essere misteriosamente abitato dalla gioia”.

È a questo punto che propone come modelli di vita due giovani testimoni: Pier Giorgio Frassati (1901-1925) e Chiara Badano (1971-1990), citando una lettera di quest’ultima a Chiara Lubich, datata 20 dicembre 1989, dove la giovane beata confessa che “soffrivo molto fisicamente, ma l’anima cantava”.

Gioia quindi in ogni momento della vita, anche nei più difficili, anche nelle prove e nel dolore, come esprimono le parole e le azioni di alcuni testimoni della fede richiamati dal Papa, Pier Giorgio Frassati, Chiara Badano, Teresa di Calcutta e Teresa di Gesù Bambino.

La gioia del Natale e della presenza di Dio

È per me motivo di gioia sapere che nelle vostre famiglie si conserva l’usanza di fare il presepe.

Però non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante. Bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà.

È ciò che fece san Francesco a Greccio: rappresentò dal vivo la scena della Natività, per poterla contemplare e adorare, ma soprattutto per saper meglio mettere in pratica il messaggio del Figlio di Dio, che per amore nostro si è spogliato di tutto e si è fatto piccolo bambino.

La benedizione dei “Bambinelli” - come si dice a Roma - ci ricorda che il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia.

Guardiamo il presepe: la Madonna e san Giuseppe non sembrano una famiglia molto fortunata; hanno avuto il loro primo figlio in mezzo a grandi disagi; eppure sono pieni di intima gioia, perché si amano, si aiutano, e soprattutto sono certi che nella loro storia è all’opera Dio, il Quale si è fatto presente nel piccolo Gesù.

E i pastori? Che motivo avrebbero di rallegrarsi? Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione.

Ma la fede li aiuta a riconoscere nel “bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”, il “segno” del compiersi delle promesse di Dio per tutti gli uomini “che egli ama” (Lc 2,12.14), anche per loro!

Ecco, cari amici, in che cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio.

Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde.

Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo.

Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia.

Presepe di Natale con Maria Giuseppe

La gioia nella liturgia e nella comunità

La Liturgia [. ] è il centro dell’insieme, perché in essa avviene ciò che noi non possiamo realizzare e di cui, tuttavia, siamo sempre in attesa.

Lui è presente. Lui entra in mezzo a noi. È squarciato il cielo e questo rende luminosa la terra.

È questo che rende lieta e aperta la vita e unisce gli uni con gli altri in una gioia che non è paragonabile con l’estasi di un festival rock.

Parte integrante della festa è la gioia. La festa si può organizzare, la gioia no.

Essa può soltanto essere offerta in dono; e, di fatto, ci è stata donata in abbondanza: per questo siamo riconoscenti.

Che essa sia sempre viva in noi e quindi s’irradi sul mondo nelle sue tribolazioni: tale è il mio auspicio alla fine di quest’anno.

La gioia condivisa e la testimonianza cristiana

Il testo si conclude con l’invito ai giovani di diventare “testimoni della gioia”, perché, sempre secondo il Santo Padre, “non si può essere felici se gli altri non lo sono: la gioia quindi deve essere condivisa”.

Il Papa intende far notare ai giovani che nella vita ci sono infinte occasioni in cui cogliere e vivere la gioia, ne elenca tante e ne approfondisce alcune, contestualizzandole in ambienti specifici, dalla famiglia all’amicizia, dalla scoperta delle capacità personali alla sensazione dell’essere utile agli altri, ma non dimentica di rimarcare una verità essenziale: “In realtà le gioie autentiche, quelle piccole del quotidiano o quelle grandi della vita, trovano tutte origine in Dio (…) dall’incontro con Gesù nasce sempre una grande gioia interiore”.

La gioia è un dono, il cristiano possiede però gli strumenti per raggiungerla. Ce li ha rivelati lo stesso Gesù.

La gioia dev'essere uno dei cardini della nostra vita. È il pegno di una personalità generosa.

A volte è altresì un manto che avvolge una vita di sacrificio e di donazione di sé.

Una persona che possiede questa dote spesso raggiunge alti vertici. Splende come un sole in seno a una comunità.

La gioia quindi deve essere condivisa.

Andate a raccontare agli altri giovani la vostra gioia di aver trovato quel tesoro prezioso che è Gesù stesso.

Nico Battaglia - Testimonianza | Dal silenzio del dolore al canto di gioia

tags: #la #gioia #nel #signore #di #benedetto